Pubblicato da: scudieroJons | giugno 14, 2017

Baci sotto la neve

Hermann Hesse

Sul ghiaccio

In quel tempo vedevo ancora il mondo con altri occhi. Avevo dodici anni e mezzo ed ero ancora completamente preso nel mondo colorato e rigoglioso delle gioie e fantasticherie fanciullesche. Fu allora che nel mio animo stupito spuntò per la prima volta, timido e avido, il tenue chiarore della giovinezza più dolce e tenera.
Era un inverno lungo, rigido, e il nostro bel fiume della Foresta Nera si gelò per settimane. Non posso dimenticare la sensazione strana, di paura ed estasi insieme, che mi colse quando nel primo mattino di gelo mi avventurai sul fiume: era profondo, e il ghiaccio era così trasparente che si poteva vedere sotto di sé, come attraverso un velo sottile, l’acqua verde, il fondo di sabbia e ciottoli, gli intrecci fantastici delle piante acquatiche e, di tanto in tanto, il dorso scuro di un pesce.
Passavo pomeriggi interi sul ghiaccio con i miei compagni, le guance accaldate e le mani bluastre, il cuore inturgidito dai movimenti vigorosi e ritmati del pattinaggio, colmo della meravigliosa e spensierata capacità di godimento della fanciullezza. Ci esercitavamo nella corsa, nel salto in lungo, nel salto in alto, giocavamo ad acchiapparci, e quelli che ancora portavano legati agli stivali gli antiquati pattini di osso non correvano affatto peggio degli altri. Uno di noi tuttavia, il figlio di un industriale, aveva un paio di “Halifax”, che erano fissati alla scarpa senza legacci o cinghie e si potevano mettere e togliere in pochi attimi.
Da allora la parola Halifax comparve per anni sulla lista dei regali che desideravo per Natale, ma inutilmente; e quando dodici anni più tardi, volendo acquistare un paio di pattini veramente buoni, chiesi se in negozio avessero gli Halifax, con mio grande dolore vidi crollare un ideale e una certezza fanciullesca quando mi sentii assicurare con un sorriso che Halifax era un sistema antiquato, da tempo superato.
Di preferenza pattinavo da solo, spesso fino all’imbrunire. Correvo via veloce, imparavo a fermarmi e a voltare a qualsiasi velocità e in qualsiasi punto, mi libravo in ampie volute, in equilibrio su una gamba, con la sensazione di volare. Molti dei miei compagni utilizzavano i pomeriggi sul ghiaccio per correr dietro alle ragazze e corteggiarle. Per me le ragazze non esistevano. Mentre altri compivano azioni cavalleresche, giravano intorno ad esse desiderosi e timidi oppure, audaci e disinvolti, le invitavano a pattinare in coppia, io gustavo solo il piacere incontrastato del guizzare via. Per quelli che conducevano le ragazzine non provavo che pena o scherno. Dalle confessioni di alcuni amici credevo infatti di sapere quanto i loro piaceri galanti fossero in fondo relativi.
Un giorno, mentre l’inverno già volgeva alla fine, mi giunse notizia di una novità nel nostro ambiente di scuola: il “nordista”, recentemente, aveva di nuovo baciato Emma Meier mentre si toglievano i pattini. D’improvviso la notizia mi fece montare il sangue alla testa. Baciato! Era ben altra cosa rispetto ai discorsi scipiti e alle timide strette di mano che di solito venivano esaltati come le massime delizie del pattinare a coppie. Baciato! Era un suono che proveniva da un mondo estraneo, celato, immaginato con timore, aveva il profumo invitante del frutto proibito, aveva un che di segreto, poetico, innominabile, faceva parte di quell’ambito dolce-oscuro, paurosamente affascinante, da noi tutti passato sotto silenzio ma tuttavia presagito, illuminato a tratti dalle mitiche avventure amorose dei donnaioli che erano stati espulsi dalla scuola. Il “nordista” era uno scolaro quattordicenne di Amburgo capitato Dio sa come tra noi, che io ammiravo e la cui fama, che prosperava lontano dalla scuola, spesso non mi faceva dormire. E Emma Meier era certo la ragazza più carina di Gerbersau, bionda, agile, fiera e della mia stessa età.
