Pubblicato da: scudieroJons | settembre 22, 2015

Sul fondo dell’inferno

desolataQuello che Jons vide, mentre era affacciato al balcone, lo gettò in un profondo sconforto. La vita della città e della campagna si era fermata. Da quando Carmelina-Inanna era discesa agli Inferi la vegetazione si era paralizzata: non sbocciavano più i fiori nei prati e sugli alberi e tra i rami degli alberi e nel cielo non volavano più gli uccelli.
Nella fattoria il toro non andava a montare la vacca, e l’asino non si curava della giumenta. Tutte le macchine agricole erano ferme e la terra non dissodata non produceva più alcun frutto. Nella casa di fronte, il giovane sposo dormiva sul divano senza pensare a ingravidare la sposa, che con aria annoiata costruiva un castello di carte e fumava. Sui portoni delle case si accumulavano i cartelli di AFFITTASI e VENDESI, ma nessuno prendeva in affitto o comprava case. Sulle vetrine dei negozi i cartelli con gli annunci dei saldi si rincorrevano e si sfidavano a offrire la percentuale di sconto più alta, ma nessun cliente entrava nei negozi. Gli alunni della scuola non frequentavano più le lezioni e davanti al portone c’era solo il bidello che guardava sconsolato le merendine che aveva comprato per rivenderle agli studenti a prezzi da boutique, e che rimanevano mestamente ad ammuffire.
Davanti agli occhi di Jons si susseguivano le stagioni, fatte di pasti sempre uguali: pasta al burro e affettato, perché ormai anche il ricordo dei gustosi manicaretti che gli preparava Carmelina Scannapieco stava svanendo nel nulla. Dopo un tempo infinito in cui Jons era rimasto a guardare il mondo che moriva lentamente, un vecchio autobus apparve alla fine della strada, e si avvicinò con andatura incerta fino a quando, svoltando, presentò a Jons la fiancata, su cui campeggiava la pubblicità del Centro Benessere Avernum.
“Portateci il vostro cadavere, – diceva la scritta sottostante, – e noi vi faremo risorgere a nuova vita”.
Jons aveva finalmente capito dove si era recata la maestra. Conosceva quel centro benessere, e sapeva che era dotato di tutte le attrezzature per praticare ogni genere di cura estetica e fisioterapica. Occupava tutto il piano terra di quello che una volta era stato un grande parcheggio interrato, profondo sette piani, sempre in lotta con le infiltrazioni dalla falda acquifera.
Jons preparò in fretta lo zaino con alcuni attrezzi che prevedeva potessero servirgli e già aveva messo la chiave nella toppa per chiudere la porta quando un pensiero lo bloccò. Sapeva che c’era la piccola possibilità che Carmelina fosse in una dimensione ultraterrena e perciò se voleva ritrovarla anche lui doveva adeguarsi. Andò velocemente nello studio e prese un vecchio libro dallo scaffale; cercò febbrilmente una pagina precisa, e quando l’ebbe trovata iniziò a leggere ad alta voce: “Dumuzi, l’amato da Inanna, il pastore fedele, l’eroe eccelso, il combattente senza pari, il principe accorto, il condottiero riflessivo, l’adoratore di dèi e dèe, l’instancabile governatore, colui che rallegra il cuore dei grandi dèi, colui che conserva il tempio e l’altare, colui che restaura le città, colui che completa i santuari, l’eccelso ministro, colui che aumenta a dismisura le offerte votive, che è pieno di timore degli dèi, che non riposa giorno e notte, il principe saggio, sono io!”
In quello stesso momento Carmelina Scannapieco, nella piccola officina che si trovava al piano più basso del parcheggio dell’Avernum si abbassò la visiera da saldatore sugli occhi e iniziò a saldare con l’arco elettrico alcuni pezzi che le servivano per riparare e modificare il motore dell’ascensore in disuso da alcuni anni, e che era rimasta l’unica via per sfuggire dalla trappola dove era finita.
Era arrivata nel primo pomeriggio al beauty center per una serie di trattamenti estetici e fisioterapici, perché il suo istinto le diceva che in quel luogo apparentemente rispettabile, gestito dalla sua antica compagna di scuola, la perfida Elvira, si poteva forse trovare la chiave per svelare il mistero della periodica scomparsa di tutti i cani e i gatti dai vari canili e gattili del circondario. Si temeva che all’origine di quelle sparizioni ci fosse un traffico illegale di animali verso i laboratori di paesi in cui la vivisezione non era vietata, e la maestra Scannapieco fremeva di orrore e di rabbia a quel pensiero, e voleva fare di tutto per scoprire i colpevoli e mandarli in galera.
Così, aveva fatto la sauna nella stanza svedese, il bagno nel frigidarium e nel calidarium, i massaggi, i fanghi, le inalazioni, la doccia, il bagno nell’olio, la battitura delle piante dei piedi, e in tutto quel tempo i suoi sensi erano stati attenti a cogliere il minimo indizio, ma non aveva scoperto niente. Dopo alcune ore se ne stava completamente nuda e distesa su un lettino con una decina di ciottoli di fiume caldi applicati sulla schiena.

