Pubblicato da: scudieroJons | agosto 26, 2014

La belle voyageuse – 6

merlinoviviana

Carmelina l’incantatrice

La maestra Carmelina Scannapieco e Jean si erano lasciati alle spalle la città di Bayeux e stavano per lasciare anche la Normandia. A bordo del loro camper si dirigevano a moderata andatura verso ovest, in direzione della Bretagna, terra di fate e di prodigi. Carmelina era insolitamente pensierosa e taciturna e Jean attribuì lo stato d’animo della maestra alle scene di guerra a cui aveva assistito.
Per cercare di risollevarne l’umore Jean armeggiò qualche secondo col lettore digitale del cruscotto e subito la voce di un antico menestrello inondò l’abitacolo.


“Si potrebbe dedicare il resto della mattina a una visita delle più belle località della costa, – proponeva intanto Jean – Suggerirei di fare un leggero spuntino in vista di una delle tante isole che costellano questo mare e poi stasera potremmo andare a mangiare i frutti di mare a Paimpol. Che te ne pare, Carmelì?” Jean era passato stabilmente al tu, secondo i dettami della maestra.
“E che ci sarebbe da vedere in particolare?” chiese Carmelina.
“Potremmo mettere alla prova le attitudini anfibie del nostro mezzo arrivando fino alle pendici di Mont Sain Michel, per poi proseguire a piedi, intruppati nella calca degli altri turisti fino alla cima del monte, per visitare il santuario. Oppure potremmo limitarci ad ammirarlo da lontano, mentre ci dirigiamo verso una delle tante località della costa da cui si vedono le piccole isole, come Louet e Taureau

louet

o potremmo andare sull’isola di Batz e lì potremmo controllare se è vero quello che si racconta sul dragone.”
“Che è questa storia del dragone?”
“Si racconta che San Pol, con la sua comunità di monaci, era sbarcato sull’isola di Batz per evangelizzarne la popolazione. Giunto sul posto venne a sapere che un essere spaventoso, un drago, infestava l’isola e tormentava gli abitanti spargendo lutti e distruzione. Allora San Pol, accompagnato da un uomo d’arme del posto, si recò all’antro della bestia e per la forza del Vangelo le intimò di uscire dalla sua tana. Quando il drago uscì San Pol gli mise al collo la sua stola sacerdotale e il drago divenne miracolosamente mansueto. Allora il santo lo condusse fin sull’orlo di un’alta scogliera e gli ordinò di inabissarsi in mare e il dragò obbedì, facendosi cadere dall’alto e scomparendo tra i flutti.

dragon

Si dice che in quel luogo le onde del mare facciano uno strano brontolìo contro la falesia, come se il drago ancora si lamentasse. Io personalmente non l’ho visto, ma alcuni assicurano che su una roccia è ancora visibile il segno lasciato dai denti del drago. Potremmo andare a controllare se è vero. Ancora non ho messo via la corda. Potremmo calarci comodamente dall’alto della falesia…”
“Comodamente, dice lui! Te la scordi la corda! Mi sto riprendendo appena adesso dalla paura che mi hai fatto prendere sulla torre e tu mi vuoi far penzolare un’altra volta nel vuoto? Mi vuoi proprio vedere morta? Sei un essere senza cuore, Jons!”
“Va bene, allora niente isole. Potremmo limitarci a visitare i siti costieri, come quello di Rothéneuf.

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Sugli scogli, di fronte al mare, c’è un universo di grandi figure mostruose scolpite dall’abate Adolphe Fouré, che ammalatosi, era stato esentato dal suo ufficio sacerdotale.  E poi possiamo proseguire fino a Carnac per vedere da vicino i soldati di San Cornelio.”

carnac2
“Cos’è, un’altra leggenda?”
“Sì, racconta di quando San Cornelio, che era inseguito dai soldati romani che volevano ucciderlo, passò attraverso quel campo, proprio mentre i contadini stavano seminando. – Cosa seminate? – domandò. Quelli gli risposero – Segale! – Allora il santo disse: -Venite domani e la segale sarà pronta per essere mietuta. Il giorno dopo i contadini tornarono al campo e trovarono che la segale era già alta e matura, pronta per la mietitura. Mentre mietevano arrivarono i soldati romani i quali chiesero loro se avessero visto passare un uomo con due buoi. I contadini risposero che lo avevano visto il giorno prima, mentre stavano seminando quella stessa segale che adesso stavano mietendo. La rivelazione pietrificò i soldati romani che ancora oggi sono nella formazione in cui si trovavano.”

