Pubblicato da: scudieroJons | settembre 29, 2015

La dea rinasce

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Carmelina Scannapieco era adagiata sul corpo quasi inerte di Jons e si lasciava amare. Nel suo movimento ritmico accarezzava il viso di Jons con le labbra, i capelli, i seni, e intanto il suo amante le diceva:
“O sposa mia, Inanna, io t’ho tanto chiamato e tu non m’hai risposto!”
“Ma io ti ho tanto cercato, – rispondeva la maestra, – e tu non ti sei lasciato trovare, Dumuzi, Amor mio!”
“Sai perché tu non m’hai trovato? Perché non mi hai cercato bene”.
“Sai, Amore perché non t’ho risposto? Perché tu non m’hai chiamato tanto forte che io ti sentissi”.
“Cercami bene, mia Sposa, e mi troverai”.
“Grida forte e io ti sentirò”.
“Vieni, vieni, Colomba mia, vieni, mio Amore dolcissimo!”
“Oh, ora ti ho trovato, Amor mio. Oh, ora sono contenta, perché sono unita a te, Amore”.
Mentre l’ascensore arrivava al piano superiore Carmelina-Inanna emise un lungo sospiro di piacere, e Jons-Dumuzi l’attirò a sé per baciarla sulla fronte, e subito sul capo della dea riapparve il grande diadema.

Jons aveva ritrovato le sue energie e abbracciò Carmelina in vita e l’adagiò sul pavimento, poi si distese sopra di lei.
Inanna gli parlò: “La mia vulva, il corno,
La Nave del Cielo,
E’ impaziente come la luna nuova.
La mia terra mai arata giace incolta.
Chi arerà la mia vulva?
Chi arerà il mio alto campo?
Chi arerà il mio umido terreno?
Dumuzi le rispose:
“Grande Signora, il re arerà la tua vulva.
io, Dumuzi il re, arerò la tua vulva.
“Ara dunque la mia vulva, o uomo del mio cuore! – lo incitò Inanna – Ara la mia vulva!”
E mentre diceva queste parole stringeva le cosce attorno ai fianchi di Dumuzi, che penetrava sempre più profondamente in lei.
Dopo alcuni minuti l’ascensore arrivò al piano superiore e Carmelina sussultò, fu scossa da fremiti e sospirò. Dumuzi le stava baciando i lobi delle orecchie e i pendenti di lapislazzuli riapparvero ai lati del volto della dea.

Presa da un’allegra frenesia Carmelina rovesciò con forza Jons sul dorso e iniziò a percorrere il suo corpo coprendolo di baci, fino a che non ebbe raggiunto l’oggetto del suo piacere.
Quando Dumuzi sentì il calore che emanava dalla bocca di Inanna le disse:
“O Signora, il tuo seno è il tuo campo.
Inanna, il tuo seno è il tuo campo.
Il tuo ampio campo è rigoglioso di piante.
Il tuo ampio campo trabocca di spighe.
Dall’alto si riversano le acque sul tuo servo.
Dall’alto si riversa il pane sul tuo servo.
Versa per me, Inanna.
io berrò tutto cio che tu offri.”
E tuffò la bocca nella fonte del piacere di Inanna, mentre le sue mani accarezzavano i fianchi della dea. Quando l’ascensore stava raggiungendo il piano superiore Inanna emise un gemito di piacere, e attorno ai suoi fianchi riapparve la cintura delle pietre della vita.

