Pubblicato da: scudieroJons | luglio 8, 2015

Una tazza per Guglielmina

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– Jons! Jons! Non mi ascolti? Che stai facendo?
– Sto bevendo il caffè, Carmelina! Non lo vedi?
– Sì, lo vedo. Ma tu stavi anche guardando il piattino di sopra e di sotto, e poi hai guardato nel fondo della tazza. Non ti ho mai visto fare così. C’era qualcosa che non andava nel caffè?
– No, era buonissimo, come sempre. Ma stavo pensando a una certa tazza che Heinrich von Kleist, lo scrittore, poeta e drammaturgo tedesco dell’inizio dell’Ottocento aveva donato alla sua fidanzata, Wilhelmine von Zenge.
– Ah, e che aveva di tanto particolare quella tazza?
– Era un oggetto simbolico, un monito perenne. Devi sapere che Kleist, nato già con un temperamento romantico, era stato influenzato dalle letture di Rousseau e di Kant ed aveva sviluppato un marcato senso morale, abnorme anche per quei tempi di grandi passioni. Basta vedere con quanta enfasi e profluvio di sentimenti scrive alla sua fidanzata.

[Francoforte sull’Oder, principio del 1800].
Ho deciso di consegnare domani sera a Suo padre la lettera acclusa. Da ieri  sera  sento  che  non posso rimanere fedele alla promessa di non fare per il mio amore nulla che possa costituire un  inganno  verso  i Suoi degni genitori.  Stare in Sua presenza e non dover parlare perché altri non abbiano a sentire i nostri  discorsi, tenere  la  Sua  mano nella  mia  e  dover  rimanere  in  silenzio  perché non mi è permesso parlarLe in un certo modo, è una tortura che voglio e devo togliere di mezzo.  Perciò desidero sapere se posso amarLa a buon  diritto  oppure no.  In  quest’ultimo  caso  sono risoluto a mantenere la promessa che faccio a Suo padre nelle ultime  righe  della  mia  lettera.  In  caso contrario, sono felice… Guglielmina! Ottima fanciulla! Nella lettera a  Suo padre ho forse parlato alla Sua anima con troppo ardimento?  Se qualcosa in quella lettera Le fosse dispiaciuto,  me lo dica domani  e  io la cambierò.
Vedo che la nuova aurora del mio cuore brilla troppo luminosa ed è già troppo  visibile.   Senza  questa  lettera  potrei  nuocere  alla  Sua reputazione,  che però mi è più cara di qualunque altra cosa al mondo. Ora avvenga ciò che il cielo mi ha destinato, io sono tranquillo nella convinzione che agisco per il meglio.
HEINRICH KLEIST.
P.S.  Se  domani non mi negasse una passeggiata,  potrei sapere da Lei che cosa pensa di questo passo e come lo giudica.  Non ho fatto  cenno del  mio  viaggio per ragioni che vorrà perdonare.  La prego quindi di non parlarne nemmeno Lei. Noi infatti ci intendiamo.

– E quest’altra non è da meno, senti cosa dice.

