Pubblicato da: scudieroJons | novembre 4, 2015

La maestra Carmelina Scannapieco e gli Scacchi a Scuola – 2

Scritto in collaborazione con Medeapartenope

PARTE SECONDA – Operazione soccorso

Mentre una giornalista leggeva la notizia enfatizzandone la tragicità con il tono della voce e l’espressione del volto, sullo schermo scorrevano immagini agghiaccianti riprese “live” dalle telecamere di controllo: un Jons esagitato, reso quasi irriconoscibile dall’alterazione dei suoi lineamenti, si avventava addosso alla vice-ministra che mostrava tutto il terrore del volto sotto il suo improbabile caschetto. Carmelina ebbe la netta sensazione di assistere alla furiosa avanzata di una torre che si abbatte su un pedone passato avversario per impedirne la promozione. La giornalista continuava a commentare in sottofondo le immagini, con un tono fra lo spaventato e il soddisfatto: aveva avuto la fortuna di poter vivere in diretta un avvenimento irripetibile, magari lo scoop dell’anno che le avrebbe fatto guadagnare un bel premio…  Allertati dalle  urla della viceministra da tutte le porte dell’ufficio fecero irruzione, quasi tutti nello stesso momento, nugoli di segretarie, addetti alla sicurezza e faccendieri vari che sommersero Jons in una nuvola di teste e di braccia, e consentirono alla vice-ministra di mettersi in salvo.
Alla fine Jons scaraventò i suoi assalitori contro i mobili e le pareti dell’ufficio e si dileguò velocemente, lasciando sul terreno solo alcuni brandelli di stoffa ed un paio di bottoni d’oro del suo elegante blazer blu.
Seguiva un’intervista alla vice-ministra seduta alla sua scrivania in cui, mentre la donna con voce rotta dalla sofferenza raccontava quello che Carmelina aveva già visto, la telecamera si produceva in una lunga panoramica sugli arredi dell’ufficio, e infine si arrestava su alcuni dettagli. Carmelina rimase orripilata dalla vista di un oggetto che conosceva bene.
Terminato il notiziario, la maestra richiamò il filmato dalla memoria dell’hard disk, isolò il fotogramma che l’aveva colpita e lo ingrandì enormemente, zoomando su un particolare.
Non si era sbagliata! Era proprio un sacchetto fatto con bende di mummia, di quelli che usavano le sciamane della foresta equatoriale brasiliana per compiere i loro riti della macumba.
Durante gli anni in cui era stata maestra di giungla, quasi ogni giorno si doveva addentrare nel folto della vegetazione per andare a cercare i bambini che non andavano a scuola, ed aveva conosciuto alcune delle loro nonne: una di esse, la grassa Mama Adelia, le aveva fatto vedere come confezionava i sacchetti del maleficio. Ci metteva dentro oggetti legati alla personalità del soggetto da colpire, prima frantumati e poi intrisi del sangue di chupacabro, la leggendaria creatura demoniaca di cui tutti avevano terrore. Ma un particolare, visibile solo dopo un ulteriore ingrandimento, gettò nell’angoscia Carmelina, confermando le sue tragiche supposizioni: sul tavolo della vice-ministra, seminascosto dal sacchetto, c’era il cartoncino che aveva preparato per Jons.
La vista di quei due cuoricini intrecciati che lei stessa aveva disegnato le diede una stretta al cuore. Jons era in pericolo, e forse anche lei stessa lo era.
Un odore di seta bruciata la riscosse improvvisamente dai suoi pensieri e la riportò all’asse da stiro. Carmelina sollevò velocemente il ferro, ma ormai era troppo tardi: sul davanti della culotte, proprio in corrispondenza del monte di Venere, il ferro rovente aveva annerito la stoffa, disegnando un triangolo con il vertice in basso. Nonostante questo, la robustezza dell’indumento non era diminuita.

