Pubblicato da: scudieroJons | agosto 5, 2014

La belle voyageuse – 3

collina

Champagne per la maestra

Il giovane, ricevuto il consiglio della fanciulla, ne fu felice e la ringraziò appassionatamente.  Preparò in gran fretta il denaro necessario e un ricco equipaggiamento, cavalli da soma e palafreni, e con un piccolo seguito di vassalli partì per Salerno. Appena giunto si recò subito a parlare con la medichessa, e le diede la lettera. La donna lesse la lettera, capì il dramma dei due giovani, e fece alloggiare il giovane in casa sua, per conoscerlo meglio e per somministrargli i suoi medicinali. Gli diede alcuni farmaci segreti che fecero aumentare di molto la sua forza, e dopo alcune settimane lo giudicò pronto per tentare l’impresa. Prima della partenza gli diede anche una fiasca che conteneva una bevanda  miracolosa che aveva il potere di vincere istantaneamente la stanchezza. Una volta ingerita ritemprava le vene e le ossa e gli restituiva intatto tutto il vigore.
Quando il giovane fu tornato a Pitres andò subito dal re a chiedere la mano della principessa, e il re, dopo aver invano tentato di dissuaderlo, gli promise il suo assenso se avesse superato la prova della montagna. Fu fissato il giorno della prova, furono invitati ad assistere tutti i dignitari della regione e si radunò anche una gran folla di popolo.
La principessa fu condotta sul luogo della prova, ai piedi del monte di fronte alla Senna, vestita solo della sua camicia. Da alcuni giorni digiunava segretamente per cercare di essere più leggera.
Il giovane arrivò portando con sé la fiasca con l’elisir, che affidò alla principessa, poi la prese tra le braccia e con grande energia iniziò la scalata del monte, sotto lo sguardo di una folla immensa.
La prima parte del percorso fu compiuta in un lampo, e il giovane procedette senza fatica fino alla metà, quando dovette rallentare perché la fatica iniziava a farsi sentire.
“Amato mio, – gli diceva la fanciulla che aveva tra le braccia, – bevi un sorso della pozione per riprendere le forze!”
Ma il giovane rifiutò dicendo: “Sento che il mio cuore è ancora interamente saldo, e non voglio fermarmi qui perché ancora si sentono i pianti di quelli che mi sconsigliavano di tentare la prova. Le loro strida mi disturbano. Voglio allontanarmi in fretta”.
“Che testa dura che hanno certi uomini! – interloquì la maestra Scannapieco, – Non ascoltano mai i consigli di chi gli vuole bene! E’ vero, Jons?”
“Non saprei, Madame, – rispose evasivamente Jean, – a me di buoni consigli non ne danno mai.”
Poi riprese il suo racconto. “Il giovane raccolse tutte le sue forze e proseguì di buona lena, ma di nuovo, arrivato a tre quarti del percorso, sentì affievolirsi le forze e vacillò, e fu sul punto di cadere.
“Ascoltami, amore mio, – gli ripeteva incessantemente la fanciulla, – se adesso bevi un poco della bevanda miracolosa, poi avrai più forza per continuare.”
Ma lui rifiutava, dicendo che ce la poteva fare anche senza l’elisir.
“Ma che gli costa farla contenta? – non potè trattenersi di commentare Carmelina, che era visibilmente angosciata, – Ma perché si comporta così?”
“L’orgoglio virile, il desiderio di riuscire solo con le proprie forze.” – rispose Jean, che sapeva trovare una spiegazione a tutto.
“Con la forza della volontà percorse ancora i molti metri che lo separavano dalla cima, e quando vi fu giunto depose la principessa e si accasciò. Il cuore aveva ceduto di schianto e il giovane era morto. La principessa cercò invano di rianimarlo, di versargli in gola il contenuto della fiasca, ma quando si avvide che ogni tentativo era inutile fu presa dallo sconforto e gettò la fiasca, che si infranse spandendo al suolo tutto il suo contenuto. Da questo fatto dipende la rigogliosissima vegetazione che ricopre la cima della montagna. Il dolore per la perdita dell’amato fu così forte che il cuore della fanciulla cessò di battere, e quando il re, seguito dai nobili e dal popolo arrivò dalla strada più lunga e più agevole, trovò i giovani entrambi morti. Il re quasi ne morì dal dolore. I due giovani furono vegliati per tre giorni e tre notti e al terzo giorno furono deposti in due sepolcri di marmo affiancati sulla cima del monte, che ancora oggi si chiama I due Amanti”.
Carmelina si era incupita. “Non poteva pensarci prima il re, invece di inventarsi quella inutile prova? Quanto li odio gli uomini che fanno così! Che storia triste che mi hai raccontato, Jons!”
Durante il tragitto in camper che li avrebbe portati a Jumieges  per visitare le antiche rovine dell’abbazia, la maestra non parlò mai, e quando furono sul posto chiese a Jean di essere lasciata sola, perché voleva meditare.

