Pubblicato da: scudieroJons | giugno 5, 2017

Amore impuro

Con quale sorpresa Eugenio, entrando nel grande terrazzo, dove la marchesa Vittoria era solita riunire i suoi amici nelle calde serate di estate, aveva riconosciuto seduta accanto alla padrona di casa, la signora Bianca Sirvelli! In un baleno una sequela precipitosa di pensieri gli aveva attraversato la mente. – Come mai ella, la bella mondana, era capitata in quella remota spiaggia? Era dunque amica della marchesa Vittoria? Quanto tempo si sarebbe trattenuta? Ed egli, doveva mostrare di conoscerla o figurare il contrario? Intanto, apparentemente calmo, salutava la marchesa, la quale subito, festosamente, gli annunziava che lo avrebbe presentato a una sua carissima amica, venuta improvvisamente a trovarla… La voce limpida e tranquilla della signora Sirvelli la interruppe.
– In questa penombra il tenente non deve avermi veduta, se no, spero, mi avrebbe riconosciuta.
Subito Eugenio le si avvicinò, esclamando:
– La signora Sirvelli! Infatti sul momento con questa luce non l’avevo ravvisata. Come sta?
– Ah, siete amici? – chiese la marchesa.
– Ci siamo incontrati parecchie volte a Roma tre anni fa; – rispose Bianca.
– Sì, fui così fortunato da potermi annoverare fra i tanti ammiratori della signora Sirvelli: – soggiunse Eugenio in accento lievemente beffardo, che poteva sfuggire a tutti, ma che per Bianca era sufficiente a dare a quelle parole un senso nascosto di ingiuria. Con moto rapido ella si rizzò sulla vita e parve sul punto di lasciarsi sfuggire una replica vivace; ma si contenne, tornò di nuovo ad allungarsi sulla poltrona, limitandosi a fissare bene in viso ad Eugenio i suoi grandi occhi bruni. Egli finse di non accorgersi di nulla, si sedette, mostrò di non occuparsi più di Bianca ed intavolò una conversazione con varie persone che gli stavano accanto; però quell’improvviso incontro aveva ridestato tutta la sua collera ed i suoi rancori del passato, ed in cuor suo si rallegrava della bella occasione che gli si era offerta di poter dire direttamente a Bianca una piccola insolenza. Via, era una soddisfazione, a cui aveva diritto, in compenso di tutto ciò che gli aveva fatto soffrire quella donna senza cuore, fatta di vanità e di capriccio, che nascondeva la depravata e viziosa indole sua sotto un aspetto così dolce e seducente. Eugenio pensava a queste cose mentre si dedicava con grande galanteria a una sua graziosa vicina. La padrona di casa che lo chiamava, lo fece voltare.
– Tenente, secondo lei esistono due specie di amori, il puro e l’impuro?
– Sì, certamente.
– Ebbene, Bianca, sostiene il contrario.
Eugenio si fece attento: ecco un tema che gli avrebbe dato agio di lanciare qualche altra frecciata!
Parlava la signora Sirvelli.
– Io dico che il vostro errore sta nel chiamare impuro quello che non è amore. L’amore, il vero amore, non può essere né puro, né impuro; esso è quello che è; cioè una cosa sola e unica, che non può esplicarsi che in un solo e unico modo.
Molti approvarono, altri negarono e per un poco ci fu una discussione animata, in cui le frasi si incrociavano, i pareri più contraddittori venivano emessi in una confusione dalla quale non risultava nulla di chiaro. Ad un tratto Bianca in tono pacato, disse:
– Se permettete, vorrei raccontarvi una storia.
Subito si fece silenzio ed ella con la sua voce sonora, piena di intonazioni profonde, serbando sulla poltrona il suo atteggiamento indolente, proseguì:
– Tralascio la descrizione dei personaggi e dei luoghi; ometto anche di analizzare il come e il perché; basterà che vi dica subito che tutti e due, l’uomo e la donna, si amavano pazzamente. Sulle prime la donna un poco diffidente per carattere e molto per esperienza, aveva cercato di resistere; ma la passione del suo adoratore le era apparsa a poco a poco tanto sincera, tanto rispettosa e devota, che sentì di perdere ogni forza e cedette alla dolce lusinga.
