Pubblicato da: scudieroJons | luglio 20, 2017

Tre giudici

A un simposio internazionale di studi giuridici si incontrano tre giudici, un italiano, un americano e un arabo, e stringono amicizia. Siccome non sarebbe ragionevole partecipare a un simposio senza bere qualcosa insieme, durante una pausa dei lavori vanno al bar e si concedono un bicchierino. A un certo punto decidono di fare una gara. Vincerà chi avrà dimostrato agli altri due di aver preso, negli ultimi giorni, la decisione più strampalata, più controversa, o quella che ha sollevato maggior scalpore nell’opinione pubblica.
Comincia l’arabo, e racconta che qualche giorno fa è apparso sul web il video di una ragazza che passeggiava da sola, in minigonna, in una storica località dell’Arabia Saudita, dove è severamente vietato alle donne arabe andare in giro senza essere coperte da capo a piedi.

“Avevamo addosso gli occhi di tutto il mondo. Perfino il vostro Michele Serra si è occupato di questa vicenda. Pensate a come dovevo sentirmi nel momento di convalidare l’arresto, io che avevo addosso gli occhi e il fiato degli integralisti. Ebbene, io ho dato l’ordine di scarcerare la ragazza.”
L’italiano, dato che per certe cose l’Italia è come l’Arabia Saudita, è ammirato dal gesto sconsiderato compiuto dal giudice arabo, ma l’americano non è per niente impressionato e propone la sua esperienza stravagante. “Nei giorni scorsi ho emesso sentenza di condanna a carico di una donna per l’omicidio del marito. Lei si era difesa bene, ma io ho tenuto conto di una testimonianza inoppugnabile: quella del pappagallo”. “Pappagallo? – interloquisce l’italiano – uno di quei corteggiatori che importunano le donne per strada?” “No, – risponde con veemenza il giudice americano, – proprio un pappagallo con becco e penne, che ha ripetuto, con la voce del morto, le sue ultime parole rivolte all’assassina!”


Il giudice arabo è sbalordito dalla stranezza della sentenza, e si rende conto che la sua prestazione è già stata superata da quella dell’americano, ma l’italiano, con un sorrisetto sotto i baffi, inizia il suo racconto.
“Qualche giorno fa un immigrato clandestino di provenienza africana, senza fissa dimora, con alcuni precedenti penali, e colpito da un provvedimento di espulsione, è stato fermato alla stazione Centrale di Milano per un controllo.

Nel tentativo di sottrarsi, e nel corso della resistenza opposta agli agenti, ha ferito, non gravemente, uno di questi con un coltello. Il giorno dopo io dovevo decidere della sua sorte. Ho convalidato l’arresto, ma non in carcere. Gli ho comminato l’obbligo di firma ogni due giorni in questura”. Gli altri due giudici sono sbalorditi, e il giudice italiano approfitta per stravincere. “Pensate che perfino un cronista di Repubblica, Piero Colaprico, di solito molto garantista nei confronti degli extracomunitari, mi ha esposto le sue critiche, e ha scritto: “Questa storia della scarcerazione di Saidou Mamoud Diallo può raccontare un po’ da vicino “l’Italia della sicurezza”. E verrebbe da aggiungere “della sicurezza a parole”. Com’è possibile che una persona che aggredisce con un coltello un poliziotto possa tornare praticamente tra noi? Diallo, 31 anni, senza fissa dimora, non ha esitato davanti a uno in divisa, armato, e con giubbotto antiproiettile, e se incontra me nel momento sbagliato, si chiede il comune cittadino, che fine rischio di fare?”.
Il giudice arabo e quello americano sono ammutoliti. Si rendono conto che non possono opporre nulla che possa stare alla pari con lo strampalato corso della giustizia italiana, e sono sul punto di acclamare il giudice italiano vincitore della gara, quando dalla tv accesa del bar trasmettono la notizia che Diallo è stato messo su un aereo ed espulso dall’Italia.
“Ah-ah, – fanno in coro i due giudici, – lei è un bricconcello! Ha cercato di barare. E’ chiaro che l’accusa di tentato omicidio è stata derubricata in resistenza e lesioni per poterlo espellere più velocemente, senza dover celebrare un processo. Questo non è un comportamento strampalato”.
Così la gara la vince l’americano.

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