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“Sì, andiamoci! – esclamò la maestra – Stavo proprio pensando di fare un lavoro in classe sui monumenti megalitici. E ci sono altri siti del genere da queste parti?”
“Sicuramente ce ne sono, ma in questo momento non me ne vengono in mente.” – mentì Jean. In realtà conosceva benissimo il sito di pietre allineate di Lagatjar, a Crozon, ma non voleva parlarne alla maestra.

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A quel luogo era legata la tragica fine del poeta Pierre-Paul Roux, (Saint-Pol Roux era il suo pseudonimo) il quale, dopo aver raggiunto la celebrità alla fine del diciannovesimo secolo, si ritirò nel castelletto che si era fatto costruire in Bretagna, sull’estremo lembo di terra di fronte all’oceano. Nel giugno del 1940 un soldato tedesco, avanguardia dell’invasione, fece irruzione nella casa, uccise la governante e ferì la figlia del poeta, prima di fuggire. Saint-Pol Roux si recò nella vicina città per far prestare le cure alla figlia e quando alcuni giorni dopo fece ritorno al castello lo trovò saccheggiato e dato alle fiamme, i suoi manoscritti distrutti.

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Il colpo fu tremendo e il vecchio poeta morì di crepacuore pochi giorni dopo. Jean non volle raccontare questa storia tristissima a Carmelina per non intristirla maggiormente.
“Che succede, Jean? Ti vedo pensieroso. E perché questo catorcio va così lento? Non puoi correre un po’ di più?”
“Non so cosa gli è preso al motore. Sembra come se una forza misteriosa lo stesse frenando. Come se una magia avesse trasformato i cavalli del motore in topolini. Ma che sto dicendo? Devono essere gli iniettori un po’ sporchi. Nel gasolio ci mettono la paraffina, che poi si accumula e i filtri si ostruiscono. Adesso cerco un posto adatto per fermarmi e li pulisco.”
“Dove siamo?”
“Questa è la foresta di Brocéliande, dove il mago Merlino incontrava la Dama del Lago, la fata che era stata sua allieva.”
“Mentre tu aggiusti il motore io scendo a fare due passi. – aggiunse la maestra – Mi devo mettere un maglioncino perché sento un freddo terribile, eppure è mezzogiorno. Sarà l’ombra fitta di questi alberi. Non ho mai visto una foresta così fitta e carica di mistero…”
Jean rimase solo e in pochi minuti smontò, pulì e rimontò il filtro e i tubicini degli iniettori, poi si guardò intorno per cercare la maestra, ma non la vide.
Allora si addentrò per uno stretto sentiero in mezzo alla fitta vegetazione, e con le mani apriva tra i rami davanti a lui un varco che subito si chiudeva alle sue spalle. Camminò per un tempo lunghissimo, e più il tempo passava e più si addentrava nella foresta, più gli sembrava di avere vissuto per mille anni tra quelle querce secolari e quei faggi imponenti. Cominciava a riconoscere ogni tronco contorto, ogni pietra muscosa, ogni cespuglio di rovi.
Alla fine, in una piccola radura vide Carmelina, vicina a una fontana. La maestra non aveva più indosso i suoi abituali jeans sdruciti e il maglioncino stinto. Adesso era vestita di veli, che lasciavano intravedere le sue forme.
“Viviana! – la chiamò – e lei gli rispose “Merlino!”

