Pubblicato da: scudieroJons | novembre 12, 2015

La maestra Carmelina Scannapieco e gli Scacchi a Scuola – 3

Scritto in collaborazione con Medeapartenope

PARTE TERZA – La grande sfida

Quando Jons fu completamente libero dalla macumba e fu tornato in sé, tutte le energie soprannaturali che gli venivano dal suo precedente stato di zombie lo abbandonarono; si sentì mancare e cadde in ginocchio davanti alla maestra.
Carmelina avanzò verso di lui e lo sostenne, gli prese la testa tra le mani e lo strinse a sé.
Si accorse che Jons singhiozzava e gli chiese con voce amorevole: “Sei pentito, vero Jons? Stai soffrendo per tutto il male che hai fatto?”
“No, non è per quello. – singhiozzò Jons tra le lacrime – E’ per la giacca rovinata: dove lo trovo adesso un blazer che mi stia così bene come mi stava questo?”
Carmelina si trattenne a fatica dal dargli un nocchino sulla testa, ma poi decise di perdonarlo e lo strinse ancora più forte.
Jons all’improvviso non piangeva più, ma si aggrappava al corpo di Carmelina ipnotizzato dalla grande impronta scura lasciata dal ferro da stiro sulla culotte della maestra, a pochi centimetri dal suo viso. La forza simbolica di quel segno gli ispirò un desiderio irrefrenabile. Afferrò l’elastico dell’indumento e lo tirò verso il basso, con un gesto lento e solenne che diede a Carmelina il tempo per sollevare con la sua abituale complice eleganza prima una gamba e poi l’altra. Quando l’indumento fu completamente sfilato Jons se lo mise in tasca.
Poi si tolse quello che rimaneva della giacca e si liberò degli altri suoi indumenti. La cravatta, ridotta a un legaccio informe, fu necessario tagliarla.
Carmelina e Jons fecero l’amore, teneramente e selvaggiamente, prima sul tappeto del soggiorno, e infine sul grande letto della maestra, per alcune ore, prima di cadere profondamente addormentati mentre erano ancora abbracciati.
Quando il mattino dopo Jons si svegliò, si accorse subito che il bruciore nel petto che lo aveva tormentato durante la sua esistenza di zombie non era più forte come prima, ma non era completamente scomparso: forse, in attesa di abbandonarlo del tutto, si era semplicemente trasferito all’esterno.
Guardandosi allo specchio si accorse che sul suo torace era disegnata, con striature rosse, gialle, verdi e violacee quella che sembrava la mappa della rete metropolitana di una grande città europea. Un rapido sguardo verso il letto gli confermò che Carmelina, che proprio in quel momento si stava  svegliando, aveva ancora indosso il corsetto tempestato di cristalli.
Mortificata dall’accaduto, la maestra si profuse in scuse, e si tranquillizzò solo quando fecero di nuovo l’amore, questa volta però solo teneramente e senza corsetto.
Poi Carmelina, che si era sempre classificata con il punteggio massimo in tutti i corsi di primo soccorso a cui aveva preso parte, lenì la sofferenza di Jons con un unguento a base di erbe medicinali e con le sue dolci carezze.
Dopo una doccia e dopo essersi rivestito con gli indumenti che teneva di scorta a casa di Carmelina, Jons telefonò ad una impresa di pulizie, per ordinare la ripulitura delle scale, e partì alla ricerca delle perline di vetro disperse, per ricostituire la collana.
Quando un paio d’ore dopo ritornò, con un barattolo colmo di perline, trovò la maestra Scannapieco al computer.
C’erano grandi novità.
Dal ministero la informavano con una mail che la commissione che doveva selezionare i progetti per gli scacchi a scuola aveva lavorato celermente e aveva emesso il responso.
“Jons! – annunciò festante la maestra – Il nostro progetto è stato scelto! E’ arrivato primo…”
“Ah, bene! E’ una bella notizia!” interloquì Jons.
“…ex equo con il progetto presentato da una certa Regyna Ramos de Queiroz!”- continuò Carmelina incupendosi un po’.
“Lo sapevo che non poteva andare tutto liscio! – si rammaricò Jons, preoccupato dal vedere infastidita la maestra – E chi sarebbe questa Ramos?”
“Credo che sia la famosa giocatrice brasiliana di cui si è invaghito il marito della vice-ministra. L’ho cercata su internet e ho letto che è una tra le migliori giocatrici del suo paese. Secondo me quella strega della vice-ministra, visto che non riusciva a distruggerci separatamente, ci ha messo contro quella coppia che lei vorrebbe veder rovinata. Forse spera che ci distruggeremo a vicenda”.
“E adesso ci vorrà altro tempo e altre audizioni per decidere il vincitore assoluto?”
“No, Jons, l’Italia ha cambiato verso! Si fa tutto adesso! Il premier ha deciso di velocizzare l’iter burocratico perché dice che con gli scacchi la scuola riparte, e se riparte la scuola riparte anche l’Italia. Durante una conferenza stampa ha dichiarato: “Ho sempre tenuto sulla parete del mio ufficio la foto di Ernesto “Che” Guevara che gioca a scacchi”

