Pubblicato da: scudieroJons | maggio 18, 2019

Porti aperti a Ogigia

Aurora accanto al nobile Titone sorgeva
dal letto, per recare la luce a immortali e mortali,
e gli dei andarono a sedere in consiglio: con essi era
Zeus tonante, il cui potere è grandissimo.
E Atena diceva loro i molti dolori di Odisseo,
ricordandoli: si impensieriva perché era presso la ninfa:
“Padre Zeus e voi altri beati dei eterni,
mai più sia davvero amabile e mite
un sovrano scettrato, non abbia rettitudine in animo,
ma sempre sia duro e compia empietà,
poiché non uno ricorda il divino Odisseo
del popolo sul quale regnò: eppure come un padre era mite.
Giace egli in un’isola, e soffre aspri tormenti,
in casa della ninfa Calipso, che lo forza
a restare: e non può arrivare in patria.
Non ha navi coi remi e compagni
che lo scortino sul dorso del vasto mare.
E ora tramano anche di uccidergli il figlio carissimo
mentre a casa ritorna: è andato per sentire del padre
a Pilo divina e a Lacedemone illustre”.
E a sua volta Zeus che addensa le nubi le disse:
“Figlia mia, che parola ti sfuggì dal recinto dei denti.
Questo piano non l’hai progettato tu stessa,
che appena tornato Odisseo dovesse punirli?
Telemaco accompagnalo tu accortamente, lo puoi,
perché arrivi incolume nella sua terra,
e i pretendenti sulla nave tornino indietro”.
Disse, e si volse ad Ermete, suo figlio:
“Ermete, tu che sei messaggero anche in altre occasioni,
di’ alla ninfa dai riccioli belli il volere infallibile,
il ritorno dell’intrepido Odisseo, perché possa tornare
senza scorta di dei o di uomini;
ma su una zattera dai molti legami, soffrendo dolori,
arrivi al ventesimo giorno a Scheria dalle fertili zolle,
presso i Feaci, che sono vicini agli dei.
Essi di cuore gli renderanno gli onori di un dio,
su una nave lo scorteranno alla terra dei padri,
dopo avergli a sufficienza donato bronzo, oro e vestiti,
molti doni, quanti da Troia non ne avrebbe portati Odisseo
se fosse arrivato indenne, con la parte sua di bottino.
Perché è suo destino vedere i suoi cari e tornare
nella casa dall’alto soffitto e nella terra dei padri”.
Disse così e ubbidì il messaggero Arghifonte.
Subito legò ai piedi i bei sandali,
immortali, d’oro, che sia sul mare lo portavano,
sia sulla terra infinita, coi soffi del vento.
Prese la verga: incanta con essa gli occhi degli uomini
che vuole, e altri, dormienti, invece li sveglia.
Con essa in mano, il forte Arghifonte volò.
Disceso sulla Pieria calò dall’etere in mare:
poi si slanciò come uccello sull’onda, come il gabbiano
che nei seni paurosi del mare infecondo
bagna d’acqua salata le salde ali in caccia di pesci:
simile a questo, Ermete avanzò su molte onde.
Ma quando all’isola giunse, che era lontana,
lasciato il mare viola andò sulla terra,
finché arrivò alla grande spelonca, nella quale abitava
la ninfa dai riccioli belli: la trovò che era in casa.
Sul focolare ardeva un gran fuoco, si sentiva lontano
per l’isola l’odore di tenero cedro e di tuia
che bruciavano: lei dentro, con voce bella cantando,
movendosi davanti al telaio, tesseva con l’aurea spola.
Un bosco rigoglioso cresceva intorno alla grotta:
l’ontano, il pioppo e il cipresso odoroso.
Uccelli con grandi ali vi avevano il nido:
gufi, sparvieri, e corvi di mare
ciarlieri, che amano le cacce marine.
Attorno alla grotta profonda, s’allungava
vigorosa una vite, ed era fiorita di grappoli.
Quattro fonti sgorgavano in fila con limpida acqua,
vicine tra loro e rivolte in parti diverse.
V’erano intorno morbidi prati fioriti di viole
e di sedano. Arrivato in quel luogo, anche un dio
avrebbe guardato stupito, e gioito nell’animo suo.
Si fermò ammirato il messaggero Arghifonte.
