Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 25, 2015

Sono loro, o non sono loro?

enricoemargherita

Mentre tornavo a casa, l’altra sera, dopo essere stato in posta a pagare un bollettino, sono passato di fianco a una siepe che delimita il giardino di una casa e senza volerlo ho ascoltato un frammento di conversazione. C’era una voce giovanile e argentina che interloquiva con un’altra voce, la quale rispondeva con tono grave e con eloquio colto e ricercato.

– Ben veggo ch’ella vuol usarmi cortesia; si umilia per farmi arrossire. I viaggiatori son soliti a mostrare condiscendenza, e pigliar per bene ogni cosa; ma io so che il mio povero discorso non può intrattenere un uomo di tanta esperienza.
– Un tuo sguardo, una tua parola, mia cara, mi son più soavi, che non tutta la saviezza che può insegnare il mondo. Voglio baciare la tua mano.
– Deh, non faccia! Come può ella degnarsi di baciare la mia mano, che è sì ruvida e brutta? Ma che non mi tocca fare in casa? E mia madre, per vero, è molto malata.

Mi ha assalito la tentazione di rimanere ad ascoltare il seguito, e trattandosi di una tentazione non ho saputo resistere. Ma come potevo giustificare agli occhi dei sospettosi passanti la mia presenza immobile su quell’angolo di marciapiedi? Per fortuna è arrivato trotterellando un cane barbone nero che si è messo ad annusare il tronco degli alberelli e allora mi sono chinato ad accarezzarlo sulla testa e a grattarlo sotto la gola con mano interessatamente amichevole. E intanto ascoltavo.

– Sì, Sì! lontano dagli occhi, lontano dal cuore. È vostra usanza il corteggiare; ma voi avete amici in quantità che hanno assai miglior senno e accorgimento di me.
– Dolce anima mia! credimi che quel che si vuol dire senno e accorgimento non è le più volte che vanità e cortezza d’ingegno.
– Come?
– Ah, il candore e l’innocenza saranno sempre ignari di sé medesimi, e del santo lor merito? Ed è pure strano che l’umiltà e la verecondia, preziosissimi son fra i doni della benevole, dispensatrice natura.

La conversazione si stava facendo interessante e anche il cagnolino sembrava volesse ascoltare.

– Pensate a me alcuni istanti, ed io avrò ben tempo di pensare a voi.
– Voi siete sola sovente?
– Sì; è una piccola famiglia la nostra; e non di meno richiede molta cura. Non abbiamo fantesca; e spetta a me il far la cucina, spazzare, cucire, lavorar di calzette, e correre qua e là a tutte l’ore; e mia madre guarda fil filo ogni cosa. Non propriamente che ve la stringa il bisogno; ché anzi potremmo far più che altri. Mio padre ha lasciato un bell’avere, una casetta e un orticello pochi passi fuor della città. Ora per altro io ho giorni tanto o quanto tranquilli: mio fratello s’è fatto soldato, e la mia sorellina è morta. Io ebbi per quella creatura i miei begli impacci, e tuttavia me gli piglierei ancora tutti di buon animo, tanto io le voleva bene.
– Un angelo ell’era, se somigliava a te.
– Io l’avevo allevata, ed ella pure mi voleva bene. Mio padre era morto di poco quando ella nacque; e tememmo allora di perdere ancora nostra madre, tant’era ridotta a mal termine; e non si riebbe che passo passo a gran pena. E però dové dimettere il pensiero di allattare quella povera bimba, e la trassi su io da me sola con latte ed acqua, e fu come mia. Io l’aveva tutto ‘l dì in braccio, e la trastullava sul mio grembo; e a poco a poco si ravvivò, si abbellì, si fe’ grande e briosa.
– Certo tu allora provavi un dolcissimo contento.
– Ma e assai ore tristi ancora. La culla della piccina era accanto al mio letto, di modo ch’ella non poteva pur muoversi, ch’io non mi destassi. Ed ora bisognava darle a bere, or coricarlami a canto; e quando non voleva chetarsi, levarmi su, e ballarla innanzi o indietro per la camera: e la mattina sul fare del dì andarmene al lavatoio, e poi al mercato, indi correre a casa; e via via ciascun giorno di un modo. A simil vita, caro signore, non si va sempre di buona voglia; nondimeno se ne gusta meglio il mangiare e il dormire.