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e poi ha stabilito le modalità per la scelta del progetto vincente.
I presentatori del progetto, che saremmo noi e quegli altri due, dovranno affrontarsi in una partita a scacchi con pezzi viventi, in pubblico, e dovranno prendere parte alla sfida nelle vesti di re e regina. Solo loro due potranno decidere le mosse da giocare. Un notaio inviato dal ministero vigilerà sulla regolarità della sfida e convaliderà il risultato. Lascia a noi la composizione della squadra, la preparazione dei costumi e la scelta del giorno e del luogo”.
“Pazienza. – commentò Jons, – Se quella brasiliana è veramente così brava sarà molto dura batterla. Domani andrò al ministero per prendere accordi sulle…”
“C’è anche una notizia che ti interessa personalmente. Alla tv hanno detto che sei ricercato”.
“Sì, lo ammetto, – cominciò a dire Jons, con un gesto di nonchalance, –  vesto con una certa eleganza, mi distinguo per i miei modi raffinati e il mio eloquio fluisce con grazia e ricercatezza, e per questo…”
“Jons, smettila di  fare il buffone! Non dicevo in questo senso. Sei ricercato dalla questura, per i disastri che hai combinato negli ultimi giorni. Ci sono pagine e pagine di capi d’accusa”.
Allora Jons si fece serio. Andò nello stanzino dove la maestra teneva le valigie e ne uscì portando con sé lo zaino che era sempre pronto.
“Credo che per me sia meglio cambiare aria per qualche tempo, almeno fino a quando non ci sarà stata la partita a scacchi. Ce la puoi fare anche da sola, io ti assisterò da lontano, col pensiero. Ti lascio il mio cellulare, così mi puoi chiamare quando vuoi”.
Così dicendo posò il telefonino sul tavolo, diede un ultimo bacio a Carmelina e se ne andò.
La maestra Scannapieco era rimasta senza parole all’improvvisa partenza di Jons, ma appena fu tornata in sé e si fu convinta che in fondo era meglio così, fu subito sommersa dallo sconforto per il fatto che avrebbe dovuto affrontare una sfida così difficile senza l’aiuto scacchistico di Jons.
Il solito pasticcione: nella fretta di andarsene le aveva lasciato il suo cellulare… bene: come avrebbe mai potuto risponderle senza un telefono?
Per reagire a quel pensiero deprimente si mise subito in azione. Prese appuntamento per l’indomani al ministero per il sorteggio dei colori, e per concordare le altre modalità della partita, poi telefonò alla segreteria del sindaco di Napoli esponendo la questione e chiedendo la disponibilità di una grande piazza cittadina come teatro della sfida. Con grande gioia di Carmelina il prosindaco le confermò che il sindaco si era detto favorevole, e se il ministero e gli altri concorrenti fossero stati d’accordo, il Comune sarebbe stato in grado, in quattro giorni, di predisporre la piazza, attrezzandola di scacchiera  gigante, impianti di illuminazione e amplificazione sonora, containers per i servizi logistici per i partecipanti e tribune per gli spettatori.
Il giorno dopo, al ministero, Carmelina espose la sua proposta alla ministra e a Regyna Ramos, che accettarono Napoli come sede della sfida. Poi il notaio procedette al sorteggio e a Carmelina fu assegnato il nero.
Nei giorni successivi Carmelina ebbe poco tempo per soffermarsi a pensare, perché doveva allestire la squadra di pezzi degli scacchi viventi. Chiamò a raccolta i suoi ex allievi e formò una schiera di pedoni con i ragazzi della media inferiore e le figure con quelli dei licei. Per la figura del re si rivolse ad Armando, il bidello del piano terra, uno scapolone, un bell’uomo, che in tanti anni di servizio non era mai salito ai piani superiori, perché non era previsto nel mansionario. A lui  le cose bisognava spiegarle sempre più di una volta, ma in compenso aveva il pregio che dove lo mettevi là stava.
Solo quando guardava il telefono di Jons, che era rimasto sul tavolo, Carmelina si intristiva.
Però qualche volta, durante le prove dei costumi o nel corso dei sopralluoghi effettuati in piazza Plebiscito per verificare l’avanzamento dei lavori, le sembrava che l’autista del pulmino, o l’operaio che montava le impalcature, o perfino il turista che si aggirava tra la folla dei curiosi, assomigliassero straordinariamente a Jons.