culotte - 57
Mentre Carmelina rifletteva sulle sue prossime mosse per correre in aiuto di Jons, altre notizie terribili giungevano dalla tv accesa. Il gestore del ristorante Marcaurelio, a pochi passi dal ministero, raccontava ai microfoni dei cronisti che un energumeno si era precipitato dentro il locale e aveva cominciato a lanciare ogni sorta di oggetti contro il carrello degli antipasti, che troneggiava nell’ingresso, cercando di fare a pezzi il coperchio che era a forma di testa di cavallo.
“Io glielo dicevo: a signò e che modi so’ questi? Nun se fa così!”
“E lui, – chiedeva il cronista, – che rispondeva?”
“Gnente rispondeva! Menava solo!”
Numerosi viaggiatori alla stazione Termini riferivano di aver visto l’individuo segnalato correre dietro un treno in partenza. Alcuni sostenevano che era riuscito a saltare sui respingenti dell’ultimo vagone e, dopo aver infranto con i pugni il vetro di un finestrino, si era infilato nel varco, scomparendo alla vista.
Poco dopo Carmelina si vestì per uscire. Aveva deciso di indossare le culotte segnate dal ferro, perché in quel momento le sembrarono simboliche della sua natura ignea e vulcanica e della bruciante passione che provava per Jons. Guardandosi allo specchio constatò con soddisfazione che quell’ombra scura palpitante e infuocata aggiungeva un nuovo e inaspettato fascino erotico al già delizioso indumento.
Indossò una aderentissima tuta nera con inserti viola e stivaletti con un altissimo tacco metallico. Aveva appena indossato l’impermeabile stretto in vita da una cintura e stava per uscire, quando squillò il telefono.
Dall’ufficio del questore le chiesero se avesse notizie di Jons o se sapesse spiegare il suo comportamento. Occorrevano informazioni per cercare di anticipare le sue mosse.
Carmelina riferì lealmente che credeva che Jons fosse sotto l’influsso di un maleficio che lo spingeva a scagliarsi contro gli oggetti che gli erano più cari, come gli scacchi, e aggiunse che dopo il pedone e il cavallo era quasi sicura che il prossimo obiettivo d’attacco sarebbe stato un alfiere.
“Molto bene! – sentenziò la voce al telefono, – Se proverà a mettere piede in una caserma per aggredire il portabandiera troverà pane per i suoi denti”.
Mentre era in viaggio per la città capitale sulla sua Vespa 50 modificata, Carmelina era rosa da un dubbio, che però faticava a manifestarsi in tutta la sua evidenza. Alla fine, mentre era ferma a una stazione di servizio per fare il pieno di miscela, si fece chiaro nella sua mente. “Devo avvertire la polizia!” pensò la maestra, la quale si era ricordata che Jons aveva studiato gli scacchi su manuali inglesi e americani o russi tradotti in inglese e perciò era abituato a vedere nel pezzo dell’alfiere l’immagine di un …
Troppo tardi.
Il programma di musica era stato interrotto e dagli altoparlanti dell’autogrill veniva diffusa la notizia che il pericoloso e imprendibile energumeno che si aggirava nella zona aveva aggredito il vescovo che si trovava in visita pastorale alla sua comunità riunita in piazza. Grazie al Cielo e all’intervento dei fedeli il presule era riuscito a sottrarsi alla furia devastatrice di Jons, e si era barricato nella sua automobile blindata. Visti inutili i tentativi di infrangere i vetri, Jons aveva ribaltato la macchina, che ora giaceva inerte con le ruote per aria e il vescovo bloccato al suo interno, poi era corso via per sfuggire alla santa collera dei fedeli.
Mentre Carmelina entrava al ministero dell’Istruzione, sapeva che non aveva molto tempo: Jons avrebbe scatenato ancora la sua furia contro una torre, ma subito dopo sarebbe stato il turno della regina, e sapeva che agli occhi di Jons esisteva un’unica regina degli scacchi, la maestra Carmelina Scannapieco.
Al ministero incontrò una sua compagna di liceo che aveva fatto carriera (non proprio per meriti come spesso avviene in Italia) che le spiegò che la vice-ministra da qualche tempo odiava profondamente gli scacchi e tutti quelli che vi si dedicavano. Le raccontò che poche settimane prima era stata in Brasile, per inseguire il marito che l’aveva lasciata per una giocatrice di scacchi brasiliana, e lì le avevano consigliato di usare il potere della macumba per distruggere la rivale e per poterlo riconquistare.
Era tornata con quel sacchetto maleodorante pieno di pezzi degli scacchi rotti di cui tutti in ufficio spettegolavano a bassa voce. Si diceva che sarebbe servito per scatenare la furia del marito contro la bella giocatrice di scacchi.
Carmelina sapeva che l’unico modo che aveva per salvare Jons e se stessa era ripulire i pezzi degli scacchi dal sangue di chupacabro e reincollarli per farli tornare come erano prima del maleficio.
Seduta sul sellino della sua Vespa, parcheggiata ai piedi della scalinata del ministero, la maestra aspettò pazientemente la vice-ministra, e quando la vide apparire le andò incontro.
Le due donne non si parlarono: la maestra mostrò alla vice-ministra la foto che la ritraeva insieme a Jons e allo sguardo interrogativo della vice-ministra rispose con un cenno del capo.
Poi la maestra stese la mano aperta e agitò alcune volte le dita.
Carmelina in passato aveva frequentato un corso ministeriale ed era esperta certificata del linguaggio dei segni.