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I due innamorati furono subito l’una tra le braccia dell’altro e i loro baci celebrarono il loro ritrovarsi ancora insieme, dopo tanto tempo. Merlino, che conosceva ogni cosa, e i cui prodigi erano noti in tutto il mondo antico, sapeva anche che la sua amata non lo ricambiava con lo stesso trasporto. Ella era interessata soprattutto a carpire i segreti della magia di Merlino, e ad impadronirsi della sua magistrale tecnica scacchistica, e il mago, pur conoscendo bene i pensieri di Viviana non poteva sottrarsi al suo destino, perché l’amava follemente.
“Signore” – lei gli stava dicendo –  “vi è ancora una cosa che vorrei sapere: come potrei rinchiudere un uomo senza torre, senza mura, e senza ferri, di modo ch’egli non possa mai fuggire senza il mio consenso?” Merlino chinò il capo sospirando.“Cosa avete?” ella chiese. “Ah! So bene quel che pensate, che volete rinchiudermi per sempre, ed io vi amo così fortemente che dovrò fare la vostra volontà!” Allora ella gli cinse il collo con le braccia: “Cosa?! non dovete forse essere mio, quando io sono vostra, a vostra completa disposizione? Senza di voi non ho né gioia né bene; in voi è tutta la mia speranza; la felicità non l’attendo che da voi. Poiché così vi amo, e voi m’amate, non è giusto che voi facciate la mia volontà e io la vostra?”  Merlino acconsentì, e insegnò alla fata quello che voleva, e le raccomandò anche di giocare sempre la difesa siciliana, quando giocava col nero, e la difesa indiana di re quando aveva il bianco.
I baci e le carezze intervallavano gli insegnamenti di Merlino, e dopo un po’ di tempo cominciò a farsi sentire la fatica della notte precedente. Merlino si addormentò accanto a un arbusto di rovi, con la testa in grembo a Viviana. Mentre il mago dormiva la fata si alzò cautamente e con i suoi veli descrisse un cerchio intorno a Merlino per imprigionarvelo.
Svegliatosi di soprassalto Merlino si ritrovò imprigionato in una stanza chiusa, su un magnifico letto.
“Ah! signora” – esclamò il mago –  “voi m’avete ingannato! Ora, che sarà di me se voi non resterete qui?”
“Bello e dolce amico, – rispose Viviana – io verrò spesso, e voi mi terrete nelle vostre braccia, ché d’ora in poi mi troverete pronta al vostro piacere.”
Quando tornarono al camper era il crepuscolo e Jean fece rotta su Paimpol, per andare a gustare i frutti di mare per cui quella località andava giustamente famosa.
Nell’abitacolo il menestrello faceva ancora sentire la sua voce.


Mentre erano a tavola e aspettavano che arrivassero le pietanze che avevano ordinato, Carmelina e Jean si guardavano con occhi ancora circonfusi della magica atmosfera della foresta.
D’improvviso la maestra si fece audace e chiese: “Ma tu, Jons, hai mai fatto una cosa speciale, un gesto particolarmente romantico, hai mai compiuto una missione sacra per l’amore di una donna?”
“Ah, sì! – rispose Jean – Più di una volta. Mi ricordo che un giorno la Dama che in quel momento teneva le chiavi del mio cuore mi guardò intensamente negli occhi e mi disse: Se vuoi possedere interamente e per sempre il mio cuore devi portarmi il gelsomino scarlatto!”
“E tu, che hai fatto? – chiese la maestra.
“Sono partito; ho cavalcato per montagne e vallate, ho attraversato foreste e paludi, ma del gelsomino scarlatto nessuna traccia.”
“E poi?”  Carmelina era ansiosa di sapere, anche se in cuor suo sospirava perché un uomo così romantico non poteva certamente essere Jons, come aveva a lungo sperato.
“E poi ho chiesto aiuto alle fate dei fiori e agli elfi dei boschi, ma non hanno saputo darmi nessuna indicazione. Allora mi sono rivolto ai maligni korrigan, cercando di impietosirli per farmi dire dove avrei potuto trovare quel fiore, ma nemmeno loro mi hanno detto niente.”
“E… e allora?”
“A quel punto ho capito che stavo cercando nella direzione sbagliata. Allora sono andato sulla circonvallazione e ho trovato il gelsomino scarlatto sullo scaffale del supermercato.
Il calcio negli stinchi che la maestra diede a Jean sotto il tavolo lo colse dolorosamente impreparato. Sarebbero arrivati a seguito anche gli improperi, ma l’arrivo in tavola dei frutti di mare dissipò ogni screzio. E poi la maestra dentro di sé era contenta: adesso era arcisicura che il suo commensale era proprio l’autentico Jons.

(continua)

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