[Francoforte sull’Oder, principio del 1800].
[Manca il principio] …  evidente la certezza di essere amato da Lei? Non  spira  da  ogni  riga  la lieta convinzione dell’amore esaudito e felice? Eppure… chi me l’ha detto? E dove è scritto?
E’ vero…  che cosa posso arguire dalla letizia  che  da  ieri  anima anche  Lei,  che  cosa  dalle  lacrime  di  gioia  che ha versato alla dichiarazione di Suo padre,  che cosa dalla bontà con la quale a volte mi  ha guardato in questi giorni,  che cosa dalla profonda fiducia con cui mi ha parlato in alcune  delle  sere  passate,  specialmente  ieri presso  il pianoforte,  che cosa dall’ardire con cui ora,  perché Le è lecito, si avvicina a me persino alla presenza di altri,  mentre prima si  teneva  sempre  timidamente lontana?  – Che cosa,  domando,  posso arguire  da  tutti  questi  segni   quasi   indubitabili,  cos’altro, Guglielmina, se non che sono amato?
Ma  posso  fidarmi  dei  miei  occhi  e  delle mie orecchie della mia intelligenza e del mio acume,  del sentimento del mio  cuore  credulo, che  già  una volta si è lasciato ingannare da simili segni?  Non devo diffidare delle mie deduzioni dopo che Lei stessa mi ha  già  mostrato una  volta  quanto  siano  talora  errate?   In fondo,   dopo  matura riflessione,  che cosa posso credere oltre a ciò che  sapevo  già  sei mesi fa, che cosa, dico, posso credere oltre il fatto che Lei mi stima e mi ama “come un amico”?
Eppure  desidero di più,  eppure vorrei “sapere” che cosa il Suo cuore sente per me. Guglielmina,  mi lasci gettare uno sguardo dentro il Suo cuore!  Me  lo  apra  almeno una volta con fiducia e sincerità.  Tanta fiducia, tanta illimitata fiducia da parte mia merita pure una qualche reciprocità da parte Sua.  Non voglio dire  che Lei  mi  debba  amare perché io La amo;  ma fiducia in me deve averne,  perché io l’ho avuta senza limiti in Lei…  Guglielmina,  mi scriva con intima e autentica franchezza.  Mi  conduca una volta nel sacrario del Suo cuore che non conosco ancora con certezza.  Se la convinzione che ho ricavato  dalla cordialità  del  Suo  contegno  verso  di me fu troppo ardita e troppo avventata,  non si  faccia  riguardi  di  dirmelo.  Mi  basteranno  le speranze  che  Lei  certo  non  vorrà  togliermi.   Ma  anche  allora, Guglielmina,  se la mia convinzione fosse fondata,  anche  allora  non abbia  riguardo  di  confidarsi totalmente.  Me lo dica,  se mi ama… perché infatti dovrebbe vergognarsene?  Non sono forse un  gentiluomo, Guglielmina?

A  dire  il vero – glielo voglio confessare apertamente,  Guglielmina, qualunque cosa Lei debba pensare della mia vanità – a  dire  il  vero, sono  fermamente  convinto  che  Lei  mi  ama.  Ma  Dio  solo sa quale concatenazione di pensieri mi fa desiderare che sia  Lei  a  dirmelo.
Credo  che  cadrei  in  estasi e che Lei mi donerebbe un istante pieno della gioia più esuberante e più  ardente, se la  Sua  mano  potesse decidersi a scrivere queste tre parole: “Io ti amo”.

Vorrei che almeno Lei mi dicesse apertamente tutto ciò che in me può forse dispiacerLe. Oso promettere di adempiere a  tutte  le  Sue  richieste  giacché  non  temo  che  possano  essere eccessive.  Continui almeno a comportarsi sempre in modo che io  possa porre la mia suprema felicità nel Suo amore e nella Sua stima,  allora tutti i buoni influssi che Lei stessa forse non immagina,  per i quali io Le sono intimamente e affettuosamente grato, si raddoppieranno e si triplicheranno.  In  compenso,  anch’io  intendo  contribuire alla Sua formazione, Guglielmina,  e rendere sempre più nobile e più elevato il valore della fanciulla che amo.
….
1. Se l’uomo esercita verso la donna il brutale diritto del più forte con  le  armi  della  violenza,  non ha anche la donna un pari diritto contro l’uomo,  quello che si potrebbe chiamare il  diritto  del  più debole, che essa può far valere con le armi della dolcezza?
2. Che cosa unisce maggiormente gli uomini tra di loro: i legami della fiducia, le virtù o le debolezze?
3. Deve la moglie non piacere a nessun altro che non sia suo marito?
4. Quale gelosia turba la pace della vita coniugale?
Ma  perché  non  si  eserciti  soltanto  la  tua  intelligenza,   cara Guglielmina, ma anche le tue altre forme spirituali,  assegnerò ora un piccolo compito alla tua fantasia.  Dovresti descrivermi la situazione che potrebbe meglio corrispondere a quanto  ti attendi  dalla  futura felicità  del  matrimonio. Facendo ciò,  potrai dar libero corso alla fantasia,  descrivere l’ambiente della felicità coniugale in  base  ai tuoi  concetti del bello,  arredare e ordinare la casa a tuo arbitrio, scegliere i lavori  ai  quali  preferiresti  dedicarti  e  indicare  i divertimenti  che più volentieri vorresti in essa predisporre per te o per me o per altri.