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Lei si diceva che ragionevolmente non poteva essere lui, ma si sentiva ugualmente confortata da quella presenza.
Nei giorni seguenti Carmelina diede tutte le disposizioni per la preparazione dei costumi, che per i pedoni consistevano in una semplice tuta nera con corazza, elmo e spada verniciati d’argento. Solo per lo scudo a ciascun pedone fu data facoltà di colorarlo e personalizzarlo a proprio gusto. I pezzi indossavano un’ampia tunica nera e portavano sulla testa i simboli del cavallo, della torre e dell’alfiere.
Per il re si rivolse ad un amico che faceva il trovarobe al teatro San Carlo il quale le prestò il costume che era usato per le rappresentazioni del Macbeth, completo di parrucca, barba, scettro e corona. Con quel pesante costume addosso Armando aveva un incedere grave e solenne. Per se stessa Carmelina scelse tra i costumi del teatro un vestito da Regina della Notte, di un raso di seta blu molto cupo e trapuntato di stelle. Un diadema di brillanti completava l’acconciatura che Titina, la sua parrucchiera preferita, le doveva confezionare per quel giorno.
Quando giunse  il giorno della sfida le due squadre si prepararono ciascuna in uno dei locali approntati dal Comune, e mentre sulla scacchiera allestita in piazza si esibivano in successione sbandieratori, tamburini e pifferai, mangiafuoco e giocolieri, i componenti delle due squadre controllarono i costumi e si schierarono per l’ingresso in campo.
Carmelina era angosciata perché non trovava più il re. Fino a pochi minuti prima Armando era rimasto lì vicino per provare la camminata regale, ma a pochi istanti dall’inizio era sparito, dileguato, e nessuno sapeva dove fosse andato. Quando il banditore ufficiale diede il segnale, la maestra alzò il braccio per segnalare l’imprevista difficoltà, e stava per chiedere a qualcuno del pubblico di prendere il posto del re quando il re nero sbucò da dietro i containers e con passo spedito e portamento altero raggiunse la sua regale consorte. Carmelina tirò un sospiro di sollievo e, meravigliandosi dell’incedere perfetto, si felicitò per la sua scelta e pensò che in fondo Armando quando ci si mette le sa fare le cose.
Quando furono schierati sulla scacchiera, la maestra raccomandò ancora una volta a tutti i pezzi di stare attenti alle sue indicazioni.
Di fronte a loro era schierata la squadra avversaria, pronta alla battaglia. I pezzi bianchi avevano interpretato in chiave scacchistica i guerrieri, gli animali e i colori della foresta amazzonica.
Quando il notaio ebbe dato il segnale d’inizio, Regyna Ramos fece muovere il pedone davanti a lei di due caselle, e nello stesso istante alla maestra Carmelina Scannapieco sembrò di aver dimenticato ogni cosa che aveva imparato sugli scacchi.
Sentiva su di sé gli occhi e le aspettative di tutti i suoi ex alunni, e anche quelli dei molti simpatizzanti tra il pubblico, e allora per trarsi d’impaccio sussurrò verso i pedoni: “Allora, ragazzi, c’è qualcuno che si offre per iniziare? Chi vuole andare per primo?”
