Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 3, 2017

Palazzo Venezia – 1

La sera del Primo dell’anno mi ero messo a guardare uno di quei film vecchissimi che mi piacciono tanto e che ho già visto decine di volte, e forse stavo anche sonnecchiando, quando è apparsa improvvisamente Aldona, la Buona Fata del Nord Nord-Est e mi ha dato un colpo sulla testa con la sua bacchetta magica, alla cui estremità è posta una stella dalle punte aguzze, e mi sono risvegliato di soprassalto.
“Lo sapevi, Jons, che a Palazzo Venezia, a Roma, c’è una mostra di giochi di ogni epoca, e ci sono anche tante scacchiere?” ha esordito, “Ce n’è una in particolare, su un tavolino di marmo, che mi ha molto impressionato. C’erano due persone, un uomo e una donna, forse due visitatori, che stavano giocando in silenzio, immobili, e quella scena appariva quasi lugubre nella penombra del grande salone. Non ho potuto vedere come è continuata la partita, perché ho proseguito nel percorso di visita, e quando sono tornata accanto a quella scacchiera i due giocatori non c’erano più. Sulla scacchiera erano rimasti solo due pezzi, due figurine stranissime che non avevo mai visto. Perché non vai a vedere la mostra?”
Ho deciso di seguire il consiglio della Fata e la mattina dopo ero sul treno superveloce che mi portava a Roma.
Durante il viaggio ho cercato sul web notizie della mostra, e tra le numerose manifestazioni che interessano Palazzo Venezia ho trovato anche l’annuncio di una installazione realizzata da alcuni studenti delle ultime classi di un liceo, che hanno preso spunto da un’opera poetica di Byron, che ha quasi la forma di un oratorio, in seguito musicata da Shumann e infine adattata da Carmelo Bene alla sua maniera.
Incuriosito dalla particolarità dell’opera ho guardato il video che è stato realizzato dagli studenti, e che li mostra nel momento della preparazione prima di entrare in scena. Nelle note del video c’è una sintetica descrizione del contenuto.


Durante il breve video il personaggio di Manfredi chiede perdono ad Astarte, ma non riceve risposta.
E nemmeno io posso perdonare quei giovani per l’uso scriteriato che hanno fatto di una scacchiera.
Posso sorvolare sul fatto che abbiano usato una olivetti lettera 32 per scrivere una lettera di evocazione degli esseri infernali, e non a mano, intingendo la penna nel sangue.
Posso transigere sul fatto che la scacchiera usata sia una comunissima e bruttissima scacchiera da pochi soldi, e non una ricchissima e misteriosissima scacchiera popolata da artistiche figure demoniache.
Ma quando si mettono in scena gli scacchi bisogna almeno documentarsi per orientare correttamente la scacchiera, disporre correttamente i pezzi e far iniziare il gioco dal bianco, che muove sempre per primo.
E i loro professori non dicono niente? Nemmeno loro sanno giocare a scacchi? E quest’anno, con una parte del generoso bonus per la cultura messo a loro disposizione dal premier emerito, compreranno almeno un manuale di scacchi da pochi soldi?
“Ma dai, non fare il fanatico!” una voce dal fondo della vettura, che sovrasta per un attimo  una conversazione chiassosa e scherzosa, mi richiama alla realtà e mi persuade ad abbandonare l’atteggiamento censorio.  Devo ammettere che tutto sommato la prestazione artistica dei giovani mi è piaciuta, e posso anche riconoscere che non avrei saputo fare di meglio.
E siccome mi è cresciuta la curiosità di sapere qualcosa di un’opera che non conosco, ho scelto di rivolgermi al mentore di quei giovani, il grandissimo Carmelo Bene, il quale non mi ha deluso.


Quando sono arrivato a Palazzo Venezia e sono entrato nel grande salone dove sono in mostra le scacchiere, ho pensato tra me, o forse ho sussurrato in modo percepibile: “Adesso finalmente vedrò questa misteriosa scacchiera e risolverò l’enigma delle due figure rimaste…”
“Chi è che vuole svelare il mistero della scacchiera dei Borgia?” La voce veniva da un anfratto oscuro ricavato tra le panoplie che rivestono interamente i muri della sala, e nello stesso momento un essere indefinibile, di cui non riuscivo a vedere il volto, con passo strascicato e appoggiandosi a un bastone, avanzava verso di me. “Chi è tanto temerario da voler sfidare la potenza delle forze malefiche che l’hanno ammantata di magia e terrore?”

(continua)

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