Subito dopo i due amanti si distesero sul fianco. Il capo di Carmelina-Inanna appoggiava sul braccio sinistro di Jons-Dumuzi, il quale con l’altro braccio stringeva la donna-dea e con la mano accarezzava tutto il suo corpo.
Intanto le diceva: “Come sei bella, mia Signora, come sei bella! I tuoi occhi sono come quelli delle colombe; i tuoi capelli sono come un gregge di capre, che pascolano sul monte. I tuoi denti sono come un gregge di pecore tosate, che tornano dal lavatoio.
Le tue labbra sono come un filo di scarlatto, e la tua bocca è graziosa; le tue tempie sono come uno spicchio di melagrana.
Il tuo collo è come una torre d’avorio, costruita per resistere ad ogni assalto.
Le tue due mammelle sono come due cerbiatti, che pascolano fra i gigli.
Tu sei tutta bella, mia Signora, e non c’è in te alcun difetto.
Quanto è piacevole il tuo amore, o Sposa mia!”
Carmelina-Inanna gli rispondeva:
“Sempre mi reca dolcezza il mio uomo dolce come il miele.
Il mio signore, dolcezza degli dei,
E’ lui il beneamato del mio grembo.
Miele è la sua mano, miele è il suo piede,
Sempre mi reca dolcezza.
Colui che impaziente, impetuoso, mi accarezza l’ombelico,
Colui che mi accarezza le morbide cosce,
E’ lui il beneamato del mio grembo,
Egli è lattuga seminata vicino all’acqua.”
Mentre pronunciava queste parole la dea fu scossa da fremiti di piacere, il suo amante le carezzò con dolcezza il seno, e sul petto della dea riapparve la piastra d’oro, mentre l’ascensore, proseguendo la risalita, giungeva al piano superiore.

Allora Jons, mentre accarezzava le belle natiche di Carmelina, le parlò vicino all’orecchio:
“Ti amo tanto e ti ho tanto cara, ed è tanto il rispetto e la soggezione che ho di te che non ho l’ardire di chiederti niente di più di quello che tu stessa mi offri, per beneficarmi e onorarmi. Ma ho un desiderio: vorrei trovarti un giorno che dormi o che fingi di dormire per rubarti un dolce bacio e per avere una parte del tuo corpo che non ho abbastanza coraggio di chiederti”.
Allora la dea Inanna si abbandonò al dolce sonno mentre il re pastore Dumuzi possedeva il suo corpo tenero e sensibile.
Quando l’ascensore toccò il piano superiore egli tuffò la faccia nella foresta dei capelli di lei, morse e poi baciò il suo tenero collo e la dea nel sonno sospirò di piacere, e attorno al suo collo riapparve la preziosa collana di perle

Per dimostrarle di aver recuperato tutte le sue forze Dumuzi sollevò Inanna per le cosce, e quando lei gli ebbe circondato il collo con le braccia e i fianchi con le gambe, iniziò a sollevarla e a lasciarla discendere ritmicamente attorno alla fonte del suo piacere, con la sola forza delle braccia, mentre la dea protendeva il busto all’indietro per sentire più profondamente il piacere che le montava dentro e poi tornava a cercare le labbra di Dumuzi con le sue per donargli lo stesso dolcissimo miele.
“Credevamo di essere arrivati all’inferno, – disse Carmelina, tra un sospiro e un gemito, – ma a me invece pare di essere in paradiso”.
“Come vorrei anch’io raggiungerti presto in quel paradiso dove ti trovi, – rispose Jons, – perché per me è ancora inferno”.
Mentre così discorrevano l’ascensore giunse al piano superiore e mentre Jons -Dumuzi baciava le braccia di Carmelina-Inanna, ai polsi e alle caviglie della dea riapparvero i preziosi ornamenti d’oro e pietre preziose.