La vice-ministra esitò per un attimo, poi infilò la mano nella borsa e ne trasse la copia della foto e la diede a Carmelina. Questa infilò in tasca la foto e stese di nuovo la mano, agitando le dita, in segno di estrema impazienza. Era lo stesso implacabile gesto che rivolgeva all’alunno scoperto  a giocare in ore di lezione con un giocattolo proibito.
Nessuno al mondo poteva resistere alla forza di quell’ingiunzione.
Lentamente la vice-ministra cercò a tastoni nella borsa il sacchetto della macumba e con gesto rassegnato lo consegnò.
Appena fu tornata a casa Carmelina mise il contenuto del sacchetto in una bacinella e vi versò sopra l’acqua ossigenata, per rimuovere il sangue di chupacabro, e poi risciacquò a lungo in acqua fredda. Si curò anche di togliersi la tuta e gli stivaletti con gli alti tacchi metallici: avrebbe dovuto lavarli per bene, nel caso qualche goccia di sangue vi fosse finita sopra durante il viaggio.
Doveva fare in fretta, perciò infilò sul bustino e la coulotte il suo solito kimono di seta, stringendo la cintura in vita prima di cominciare il suo prezioso lavoro di pulitura e ricomposizione.
Una volta ripuliti, i pezzi degli scacchi, costruiti in legno di salice, riapparvero in tutta la loro bellezza crudelmente devastata. Ogni pezzo era rotto in quattro o cinque frammenti e l’opera di ricostruzione si presentava lunga e difficile.
La maestra divise i pezzi per colore e poi ne sparse una parte sulla superficie dello scanner. Un apposito programma fotografò i frammenti, riconobbe la loro appartenenza alle varie figure e a mano a mano che completava il riconoscimento di tutte le parti di un pezzo le segnalava con un cerchio attorno a ogni frammento.
Carmelina li raccoglieva e con una colla a presa rapida ricostituiva le figure. Intanto teneva accesa la tv per avere notizie di Jons.
Dopo non molto, infatti, apparvero sullo schermo le imponenti torri del Maschio Angioino che facevano da sfondo ad una dozzina di custodi e sentì il loro racconto di come da soli avevano respinto l’assalto di un esagitato che voleva abbattere le due torri che affiancano l’ingresso, e intanto mostravano un modellino del castello orrendamente smembrato.
In quel momento Carmelina capì che Jons si stava inesorabilmente avvicinando, e lei doveva ancora ricostruire tutti i pezzi bianchi.
Mentre il computer continuava instancabilmente il suo certosino lavoro di ricerca, la maestra si affacciò al balcone e vide in lontananza, al chiarore di una luna sinistramente arrossata, l’inconfondibile figura di Jons, che camminava spedito, nemmeno troppo rigidamente nonostante la sua recente trasformazione in zombie.
Calcolò che non ce l’avrebbe fatta a finire il lavoro se non avesse messo in atto degli accorgimenti per ritardarlo.
Uscita sul pianerottolo aprì la porta dell’ascensore e la bloccò con lo zerbino, poi con una pinza da elettricista strappò i fili della luce delle scale che piombarono in un buio profondo.
Dalla dispensa prese alcuni barattoli di vetro da 5 chili pieni di melanzane sott’olio e li dispose in fila sul ciglio dell’ultimo gradino. Poi con cuore ulcerato dal dispiacere sfilò il doppio filo di perle di vetro che Jons le aveva regalato in occasione del loro primo viaggio a Venezia.
Quando vide che Jons era a poche decine di metri dall’ingresso diede una spinta al primo barattolo che iniziò a rotolare per le scale spandendo il suo contenuto prelibato e untuoso sui gradini di marmo.
Lanciò dietro al barattolo una manciata di perline e le sentì che ticchettavano per tutti i dodici piani.
Dopo aver incollato un’altro pezzo Carmelina ripetè l’operazione, e dopo un po’ sentì distintamente il rumore di un capitombolo e le urla belluine di Jons che si lamentava.
Mancava ormai solo un pezzo. La maestra diede un calcio all’ultimo barattolo e lanciò le ultime perline, poi ritornò al tavolo dove aveva sistemato una scacchiera su cui disponeva i pezzi riparati.
Quando Jons apparve sulla porta e Carmelina potè vedere il suo aspetto spaventoso, la sua mano tremò, e per poco non si rovinò il pezzo, perché la colla non era ancora perfettamente asciutta.
Jons, che aveva giacca e pantaloni a brandelli, disseminati di melanzane e perline appiccicate, alzò le braccia e avanzò minaccioso verso la maestra Scannapieco.
Era ormai a pochi passi quando la maestra posò la regina bianca nella sua casa e mosse il pedone davanti a lei, annunciando ad alta voce: “Pedone d4!”
Jons vacillò, fu costretto a fermarsi per riprendere l’equilibrio. Ma la tregua fu breve, e Jons riprese ad avanzare inesorabilmente verso Carmelina e la scacchiera.
La maestra si avvide che l’incantesimo non era ancora spezzato, e  che occorreva un’azione più energica per liberare completamente Jons.
Mentre Jons già protendeva le mani verso di lei per artigliarla, Carmelina si slacciò la cintura del kimono e il suo corpo apparve sfolgorante nel suo corsetto di pietre Swarovski.

corsetto
Il barbaglio dei cristalli colpì gli occhi di Jons, penetrò in lui, lo riscaldò, lo intenerì, e lo costrinse a fermarsi, dapprima attonito, poi sereno e felice.

(continua)

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Responses

  1. c’è in te la tempra del narratore d’appendice

    • Narratore è una parola grossa. Grazie comunque per l’appendice.
      Ciao : )

  2. ;- )


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