E, quando nella sua mente ebbe tutto ammirato,
subito entrò nella vasta spelonca: di fronte
vedendolo non ebbe dubbi Calipso, chiara fra le dee,
perché gli uni agli altri non sono ignoti gli dei
immortali, neanche se abitano case lontane.
Non vi trovò il magnanimo Odisseo:
seduto sulla riva, gemeva come sempre
lacerandosi l’animo con lacrime, lamenti e dolori,
guardava piangendo il mare infecondo.
Chiese Calipso, chiara tra le dee, ad Ermete,
fattolo sedere sullo splendido trono lucente:
“Perché sei venuto, Ermete dall’aurea verga,
onorato e caro? non sei venuto spesso in passato.
Di’ quel che pensi: l’animo mi dice di farlo,
se posso farlo e se deve farsi.
Ma seguimi oltre, perché ti offra cose ospitali”.
Detto così, la dea gli pose dinanzi una tavola
colma di ambrosia e gli mescé rosso nettare.
Ed egli beveva e mangiava, il messaggero Arghifonte.
E quando ebbe mangiato e appagato col cibo il suo animo,
allora rispondendo le disse:
“Chiedi perché son venuto, dea a un dio, ed io
ti dirò senza inganno: tu lo vuoi.
Zeus mi ordinò di venire, contro la mia volontà:
e chi vorrebbe traversare tanta acqua salata,
infinita? Vicina non c’è una città di mortali
che fanno agli dei sacrifici e scelte ecatombi.
Ma un dio non può trasgredire
o rendere vano un pensiero di Zeus egìoco.
Dice che un uomo è con te, più infelice degli altri,
uno degli uomini che sotto la rocca di Priamo combatterono
per nove anni e, distrutta la città, tornarono al decimo
a casa: ma durante il ritorno offesero Atena,
che contro gli suscitò un vento maligno e grossi marosi.
Allora tutti gli altri compagni valorosi perirono,
e il vento e l’onda lo portarono e spinsero qui.
Costui ora Zeus ti ordina di rimandarlo al più presto:
la sua sorte non è di morire qui, lontano dai suoi,
ma è suo destino vedere ancora i suoi cari e tornare
nella casa dall’alto soffitto e nella terra dei padri”.
Disse così. Rabbrividì Calipso, chiara tra le dee,
e parlando gli disse alate parole:
“Siete crudeli, voi dei, gelosi più di ogni altro,
che invidiate alle dee di giacersi con uomini
apertamente, se si procurano un caro marito.
Così, quando Aurora dalle rosee dita scelse Orione:
glielo invidiaste voi dei che lietamente vivete,
finché ad Ortigia la casta Artemide dall’aureo trono
colpendolo con i suoi miti dardi l’uccise.
Così, quando Demetra dai riccioli belli, cedendo
al suo animo, si unì con Iasione in amore e nel letto
in un maggese arato tre volte: non ne fu ignaro Zeus
a lungo, e l’uccise colpendolo col vivido fulmine.
Così anche ora, o dei, invidiate che da me stia un uomo.
Ma fui io a salvarlo, aggrappato alla chiglia,
solo, quando Zeus percossagli col vivido fulmine
la nave veloce la spezzò in mezzo al mare scuro come vino.
Allora tutti gli altri compagni valorosi perirono,
e il vento e l’onda lo portarono e spinsero qui.
Costui io l’ho accolto e nutrito, e pensavo
di farlo immortale e per sempre senza vecchiaia.
Ma perché un altro dio non può trasgredire
o rendere vano un pensiero di Zeus egìoco,
vada pure in malora, se egli lo spinge e comanda,
sul mare infecondo. Io certo non posso aiutarlo:
non ho navi coi remi, e compagni
che lo scortino sul dorso vasto del mare.
Invece gli darò volentieri consigli, senza celarli,
perché arrivi salvo nella sua terra”.
Allora il messaggero Arghifonte le disse:
“Mandalo, dunque, così; e paventa l’ira di Zeus,
che poi, sdegnato, con te non sia aspro”.
Detto così il forte Arghifonte partì:
lei si recò dal magnanimo Odisseo, la ninfa possente,
quando ebbe udito il messaggio di Zeus.
Lo trovò seduto sul lido: i suoi occhi
non erano mai asciutti di lacrime, passava la dolce vita
piangendo il ritorno, perché ormai non gli piaceva la ninfa.