I pedoni si offrirono tutti volontari, alcuni con generosa incoscienza, altri con incosciente generosità, ed era tutto un rincorrersi di “io, io, maestra vado io!”
Allora parlò il re. “Ehi! Che cos’è questa repubblica? Contro il pedone di regina deve andare sempre il pedone di regina. Tu! Sì, dico a te. Due caselle avanti!”
“Però, questo Armando, – pensò la maestra – che temperamento!”
La partita proseguì sui binari della prudenza da entrambe le parti, ma si capiva che la coppia dei bianchi padroneggiava il gioco e non c’era alcuna possibilità per Carmelina e la sua squadra di strappare l’iniziativa. Piano piano i pezzi neri furono condannati alla difensiva, quasi ai limiti della passività, mentre i pezzi bianchi sembravano danzare sulla scacchiera e ne occupavano tutti gli spazi più importanti.
Il re nero era stato costretto in un angolo, e da quella posizione anche la visione della scacchiera era difficile. La regina nera era a sole due caselle di distanza, Carmelina e il re potevano parlarsi, ma non riuscivano a trovare un piano efficace.
“Non abbiamo un controgioco valido. – disse il re alla maestra, – Anche quell’alfiere che abbiamo in più è solo un’illusione, lo dobbiamo sacrificare per ritardare la discesa della torre nera. L’unica possibilità che ci è rimasta è cercare lo scacco perpetuo. Se ripetiamo tre volte la stessa posizione la partita è patta e potremo rigiocarla. Bisogna sempre dare scacco al re. Ci devi pensare tu. Prima però dobbiamo scoprire il più possibile il re bianco. Lo deve fare la torre, poi si deve sacrificare anch’essa per mandare la torre nera al bordo della scacchiera.”
In poche mosse anche alfiere e torre nera si andarono tristemente a unire ai loro compagni che erano stati eliminati dal gioco e sedevano mogi attorno ai bordi della scacchiera.
Quando fu il momento della regina nera di entrare in gioco, Carmelina disse al suo re: “Vado a dare scacco, e glielo darò in continuazione, non gli darò tregua; ma io non mi rassegno a pareggiare la partita, perchè io voglio vincere e finché ci sarà uno spiraglio aperto io lotterò per vincere. Lo devo a Jons, a tutte le ore che mi ha regalato per insegnarmi a giocare”.
Il re bianco affrontò gli scacchi di Carmelina con il sorriso sulle labbra, perché si sentiva ormai sicuro della vittoria, e si sottraeva agli attacchi con calma  olimpica, sotto lo sguardo compiaciuto di Regyna Ramos, che era in agguato per dare scacco matto al re nero.
Ma con il passare del tempo e il susseguirsi implacabile degli scacchi al re, la sicurezza del re bianco cominciò ad affievoliersi, e man mano si profilava l’incubo della ripetizione di mosse e della patta.
Per non andare ancora una volta nella stessa casella il re bianco cambiò, preparandosi a muoversi per sfuggire ancora una volta agli attacchi di Carmelina. Ma la maestra non si mosse, e richiamò l’attenzione dell’unico pezzo rimasto, l’alfiere: “Vincenzino, va’ in quella casella in fondo alla diagonale, vicino al bordo. Corri!”
L’alfiere percorse correndo la diagonale e si trovò a poche caselle dal re bianco, e lo indicò con il braccio teso, per segnalare che lo metteva in scacco.


