Pubblicato da: scudieroJons | settembre 7, 2014

La Rosa degli emigranti

di Generoso d’Agnese

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Maria Rosaria Liberti, in arte Ria Rosa, proclamata Cantante degli Emigranti, antagonista di Gilda Mignonette, nonché ironica e divertente Nonna delle Femministe, straordinaria interprete della canzone napoletana approdò nel 1915 (a soli 16 anni) nel mondo dello spettacolo. Dapprima come sciantosa alla Sala Umberto di Napoli (prestigioso Cafè Chantant dove si esibirono le dive più famose come A. Fougez, la Bella Otero, etc), e poi date le sue capacità interpretative (voce scura e teatrale), per le più celebri Piedigrotte, contesa dagli impresari teatrali.

Nel 1922 sbarca a New York con la compagnia di Nicola Maldacea; qui, dato il successo, fonda una sua Compagnia dedicandosi anche alla rappresentazione di particolarissime sceneggiate, quali E’ Pentite, storia e sorte delle ragazze madri napoletane. Ria Rosa suscita scalpore anche per altre sue esibizioni; non si risparmia il travestimento da Guappo per cantare canzoni al maschile come Guapparia, né ha timore di sfidare le autorità americane nel 1927, denunciando con Mamma Sfortunata (primo titolo ” ‘A Seggia Elettrica”) l’errore giudiziario per la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, subendo minacce e rischiando l’espulsione dagli States.

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La sua vita fu un continuo viaggio Napoli-New York, dove si stabilì definitivamente nel 1937, anno in cui tornò per l’ultima volta in Italia in occasione della morte del grande compositore suo amico E. Tagliaferri, per il quale cantò per l’ultima volta in pubblico Chitarra Nera a lei dedicata e lasciata incompiuta. Ria Rosa torna così a New York, lascia le scene da quel fatidico 1937, e muore in America nel 1988…
Cara, splendida Ria Rosa, piccola-grande donna degli anni Venti che scegliesti a soli quindici anni di tuffarti nel mondo dello spettacolo, esibendoti come sciantosa nella mitica Sala Umberto di Napoli, come dire il meglio dei Café-chantant di quel tempo. Un escamotage, invero, per farti conoscere, per fare apprezzare a quegli inamidati signori e lustrate signore, il timbro forte della tua voce scura e teatrale. E che non tardasti a mandarli a quel paese per imbarcarti su una nave alla volta della Grande Mela di New York. Alé Ria, l’America è tua.

Era il 1922 e tu avevi 23 anni allora e avevi maturato a tue spese cosa voleva dire far carriera in un mondo maschilista, dove ti si chiedeva sempre quella tua cosa lì, accettando o rifiutando o ammiccando a tuo piacimento, ma sempre uscendone a testa alta, come una regina. Ricominciasti a cantare canzoni tue e del repertorio napoletano. Prima accanto a Nicola Maldacea e poi in una compagnia da te formata, esibendoti in particolarissime sceneggiate come ” ‘E pentite”, sulle ragazze-madri napoletane. Tante altre volte ritornasti nella tua Napoli, ma non ti piaceva il clima di regime che regnava nel paese e non volevi competere con le più accomodanti Lina Cavalieri, Anna Fougez e Maria Campi. Per non parlare di Gilda Mignonette che non rifiutava, al contrario di quanto facesti tu, di affogarsi fra lo champagne offerto dalle camicie nere.

Tornavi a New York e ti esibivi, travestendoti da maschio e lobbia in testa, in canzoni come “Guappo”, “O zappatore”, “Guapparia” e sfidavi pure le autorità americane denunciando con “Mamma sfortunata”, ma il primo titolo che gli desti era ” ‘A seggia elettrica”, l’errore giudiziario per la condanna a morte di Sacco e Vanzetti. E per questa tua canzone rischiasti pure d’essere espulsa dagli States, per non dire delle gravi minacce che subisti temendo pure per la tua incolumità personale.
Tornasti l’ultima volta in Italia quando morì il tuo fraterno amico e maestro Ernesto Tagliaferri, cantando la sua bellissima “Chitarra nera”, e non volesti più rivedere questa terra del sole e del mare, stabilendoti definitivamente a New York dove anche tu scomparisti nel 1988.

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Di te si dissero tante cose e tante altre che non si sanno ancora. Che fosti una donna tutta pepe e che anticipasti il movimento femminista, inneggiando alla tua libertà di donna forte e volitiva e dell’essere pari e uguale all’uomo. Lo scrivesti chiaramente nelle tue canzoni lì dove cantavi che la donna d’oggi, è inutile negarlo, non è più la vile ancella, abolisce in pieno la gonnella, e sta gonnella ‘a metto ‘ncuollo a te… comme è bella ‘a libertà. Oppure in quell’altra canzone che faceva: Quando l’uomo passeggia lo senti desclamar – oh quant’è bbona chella, che carnalità – a noi non è permesso, neh scusate, ma perché? Fosti spregiudicata e protofemminista rinfacciando all’uomo la sua imbecillità gridandogli in viso: Stupido, stupido, non sei per niente scaltro, il mio cuore lo tiene un altro e le mie foto le tieni tu.

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