– Ma, Jons, che sta facendo questo? Le assegna i compiti per le vacanze?
– In effetti era un po’ fissato per questa sua missione educatrice. Guarda qui con che passione ne parla.

Francoforte sull’Oder, 30 maggio 1800.
Cara  Guglielmina,   la  reciproca  esercitazione  nel  rispondere   a questioni  dubbie  ha un’importanza così  articolata  per  la nostra formazione che dobbiamo affrontare la  cosa  con  quella  serietà  che richiede,  e  devo fornirti di una piccola guida per trovare soluzioni più facili e più opportune.  Infatti con queste risoluzioni scritte di quesiti  interessanti  ci esercitiamo non solo nell’applicazione della
grammatica e nello stile,  ma anche nell’uso  delle  nostre  superiori energie spirituali; e infine definiamo il nostro giudizio su argomenti dubbi  e  noi  stessi  ci arricchiamo progressivamente di interessanti verità.
La tua risposta alla prima domanda è esattamente come l’avrei data  io stesso  e  la risposta alla seconda forse ancora migliore,  almeno per quanto riguarda il contenuto.  Solo nella  forma,  nell’ordinamento  e nello  svolgimento  delle  due  risposte  sarebbe  possibile  avanzare qualche critica.
Ma mi riservo di farlo a voce e ora mi limito a tracciarti soltanto la strada che io seguirei nel rispondere a una simile domanda.
Nel caso in cui tu mi  domandassi  quale  dei  due  sposi,  adempienti entrambi  ai  loro doveri coniugali,  perda maggiormente per la morte prematura  dell’altro,  i  pensieri  suscitati nella  mia anima si concatenerebbero pressappoco nell’ordine seguente.

– Mi fai un piacere, Jons? Mi risparmi la concatenazione di pensieri? Te ne sarei grata.
– Come vuoi, Carmelina. Lo sai che faccio sempre quello che posso per accontentarti. Arriviamo direttamente alle conclusioni.

Per conseguenza il marito perde infinitamente  di  più  con  la  morte della  moglie  di  quanto perde la moglie con la morte del marito.  La donna non perde altro che la protezione contro gli  attacchi  al  suo onore  e  alla  sua  sicurezza  e il sostentamento per i bisogni della vita;  la prima la ritrova nelle leggi o il marito stesso  continua  a procurargliela per mezzo dei parenti e forse dei figli adulti; l’altro può  averlo  ottenuto  come  eredità  dal marito.  Ma come potrebbe la moglie lasciare al marito ciò che egli perde con la morte di lei? Egli perde la somma della sua felicità terrena, con la perdita della moglie gli si è inaridita la fonte di ogni felicità,  tutto gli manca se  gli manca  una sposa,  e tutto quanto essa può lasciargli è il malinconico ricordo della felicità di un  tempo,  ricordo  che  rende  ancora  più triste la sua condizione”.

– Jons, io ti avevo solo fatto una innocente domanda su una certa tazza. Non è per caso che anche tu hai ogni tanto pulsioni vagamente didattiche?
– Per gli scacchi può essere. Ma ti sto dicendo queste cose per sottolineare l’importanza che Kleist dava alla tazza. Sappiamo che aveva una personalità instabile, passava continuamente dall’entusiasmo allo sconforto e alla disperazione.