Desiderosa di arrivare fino al punto più alto del paradiso, e di rimanervi per sempre unita con il suo fedele amante, Inanna si inginocchiò sul pavimento dell’ascensore, appoggiò su di esso gli avambracci e poi il capo sugli avambracci, inarcò le reni in modo che il suo bacino fosse proteso verso l’alto e così disse, rivolgendosi a Dumuzi:
“Per raggiungere il paradiso dovrai cavalcare per le praterie del cielo per molto tempo, perché la distanza è grande. Sarò io la tua cavalla fedele; mettimi le briglie più riccamente ornate, portami fuori dal recinto e lanciami in un galoppo sfrenato che ti consenta di raggiungere la vetta del piacere e di rimanervi unito con me”.
Dumuzi sellò Inanna, la cavalla fedele, le mise le briglie più riccamente ornate e così le parlò:
“Per la biada odorosa con cui ti ho sempre nutrito, per le fresche fonti a cui ti ho sempre abbeverato, per lunghe carezze con cui ho reso lucente il tuo manto, portami veloce come il vento sulle alture del piacere, mia Signora, perché io possa rimanervi per sempre, unito con te”.
Dumuzi montò sulla sua cavalla Inanna, e dopo aver percorso alcune miglia al passo ed alcune altre al trotto, giunto al limitare di una vasta distesa erbosa che saliva verso la montagna del piacere, diede di sprone alla sua cavalcatura e la lanciò in un galoppo a briglia sciolta. Durante la folle corsa la cavalla sembrò varie volte sul punto di incespicare, ma Dumuzi-Jons teneva saldamente per i fianchi Inanna-Carmelina e la sorreggeva, la guidava, la incitava.
Quando l’ascensore arrivò al piano terra e si fermò, e le sue porte si aprirono, Inanna stava già da tempo prorompendo in un urlo di piacere che aumentava di intensità e profondità, e Dumuzi, l’esperto cavaliere, vedendo ormai prossimo il traguardo davanti a lui, diede gli ultimi colpi di sprone per compiere l’ultimo salto e per ritrovarsi un attimo dopo, al culmine del piacere, abbracciato alla donna che ansimava di piacere sotto di lui e si voltava per offrirgli le labbra. Nello stesso istante la sacra veste intessuta d’oro riapparve sul corpo della dea.
I due amanti rimasero per qualche istante immobili, come in estasi, e sarebbero rimasti ancora a lungo in quella posizione se una serie di colpi esplosi dal basso e il crepitio dei proiettili che si infrangevano contro le lamiere della piattaforma dell’ascensore non li avessero destati da quell’incantamento.
Jons afferrò i suoi indumenti e trascinò Carmelina fuori dall’ascensore. La maestra era esitante: si era scoperta nuda e si vergognava.
Gli dei erano volati  lontano, nel loro paradiso, e i mortali scoprivano di essere nudi e indifesi.
“Mettiti questa!” le disse Jons, porgendole la sua camicia, poi si infilò i pantaloni rimanendo a torso nudo.
Carmelina si infilò la camicia senza abbottonarla e corse verso la centrale idraulica che era vicina alle rampe del parcheggio. Fermò le pompe che stavano inondando i piani più bassi, avvitò una manichetta al bocchettone di uscita, invertì il senso di funzionamento delle pompe e srotolò la manichetta in modo che la lancia puntasse verso la ripida rampa che portava ai piani inferiori, poi azionò l’interruttore per rimettere in funzione le pompe.