Un giorno, giorno fatale, tutti e due stavano in un salottino, seduti accanto, stretti insieme, con le mani allacciate e la mente vacillante per la sottile ebbrezza che vince nelle ore di amore. Una passione infinita ardeva il cuore della donna, una esaltazione sublime s’impadroniva di lei; le parole non le bastavano più ad esprimere la foga dei suoi sentimenti, i baci le sembravano inefficaci a rivelare la intensità delle sue sensazioni, avrebbe voluto trovare qualche cosa di più, avrebbe voluto che le si offrisse, lì per lì, la occasione di dare una prova immensa del suo amore, magari sacrificando la vita per l’adorato, e non trovando altro, non potendo altro, con un gesto rapido e improvviso slacciò la veste, che le cadde ai piedi, erse il corpo superbo e come offrendo un dono raro e prezioso, come dando il supremo segno di abdicazione dinanzi a chi riconosceva padrone di sé, con l’ardimento di chi è mosso da una alta e pura intenzione, disse all’amante: Prendimi, prendimi tutta! – Bianca si soffermò un poco per frenare il fremito della sua voce commossa; poi ricominciò più adagio. – Ma l’uomo non seppe intenderla; forse gli parve di essere amato, come voi dite, in modo impuro e l’iniquo pensiero gli trasparì negli occhi, talché la donna smarrita, con un senso di orrore che la gelava tutta, nel minuto ineffabile che aveva creduto dovesse segnare l’alto vertice dell’amore, ebbe la percezione netta precisa della ingiuria che le veniva fatta, che non avrebbe mai più né dimenticato, né perdonato e che la avrebbe oramai divisa per sempre dall’uomo che aveva idolatrato.
Bianca tacque; qualcheduno domandò:
– E poi?
– E poi? – ripetè la signora Sirvelli, ridendo leggermente, di un piccolo riso stridente; – poi l’uomo quando vide dopo quella unica volta la donna allontanarsi da lui, senza spiegazioni, perché era troppo orgogliosa e sensibile per darne, precisò e sviluppo il suo progetto; pensò e disse che costei era una spregevole creatura, una volgare ricercatrice di facili piaceri, una impudica, una sacerdotessa, infine, del vostro amore impuro! Così dopo essere stato crudele, fu vile… negatelo se potete!
Quando Bianca ebbe finito, per un poco nessuno parlò; le sue parole semplici, che risuonavano nette nella quiete solenne della notte, parevano una rivendicazione, un grido di verità onesta e umana.
Appena ripresero le conversazioni, la signora Sirvelli si alzò, fece due passi ed andò ad appoggiarsi alla balaustra del terrazzo, sotto al quale con un murmure carezzevole si frangevano le onde del mare. Stette un poco così assorta e poi trasalì, accorgendosi di non essere più sola. Si voltò: Eugenio era lì pallido, col respiro affannoso e gli occhi velati di lacrime. Ella lo guardò un momento avvolgendolo in una occhiata penetrante di pietà, di rimpianto, di sdegno doloroso, quindi si mosse subito per allontanarsi, né si trattenne quando egli, giunte le mani in atto di supplica disperata, balbettò pianissimo:
– Perdono… oh! perdono!

Regina di Luanto

firma
Sono passati più di cento anni dai tristi avvenimenti di cui abbiamo letto la narrazione, e forse solo oggi, a distanza di così tanto tempo, si può cercare di ricavare da essi un significato morale esemplare.
Quando una donna vi dice: – Prendimi, prendimi tutta! – Voi la dovete prendere. E senza discutere. Però, siccome non è bene apparire troppo ingordi, a un certo punto, trascorso un adeguato lasso di tempo, profusa una quantità ragionevole di energie, è consigliabile esclamare: – Che bontà! – aggiungendo subito – Però non la voglio prendere tutta. Per oggi ne ho preso abbastanza. Me ne voglio conservare un poco per domani! –

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