Pubblicato da: scudieroJons | luglio 9, 2017

Dramma di cavaliere

– Qualcosa non va, Antonius? Ti vedo taciturno e pensieroso. Sei di nuovo alle prese con la crisi religiosa?
– No, Jons. Questa volta si tratta di qualcosa di più grave. Ho mandato un billet-doux a una dama del gran mondo, perché mi sembrava che fosse a un passo dal cadermi in braccio. Ma forse ho commesso una leggerezza imperdonabile e ho paura di averla perduta per sempre.
– Lasciami guardare. Potrebbe non essere tanto grave. Forse c’è la possibilità di rimediare.
– Ecco, vedi: questa è la cartolina che fa da copertina all’intero messaggio.

– Ah, magnifico! Hai usato i versi di uno di quei poeti che hanno avuto scarso seguito in vita e che sono stati dimenticati subito dopo morti. E’ la chiave perfetta per aprire il cuore di una dama acculturata. Approvo la scelta; per me non c’è niente che non vada bene.
– Ma il guaio viene dopo! A me questa metafora della rosa porporina mi attizza più di un torneo cavalleresco a lancia e spada, perciò ho voluto elaborare meglio l’immagine, per rendere irresistibile la mia profferta amorosa. All’interno del plico ho inserito i versi appassionati della canzone di uno di questi moderni trovieri dell’inizio del ventesimo secolo. Ascolta, te li recito: Quando tra un bacio e una canzone / mi chiedi con passione / se voglio bene a te, / io ti rispondo col sorriso / che sogno il Paradiso / se sto vicino a te. / Ma non tremar di gelosia / io t’amo alla follia / mai più ti lascerò, / mai più! / Rosita, sei la regina dell’ Amore, / Rosita, sulla tua bocca c’è il mio cuore! / Negli occhi tuoi c’è tanto ardor / incanto di sirena! / Tra tutti i fior, sei il più bel fior, / mia bella madrilena. / Scende già l’ombra della sera, / il cuore mio che spera, / stanotte attenderà. / Tu che sai darmi tanto amore / puoi darmi con un fiore / la mia Felicità. / Coglio la rosa porporina / che importa se la spina / il cuor mi pungerà.
– Ahi!
– Che c’è Jons? Sei stato punto anche tu?
– Ho sentito bene? Hai detto “coglio”?
– Purtroppo sì. In principio non l’avevo notato; me ne sono accorto solo dopo che l’avevo inviata. Capisci adesso perché sono triste? L’ho perduta, Jons. Non me lo perdonerà mai. E’ una professoressa di lettere. Già la vedo mentre si arrampica sullo scaffale dei poeti americani e prende il grosso volume di Emily Dickinson e poi ricopia con la sua elegante grafia questo sonetto, per mandarmelo:

Cadde tanto in basso – nella mia considerazione –
che lo udii battere in terra –
e andare in pezzi sulle pietre
in fondo alla mia mente –

ma rimproverai il fato che lo abbatté – meno
di quanto denunciai me stessa,
per aver tenuto oggetti placcati
sulla mensola degli argenti –

– Ma non ci pensare! Si può dire anche “coglio”. Te lo assicuro io. Certo, è una forma desueta, antiquata, ma se lei ti dovesse dire qualcosa tu le farai notare che come cavaliere della IX Crociata hai diritto erga omnes di esercitare la sublime arte della licenza poetica.
– Ma dici che abbiamo davvero la licenza poetica? Non sarà scaduta?
– No, l’ho rinnovata puntualmente ogni anno. E se la tua dama dovesse avere l’impudenza di rimproverarti inviandoti quel crudelissimo sonetto, tu risponderai con quest’altro sonetto della stessa autrice:

Per un istante d’estasi
Noi paghiamo in angoscia
Una misura esatta e trepidante,
proporzionata all’estasi.

Per un’ora diletta
Compensi amari di anni,
Centesimi strappati con dolore,
Scrigni pieni di lacrime.

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