Quando Elvira e i componenti della sua banda giunsero senza fiato all’inizio dell’ultima rampa, furono investiti da una valanga d’acqua che usciva con violenza dalla lancia e prima di essere respinti in basso riuscirono soltanto a intravedere Carmelina Scannapieco che, simile alla dea dell’uragano, si arrotolava le maniche e si abbottonava con cura la camicia da uomo che indossava, e che le arrivava fino quasi alle ginocchia, mentre con il forte piede scalzo premeva sulla lancia per tenerla ferma.
Intanto Jons cercava di chiudere la pesante porta del garage, che da anni non veniva chiusa e non scorreva più sulle sue guide.
Allora cercò di creare uno sbarramento, legando insieme le porte con alcuni cavi d’acciaio che si trovavano vicino a una catasta di tubi per impalcature.
Aveva appena finito di stendere una improvvisata barriera che sul culmine della rampa si presentò il primo Tir, contro il quale la cascata d’acqua non poteva niente, e l’autista, dopo aver cercato di investire Carmelina, si diresse verso l’uscita. Jons intanto aveva raggiunto la maestra ed erano usciti da una porticina secondaria, così, stando all’esterno assistettero al rabbioso tentativo dei Tir di mettersi in salvo con la fuga. Il primo Tir, forzando i cavi ottenne solo il risultato di smuovere le porte dal loro blocco di anni e di farle avvicinare. Poi il potente mezzo retrocesse, lasciò che i cavi ormai allentati si posassero sul pavimento e si infilò nella stretta apertura riuscendo a passare. Sotto le ruote motrici, dove il differenziale abbassava il livello delle strutture metalliche, il cavo si impigliò, e quando il motore ebbe un’accelerazione rabbiosa per liberarsi, le porte furono avvicinate ancora di più, la catasta di tubi franò e ostruì maggiormente il passaggio impedendo l’uscita degli altri mezzi. Gli occupanti del camion, vista l’impossibilità di riunire il gruppo, si allontanarono a grande velocità con un solo Tir .
“Dobbiamo inseguirli! Ho visto che c’era Elvira in cabina. – esclamò in tono disperato Carmelina, – E quello è proprio il camion dove c’è Pippo!”
“Chi è Pippo? – chiese premuroso Jons, – Un tuo amico?”
“Sì, è un mio amico! Presto! Dobbiamo fare presto! Dove hai messo la macchina? Dammi le chiavi, guido io!”
Correndo davanti alla maestra Jons l’accompagnò al parcheggio e le consegnò le chiavi della macchina.
Carmelina partì facendo un’inversione ad U, proprio mentre di fronte a loro si vedevano le luci lampeggianti delle auto della polizia che accorreva al parcheggio, e in in poche centinaia di metri avrebbe esaurito un intero pacchetto di punti patente se le sue infrazioni fossero state verbalizzate. Ma Jons non si arrischiava a chiederle conto della sua guida perché alcuni anni prima la maestra si era classificata terza al campionato regionale rally, prima assoluta nella categoria donne.
“E’ sposato il tuo amico?” chiese Jons che non potendo influire sullo stile di guida voleva almeno preparare un piano per salvare quell’uomo. Era una caratteristica di Jons prepararsi sempre per ogni cosa che doveva fare.
“Quale amico?” chiese la maestra.
“Quello che sta sul camion. Come hai detto che si chiama? Ah, sì, Pippo”.
“Pippo? No, è sterilizzato. L’ho portato io due mesi fa dal veterinario.”
Da quel momento Jons non parlò più, e limitò il suo ruolo a lanciare distensivi segnali di scusa a quegli automobilisti ai quali Carmelina Scannapieco tagliava la strada, o che sorpassava a destra, o ai quali procurava un inizio d’infarto in altri svariati modi.
Il risultato della guida senza inibizioni di Carmelina fu che dopo alcuni minuti la loro auto si trovava appena dietro il Tir di Elvira, che cercava disperatamente di farsi largo sulla provinciale intasata dal traffico.
