Pubblicato da: scudieroJons | novembre 2, 2016

Politica “a gratis”?

camera

da Repubblica  – Affari e Finanza
del 31 ottobre 2016

Alberto Statera

Il pauperismo malattia infantile del populismo

Il populismo declina in pauperismo. Non il pauperismo medievale, ma una forma dei nostri giorni di isteria populista.
Più che cercare il metodo per combattere la povertà crescente – forse una missione impossibile nel capitalismo globalizzato – si dibatte ardimentosamente sugli emolumenti di qualche centinaio di rappresentanti del popolo che non vivono in “paupertas francescana”.
Perché dovrebbero farlo visto che la competenza non è gratis? Perché i “migliori” dovrebbero lasciare occupazioni ben più remunerative per un lavoro difficile e noioso?
E’ qui che bisogna distinguere tra chi fa politica per portare la sua esperienza a migliorare il paese e chi invece lo fa per intrallazzare, rubare o semplicemente intraprendere un mestiere che oggi non prevede più la saggia autorevolezza e competenza di chi lo esercita.
So che in epoca di dilagante populismo la posizione non è tra le più popolari, ma dimezzare l’indennità di 5 mila euro mensili dei deputati della Repubblica è soltanto un piccolo e un po’ ridicolo stratagemma per gratificare elettoralmente quel popolo furibondo – quasi sempre a ragione – che riversa le proprie legittime frustrazioni nei network e che attribuisce genericamente ai politici e alla politica tutte le responsabilità per le nefandezze di un paese che non funziona.  Anzi, nonostante gli altri 3.500 euro per l’assistenza parlamentare e i rimborsi spese – che naturalmente per questa funzione dovrebbero essere usati – i 5 mila euro ci sembrano piuttosto pochi, se un parlamentare fa il suo dovere con coscienza, tra elaborazione delle leggi, viaggi continui, cura del suo territorio, riunioni politiche e tutto quanto è legato a un’attività politica seria.
Non parliamo del pizzicagnolo sotto casa che apre bottega e aspetta che entrino i clienti per incartare un etto di mortadella e nel migliore dei casi battere qualche scontrino. Il problema non è l’indennità, ma la qualità del lavoro parlamentare, che forse mai è stata così scadente. Anche a causa dell’ “utopia” grillina, che ha portato in parlamento (o alla guida di Roma e di altre importanti città) giovanotti senza arte né parte, talvolta in lotta con il congiuntivo.
Ci vogliono invece stipendi giusti in relazione all’importanza delle funzioni svolte, insieme a rendiconti inattaccabili. Altrimenti sarà un invito a pratiche opache che si aggiungono all’inettitudine amministrativa. Virginia Raggi, per dire, governa la città di Roma che, tra problemi colossali, vale quanto diversi ministeri, con uno stipendio al limite del ridicolo.
Se al suo posto ci fosse la competenza che manca, il sindaco di Roma meriterebbe il doppio o il triplo dello stipendio che percepisce.
Ma uno vale uno e, tra i vari slogan per internauti stolti, l’utopia grillina, nutrita di un cumulo di furbizie, si sta trasformando in un incubo.
Chi ci garantisce che il taglio degli stipendi non aggravi la corruzione? E che a governare il paese vengano tanti berluschini col portafogli gonfio? Una classe dirigente basata sul censo e, alla fine, un Berluscone solo al comando?
Se vogliamo i migliori al comando c’è un modo: pagarli il giusto e convincersi che 5 mila euro al mese non sono un compenso da Creso.

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