Pubblicato da: scudieroJons | marzo 2, 2016

Errori inspiegabili

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Una partita a scacchi è generalmente la lotta tra due volontà, in cui ciascuno dei due contendenti cerca di imprimere al gioco una fisionomia a lui favorevole, con mezzi leciti, quelli previsti dal regolamento sportivo, e qualche volta, almeno accadeva in passato, con mezzi illeciti.
Luis Ramirez de Lucena, il primo trattatista rinascimentale, nel suo tempo indiscussa autorità in fatto di scacchi, raccomandava: “Se giocate la sera al lume d’una candela, mettetela a sinistra; i vostri occhi saranno meno offesi dalla luce ed avrete già un grande vantaggio a fronte dell’avversario”.
Quando nessuno dei due giocatori riesce a imporre la sua volontà all’avversario, il gioco ne risulta frammentato in molteplici tentativi appena abbozzati e subito abortiti, risultando alla fine estremamente caotico e il successo di uno dei due è dovuto più al buon esito di un’azione tattica che a una superiorità strategica.
Accade però alcune volte che i due giocatori concorrano inavvertitamente con le loro mosse a imprimere una fisionomia condivisa alla partita. A volte sembrano essersi accordati per giungere a una certa posizione che entrambi giudicano favorevole ai propri pezzi.
Solo a fine partita si scoprirà quale dei due giocatori sia caduto in errore.
Anche i giocatori più esperti possono incorrere in simili errori, come pure nella vita comune anche le persone più accorte possono abbracciare un ideale sbagliato.
Alla fine del XV secolo Niccolò Machiavelli si arrovellava su un evento di cui era stato testimone e che era difficilmente spiegabile.  “Il popolo di Firenze non pare essere né ignorante né rozzo, nondimeno da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio”.
Ancora più sorprendente gli dovette apparire il tragico errore compiuto da Cesare Borgia, il Duca Valentino, per il quale manifestava un’ammirazione smisurata per l’astuzia e la determinazione dimostrate nel perseguire l’obiettivo di creare un forte stato nell’Italia centrale.
A parziale scusante del Duca cita le difficoltà sopravvenute all’improvvisa morte del papa, Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, padre del Valentino, e alla contemporanea malattia che aveva debilitato Cesare Borgia in un momento cruciale per la sua avventura politica e militare, con uno stato non ancora consolidato e tanti nemici in armi attorno a lui.
Ma su un punto è categorico: Cesare Borgia sbagliò a consentire che fosse eletto papa (con il nome di Giulio II) il cardinale Della Rovere, membro di una famiglia dalla quale era diviso da una inimicizia insanabile.
Così conclude il capitolo settimo del Principe: “Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio pontefice, nella quale lui ebbe mala elezione; perché, come è detto, non possendo fare uno papa a suo modo, poteva tenere che uno non fussi papa; e non doveva mai consentire al papato di quelli cardinali che lui avessi offesi, o che, diventati papi, avessino ad avere paura di lui. Perché li uomini offendono o per paura o per odio. Quelli che lui aveva offesi erano, infra li altri, San Piero ad Vincula [Della Rovere], Colonna, San Giorgio, Ascanio; tutti li altri, divenuti papi, aveano a temerlo, eccetto Roano e li Spagnuoli: questi per coniunzione et obligo; quello per potenzia, avendo coniunto seco el regno di Francia. Pertanto el duca, innanzi ad ogni cosa, doveva creare papa uno spagnolo, e, non potendo, doveva consentire che fussi Roano e non San Piero ad Vincula. E chi crede che ne’ personaggi grandi e’ benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s’inganna. Errò, adunque, el duca in questa elezione; e fu cagione dell’ultima ruina sua”.

Nella partita che segue il bianco sembra voler collaborare con l’avversario nel processo di eliminazione di alcuni pezzi minori, e non cerca di contrastare, anzi sembra quasi favorire l’apertura di una colonna e di una diagonale che saranno i pezzi neri a occupare per primi per usarle come vie di comunicazione al fine di sferrare in profondità il loro attacco, divenuto ormai imparabile.

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