Ma Carmelina non era ancora soddisfatta. Superò il Tir e alla prima rotonda che incontrò fermò la macchina, scese, e sollevò il coperchio del cofano, fingendo un guasto al motore. Si formò in pochi attimi un ingorgo apocalittico, e l’autista del Tir, sollecitato forse da Elvira, lasciò la provinciale per immettersi in una strada poderale, stretta e delimitata da fossi da una parte e dall’altra. Carmelina intanto aveva finto di aver riparato il guasto e si rimise all’inseguimento del Tir.
Non ci fu bisogno di molto tempo perché dopo meno di un chilometro trovarono il pesante mezzo con le ruote della motrice nel fosso, ad una curva di raggio troppo stretto per essere percorsa da un bisonte della strada. L’autista fu il primo a uscire dalla cabina e a fuggire attraverso i campi, mentre Elvira scendeva a fatica dal lato opposto.
“Non fartela scappare, Jons!” ordinò la maestra, mentre lei si dirigeva verso l’apertura posteriore del cassone, e salita sul veicolo, iniziava ad aprire le gabbie.
Jons raggiunse Elvira e l’afferrò per un braccio, mentre lei urlava ingiurie rabbiose e cercava di divincolarsi.
Poi ad un tratto divenne gentile, insinuante.
“Lasciami andare, – diceva, – ti pagherò. Quanto vuoi? Dammi la macchina! Te la pago. Ecco i soldi!” E spinse con forza una borsa di tela verso il torace nudo di Jons, mentre con una mano dalle dita adunche artigliava i suoi muscoli pettorali.
“Cosa ci stai a fare con quella? Vieni con me. Sono ricca. Ti darò quello che vuoi. Prendi questi intanto, sono tuoi!” E mentre parlava apriva la lampo della borsa e infilava la mano, come se volesse prendere manciate di bigliettoni da mostrare a Jons.
Jons era atterrito da quel comportamento; aveva mollato il braccio di Elvira e si teneva le braccia strette sul petto, stringendo la borsa come se fosse uno scudo.
Stava guardando per la prima volta da vicino quella donna, sentiva di essere vulnerabile alla terribile ferinità che emanava da essa, e nello stesso tempo stava immaginando che svolta avrebbe potuto prendere la sua vita di socio proprietario di centri benessere, e probabile supervisore degli impianti, delle attrezzature, e perché no, anche delle clienti più avvenenti. Peccato solo che il sorriso a bocca aperta di Elvira lo spaventasse, con quelle minacciose chiostre di dentoni che sembravano pronte ad azzannarlo.
Stava già pensando a come potesse educare quella donna a non sorridere in modo così sinistro, quando il rumore dello scatto di un oggetto metallico lo riportò alla realtà e contemporaneamente la mano di Elvira uscì dall’apertura della borsa stringendo un coltello dalla lunga lama.
Jons riuscì ad afferrare il polso della donna, ma non poteva fare niente contro il suo tentativo di avvicinare il suo viso a lui, con le labbra protese verso le sue, e in pochi attimi si trovò addossato alla portiera del camion con quella donna che gli premeva addosso.
“Disturbo?” fece irruzione la voce di Carmelina, che se ne stava appoggiata al cassone, attorniata dai suoi piccoli amici festanti. “No, perché se disturbo me ne posso anche andare…”
“Che cosa? No, no! Nessun disturbo. – rispose dopo un attimo di esitazione Jons, – Avevamo finito. Cioè, volevo dire, non avevamo neanche cominciato.”
Nel rispondere, l’attenzione di Jons si allentò ed Elvira ne approfittò per divincolarsi e muovere un passo verso Carmelina, con il coltello minacciosamente alzato.

