Pubblicato da: scudieroJons | maggio 14, 2015

La lettera del primo ministro

La signorina Adelina Tattilo, l’anziana maestra di Rignano, da anni in pensione, stava quasi per finire di consumare la sua parca cena costituita da un piatto di fagioli con le cotiche, quando sullo schermo sfarfallante del suo Radiomarelli in bianco e nero da 17 pollici, acquistato a rate nel 1958, si materializzò un’immagine familiare.

lavagna
“Ma quella è la mia lavagna! Cosa ci fa in televisione? E chi è quel bellimbusto in camicia bianca che sta sproloquiando di buona scuola?”
Dopo aver azionato ripetutamente la manopola della sintonia la signorina Adelina riconobbe Matteorenzi, il suo allievo di trent’anni prima.
Si commosse al pensiero di tutte le volte che gli aveva dato un nocchino sulla testa quando, passando tra i banchi mentre dettava una poesia, scorgeva uno strafalcione sulla sua pagina piena di macchie e dagli angoli accartocciati. Ma, a parte questo, la maestra lo amava, come aveva sempre amato tutti i suoi alunni.
Si ricordò di quella volta, quando, anni dopo, aveva letto pensando a lui una poesia di Edgard Lee Masters.

Dov’è il mio ragazzo, il mio ragazzo –
in quale parte del mondo?
il ragazzo che amavo più di tutti nella scuola? –
io, la maestra, la vecchia zitella, il vergine cuore,
che di tutti avevo fatto miei figli.
Giudicai bene il mio ragazzo,
ritenendolo uno spirito ardente,
smanioso, instancabile?

Oh, ragazzo ragazzo, per cui pregai e pregai
in tante ore di veglia la notte,
ricordi la lettera che ti scrissi
sulla bellezza dell’amore del Cristo?
E che tu l’abbia ricevuta o no,
ragazzo mio, dovunque tu sia,
fa’ qualcosa per la salvezza della tua anima
perché tutto il tuo fango, tutta la tua scoria
possa soccombere al fuoco,
finché il fuoco non diventi che luce!…
Non diventi che luce!

Mentre ripensava a quella poesia la maestra toccava il grappolo di cornetti di corallo rosso che pendevano dalla lampada posta sopra il televisore, e mentre ascoltava le banalità che con incredibile faccia di bronzo Matteorenzi snocciolava in televisione, la sua mano fremente correva istintivamente verso la sua antica bacchetta d’ebano. Adesso capiva tante cose che non avrebbe potuto capire prima: capiva perché la maestra di Bersani e quella di Enrico Letta le avevano tolto il saluto e perché la maestra di Peppone Bottazzi la guardava in cagnesco da lontano e le rivolgeva gestacci irriferibili. Le tornò in mente anche la risposta che avrebbe voluto ricevere da Matteo, e che non ricevette mai.

Ebbene sì, Emily Sparks, le tue preghiere
non furono disperse, il tuo amore
non fu del tutto invano.
Qualunque cosa io sia stato nella vita,
lo devo alla tua speranza che non disperava di me,
al tuo amore che non smise di vedermi buono.
Cara Emily Sparks, lascia che ti racconti la mia storia.
Sorvolo sugli influssi di mio padre e mia madre.
La figlia della modista mi ha messo nei guai
e sono andato in giro per il mondo.
Ho attraversato ogni sorta di pericoli:
vino, donne, i piaceri della vita.

Una sera, in una stanza di Rue de Rivoli,
stavo bevendo vino con una cocotte dagli occhi neri
e le lacrime mi inondarono gli occhi.
Quella pensò che erano lacrime d’amore e sorrise
al pensiero di avermi conquistato.
Ma l’anima mia era distante tremila miglia da lì,
pensavo a quando eri la mia maestra a Spoon River.
E proprio perchè non potevi più amarmi
nè pregare per me, nè scrivermi delle lettere,
in tua vece parlò l’eterno silenzio.
E la cocotte dagli occhi neri prese le lacrime per sé,
e i baci bugiardi che le diedi.
Non so come, da quel momento ebbi una visione nuova,
cara Emily Sparks!

Ma adesso, se le sue attempate orecchie non la stanno ingannando, alla signorina Adelina si preannuncia l’arrivo di una lettera di Matteorenzi e l’emozione per la prossima epifania le impedisce di cadere vittima dell’abbiocco postprandiale. Il sonno la soccorre solo a notte fonda mentre sta per finire di leggere per la centesima volta i racconti dell’amato Franz Kafka.
Nel suo sogno vede l’antico alunno, il primo ministro, che si affaccia sullo scalone di Palazzo Chigi e chiama uno degli ufficiali al suo servizio che stazionano notte e giorno nel cortile.
Prontamente accorso, il prescelto riceve dal primo ministro una lettera su cui è scritto: (in stampatello, perché il primo ministro ha disimparato a scrivere in corsivo) “Alla mia cara maestra, nel giorno del suo compleanno”, e poi si avvicina al messaggero per sussurrargli all’orecchio un messaggio verbale.
Dopo aver salutato militarmente, il messaggero parte, e il suo passo è spedito, quasi di corsa. Ha già percorso quasi tutti gli scaloni che lo separano dal piano terra, poi dovrà percorrere tutti i cortili che lo separano dal portone principale, si dovrà aprire un varco nella calca di impiegati, faccendieri, simpatizzanti, rottamatori, postulanti, saltatori sul carro del vincitore,  e solo quando sarà fuori dal Palazzo potrà iniziare l’interminabile viaggio per percorrere l’immensa distanza che lo separa dalla casa della maestra Adelina.
Ma la maestra già non pensa più a lui. Sta sognando quello che cucinerà l’indomani.
“Domani voglio stare leggera: mi farò una minestra di verze e patate”.

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