Pubblicato da: scudieroJons | settembre 19, 2016

Storia delle sette Radegonde

Dallo scaffale del libraio il libro mi guardava invitante. Ma siccome non ne avevo letto nessuna recensione, non sapevo di che argomento trattasse ed ero in dubbio se comprarlo o no. Allora mi sono fidato del mio infallibile metodo di scelta: ho aperto a caso il libro e ne ho letto alcune righe, quanto bastava per classificarlo.
Ecco quello che ho letto:
Lanzillo aspettò che cessassero i rumori delle seggiole smosse e i piccoli colpi di tosse.
Indi, accomodatosi a sedere, rimase per brevi istanti silenzioso.
Alla fine, sospirando, disse:
“Nessun maggior dolore, che ricordarsi del tempo felice nella miseria”. Così il Poeta.
E poco più avanti ho trovato:
“Già Virgilio”, proseguì Lanzillo, “di cui si celebra quest’anno il bimillenario della nascita, aveva espresso magistralmente questo concetto nell’Eneide: “Infandum, regina, jubes renovare dolorem”, [tu mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore] con quel che segue”.
eneadidone
E’ un libro sul mondo classico, mi sono detto, proprio quello che cercavo. Lo metterò sullo stesso scaffale dell’Iliade e dell’Eneide, a fianco delle Nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso.
In realtà è la storia, moderna, delle vicissitudini patite da un giovane che il padre ha accompagnato all’arrivo della nave con la quale doveva giungere la sua promessa sposa. Ma una tempesta spinge la nave contro gli scogli e la fa naufragare. Per un’incredibile sbadataggine del comandante, che aveva attrezzato la nave non con giubbotti di salvataggio regolamentari ma con cinture di castità a prova di effrazione, per l’equipaggio e gli sfortunati passeggeri, che hanno tutti indossato le cinture di castità, inizia un duro periodo, perché tutte le chiavi delle cinture di castità vengono smarrite durante il naufragio. C’è chi da questo contrattempo non sembra preoccuparsi troppo, come il padre della promessa sposa, angustiato da troppi lustri da una moglie autoritaria, ma c’è anche chi ne soffre fino a rasentare la disperazione. E’ il caso di un passeggero della nave, Lanzillo, il più grande seduttore del mondo, a cui tutte le donne cadono ai piedi ad un suo solo sguardo. Ma egli, adesso, con indosso la cintura di castità, non può più rialzarle al livello del divano, come era solito fare, e le sue sfortunate aspiranti vittime se ne vanno inviperite.
Come un novello Odisseo al cospetto della regina Arete, o come un redivivo Enea di fronte alla regina Didone, Lanzillo racconta i lacrimevoli avvenimenti che lo indussero a intraprendere quel drammatico viaggio:

“Vi dirò”, disse, che, tempo fa, divenni l’amante di una bellissima signora. Ma, per l’occhio del mondo, una sola amante non mi bastava. I primi tempi le facevo tingere i capelli, ora in biondo, ora in nero, per far credere agli amici che avessi due amanti. Ma un giorno pensai: “Che sciocco! Perché buttar via quattrini con le tinture, quando potrei avere realmente due amanti? e, magari, tre? e, perché no?, quattro? Detto fatto, decisi di trovarne qualche altra. La cosa era piuttosto pericolosa, perché la mia donna era gelosissima. Trovai un sistema sicuro: mi sarei fatto delle amanti che si chiamassero come lei. Ma questo era tutt’altro che facile, perché la mia amante si chiamava, purtroppo, Radegonda. Tuttavia, con un po’ di buona volontà e senza star troppo a guardare per il sottile, scovai altre cinque o sei Radegonde e le feci mie.
“Così, benché tutte gelosissime, mi sentivo tranquillo. Quando in sogno m’avveniva di pronunziare il nome d’una di queste Radegonde, la Radegonda di turno era tutta contenta credendo che alludessi a lei; e giuravo tranquillamente tutte le volte che una di loro, per quei divini capricci che rendono più bello l’amore, mi diceva: “Giurami che ami soltanto la tua Radegonda”.
“E, se per un altro di quei divini capricci che rendono anche più bello l’amore, una di queste Radegonde mi diceva all’improvviso: “A chi pensi in questo momento?”, io rispondevo prontamente: “A Radegonda”. “Me lo giuri?”. “Te lo giuro”.
“Ero sincero.
Un giorno la Radegonda n° 1 venne da me tutta allegra e mi disse:
“Indovina che ho ricevuto oggi?”
“Una cartolina vaglia?”
“No, una lettera anonima”.
“Che bella sorpresa!”, esclamai.
“Sì, proseguì la Radegonda n° 1, “Ho ricevuto una lettera anonima, dove mi si denunzia che tu hai un’amante”.
“Oh, mascalzoni. E’ una turpe e vile menzogna!”
“Invece “, aggiunse la Radegonda n° 1, “questa è la verità. Nella lettera mi si dice persino il nome della tua amante. Si chiama Radegonda.”
“E tu ci hai creduto?”.
“Ma, esclamò la Radegonda n° 1, “non capisci che quegli sciocchi alludono a me?”.
“Non ci avevo pensato”.
La stessa scena avvenne a distanza di poche ore con le altre cinque Radegonde, che avevano ricevuto altrettante lettere anonime.
Senza contare i vantaggi pratici che mi vennero da questa situazione. Io scrivevo regolarmente una sola lettera per tutte e sei. Cominciando sempre: Adorata Radegonda. Dedicavo le mie poesie Alla mia dolce ispiratrice Radegonda. E mi professavo pubblicamente amante di Radegonda.
Ma un giorno stava per scoppiare la bomba: il marito di una di queste Radegonde venne a sapere che la moglie lo tradiva con me e mi sfidò a duello.
“Adesso”, pensai, “i giornali pubblicheranno la notizia che mi sono battuto a duello col marito della mia amante Radegonda e le altre Radegonde scopriranno il trucco, visto che i loro rispettivi mariti non faranno nessun duello con me”.
“Come fare? Mi soccorse la mia astuzia. Feci pervenire lettere delatrici ai mariti di tutte le mie Radegonde e mi battei a duello con tutti e sei.
“Sei duelli, signori, ma la pace in famiglia fu salva.
“Ed ecco che, come fulmine a ciel sereno, sopraggiunse un tremendo colpo. Un giorno mi trovavo nella mia stanzetta, intento a scrivere le mie memorie, allorché entrò il mio fido cameriere.
“C’è una lettera per lei”, mi disse.
“Lacerai la busta con mano febbrile. Era una lettera anonima. Non conteneva che queste parole: Radegonda sa tutto. Sa che avete altre cinque amanti che si chiamano come lei e vi cerca per uccidervi. Se vi è cara la pelle, fuggite, allontanatevi da lei, cercate di dimenticarla e di farvi dimenticare. E accogliete i sensi della più viva considerazione, ecc.
Seguivano le firme.
“Rilessi la lettera tre o quattro volte, sperando di non averne bene afferrato il senso, come talvolta mi accade. Ma, purtroppo, avevo capito bene. Il mio primo pensiero fu di farla finita con la vita, ma poi, un poco più calmo, pensai:
“No. Io ho il dovere di vivere. Per i miei bambini, che certo finirò un giorno per avere. E, del resto, se una Radegonda mi viene a mancare mi restano le altre cinque”.
A questo punto mi sorse davanti la spaventosa domanda, a cui non ho mai saputo trovare risposta: qual era la Radegonda che aveva saputo tutto e mi cercava per uccidermi?
Tremenda incognita. Come potevo presentarmi a una qualunque delle mie Radegonde senza sapere se fosse quella che voleva uccidermi, o no? Decisi di partire per un lontanissimo paese, abbandonandole tutte, e quella sera stessa m’imbarcai.
Sulla nave, soffrivo le più atroci pene, a causa del mal di mare e del continuo timore di incontrare quella tra le mie amanti che mi cercava per uccidermi. Nei rari momenti di tranquillità che mi concedeva il male, esploravo l’orizzonte, temendo sempre di veder apparire quella donna vendicativa. Ma l’effetto del mare finì per avere il sopravvento e trascorsi molto tempo in uno stato per fortuna indescrivibile.
Soffrivo maggiormente perché ero vestito da toreador, come si vedrebbe nella figura 1, se ci fosse. Ricordo che gli ultimi giorni di traversata li passai attorcigliato al tubo del bastimento, in uno stato di prostrazione infinita. Le uniche cose che mi tenessero un po’ su erano il pensiero di essere ormai fuori pericolo e la speranza di un naufragio.
Sbarcato, decisi di cambiar nome, per non essere riconosciuto; ma non sapevo che nome adottare. Nell’incertezza, mi rivolsi a un’agenzia apposita e dissi all’impiegato:
“Come potrei farmi chiamare per non essere riconosciuto?”
“Mi lasci pensare”, disse l’impiegato, “torni domani”.
“Suonava l’una all’orologio della cattedrale di Westminster, allorché l’indomani, varcavo nuovamente la soglia dell’agenzia.
“Ebbene?”, chiesi all’impiegato, con emozione. “Ha trovato come potrei farmi chiamare, per non essere riconosciuto?”.
“Sì”, disse l’altro, “aspetti, l’ho segnato”.
Scartabellò il registro e aggiunse:
“Ecco. Si faccia chiamare col fischio.”
Fu così che da quel giorno dissi a tutti di chiamarmi Colfischio. Divenni una rarità, perché in tutto il mondo eravamo in pochi a essere chiamati Colfischio. Anzi, posso dire che non c’ero che io.
“Basta, tutto pareva essersi accomodato per il meglio e nel mio nuovo nome nessuno mi riconosceva, quando avvenne un fatto che dette un nuovo indirizzo alla mia vita. Facevo la corte a una bellissima ragazza e, dopo infinite preghiere al mio santo protettore, riuscii ad avere un appuntamento. Quando ci trovammo soli, le caddi ai ginocchi e, singhiozzando, le palesai il mio amore. Ella mi abbracciò e disse:
“Anch’io l’amo, commendatore”.
“No”, le gridai, “non mi chiamate commendatore”.
“Cavaliere, forse?”, fece lei, un poco delusa.
“No”, mormorai, “chiamatemi…”
E reso più audace dal suo sguardo, le dissi con tenera intimità:
“Chiamatemi semplicemente Colfischio”.
La poveretta cominciò a piangere e ripeteva tra i singhiozzi:
“Non posso, non mi riesce di chiamarti Colfischio. Non potrò mai”.
“E perché?”, chiesi in tono di dolce rimprovero.
“Perché non so fischiare”, rispose la bellissima ragazza, nascondendo il volto tra le mani.
Mi alzai. Mi ricomposi. Dissi freddamente:
“Cercate di dimenticarmi”.
E uscii.

da Agosto, moglie mia non ti conosco
di Achille Campanile

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