A partire da quel giorno cominciai a rimuginare progetti e problemi. Baciare una ragazza superava di gran lunga tutti i miei precedenti ideali, sia come cosa in sé e sia perché senza dubbio era vietato e interdetto dalle regole della scuola. Mi resi presto conto che il solenne servizio amoroso della pista ghiacciata era l’unica buona occasione per farlo. Per prima cosa cercai quindi, per quanto possibile, di rendere il mio aspetto più acconcio al corteggiamento. Dedicai tempo e cura ai miei capelli, controllai minuziosamente la pulizia dei miei vestiti, mi calcai con garbo il berretto di pelo sulla fronte e pregai le mie sorelle di darmi il loro foulard di seta rosa. Nello stesso tempo sul ghiaccio, cominciai a salutare cortesemente le ragazze che potevano essere prese in considerazione, e credetti di vedere che quell’omaggio insolito veniva notato con sorpresa ma non senza piacere.
Molto più difficile fu il primo approccio, perché in vita mia non avevo mai “invitato al ballo” una ragazza. Cercai di spiare i miei amici mentre eseguivano quel solenne cerimoniale. Alcuni si limitavano a fare un inchino e a porgere la mano, altri balbettavano qualcosa di incomprensibile, i più si servivano dell’elegante formula: «Posso avere l’onore?» Questa formula mi impressionò molto e mi esercitai a casa, in camera mia, facendo l’inchino davanti alla stufa e pronunciando le parole solenni.
Era giunto il giorno del primo, difficile passo. Già il giorno precedente avevo avuto intenzione di iniziare il corteggiamento, ma ero tornato a casa scoraggiato, senza avere osato niente. Quel giorno mi ero prefisso di fare immancabilmente ciò che temevo e insieme desideravo. Con il batticuore, angosciato a morte come un criminale, andai verso la pista di ghiaccio; credo mi tremassero le mani mentre mi mettevo i pattini. Poi mi gettai nella mischia con ampi movimenti circolari, cercando di mantenere un po’ della mia abituale espressione di sicurezza e naturalezza. Percorsi due volte la pista in tutta la sua lunghezza, al massimo della velocità, e l’aria frizzante e i movimenti vigorosi mi fecero bene.
D’improvviso, proprio sotto il ponte, mi scontrai in pieno con qualcuno e barcollai per qualche passo, sgomento. Sul ghiaccio era seduta la bella Emma, che evidentemente cercava di reprimere il dolore, e mi guardava piena di rimprovero. Il mondo, davanti ai miei occhi, girava vorticosamente.
«Aiutatemi a tirarmi su!» disse alle sue amiche. Allora, con il viso in fiamme, mi tolsi il berretto, mi inginocchiai accanto a lei e la aiutai ad alzarsi.
Rimanemmo uno di fronte all’altra, impauriti e sbalorditi, e nessuno di noi parlò. La pelliccia, i capelli e il volto della bella ragazza, così estranei e vicini, mi stordivano. Pensai invano a un modo per scusarmi, ancora con il berretto stretto in mano. E d’improvviso, mentre un velo mi offuscava la vista, feci meccanicamente un profondo inchino e balbettai: «Posso avere l’onore?»
Lei non rispose, però prese le mie mani tra le sue dita sottili il cui calore riuscii a sentire attraverso i guanti, e si avviò con me. Mi pareva di essere in uno strano sogno. Una sensazione di felicità, vergogna, calore, desiderio e imbarazzo quasi mi toglieva il fiato. Pattinammo per un buon quarto d’ora. Poi, in una piazzola, liberò piano le piccole mani, disse «Grazie tante» e proseguì da sola, mentre io mi toglievo troppo tardi il berretto di pelliccia e rimanevo lì per un po’, immobile. Solo più tardi mi resi conto che per tutto quel tempo non aveva detto una sola parola.
Il ghiaccio si sciolse e io non potei ripetere il mio tentativo. Fu la mia prima avventura amorosa. Tuttavia passarono ancora diversi anni prima che il mio sogno si avverasse e la mia bocca potesse sfiorare una rossa bocca di fanciulla.

……………

GIF sonorizzata

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Responses

  1. Hesse è insuperabile in questi racconti nostalgici


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