Pubblicato da: scudieroJons | febbraio 8, 2017

Erlkönig – Il re degli elfi

“Cantami, o Diva”, declama il poeta. Perché tutti i poeti professionisti sanno che il mantenimento di un rapporto affettuoso e collaborativo con la propria Musa è di importanza vitale, per avere sempre l’ispirazione sacra al momento giusto e per tenere lontana la spaventosa esperienza del blocco davanti al foglio bianco. Ma, come diceva Gabriel Garcia Marquez, “l’ispirazione non dà preavvisi”. Può accadere a volte che la Musa, per non mancare a una cerimonia corale sull’Elicona, con le sorelle e Apollo, si presenti in anticipo sul previsto. Perciò non bisogna mai uscire di casa senza avere in tasca un foglio di carta su cui annotare diligentemente i pensieri e i versi che la Dea ci potrebbe dettare, per non correre il rischio che vadano persi. A Goethe, che amava compiere lunghe passeggiate solitarie, era accaduto proprio questo inconveniente. Era stato visitato dalla Musa mentre non aveva con sé nemmeno un foglio di carta, e per poco non era stato preso dal panico. Ma dopo un breve attimo di smarrimento aveva rimediato brillantemente alla grave dimenticanza usando la Musa stessa per annotare i versi che andava componendo.

libropelle

La visitatrice inaspettata, che si prestò al ruolo di moleskine, non era la Musa della poesia amorosa; si trattava in quel caso di Melpomene, la Musa della poesia tragica, e la ballata che ispirò al poeta fu altamente drammatica.

 

Erlkönig

Johann Wolfgang von Goethe

Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?
Es ist der Vater mit seinem Kind
Er hat den Knaben wohl in dem Arm
Er fasst ihn sicher, er hält ihn warm

Mein Sohn, was birgst du so bang dein Gesicht?
Siehst, Vater, du den Erlkönig nicht!
Den Erlenkönig mit Kron und Schweif?
Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif

Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele, spiel ich mit dir
Manch bunte Blumen sind an dem Strand
Meine Mutter hat manch gülden Gewand

Mein Vater, mein Vater, und hörest du nicht
Was Erlenkönig mir leise verspricht?
Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind
In dürren Blättern säuselt der Wind

Willst feiner Knabe du mit mir gehn?
Meine Töchter sollen dich warten schön
Meine Töchter führen den nächtlichen Reihn
Und wiegen und tanzen und singen dich ein

Mein Vater, mein Vater, und siehst du nicht dort
Erlkönigs Töchter am düsteren Ort?
Mein Sohn, mein Sohn, ich seh es genau:
Es scheinen die alten Weiden so grau

Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt!
Mein Vater, mein Vater, jetzt fasst er mich an!
Erlkönig hat mir ein Leids getan!

Dem Vater grauset’s, er reitet geschwind
Er hält in den Armen das ächzende Kind
Erreicht den Hof mit Mühe und Not
In seinen Armen das Kind war tot.


Il re degli elfi   

Chi cavalca così tardi attraverso notte e vento?
È il padre col suo bambino
Tiene il fanciullo tra le braccia
Lo regge sicuro, lo tiene al caldo.

Figlio mio, perché nascondi così timoroso il tuo viso?
Non vedi, padre, il re degli elfi!
Il re degli elfi con la corona e lo strascico?
Figlio mio, è una striscia di nebbia.

Caro bambino, su, vieni con me!
Bellissimi giochi, farò con te
Molti fiori colorati sono sulla riva
Mia madre ha molte vesti d’oro.

Padre mio, padre mio, e non senti
Cosa mi promette sottovoce il re degli elfi?
Stai calmo, resta calmo, bambino mio
Il vento mormora tra le foglie secche.

Bel fanciullo, vuoi venire con me?
Le mie figlie ti aspettano già graziosamente
Le mie figlie di notte conducono le danze
E ti cullano, ballano e cantano per te.

Padre mio, padre mio, e non vedi là
Le figlie del re degli elfi in quel luogo tetro?
Figlio mio, figlio mio, vedo esattamente:
I vecchi salici sembrano così spaventosi.

Ti amo, il tuo bell’aspetto mi eccita
E se non vuoi, userò la forza!
Padre mio, padre mio, adesso mi afferra!
Il re degli elfi mi ha fatto del male!

Il padre spaventato, cavalca veloce
Tiene tra le braccia il bambino che geme
Raggiunge la fattoria con fatica e difficoltà
Tra le sue braccia il bambino era morto.

Traduzione di Daniele Benedetti

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Responses

  1. i tedeschi sempre allegri…
    a me piaceva anche questa cui pare Goethe si ispirò, di Herder , tradotta da Carducci