Avevo afferrato per il collare il bravo cagnetto e lo tenevo saldamente, incurante dei suoi tentativi di divincolarsi per accorrere al grido di richiamo che proveniva dal fondo della strada. Cercavo di farmi tornare in mente come faceva Angelo Lombardi a immobilizzare i coccodrilli e mi sforzavo di ricordare come era riuscito Crocodile Dundee ad ammansire il bufalo. Ma quando ho visto quella che appariva inequivocabilmente come la padrona venire a passo di carica verso di noi, sono stato subito certo che per ammansirla ci sarebbe voluto ben altro, ed ho lasciato che il barboncino si divincolasse e corresse verso di lei. Ma non mi perdevo una sillaba della conversazione che si svolgeva al di là della siepe.

– E tu, mio bell’angelo, tu mi hai tosto riconosciuto, quando io misi il piè nel giardino?
– Non vedeste? Io chinai gli occhi in terra.
– E tu mi perdoni, non è vero? Io fui ben sfacciato di appressarmiti a quel modo allorché uscivi appena dal duomo.
– Io rimasi attonita; che mai non m’era occorso simil caso; e non ho mai dato che dire di me. Oimè, io pensava, ha egli forse veduto nel tuo contegno alcun che di sconvenevole, e di poco onesto? Gli è tocco a un tratto la fantasia, proprio come se credesse di aver a fare con una fraschetta? Ma il dirò io? Allora, allora cominciò a parlarmi nell’animo un non so che in favor vostro; ed io era malcontenta di me sentendo ch’io non sapeva essere malcontenta di voi.
– Gioia mia!
– Via, state un po’ cheto con le mani! Lasciatemi cogliere questo fiore.
– Che n’ha a riuscire? un mazzolino?
– No: egli è un giuoco.
– Come?
– Oh, andate! Voi vi burlereste di me. Lo devo sfogliare tutto.
– Che vai tu mormorando?
– Lo dirò a voce più alta. Egli mi ama — egli non mi ama!
– Cuor dell’anima mia!
– Mi ama — non mi ama — mi ama — non mi ama — Questa è l’ultima foglia. Egli m’ama!
– Sì, mia fanciulla: la parola di quel fiore ti affidi, simile ad una voce che ti scendesse dal cielo. Egli ti ama! E intendi tu, fanciulla, che vuoi dire: Egli ti ama?
– Io sono atterrita.
– Oh, non tremare! E questi nostri sguardi, questo stringere delle mani ti dicano quello che da nessuna parola può mai essere espresso.  Abbandonarsi pienamente all’amore; inebbriarsi delle sue voluttà; e durare in eterna beatitudine! Eterna! Oh, disperazione; s’ella potesse mai aver fine! No, non avrà mai fine! mai fine!

Mi è venuta un’idea: ho preso dalla tasca un biglietto del tram usato e l’ho arrotolato, come se fosse una sigaretta, l’ho messa tra le labbra e poi ho infilato la mano in tasca per cercare l’accendino. La ricerca è durata molto a lungo, perché con l’abbigliamento invernale io ho sempre tra quindici e venti tasche a disposizione in cui frugare, e posso ripetere la ricerca con diverso ordine, per farla durare all’infinito. Improvvisamente una gentile passante mi ha offerto la brace della sua sigaretta per farmi accendere, ma io mi sono schermito, ho ringraziato ed ho spiegato che quello era il mio metodo brevettato per smettere di fumare, al che la generosa offerente si è allontanata piuttosto contrariata. Intanto io continuavo ad ascoltare.

