Pubblicato da: scudieroJons | novembre 25, 2017

Claudio

Quel tiranno di Caligola è appena stato ucciso, insieme a tutti i parenti più stretti. Il palazzo pullula di pretoriani in armi, uno di loro intravede spuntare dei piedi dietro una tenda e la scosta: un uomo terrorizzato si inginocchia chiedendo pietà. E’ Claudio, lo zio di Caligola, ed è ritenuto da tutti un disadattato, un inetto. Balbuziente, zoppo, sempre malaticcio, perso nei suoi studi di storia e di filologia. E’ talmente la vergogna della famiglia che la madre quando deve insultare qualcuno dice: “E’ perfino più stupido di Claudio”. E forse proprio per questo, convinti di poterne fare un fantoccio, i soldati lo acclamano imperatore.
Una volta preso il potere, però, sorprende. Si rivela un grande uomo di Stato, riorganizza l’amministrazione centrale rendendola più efficiente, attiva un vasto programma di opere pubbliche e non sfigura nemmeno come condottiero militare in Britannia.
E’ celebre il discorso che ha tenuto nel 48 d.C., durante una riunione del Senato.
Tuffiamoci in quella seduta in cui infuriano le polemiche, sentiamo le voci di protesta che si levano da ogni lato: “E’ uno scandalo, questi pretendono i nostri stessi diritti”. “Ma come, diamo lo scranno a qualche gallo arricchito, il cui nonno era un barbaro che massacrava i legionari ai tempi di Cesare?”. “E’ gravissimo. Già sono stati accolti senatori del Veneto e dell’Insubria, non è il caso di immettere un’ulteriore massa di stranieri”. “Una volta i senatori erano solo di sangue romano e le cose sì che funzionavano”. “Si accontentino di godersi la cittadinanza romana, non è il caso di svilire la dignità dei padri e il decoro delle magistrature con la loro presenza”.
A scatenare il putiferio è stata la richiesta dei capi della Gallia comata, che già hanno acquisito il diritto di foederati e la cittadinanza romana, di poter accedere anche alle cariche pubbliche della capitale. Ipotesi che trova la ferma resistenza delle vecchie famiglie patrizie. Ma l’imperatore, uomo saggio, non dà molto peso a questo cicaleccio di lamentele. Sa che la grandezza di Roma è proprio quella di essere un melting pot, e che a questo deve il suo secolare successo. Una società aperta, globale e multietnica, in cui il senso di appartenenza non ha a che vedere con l’etnia o la terra di provenienza. Qualcosa di simile a quello che accade oggi in America, dove, che le radici siano irlandesi, italiane, coreane o polacche, il 4 luglio ci si commuove tutti insieme, cantando l’inno con la mano sul cuore di fronte alla bandiera a stelle e strisce.
Così Claudio prende la parola:

I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, che fu accolto nello stesso momento tra i cittadini romani e nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello Stato, trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Non ignoro, infatti, che i Giulii sono stati chiamati in Senato da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tuscolo e, se lasciamo da parte i tempi più antichi, dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia. L’Italia stessa ha da ultimo portato i suoi confini alle Alpi, in modo che, non solo i singoli individui, ma le regioni e i popoli si fondessero nel nostro nome. Abbiamo goduto di una solida pace all’interno, sviluppando tutta la nostra forza contro nemici esterni, proprio allora quando, accolti come cittadini i transpadani, si poté risollevare l’impero stremato, assimilando le forze più valide delle province, dietro il pretesto di fondare colonie militari in tutto il mondo. C’è forse da pentirsi che siano venuti i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia narbonense? Ci sono qui i loro discendenti, che non sono secondi a noi nell’amore verso questa nostra patria.
Cosa credete che abbia decretato la rovina di Atene e di Sparta? Il fatto che esse, sebbene fossero molto forti sul piano militare, respingevano i vinti in quanto stranieri. Invece, Romolo, il nostro fondatore, è stato così saggio da considerare immediatamente cittadini anche i popoli stranieri appena sottomessi. Stranieri hanno regnato su di noi: e affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere, un’improvvisa novità, bensì una pratica normale adottata dal popolo in antico. Ma, voi dite, abbiamo combattuto coi Senoni: come se Volsci ed Equi non si fossero mai scontrati con noi in campo aperto. Siamo stati conquistati dai Galli: ma non abbiamo dato ostaggi anche agli Etruschi e subìto il giogo dei Sanniti? Eppure, se passiamo in rassegna tutte le guerre, nessuna si è conclusa in un tempo più breve che quella contro i Galli: da allora la pace è stata continua e sicura. Ormai si sono assimilati a noi per costumi, cultura, parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenersele per sé! O senatori, tutto ciò che crediamo vecchissimo è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei dopo quelli patrizi, quelli Latini dopo i plebei, degli altri popoli d’Italia dopo quelli Latini. Anche questa decisione si radicherà e invecchierà, e ciò che oggi noi giustifichiamo con antichi esempi sarà un giorno citato tra gli esempi.

Insomma, se Roma da piccolo villaggio è diventata un impero potente è perché ha avuto la capacità, fin dalle sue origini, di assimilare e integrare nuovi popoli. Il Senato approverà la proposta. Questo è quanto tramanda lo storico Tacito. Nel 1528 a Lione, sulla collina di Croix-Rousse, viene rinvenuta una tavola in bronzo che riporta il discorso, leggermente diverso nelle parole ma fedele nel senso. La Gallia ha avuto i suoi senatori che, probabilmente, hanno voluto esprimere con l’iscrizione la propria gratitudine.
Nel nostro tempo in cui si discute d’immigrazione e cittadinanza, una grande lezione d’inclusione da cui attingere.

da I grandi discorsi che hanno cambiato la storia, di Gianluca Lioni e Michele Fina

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Responses

  1. grandissimo! Bisognerebbe citarlo più spesso

  2. E’ così … dalle magnificenze, e lungimiranze, dell’ Impero Romano, siamo caduti alle insofferenze ed alle miopi visioni della lega ladrona del salvini ! 😳


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