Pubblicato da: scudieroJons | agosto 24, 2014

Un finale da tragedia

claymore

Durante una partita a scacchi un buon giocatore deve sempre essere consapevole delle possibilità di vittoria che ci sono nella propria posizione, e per questo deve fare periodicamente una valutazione il più possibile obiettiva. Dagli esiti di questa valutazione potrà nascere la determinazione a giocare per vincere o a contentarsi di un pareggio, perché sono due modi diversi di giocare. Nei casi più estremi si può decidere di abbandonare la partita, senza arrivare a subire lo scacco matto. In questo modo si compie un gesto di cortesia verso il vincitore, evitandogli una perdita di tempo. Però in chi abbandona una partita troppo presto rimane sempre il rammarico di non aver atteso abbastanza l’errore dell’avversario, che prima o poi dovrebbe arrivare. Forse per evitare questo rammarico, o anche per aver sopravvalutato la posizione dei propri pezzi, qualche giocatore decide, contro ogni ragionevolezza, di giocare fino all’ultima mossa una partita che appare compromessa.

Alcuni di questi finali si riducono a semplici promozioni a regina di un pedone, e con la regina nuova in poche mosse viene eseguito lo scacco matto. Alcune volte invece, durante il centro della partita, con ancora molti pezzi in gioco, l’iniziativa passa saldamente in mano a un giocatore che non la lascia più fino a quando non riesce a dare lo scacco matto, spesso mentre i pezzi avversari, addossati ai bordi della scacchiera, assistono impotenti allo scempio del loro re. A questo punto la scacchiera non è più il luogo elegante dove dame e cavalieri si scambiano colpi di fioretto annunciando con garbo “touché“, ma diventa il palcoscenico di una tragedia del teatro elisabettiano che riprende i foschi avvenimenti di cronaca del Rinascimento italiano. La regina a questo punto mette da parte il fioretto e afferra la spada a due mani. Insegue il re avversario per tutta la sala del trono, menando fendenti e inondando di sangue arazzi e panoplie, davanti agli occhi sbarrati degli armigeri avversari, immobili come armature vuote.

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