    La figlia del re degli elfi

    Cavalca sir Oluf la notte lontano
    Per fare gli inviti, ch’è sposo diman.
    Or danzano gli elfi su ‘l bel verde piano:
    La donna degli elfi gli stende la man.
    -Ben venga sir Oluf! Perchè vuoi scappare?
    Vien dentro nel cerchio: vien balla con me.
    -Ballare non devo, non posso ballare:
    E’ giorno di nozze dimani per me.
    Se meco tu balli, scudiero gentile,
    due d’oro speroni donar io ti vo’,
    Ed una camicia di seta sottile,
    Che al lume di luna mia madre imbiancò.
    Ballare non posso, non devo ballare:
    E’ giorno di nozze dimani per me.
    -Sir Oluf, ascolta: ti voglio donare
    Un cumulo d’oro se balli con me.
    -Il cumulo d’oro ben venga; ma poi
    Ballare non posso, che nozze ho diman.
    -Se meco, sir Oluf, ballare non vuoi,
    il morbo e il contagio ti accompagneran.
    E un colpo gli batte leggero sul cuore:
    Tal doglia sir Oluf più mai non sentì.
    Poi bianco il rialza su ‘l suo corridore:
    -Ritorna a la sposa, ritorna così.
    E quando alla porta di casa egli venne
    Sua madre al vegnente guardò con terror:
    -Ascolta figliuolo: Di’ su, che t’avvenne?
    Perchè così smorto? Che è quel pallor?
    -Come esser non debbo si pallido e smorto?
    Nel regno degli elfi m’avvenne d’entrar.
    -Figliuolo, la sposa sarà qui di corto:
    Che devo a la sposa figliuolo contar?
    -Le di’ che a sollazzo cammino pel bosco
    Con cane e cavallo, portandolo al fren.
    Ed ecco (il mattino tremava ancor fosco)
    La sposa e l’allegro corteggio ne vien.
    Recavano cibi, recavano vino.
    -Ov’è il mio sir Oluf? Lo sposo dov’è?
    -Usciva a sollazzo pe ‘l bosco vicino
    Con cane e cavallo, sarà presto a te.
    La sposa una rossa cortina solleva,
    e morto lì dietro sir Oluf giaceva.
    Giosué Carducci. Rime nuove, (1861-1887)

    • Se parliamo di Carducci, allora, restando in tema, non si può fare a meno di citare il suo Teodorico:

      Giosuè Carducci

      LA LEGGENDA DI TEODORICO

      Su ’l castello di Verona
      Batte il sole a mezzogiorno,
      Da la Chiusa al pian rintrona
      Solitario un suon di corno,

      Mormorando per l’aprico
      Verde il grande Adige va;
      Ed il re Teodorico
      Vecchio e triste al bagno sta.

      Pensa il dí che a Tulna ei venne
      Di Crimilde nel conspetto
      E il cozzar di mille antenne
      Ne la sala del banchetto,

      Quando il ferro d’Ildebrando
      Su la donna si calò
      E dal funere nefando
      Egli solo ritornò.

      Guarda il sole sfolgorante
      E il chiaro Adige che corre,
      Guarda un falco roteante
      Sovra i merli de la torre;

      Guarda i monti da cui scese
      La sua forte gioventú;
      Ed il bel verde paese
      Che da lui conquiso fu.

      Il gridar d’un damigello
      Risonò fuor de la chiostra:
      — Sire, un cervo mai sí bello
      Non si vide a l’età nostra.

      Egli ha i piè d’acciaro a smalto,
      Ha le corna tutte d’òr. —
      Fuor de l’acque diede un salto
      Il vegliardo cacciator.

      — I miei cani, il mio morello,
      Il mio spiedo — egli chiedea:
      E il lenzuol quasi un mantello
      A le membra si avvolgea.

      I donzelli ivano. In tanto
      Il bel cervo disparí,
      E d’un tratto al re da canto
      Un corsier nero nitrí.

      Nero come un corbo vecchio,
      E ne gli occhi avea carboni.
      Era pronto l’apparecchio,
      Ed il re balzò in arcioni.

      Ma i suoi veltri ebber timore
      E si misero a guair,
      E guardarono il signore
      E no ’l vollero seguir.

      In quel mezzo il caval nero
      Spiccò via come uno strale,
      E lontan d’ogni sentiero
      Ora scende e ora sale:

      Via e via e via e via,
      Valli e monti esso varcò.
      Il re scendere vorria,
      Ma staccar non se ne può.

      Il piú vecchio ed il piú fido
      Lo seguía de’ suoi scudieri,
      E mettea d’angoscia un grido
      Per gl’incogniti sentieri:

      — O gentil re de gli Amali,
      Ti seguii ne’ tuoi be’ dí,
      Ti seguii tra lance e strali,
      Ma non corsi mai cosí.

      Teodorico di Verona,
      Dove vai tanto di fretta?
      Tornerem, sacra corona,
      A la casa che ci aspetta? —

      — Mala bestia è questa mia,
      Mal cavallo mi toccò:
      Sol la Vergine Maria
      Sa quand’io ritornerò. —

      Altre cure su nel cielo
      Ha la Vergine Maria:
      Sotto il grande azzurro velo
      Ella i martiri covria,

      Ella i martiri accoglieva
      De la patria e de la fe’;
      E terribile scendeva
      Dio su ’l capo al goto re.

      Via e via su balzi e grotte
      Va il cavallo al fren ribelle:
      Ei s’immerge ne la notte,
      Ei s’aderge in vèr’ le stelle.

      Ecco, il dorso d’Apennino
      Fra le tenebre scompar,
      E nel pallido mattino
      Mugghia a basso il tósco mar.

      Ecco Lipari, la reggia
      Di Vulcano ardua che fuma
      E tra i bòmbiti lampeggia
      De l’ardor che la consuma:

      Quivi giunto il caval nero
      Contro il ciel forte springò
      Annitrendo; e il cavaliero
      Nel cratere inabissò.

      Ma dal calabro confine
      Che mai sorge in vetta al monte?
      Non è il sole, è un bianco crine;
      Non è il sole, è un’ ampia fronte

      Sanguinosa, in un sorriso
      Di martirio e di splendor:
      Di Boezio è il santo viso,
      Del romano senator.

  2. me la recitava mia mamma per farmi addormentare da piccola!!!

    • E meno male che a quella età non potevi sapere niente di Sigfrido, Attila, Crimilde, Hagen e Gunther, Unni e Burgundi, se no altro che dormire!
      Ciao : )


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