Pubblicato da: scudieroJons | settembre 29, 2016

Epitaffio

Su il Fatto Quotidiano, Diego Fusaro, uno degli ultimi paladini di Berlusconi, fingendo di criticare il berlusconismo, si prende la soddisfazione di sparlare  dell’antiberlusconismo.

Inizia così:

Non sono mai stato berlusconiano. Ma ho sempre ritenuto che l’antiberlusconismo fosse peggio, se mai è possibile, del berlusconismo.

Questo l’articolo.

Tra i vari commenti all’articolo mi piace molto quello di Dario:

Io invece, caro Fuffaro, ho sempre ritenuto peggio di tutto i finti non-berlusconiani come te, che in realtà sono i più berlusconiani di tutti ma fanno finta di non esserlo per poter difendere l’indifendibile.

Per ricordarci chi è Berlusconi:

18/07/2014
Silvio Berlusconi è stato assolto da tutte le accuse. I giudici della seconda Corte d’Appello di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi, imputato per concussione e prostituzione minorile nel processo Ruby, per entrambi i capi di imputazione. In primo grado l’ex premier era stato condannato a sette anni. Per quanto riguarda la concussione, per i giudici “non sussiste”; per la prostituzione invece “il fatto non costituisce reato”. È arrivata intorno alle 13 come previsto la sentenza dei giudici della seconda Corte d’Appello di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile nel ‘caso’ Ruby. Poco più di un anno fa, l’ex premier era stato condannato in primo grado a sette anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici (sei per concussione e uno per prostituzione minorile).

La concussione è la pressione esercitata da Berlusconi sulla Questura di Milano per far rilasciare una ragazza minorenne, senza documenti, accusata di furto, che fu poi portata da Nicole Minetti a casa di una prostituta brasiliana.

La prostituzione minorile è l’aver approfittato di una ragazza minorenne, peraltro già depravata da precedenti frequentazioni, ospitandola nel suo letto, invece di inviarla a una casa di recupero come prescrive la legge.

Ecco come ne parla chi l’ha conosciuto da vicino:

C’era una volta un’Italia in cui si era o pro o contro. Silvio Berlusconi si amava o si detestava. O, quantomeno, si doveva scegliere: si saliva sul suo carro o si restava sdegnosamente a terra. Poi è cambiato tutto: gli amici sono diventati nemici, come nell’8 settembre riassunto in “Mediterraneo” di Salvatores, con la differenza che i nemici si sono ben guardati dal diventare amici. Fini, Casini, Bossi, Alfano, Formigoni, Follini, Pisanu, Urbani, Bondi, Bonaiuti, Verdini, Capezzone, Cicchitto, Guzzanti, Fede… Sono solo alcuni dei fedelissimi che lo hanno più o meno fragorosamente abbandonato in diversi momenti della sua parabola.

Il 29 settembre Silvio Berlusconi compie 80 anni. Il noto abuso di lifting, trapianti e tintura per capelli gli preclude il physique du rôle da padre nobile, al quale pure ambisce. Negli ultimi anni aveva preso a somigliare in verità alla salma imbalsamata di Mao conservata al mausoleo di Pechino. Poi il recente intervento chirurgico e la convalescenza lo hanno ricondotto sui binari dell’anagrafe, come ammette lui stesso in un’intervista la rotocalco di famiglia Chi. Quale eredità lascia al Paese che lo ha tanto amato-odiato? Gli economisti possono cimentarsi sul pil, sulla rivoluzione liberale, e andare a cercar tracce della cuccagna fiscale promessa dai celebri manifesti sei metri per tre. I sociologi potranno dirci se davvero le sue tv, dagli anni Ottanta a oggi, abbiano contribuito a rimbecillirci un po’ di più. Osservatori di ogni estrazione documenteranno se e come il fiume di milioni riversato nel Milan abbia “rovinato il calcio” (forse la critica che gli ha fatto più male in questi anni, secondo chi lo conosce bene). Di processi, condanne, assoluzioni, prescrizioni, leggi ad personam e leggi vergogna esiste vasta letteratura (aggiungiamo solo che il Parlamento ci sta mettendo anni per liberarci dalla più nefasta, la “ex Cirielli”, che ogni anno manda al macero 100mila procedimenti penali e, secondo il presidente dell’Anac Raffaele Cantone è “un incentivo alla corruzione”; e mettiamoci pure una legge elettorale “porcata” che dopo 11 anni non è ancora del tutto sanata). Dell’uomo, poi, parlano le amicizie pericolose, gli sconfinamenti nel milieu mafioso e le inquietanti presenze dell’inner circle: Previti, Dell’Utri, Mangano, Lavitola, De Gregorio, Mora, Tarantini… E il cinepanettone vanziniano diventato realtà: Ruby, le olgettine, le cene eleganti.