Certo la notte dormiva, anche per forza,
nelle cave spelonche, senza voglia, con lei che voleva;
ma il giorno, seduto sugli scogli e sul lido,
lacerandosi l’animo con lacrime, lamenti e dolori,
guardava piangendo il mare infecondo.
Ritta al suo fianco gli parlò, chiara tra le dee:
“Infelice, non starmi qui a piangere ancora, non rovinarti
la vita: ti lascerò andare ormai volentieri.
Ma su, taglia dei grossi tronchi con l’ascia di bronzo
e costruisci una zattera larga: sopra conficca dei fianchi,
perché ti porti sul fosco mare.
Io vi porrò in abbondanza del cibo, acqua
e rosso vino, che ti tengano lontana la fame;
ti coprirò di panni; ti invierò dietro un vento,
perché possa giungere incolume alla tua terra,
se gli dei che hanno il vasto cielo lo vogliono,
che quando pensano e agiscono sono più potenti di me”.
Disse così: rabbrividì il paziente chiaro Odisseo
e parlando le rivolse alate parole:
“Un’altra cosa, non di mandarmi, tu mediti, o dea,
che mi esorti a varcare il grande abisso del mare,
terribile e duro, con una zattera: ma neanche navi librate,
veloci, che godono del vento di Zeus, lo varcano.
Né io monterò su una zattera contro la tua volontà,
se non acconsenti a giurarmi, o dea, il giuramento solenne
che non mediti un’altra azione cattiva a mio danno”.
Disse così; sorrise Calipso, chiara fra le dee,
lo carezzò con la mano, gli rivolse la parola, gli disse:
“Sei davvero un furfante e non pensi da sciocco:
che discorso hai pensato di farmi!
Sia ora testimone la terra e in alto il vasto cielo
e l’acqua dello Stige che scorre (che è il giuramento
più grande e terribile per gli dei beati)
che non medito un’altra azione cattiva a tuo danno.
Ma penso e mediterò quello che per me
io vorrei, se fossi in tale bisogno:
perché anche io ho giusti pensieri, e nel petto
non ho un cuore di ferro, ma compassione”.
Detto così lo guidò, chiara tra le dee,
sveltamente: dietro la dea andò lui.
Arrivarono, la dea e l’uomo, nella cava spelonca.
Lì egli sedette sul trono da cui s’era alzato
Ermete, e la ninfa gli offrì ogni cibo
da mangiare e da bere, di cui i mortali si cibano.
Lei stessa sedette di fronte a al divino Odisseo
e le ancelle le misero innanzi ambrosia e nettare.
Ed essi sui cibi pronti, imbanditi, le mani tendevano.
Poi, quando furono sazi di cibo e bevanda,
tra essi cominciò a parlare Calipso, chiara fra le dee:
“Divino figlio di Laerte, Odisseo pieno di astuzie,
e così ora vuoi tornartene a casa, subito,
nella cara terra dei padri? e tu sii felice, comunque.
Ma se tu nella mente sapessi quante pene
ti è destino patire prima di giungere in patria,
qui resteresti con me a custodire questa dimora,
e saresti immortale, benché voglioso di vedere
tua moglie, che tu ogni giorno desideri.
Eppure mi vanto di non essere inferiore a lei
per aspetto o figura, perché non è giusto
che le mortali gareggino con le immortali per aspetto e beltà”.
Rispondendo le disse l’astuto Odisseo:
“Dea possente, non ti adirare per questo con me: lo so
bene anche io, che la saggia Penelope
a vederla è inferiore a te per beltà e statura:
lei infatti è mortale e tu immortale e senza vecchiaia.
Ma anche così desidero e voglio ogni giorno
giungere a casa e vedere il dì del ritorno.
E se un dio mi fa naufragare sul mare scuro come vino,
saprò sopportare, perché ho un animo paziente nel petto:
sventure ne ho tante patite e tante sofferte
tra le onde ed in guerra: sia con esse anche questa”.
Disse così, e il sole calò e sopraggiunse la tenebra:
ed essi, andati nella cava spelonca,
goderono l’amore giacendosi insieme.
Quando mattutina apparve Aurora dalle rosee dita,
subito Odisseo mise un mantello e una tunica;
invece la ninfa s’avvolse un gran drappo lucente,
sottile e grazioso, si cinse ai fianchi una fascia
bella, d’oro, e pose un velo sul capo.
Allora preparò la partenza al magnanimo Odisseo.

Omero, Odissea, libro quinto, (prima parte).


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