pietreDa quella posizione aveva telefonato a Jons, delusa per non aver trovato niente, stanca e infreddolita per l’eccesso di trattamenti a cui si era sottoposta. Dopo aver sistemato le pietre l’inserviente si allontanò dicendole. “Si rilassi completamente. Torno a svegliarla tra mezz’ora”. Rimasta sola, Carmelina si era scrollata di dosso le pietre e si era diretta, nuda e scalza come si trovava, verso la porta che conduceva al parcheggio. Aveva percorso la rampa elicoidale in discesa e al piano inferiore si era trovata davanti a quattro Tir che sembravano dormire nella penombra. Quando si fu avvicinata ad uno di essi ed ebbe guardato attraverso le griglie della fiancata, capì perché avesse avuto l’impressione che stessero dormendo: i cassoni dei Tir erano stipati fino al tetto da strette gabbie metalliche in cui decine e decine di cani e gatti sonnecchiavano e respiravano come un unico grande animale addormentato. Carmelina passò da un Tir all’altro, per guardare dentro a tutti e poi ci girò attorno, e vide che tutti i Tir erano carichi allo stesso modo, e sembravano pronti per essere consegnati ad un acquirente senza scrupoli.
Avvicinati gli occhi alla grata di uno di quei cassoni la maestra non riuscì a trattenere un grido di gioia: “Pippo!” Aveva riconosciuto un cane che lei aveva salvato dai maltrattamenti e dal randagismo e che aveva affidato al canile in attesa dell’adozione. Il piccolo fox terrier ibrido, però solo per due terzi, si riscosse dal torpore e abbaiò con forza, dimenando la coda e agitandosi freneticamente e uggiolando. Gli rispose un coro di latrati e miagolii, che Carmelina ascoltò estasiata per parecchi minuti, fino a quando una voce alle sue spalle l’apostrofò: “Tu! Che stai facendo?”
La scena che la maestra Scannapieco vide per una frazione di secondo quando si fu voltata rimase impressa fortemente nella sua mente. Davanti a lei c’erano due dei collaboratori di Elvira, che Carmelina conosceva, mentre altri quattro, che dovevano essere gli autisti incaricati di guidare i Tir, le erano sconosciuti. Dietro a tutti stava Elvira che la guardava con uno sguardo carico di rabbia. Teneva per il manico una borsa di tela. Improvvisamente gridò con voce stridula: “Quella la conosco! Sta sempre a ficcanasare! Pigliatela! La dovete distruggere! Non la voglio più vedere!”
Carmelina si lanciò correndo a perdifiato lungo la rampa, inseguita a distanza da alcuni uomini, e in pochi secondi discese tutti i piani del parcheggio e si trovò al piano più basso. Vide da lontano la porta che immetteva nel locale adibito ad officina, lo raggiunse e si barricò all’interno, sprangando la porta. Mentre esplorava il locale dove era prigioniera, Carmelina sentì che il motore dei Tir era stato messo in moto, e sentì con sollievo che gli uomini riferivano ad Elvira: “Non ce la facciamo con la porta. Ho chiamato mio cugino, sta venendo con gli attrezzi. Ci vuole una mezz’ora”.
“Non c’è tempo, – era stata la risposta di Elvira, dobbiamo fare in fretta.” Si era affacciata al pozzo di aerazione che dal cortile interno scendeva fino al piano più basso, e parlò verso l’apertura che finiva nel buio: “A te ti conosco bene. Non puoi resistere troppo tempo. Vieni fuori e non ti faccio niente. Non vuoi uscire? Ti do dieci minuti per deciderti”. Poi chiamò un componente della banda e gli diede l’ordine di andare nella centrale al piano alto e di invertire il senso di funzionamento della pompa. Dopo qualche minuto Carmelina si accorse che l’acqua le era arrivata alle caviglie e il livello continuava a salire.
Si avvicinò all’apertura del pozzo e vide che c’era una fune che penzolava. In alto si vedeva una sagoma indistinta che scendeva lentamente e silenziosamente. Se credevano di sorprenderla si sbagliavano, pensò la maestra, e strinse il pugno attorno al manico della chiave inglese. Non poteva sapere che quell’ombra che scivolava lentamente e silenziosamente lungo il cavo era Jons che, arrivato al cento benessere e accortosi del trambusto che vi regnava, aveva raggiunto un cortile interno all’edificio e si trovava sulla grata che chiudeva il pozzo di aerazione mentre Elvira gridava minacce verso Carmelina e aveva capito la drammatica situazione in cui si trovava la maestra.