”Il signor Berlusconi è un corruttore. E ora se vuole mi quereli”. Chi lo ha detto? Un leader dei Girotondi? Il Fatto Quotidiano? No, Gianfranco Fini, suo alleato di ferro per un buon quindicennio e vicepresidente del consiglio dal 2001 al 2006. Poi la rottura sulla nascita del Pdl e il celeberrimo “Che fai mi cacci?” che il 22 aprile 2010 ruppe la liturgia pastellata tipica delle kermesse berlusconiane. Così al traghettatore dell’Msi in Alleanza nazionale toccò il “metodo Boffo” di stampo felltrian-sallustiano: tre mesi più tardi Il Giornale pubblicò la prima puntata sulla vicenda dell’appartamento di Montecarlo, poi archiviata. Solo che il 28 settembre 2012 il faccendiere Valter Lavitola rese pubblica una lettera in cui sosteneva fra l’altro di aver ricevuto da Berlusconi “400-500 mila euro” di “rimborsi spese” per tirarla fuori. “Spero che gli italiani capiscano ora chi è Silvio Berlusconi”, continuava Fini. “Provo disgusto nei confronti di una persona che davvero merita di essere conosciuto per quello che autenticamente è. E non mi riferisco a Lavitola” (Otto e mezzo, 28 settembre 2012).

Così Fini diventò prodigo di aneddoti che i vituperati ormai ex girotondini potrebbero prendere e incorniciare in salotto. Come quello svelato nel 2013 all’uscita del libro Il Ventennio. Io, Berlusconi e la Destra tradita. L’ex presidente della Camera racconta che “nella primavera del 2010 Berlusconi mi venne a chiedere di intercedere sul presidente dalla commissione Giustizia Giulia Bongiorno perché fosse più disponibile a recepire un disegnino di legge o un emendamento per accorciare i tempi per la prescrizione di alcuni reati. Dissi che non se ne parlava proprio”. Poi capì il senso della richiesta: con quell’intervento la sentenza che il primo agosto di quell’anno avrebbe condannato definitivamente il leader di Forza Italia per frode fiscale “non ci sarebbe mai stata”. Perché – udite udite – ”Berlusconi pensava di risolvere le sue questioni con leggi ad personam e pur di raggiungere i suoi obiettivi era di una determinazione implacabile. Era invece molto più prudente su altre questioni che generavano polemiche, come l’articolo 18, dove il governo fece marcia indietro”. L’ex alleato, dirà ancora il fondatore di Alleanza nazionale, “è il più grande bugiardo sulla faccia della terra e si convince delle bugie che dice” (9 febbraio 2013).

Un altro autorevole girotondino di ritorno è Pier Ferdinando Casini. Anche lui, come Fini, svelto per anni a difendere ogni legge vergogna e a coprire ogni gaffe, salvo poi togliersi molti sassolini dalle scarpe alla fine della storia, arrivata dopo la sconfitta elettorale del centrodestra nel 2006. Che, col senno di poi, il leader dell’Udc analizzò così: “Se Berlusconi, nei cinque anni di governo, si fosse occupato meno di giustizia e di televisione forse avremmo rivinto le elezioni” (Otto e mezzo, 25 ottobre 2007). In pratica lo stesso concetto che campeggiava su un cartello girotondino: “Iddu pensa solo a iddu” (mutuato dall’intercettazione fra due mafiosi detenuti che si lamentavano di certi provvedimenti legislativi che stentavano a materializzarsi). E ancora: “Il partito della libertà ha più i requisiti di una proprietà privata di qualcuno” (17 febbraio 2008). Dunque conflitto d’interessi, partito-azienda… Quello che da anni andavano ripetendo gli antiberlusconiani, ma come mai lui che è stato al fianco del Leader fin dal 1994 ci ha messo così tanto tempo ad accorgersene? Lo spiegherà qualche anno più tardi a una manifestazione dell’Udc: ”Io ho sbagliato, perché 15 anni fa ero convinto che l’avventura berlusconiana potesse in qualche modo assorbire le anomalie legate al suo leader”, ha ammesso. ”Poi mi sono accorto che più il tempo passava più si moltiplicavano le anomalie” (23 ottobre 2010). Anzi, rivendicherà più avanti Casini, ”il nostro partito ha capito per primo l’inganno di Berlusconi, proprio mentre metà degli italiani sposavano le sue illusioni” (20 luglio 2012). E gli epici ingaggi all’arma bianca contro i magistrati? ”L’attacco alla magistratura di Berlusconi è demenziale” (2 dicembre 2010). Certo l’ex Cavaliere non ha incassato in silenzio i colpi dei due ex: ”Sono i peggiori personaggi che abbia mai avuto modo di incontrare in vita mia” (Telecamere, 11 febbraio 2013). Tante alleanze si sono rotte nella Seconda repubblica, a partire dalla drammatica frattura a sinistra fra Bertinotti e Prodi. Che ancora brucia, ma non ha mai portato a rese dei conti di questo tenore.