Berlino, 16 agosto 1800.
Mia cara,  amata Minetta,  non essere  in  collera  se  ricevi  questa lettera  con  tanto  ritardo.  Ieri  non ho potuto scrivere perché ero trattenuto da molte faccende…  ma questa è una magra scusa.  Nessuna occupazione  deve impedirmi di compiere il dovere di dar notizie di me tempestivamente alla mia cara e fedele fanciulla.  Via,  perdonami per questa  volta!  Certo,  se  portassi  ora  queste  righe  alla  posta, troveresti una mia lettera al tuo ritorno da Tamsel; ma sette righe si possono dire una lettera? Lasciami dunque chiacchierare ancora un poco con te confidenzialmente e affettuosamente.
Con quali sentimenti abbia lasciato Francoforte… oh, cara fanciulla, non te lo posso descrivere, giacché non mi comprenderesti interamente.
Quando mi separai da te andai ancora a coricarmi e rimasi  così  forse un’ora  e  mezza,  ma  ad  occhi aperti,  senza dormire.  Quando nella semioscurità del mattino partii, ebbi l’impressione di udire un rumore a una finestra del vostro salotto.  Mi balenò il pensiero che  potessi essere  tu.  Ma  non  eri  tu, benché  avessi l’ardente desiderio di rivederti ancora una volta.  La carrozza si allontanò  mentre  i  miei sguardi,  avendo  il  corpo  rivolto all’indietro,  erano ancora fissi sulla casa diletta.  Le lacrime  mi  salirono  agli  occhi,  desiderai ardentemente   di   piangere,   ma  da  troppo  tempo  ne  ho  perduto  l’abitudine.

Koblentz presso Pasewalk, 21 agosto 1800.
Poiché la posta non parte prima di domani sera, voglio scrivere ancora un  foglio  per  te  e  mi auguro cordialmente che il leggerlo ti doni almeno la metà del piacere che a me procura scriverlo.  Certo tra poco manderai un paio di volte invano a ritirare la corrispondenza e il tuo cuoricino  si  metterà  a  battere  sempre  più forte.  Ma devi essere ragionevole,  Guglielmina.  Tu mi conosci e spero tu abbia  una  buona opinione di me.  Conservala. Oltre a questo sai sempre dove mi trovo e circa lo scopo del mio viaggio sai almeno che è eccellente.  Esso mira alla  nostra  felicità  e,  questa è la cosa più bella,  non può farci perdere nulla,  ma guadagnare tutto.  Stai dunque tranquilla una volta per  sempre,  qualunque  cosa accada.  E’ molto facile che una lettera resti giacente alla posta o vada smarrita in altro modo; non è il caso di stare in ansia.  Io di certo ti ho scritto, sappilo,  anche se per caso  tu non dovessi ricevere subito la lettera.  Ma affinché possiamo sapere sempre se le nostre lettere ci siano  giunte,  annoteremo  ogni volta  quante ne abbiamo già scritte e quante ricevute.  Così comincio subito con la seguente rubrica:
SPEDITO
da Berlino la prima lettera
RICEVUTO
Spero di poter riempire presto anche la  seconda  colonna…
…………

Cara Minetta, in questo momento ritorniamo dalla visita a Lord Elliot, l’ambasciatore inglese da cui abbiamo saputo cose che  ci  inducono  a non raggiungere Vienna,  ripiegando su Wurzburg o su Strasburgo.  Sta’ tranquilla,  e  se  il  cuoricino  dovesse  inquietarsi,   rileggi  le istruzioni oppure guarda la tua nuova tazza dal di sopra e dal di sotto.
……………

