Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 15, 2017

Salvo per un pelo

pozzo

A volte ci chiediamo da che cosa dipenda se capita di ritrovarci in situazioni difficilissime, quasi disperate, e solo a prezzo di grandi sforzi riusciamo a venirne fuori, spesso all’ultimo momento. In realtà sappiamo bene che le cause principali di alcune nostre disavventure sono gli errori commessi, e quando riusciamo ad avere l’umiltà per dedicarci a un momento di riflessione giungiamo perfino a identificarli, e qualche volta a correggerli.
Negli scacchi accade frequentemente che dopo aver eseguito tre o quattro mosse deboli e forse una o due decisamente errate, ci ritroviamo legati con cinghie di cuoio a un tavolaccio di legno, mentre sopra di noi un enorme pendolo, che porta all’estremità una lama affilatissima, oscilla minaccioso, e ad ogni oscillazione che compie si avvicina sempre più.  Intanto, sulla scacchiera, trasformata per l’occasione in sotterranea stanza delle torture, la regina avversaria assapora il suo imminente trionfo e senza fretta sta cercando la posizione migliore per gettarsi sul nostro re, immobilizzato e inerme, con l’intenzione, mentre esegue lo scacco matto, di sfilettarlo come un sushi.  Proprio come sta per accadere al protagonista del racconto “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe.
Il racconto ci narra di come il condannato, dopo lunghe ore in cui è paralizzato dal terrore per la minaccia incombente, riesce a riprendere il controllo delle sue facoltà e in extremis elabora e realizza un piano per liberarsi, e ci riesce, dato che lo potrà raccontare.
Mentre esplorava febbrilmente ogni piccola possibilità di uscire da quella situazione, il condannato doveva anche lottare contro orde di topi affamati accorsi per sottrargli dal piatto la carne grassa e pepata che avrebbe dovuto costituire il suo ultimo pasto.
Non sono i simpatici topini che alleviano la solitudine di Cenerentola: sono grossi e schifosi ratti, pantegane, zoccole.
Quando la lama oscillante è ormai arrivata a pochi centimetri dalla sua pelle, il condannato è folgorato da un’idea: imbratta i legacci di cuoio che lo tengono legato al tavolaccio con gli avanzi di cibo e immediatamente una moltitudine di bocche voraci e denti taglienti si precipita su quelle cinghie insaporite, rodendole e spezzandole, un attimo prima che cali la mannaia.
Come accade per le opere di molti grandi scrittori anche in quelle di Edgar Allan Poe si possono trovare insegnamenti morali. Senza dubbio anche “Il pozzo e il pendolo” ne ha uno, che è anche uno degli insegnamenti degli scacchi: Anche nelle più gravi difficoltà non ci si deve mai dare per vinti, ma bisogna lottare sempre fino all’ultimo con tutte le forze per uscirne.
Il film degli anni ’60 è un monumento del cinema horror, ed è liberamente ispirato a quel racconto, ma ingloba anche elementi terrificanti tratti da altre storie di Poe. Questo consente a due mostri sacri del cinema “de paura” come Vincent Price e Barbara Steele, di mettere in mostra tutto il loro spaventoso repertorio per farci passare un paio d’ore di spensierato sudore  freddo.


Però, per motivi di cassetta, o forse per il codice etico che a quel tempo imperava a Hollywood, il film non è molto fedele al racconto. Non lo è, per esempio, nel descrivere l’aspetto del condannato, che nel racconto di Poe non è sbarbato di fresco e non indossa una camicia ben stirata. E soprattutto, diversamente da quanto accade nel racconto, nel film il condannato viene salvato dal fattivo intervento della sorella del carnefice, una brava ragazza, che si fa aiutare dal servitore.
Ma queste differenze, se fanno apparire il film barocco e datato, conservano al racconto di Poe la freschezza di una sorprendente modernità, che lo proietta al centro dell’attualità, e precisamente nella cronaca giudiziaria dei nostri tempi.
Perché anche quel condannato, un Berlusconi ante litteram,  ripone tutte le sue speranze di salvezza nella voracità delle zoccole.

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