“Allora, ti sei decisa a uscire? – tornò alla carica Elvira, – Se esci subito non ti faccio niente!” E intanto fece segno agli uomini della banda di tenersi pronti. Jons, che scendendo lungo la corda era arrivato al piano immediatamente superiore a quello dove si trovavano Elvira e i suoi scagnozzi, fu preso dal panico quando sentì lo scatto dei carrelli delle mitragliette che mettevano il colpo in canna.
“Non uscire, Carmè! Non uscire! – cominciò a gridare, – Se esci ti sparano!”
“Chi è questo? – gridò a sua volta Elvira, – Sparate! Sparate!”
Jons non aveva aspettato e si era lasciato cadere in mezzo a una gragnuola di colpi che lo sfiorarono da ogni parte. Cadde in mezzo metro d’acqua e fango e l’urto contro il pavimento lo tramortì e rimase a galleggiare a faccia in giù.
Stava quasi per raggiungere anche lui gli Inferi, con mezzi terreni, quando si sentì afferrare per i capelli e poi trascinare fuori dalla portata dei colpi di mitraglia che continuavano a perforare il buio.
Quando, molti minuti dopo, riaprì gli occhi si trovò disteso sul pavimento dell’ascensore, e china su di lui c’era una donna nuda con una maschera di ferro e vetro e una pistola con la punta incandescente in mano.
Quando si sollevò la visiera Jons riconobbe la maestra che intanto gli stava dicendo: “Ma che ti è venuto in mente di gridare? Secondo te io ci credevo e sarei uscita? La conosco troppo bene quella schifosa. A scuola la chiamavano Crudelia Demon, perché lei odia tutti gli animali”.
“Mi dispiace, Carmelina, che non sono riuscito a salvarti. Ma almeno moriremo insieme”.
“Ma chi l’ha detto che moriremo? Non siamo imbattibili quando siamo insieme io e te?”
“Sì, è stato vero in passato, ma adesso non lo so. Mi sento a pezzi. Non riesco ad alzarmi. Non riesco a muovermi”.
“Non devi alzarti subito. Siamo nell’ascensore, sto finendo di fare una riparazione; tra poco lo metto in moto e lentamente arriveremo al piano terra. Li dobbiamo prendere alle spalle, quei maledetti, per impedirgli di scappare con tutti gli animali. Prima però devo fare una cosa. Ce l’hai il cellulare? Dammelo, per favore”.
“E’ qui, nel taschino del giubbotto”.
Carmelina prese il cellulare e digitò un messaggio, poi aggiunse gli indirizzi e intanto mormorava: “Carabinieri, Polizia, Pompieri, e gestori dei canili. Fatto! Adesso possiamo partire. Metto in moto l’ascensore”.
“Ma sono anni che non funziona, s’era rotto il motore e non l’hanno mai aggiustato”.
“L’ho aggiustato io. E’ facile. E’ uguale a quello della lavatrice, e quello l’ho aggiustato tante volte. Gli ho messo anche un ingranaggio aggiuntivo, una ruota di demoltiplica, per farlo salire pianissimo, così nessuno se ne accorge”. Nello stesso momento si cominciò a sentire il fragore dei colpi di piccone che venivano vibrati contro la porta dell’officina.
La maestra spinse il pulsante del piano terra e l’ascensore ebbe un breve sussulto, e poi rimase solo una leggera vibrazione a segnalare che la lenta risalita era iniziata.
Jons invece stava scendendo, e dalle sue labbra uscì in un sospiro: “Inanna, sono io, Dumuzi!”
A quelle parole gli occhi di Carmelina si illuminarono e si inumidirono, e dopo un attimo aveva iniziato a svestire Jons-Dumuzi, e mentre eseguiva quel compito con mani febbrili e amorevoli, dalle sue labbra usciva una antica canzone d’amore:
“Dumuzi, diletto del mio cuore,
grande è la tua bellezza, dolce come il miele.
Tu mi hai affascinata, fammi restare tremante dinnanzi a te.
Sposo, io vorrei essere condotta da te nella camera nuziale.
Dumuzi, lascia che io ti accarezzi.
Le mie carezze sono sapienti, più gustose del miele.
Nella camera ricolma di miele godiamo della tua splendente bellezza.
Amato mio, lascia che io ti accarezzi,
le mie carezze sono più gustose del miele.
Mio sposo, tu hai preso piacere di me”.

alata
Quando Jons-Dumuzi sentì le labbra della maestra aderire alle sue, sentì che il proprio sangue era ritornato a scorrere nelle vene, sentì il calore del corpo di Carmelina che aderiva al suo corpo e sentì che lo accoglieva amorevolmente dentro di lei, ebbe la certezza che per quella volta non sarebbe morto.

(continua)

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Responses

  1. davvero bello..
    attendo il seguito.
    Complimenti.

    • Grazie, sei molto gentile. Sono curioso anch’io di sapere quello che ne verrà fuori.
      Ciao : )

  2. meno male… che non sarebbe morto, intendo.

    • Sono d’accordo. Il romanzo postumo è un genere letterario che non prediligo.
      Ciao : )

      • …condivido. Attendo il seguito. 🙂


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