Nella splendida valle  di  Tharandt  rimasi  indicibilmente  commosso. Provai  un  immenso  desiderio che tu fossi con me.  Queste valli così strette e misteriose sono la vera patria dell’amore. Là avremmo goduto gioie ancor più grandi che sotto la  pergola  del  giardino.  E  quale stupenda  impressione  susciterebbe  nella  tua anima  anche un breve soggiorno  tra  questa  natura  ideale!   Profonde  sono  infatti   le impressioni  che la vista della sublime e nobile creazione suscita nei cuori teneri  e  sensibili.  Certo  la  natura desterebbe  in  te  il sentimento  e  il  pensiero;  io  cercherei  poi  di  svilupparli e di plasmare a mia volta altri  pensieri  e  altri sentimenti…  Oh,  un giorno dobbiamo visitare insieme una regione splendida, e potremo così sperimentare gioie nuove e sconosciute.
Così quasi ogni oggetto, per rapporti lontani o vicini, mi ricorda te, mia  diletta fanciulla…  E se talvolta il mio spirito,  seguendo una catena di pensieri scientifici,  si allontana da te,  uno sguardo alla tua  borsa del tabacco che mi pende sempre dal bottone del panciotto o ai tuoi guanti che mi tolgo raramente o al nastrino  azzurro,  che  mi hai legato intorno al polso sinistro e non ho mai sciolto proprio come se fosse il vincolo del nostro amore, mi riporta a te.

Lungwitz, ore dieci e mezzo.
Quale  magnifico  dono  del  cielo  è  una   bella   patria!   Abbiamo attraversato  una valle unica,  romanticamente bella.  Tra un continuo susseguirsi di villaggi,  di  giardini  magnificamente  irrigati,  con splendidi  gruppi  d’alberi sulle rive,  il tutto tenuto come un parco inglese. Ogni fattoria è un paesaggio. Pulizia e benessere ovunque. Da tutto si può capire che anche il servo e  la  fantesca  si  godono  la vita.  Tutti  gli  sguardi irradiano allegria e benevolenza.  Una gran parte delle ragazze sono ben fatte e molto interessanti.  Così  accade per lo più in tutte le località montane. In verità, se non avessi te e fossi ricco direi “à dieu à toutes les beautés des villes”.  Viaggerei tra i monti,  specie nelle vallate cupe,  entrerei di casa in  casa  e dove  trovassi  occhi azzurri sotto ciglia scure o riccioli castani su un bianco collo,  mi fermerei per  vedere  se  la  fanciulla  è  anche interiormente  così bella come esteriormente appare.  E se così fosse, se vivesse in lei anche una sola scintilla d’anima,  la prenderei  con me  per  formarla  secondo  i  miei intendimenti.  Inutile ribellarsi, questo è ormai il mio bisogno, e una fanciulla anche perfetta,  se già compiuta,  non fa per me.  Io stesso voglio formarla e farla crescere…

– No, Jons, per me questo Kleist era normalissimo. Guardava le belle montanare come fanno tutti, te compreso. Ma poi si sono sposati?
– Si sono sposati, ma ciascuno dei due con un’altra persona. Lo scrittore continuava a viaggiare, spinto da un’irrequietezza che non lo abbandonava mai. Lei non lo volle mai seguire, perciò non poteva durare.

Wurzburg, 9 o 10 settembre 1800.
[Manca il principio] …  Riceverò presto una tua lettera?  Mia  cara, diletta,  unica amica! Se in tutto questo tempo ti fossi ammalata… e magari tu non fossi più… oh Dio! Allora tutti i sacrifici,  tutte le fatiche  di  questo  viaggio  sarebbero  vani! Poiché  di  amore  ho bisogno…  e dove troverei di nuovo tanto amore?  Per te ho fatto ciò che non feci mai per una creatura umana… Tu mi avresti amato con più fervore,  più  fedeltà,  più  tenerezza,  più gratitudine di qualunque altra  fanciulla…  Oh  Dio!  sarebbe  spaventevole!  Scrivi,  scrivi presto.  Ogni giorno vado alla posta. Devo ricevere presto notizie tue o la mia calma, conservata così a lungo, vacilla…  Scrivimi sempre a Wurzburg.  Resto  qui  fin  quando  non  abbia  ricevuto  tue notizie, altrimenti non potrei proseguire serenamente il mio  viaggio.  Forse, anzi, probabilmente non lo proseguo affatto. Addio.