– Promettimi, Enrico!
– Tutto quel ch’io posso!
– Or dimmi, che stima fai tu della religione? Tu sei savio, buono, e pien d’affetto, ma temo che tu pecchi nella fede.
– Lasciamo star questo, Margherita. Tu sai ch’io ti voglio bene. Io porrei la mia vita per quelli ch’io amo; e per niun modo vorrei rimuovere chicchessia da ciò che a lui par savio di credere.
– Non va bene, si deve anche credere.
– Si deve?
– Oh, s’io avessi alcun potere sopra di te! Tu rispetti poco i Santi Sacramenti.
– Io li rispetto.
– Ma senza frequentarli. Egli è un gran pezzo che non vai alla messa, e che non ti se’ confessato. Credi tu in Dio?
– Anima mia! chi osa dire: io credo in Dio? domandane i preti e i sapienti, e la loro risposta ti parrà una derisione: diresti ch’ei volessero farsi giuoco di te.
– Però tu non ci credi.
– Non mi fraintendere, mio dolce amore! Chi osa nominar Dio, e dire: Io credo in esso? E chi può aver animo che sente, e attentarsi di dire: Io non credo in esso? nel comprenditore e sostentatore di tutte le cose? — E non comprende e sostiene egli te, me, sé medesimo? Non s’inarca lassù il cielo? Non si stende quaggiù salda la terra? E non sorgono amicamente arridendoci dall’alto, le stelle immortali? Non raggia il mio occhio nel tuo occhio? Non tutte le cose si traggono verso la tua mente e il tuo cuore, e vivono e si rivolvono in eterno mistero — visibili od invisibili — intorno a te? E tu riempi di questo ineffabile portento il tuo petto, e se ti senti allora pienamente beata, nominalo come tu vuoi: dillo felicità! dillo cuore! Amore! Dio! Io non ho alcun nome per esso. Sentire è tutto; e non è il nome altro che suono ed ombra che offusca lo splendore che ne viene dal cielo.
– Belle e savie cose son queste: e a un bel circa dice il medesimo anche il parroco, benché in parte con altre parole.
– Questo dicono tutti i cuori, in tutte le contrade, sotto il vital raggio del giorno; ciascuno in suo linguaggio; e perché non io nel mio?
– A intenderla così, parrebbe in vero che tu non dicessi male, ma ci rimane pur sempre non so che di torto, perché tu non sei buon cristiano.

A questo punto ero sicuro di aver scoperto l’identità di quei teneri amanti: per me dovevano essere Margherita Fumero ed Enrico Beruschi. Ma quando ho sbirciato attraverso una fessura della siepe ho visto che non erano loro,

dialogo

e mi sono chiesto: “Ma allora, chi diavolo sono questi due?”

E prima di proseguire per la mia strada ho fatto in tempo ad ascoltare ancora alcune frasi.

– È tempo ch’io vada.
– Deh, non potrò io mai riposarmi una breve ora con te; stringere il mio cuore al tuo cuore; mescere anima con anima?
– Ah, s’io dormissi pur sola, io ti vorrei lasciar aperto l’uscio stanotte. Ma mia madre ha il sonno sì sottile; e s’ella ci avesse a cogliere, io cascherei morta sul fatto.
– Non vi è pericolo, mio bell’angelo! Togli quest’ampolletta; e sol tre gocciole che gliene mesci nella sua bevanda, la sommergeranno in un placido e profondo sonno.
– Che non farei per l’amor tuo! Non le può far danno, non è vero?
– Cuor mio, vorrei io proportelo se potesse?
– Sol ch’io ti guardi, mio caro, non so che mi persuade di consentire ad ogni tuo desiderio, e tanto io ho già fatto per te, che oramai mi rimane ben poco da fare.

Brani tratti dal Faust
di Johann Wolfgang von Goethe

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