Ora un quiz davvero difficile. Di chi è questa dichiarazione? “Berlusconi ci lasciava giocare con la politica e con le idee, fino a che non toccavamo la sostanza dei suoi interessi e del suo potere. Ricordo che, quando ero ministro, osai parlare di un canale televisivo pubblico dedicato alla cultura senza pubblicità. Subito, il pur mite Fedele Confalonieri mi redarguì bruscamente”. La risposta è Sandro Bondi. Per anni l’ex sindaco Pci di Fivizzano folgorato sulla via di Arcore è stato l’emblema del berlusconismo acritico e sfrenato. Nove mesi dopo l’addio a Forza Italia, il cantore del Cavaliere approda ad Ala di Verdini e consuma il parricidio. Berlusconi è come il Conte Ugolino della Divina Commedia, afferma, “quello che divora il cranio dei suoi figli”, e lo fa per “sadismo”. In realtà, concludeva, “sono giunto alla conclusione che non vi è alcuna grandezza tragica in lui”. E pensare che il Bondi dei tempi d’oro scolpiva negli archivi delle agenzie di stampa raffiche di dichiarazioni di questo tenore: “In Berlusconi c’è una forza morale, religiosa, umana che traccia un impegno politico che non tutti dimostrano di comprendere” (6 agosto 2003, Corriere della Sera). E ancora: “E’ necessario difendere fino in fondo Berlusconi e la sua maggioranza dell’accanimento persecutorio dei giudici. Fino al sacrificio del nostro corpo” (8 agosto, Il Giornale). Berlusconismo estremo. Però l’uomo che avrebbe sacrificato il proprio corpo per fermare i pm è stato uno dei tre coordinatori nazionali del Pdl, allora partito di maggioranza relativa. Arduo credere a una “rivoluzione liberale”, più facile pensare a certi film di Alberto Sordi.

Il bilancio del berlusconismo è affare complesso, anche se il crepuscolo degli ultimi anni dice più di cento analisi. Certo che quella di uno dei fondatori di Forza Italia, il politologo Giuliano Urbani, è impietosa. Urbani non ha mai usato i toni rancorosi di altri ex. Però, ammetteva su La Stampa il 26 gennaio 2014, il tentativo di ”vedere finalmente in Italia un partito liberale di massa” fu ”una grande occasione perduta”. Infatti “avevamo un gigantesco debito pubblico, e in questi vent’anni non l’abbiamo ridotto di un euro, anzi è ulteriormente cresciuto. Il sistema politico fa ridere, o piangere a seconda dei punti di vista”. E le energie fresche della società civile scese in campo con Berlusconi nel 1994 “hanno assorbito i vizi della vecchia politica, dal clientelismo alla lottizzazione, alla corruzione”. Ecco, questo è Berlusconi raccontato da chi lo ha conosciuto bene e non è mai stato minato dal terribile tarlo della sua “demonizzazione”. Alla vigilia dell’ottantesimo compleanno, il quattro volte presidente del consiglio rilascia una malinconica intervista a uno dei suoi giornali, Chi. Provato dal recente intervento al cuore, disegna un futuro in cui la famiglia conterà più della politica: “La cosa che ho realizzato, forse la più importante, è che passerò più tempo con i miei figli e i miei nipoti”. Si vedrà. Certo Berlusconi non sarebbe stato Berlusconi, e forse l’Italia non sarebbe l’Italia di oggi, se in tanti non avessero chiuso gli occhi e la bocca per così tanto tempo in nome di convenienze del momento o di improbabili rivoluzioni.

da il Fatto Quotidiano.

 

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