“Scacco al re!” La voce di Carmelina Scannapieco si stagliò netta nel silenzio generale. Il re bianco si accorse di non avere la possibilità di parare lo scacco e svenne, mentre Regyna Ramos agitava le braccia e imprecava in lingua precolombiana.
Sì udì allora la voce del notaio che decretava: “Scacco matto! Il nero ha vinto!”
Nel frastuono generale che seguì si sentì ancora il grido della maestra: “Vintooooooooooooooo!!!”
Lo gridava alla piazza ma soprattutto lo gridava a Jons e fu allora che lui si tolse il travestimento da re nero e la sollevò in alto per festeggiare. Poi lentamente la rimise con i piedi in terra e le diede uno dei baci più lunghi e dolci e romantici che si sia mai visto.

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“Avrei dovuto capirlo che non era Armando! Troppo coraggio, troppo spirito d’iniziativa e poi non mi avresti mai lasciata sola a combattere!”
Al grido della maestra anche tutti gli altri  pezzi neri erano accorsi verso il centro della scacchiera per acclamare la vincitrice.
Ma la festa durò poco perché la vice-ministra avanzava verso di loro velocemente con uno strambo individuo sottobraccio.
Jons cercò di allontanarsi senza farsi notare, ma si trovò la strada sbarrata dalla vice-ministra e… Armando, che aveva addosso una pelliccia. Jons cercava con lo sguardo una via di fuga a destra e a sinistra, ma la vice-ministra gli gridò: “Non scappi! Non abbia paura! Ho ritirato la querela e ho dato mandato al mio avvocato di liquidare i danni.”
Poi stringendosi ad Armando, sotto lo sguardo incredulo di Carmelina e di Jons continuò: “Anzi… vorrei chiedervi scusa per i problemi che vi ho causato per la mia insensatezza, e vorrei ringraziarvi per avermi fatto conoscere quest’uomo adorabile. L’ho trovato che si nascondeva dietro i containers perchè non aveva i vestiti e quando gli ha ceduto il costume è rimasto seminudo. Gli ho dato la mia pelliccia, perché a me non serve. Ho il temperamento caldo, io “.
“Ottima scelta, – intervenne Carmelina per mostrarsi gentile, – Armando è il nostro bidello migliore…”
“Non più bidello, mia cara, – la interruppe la vice-ministra, – da oggi è distaccato, con effetto immediato alla mia segreteria, e verrà a Roma con me. E’ vero che verrai a Roma, Armandino?”
“Voi dove mi mettete, io là sto.”
“Domani venite al ministero, che c’è da firmare il contratto”.
Abbracciati come fidanzatini i due si allontanarono verso l’auto blu.
A poca distanza da Jons e Carmelina altre due figure si rincorrevano: Regyna Ramos, come una furia, continuava la sua sequela di bestemmie in lingua precolombiana  mentre il suo amante le correva dietro con atteggiamento supplichevole: “Aspettami, cara! Ti prego! Non l’ho guardata nemmeno…”
Intanto era scesa la sera e il cielo si era incastonato di stelle.
Carmelina e Jons decisero di fare una passeggiata fino al mare, per godersi il chiarore della luna sulle onde che danzavano al ritmo dello sciabordio dell’acqua. Si incamminarono con ancora addosso i costumi regali.
“Dimmi una cosa, Jons, – chiese ad un certo punto la maestra, – Come hai fatto a convincere Armando a darti il costume?”
“Ho usato solo tre parole, quelle giuste. – rispose Jons, – Ordine del preside!”
Quando furono in vista del mare si fermarono ad ammirare la notte stellata.
“Sei stata bravissima nel finale!”
“Solo  perché… io lo sentivo che c’eri anche tu!”
E poi non ci furono più parole ma baci, a gruppi di uno, di due, di tre.

FINE

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