pratone

Ma il passo successivo non venne, e quando Jons guardò veso il basso vide un minuscolo fox terrier ibrido che aveva azzannato l’orlo della gonna di Elvira e lo teneva stretto, ringhiando in modo tale da fare spavento. Tutto intorno un coro di latrati circondava la donna, ma nessuno degli altri cani aveva il coraggio di avvicinarsi e ad ogni gesto di minaccia di Elvira si allontanavano per ringhiare da più lontano. Nel tentativo di scalciare, Elvira ruzzolò sull’erba e perse il coltello, e Pippo fu lesto ad addentarlo e a fuggire, nascondendosi sotto il camion.
Allora la donna fuggì attraverso il prato erboso, per raggiungere l’altra strada, dove due macchine della polizia si erano fermate e gli agenti le stavano andando incontro. Intanto i gestori dei canili erano arrivati e provvedevano a recuperare i cani.
Carmelina si sentì ad un tratto tutta la stanchezza addosso.
“Andiamo via. – disse a Jons, – Guida tu, io non ne ho voglia”.
Mentre tornavano alla macchina arrivò la terrificante reprimenda di Carmelina.
“Come devo fare con te, Jons? Appena giro gli occhi tu sei subito incollato a una donna.”
“io? Ma hai voglia di scherzare o cosa? Cosa c’entro io?”
“Non negare, ho visto come ti palpeggiava, quella porcona”.
“Ti sbagli, quella stava solo cercando il punto più adatto dove piantare il coltello.”
“E mettiti qualcosa addosso! Cosa credi di fare il giovanottino andando in giro a torso nudo?”
“Ma se la mia camicia l’ho data a te, che mi metto io? Ridammi la mia camicia e così mi rivesto”.
“Se c’è una cosa di te che non sopporto è la tua pervicacia nel girare la frittata quando sai di essere in torto. Non negare che quella ha cercato di comprarti e che tu stavi per venderti.”
“Ma che vendermi! Figuriamoci se io adesso mi faccio comprare per un pugno di euro!”
“Non negare, hai ancora la borsa in mano.”
“E’ stata lei a darmeli, ho dovuto prenderli per forza, ma se non sei contenta appena la rivedo glieli restituisco.”
“Avrai un bel po’ da aspettare prima che esca dalla galera. Quanto c’è lì dentro?”
“Non lo so e non mi interessa”. – rispose spazientito Jons mentre gettava la borsa sul sedile posteriore. Era veramente innervosito, e la maestra prudentemente tacque.
Dopo alcuni minuti che viaggiavano Carmelina si allungò verso il sedile posteriore e afferrò la borsa, l’aprì e si mise a contare il denaro.
Poi domandò a Jons: “Quanto viene 38mila diviso 7?”
Jons la guardò per un istante, incredulo, poi tornò a concentrarsi sulla guida.
La maestra tornò alla carica. “Perché devi essere sempre il solito testone? Non sei capace di riconoscere i tuoi torti e per giunta mi tieni il broncio. Perché devo essere sempre io tra noi due a riallacciare i nostri rapporti dopo ogni lite? E’ anche vero che tra noi due io sono la più ragionevole, ma non vuoi fare anche tu uno sforzo per esserlo, invece di chiuderti in un ostinato mutismo?
Allora, Jons, te la senti di dimostrare la tua maturità?”
“Cinquemilaquattrocentoventotto e cinquantasette centesimi”.
“Che hai detto?”
“Che 38000 diviso 7 fa 5428.57, e qualche resto.”
“Che delusione che mi dai, Jons! io avevo creduto che tu volessi rimanere in silenzio perché eri tormentato dal rimorso. Pensavo che finalmente anche tu avessi un animo sensibile. Tu invece stavi calcolando”.
“Scusami, Carmelina, non ti potevo rispondere, se no perdevo il filo della divisione”.
“Me lo dovevo immaginare. Il tuo cervello non è abbastanza complesso per fare due cose alla volta; devo avere pazienza con te”.
Jons sfogò il suo nervosismo sul pedale del freno mentre il semaforo era appena diventato giallo, e si prese una sonora strombazzata dall’automobilista che lo seguiva e che fu costretto a inchiodare.
“Adesso, Jons, –  aveva iniziato Carmelina, – ti spiego cosa dobbiamo fare”.
Scarabocchiò una serie di indirizzi e li presentò a Jons, il quale a sua volta trasmise i dati al navigatore satellitare perchè gli preparasse un itinerario.
Durante il viaggio Carmelina preparava un pacchetto di banconote, usando alcune buste che prendeva dal cassetto dell’auto, ci scriveva sopra “Donazione a favore dei piccoli amici”, poi ad ogni tappa infilava una busta nella cassetta della posta dei canili e dei gattili. Alla fine la borsa vuota fu gettata in un cestino.
Era quasi mezzanotte quando, dopo aver parcheggiato la macchina, Carmelina e Jons tornavano verso casa.
“Oggi sono proprio soddisfatta! – disse Carmelina, – E tu Jons?”
“Sì, anch’io.” rispose Jons, mentre gli tornavano alla memoria i versi del poema di Inanna e Dumuzi:
“Le parole che si erano detti
Erano parole di desiderio.
il sorgere del litigio
Accese il desiderio degli amanti”.
E poi nell’ascensore si baciarono, come facevano sempre, mentre le loro labbra si sussurravano a vicenda:
“Egli pose la sua mano nella sua mano.
Egli pose la sua mano sul suo cuore.
Dolce è dormire con la mano nella mano.
Ancora più dolce è dormire cuore a cuore”.

FINE

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