15 settembre.
Mia cara,  carissima amica! Come brama il mio cuore anche poche parole amichevoli scritte di tuo pugno,  una breve lettera  sulla  tua  vita, sulla tua salute, sul tuo amore, sulla tua tranquillità! Quanti giorni abbiamo  trascorso  separati  l’uno  dall’altra e quante cose saranno accadute che riguardano da vicino anche me!  E perché non so più nulla di te? Non esisti più? O stai male? O ti sei dimenticata di me, che ti ho  sempre  nel mio pensiero?  Sei forse in collera con l’amato che si allontanò così capricciosamente dall’amica?  Muovi forse un rimprovero di  leggerezza  a colui che in questo suo viaggio cerca di conquistare la tua stessa  felicità  con  sacrifici  incredibili  e  ora  forse… “forse”  l’ha conquistata?  Vorrai ripagare con diffidenza e infedeltà colui che forse fra breve ritornerà con i  frutti  della  sua  azione? Troverà   ingratitudine   nella  fanciulla  per la  cui  felicità  ha arrischiato  “la  vita”?   Non  otterrà  il  premio  su   cui   faceva assegnamento,  l’eterna, fervida, tenera gratitudine? No, no… tu non puoi essere ingrata. Eterni rimorsi ti tormenterebbero. Mille ostacoli hanno impedito che le tue lettere giungessero a me.  Mi tengo  stretto al tuo amore.  La fiducia in te non deve vacillare.  Nessuna apparenza mi deve confondere.  “In te” voglio credere e  in  nessun  altro.
…………
A chiunque sono disposto  a  perdonare  la  diffidenza tranne  che  a  te,  avendo compiuto ogni sforzo per liberartene.  Hai compreso l’iscrizione della tazza?  In questo caso adempiresti il mio più profondo desiderio. In questo caso sapresti onorarmi.
Forse  riceverò  anche  il  tuo  componimento…  o  non  l’hai ancora terminato? Non importa, non affrettarti. Un raggio di sole a primavera fa maturare il fiore dell’arancio,  ma per la quercia è necessario  un secolo.
…..
– Vedi come Kleist insiste sulla sua missione pedagogica nei confronti della donna amata? Stavo pensando che anch’io, a volte… sentirei la necessità…
– Puoi continuare, Jons, se vuoi, ma stai attento a quello che dirai. Ma prima di ogni altra cosa mi devi svelare questo mistero della tazza. Se no, la vedi questa tazzina da caffè?…
– Ci stavo proprio arrivando. La tazza di porcellana che Heinrich aveva regalato a Wilhelmine era decorata con papaveri e fiordalisi. All’interno della tazza, sul fondo, c’era impressa la parola “Vertrauen” (fiducia). Sul piattino, all’interno era stampata la parola “uns” (noi) e sul lato opposto, sul fondo del piattino, c’era la parola “Einigkeit” (concordia).

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Quando la tazza era sul piattino i due oggetti formavano una sciarada. Si poteva dire che “Vertrauen  auf (sopra) uns, Einigkeit  unter (sotto) uns”. In italiano si traduce più correttamente “Fiducia in noi, Concordia tra noi”.
– Ah, adesso ho capito! Che bella soddisfazione doveva essere per Guglielmina edificarsi lo spirito anche mentre sorseggiava il tè! Anche tu vorresti una tazzina da caffè con un motto che formi una sciarada o un rebus? Per usarla tu? O per darla a me? E tu credi che l’accetterei?
– No, Carmelina, non oso sperarlo. E poi io non sono uno scrittore dalla sensibilità morbosa e non scrivo decine di lettere alla donna amata…
– Questo è vero! Una sola lettera mi hai scritto, ma in poco spazio c’era rappresentato tutto il campionario di tardo romanticismo, decadentismo e futurismo.
– Mah, e chi se la ricorda! E forse ormai quella lettera non esiste nemmeno più…
– E qui ti sbagli, Jons. La lettera esiste, e un giorno, chissà, potrebbe anche saltar fuori.

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