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Mentre Jean si predisponeva all’attesa tirando fuori dalla tasca uno schema di sudoku multiplo a diagrammi intersecati, la maestra Scannapieco si aggirava nervosamente tra le scarne pareti della chiesa priva del tetto, in preda a tristi pensieri.

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Lo scheletro della cattedrale le ricordava le cattedrali in costruzione di cui aveva letto nel romanzo I pilastri della Terra, di Ken Follett, e con il libro le tornarono in mente le indicibili traversie che aveva dovuto patire la sua eroina, Lady Aliena di Shiring, per difendere la sua indipendenza e il suo amore dalle mire oltraggiose e dalla turpitudine di William Hamleigh.
Il pensiero di quell’uomo odioso la mandava in bestia tutte le volte, e quando fu di ritorno al camper le sole parole che disse a Jean furono: “Certo, però, che quando vi ci mettete, voi uomini…”
Queste parole, che per la verità la maestra Scannapieco pronunciava abbastanza spesso, non avrebbero impressionato Jons, che ormai si era abituato a sentirle, ma fecero molta impressione su Jean, il quale ne rimase molto colpito.
Per cercare di rasserenare Carmelina, Jean le propose di andare a cena in un ristorante della zona, dove facevano anche della musica. Carmelina accettò, a patto che lui dopo l’avrebbe condotta sulla cima della montagna dei Due Amanti, perchè, disse, quella notte “voleva posare il suo cuore ulcerato vicino al luogo dove si erano uniti per sempre i cuori di quei poveri giovani”.
Mentre la maestra faceva un sonnellino ristoratore su una sdraio sistemata all’ombra del camper, Jean, dopo una veloce doccia, si vestì per la serata. Indossò un blazer azzurro sui pantaloni chiari, e quando Carmelina Scannapieco, come un bruco immusonito, fece il suo ingresso nel bozzolo del camper per iniziare la sua trasformazione in farfalla, Jean si accinse a risolvere un sudoku mostruoso di sedici cifre di lato, per riempire il tempo dell’attesa. Dopo un’ora e tre quarti la porta del camper si aprì e ne uscì una splendida Carmelina, pettinata e truccata con sobria eleganza e strettamente inguainata in un tubino di seta nera con cornice di strass sfavillanti intorno al rigoglioso décolleté.
Jean la afferrò in vita per farla scendere dal camper, quindi le porse il braccio e si avviarono verso il ristorante.
L’atmosfera del ristorante agì subito in modo benefico sull’umore di Carmelina che tornò ad essere spigliata e sorridente. Lei e Jean erano seduti a un tavolo poco lontano dall’orchestrina, ai margini della pista da ballo dove volteggiavano alcune coppie e si accingevano a degustare una generosa porzione di boeuf bourguignon, quando alla maestra frullò un’idea per la testa. Scarabocchiò in fretta alcune parole su un foglio di carta, lo piegò in quattro e chiese a Jean di portarlo al cantante dell’orchestra. Jean stava per chiamare un cameriere, ma Carmelina disse che non voleva che altre mani toccassero quel foglietto e insistette perché Jean andasse a recapitarlo di persona. Mentre Jean era a colloquio col cantante,  gli faceva leggere la richiesta scritta nel biglietto e gli faceva scivolare una banconota nel taschino della giacca, la maestra dava esecuzione al suo piano.
Aveva lestamente sgomberato un angolo del tavolo, su cui era stesa una tovaglia a grandi quadri bianchi e rossi, e sulla parte rimasta libera dispose velocemente, e in un ben preciso ordine, alcuni oggetti che si trovavano sulla tavola. Quando tornò al tavolo Jean si trovò di fronte a un problema di scacchi in due mosse di sette pezzi: una classica miniatura, composta da tritapepe, saliera, e dalle ampolline contenenti olio e aceto e altri oggetti.

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Per un momento restò paralizzato dallo stupore, ma poi non diede altro segno di essersi avveduto di quell’apparizione e cercò di rituffarsi nella conversazione e nel boeuf bourguignon. Ma Carmelina aveva previsto il tentativo di opporre l’imperturbabilità e fu implacabile: a un suo discreto cenno l’orchestra attaccò un ritmo un po’ retrò, e un improbabile Maurizio Arcieri con accento normanno iniziò a cantare “5 minuti e poi…”.

Era la canzone che usava Jons per segnare il tempo e darsi un limite quando doveva risolvere un problema di scacchi e la maestra sapeva che non avrebbe potuto resistere all’impulso di risolvere quello che era disegnato sulla tovaglia, davanti a lui. Jean combattè contro se stesso per un paio di minuti, cercando di concentrarsi sul sapore delle pietanze, poi cedette, e i suoi occhi non si staccarono più dalla tovaglia. Alla fine, proprio mentre Maurizio diceva “Bugie! Bugie!” la sua mano afferrò la saliera a forma di regina e finse di aggiungere del sale al boeuf, e quando la posò di nuovo sulla tovaglia, due caselle più in basso, la chiave era trovata, e il problema risolto.
Il gesto di Jean non passò inosservato e si levò un mormorio di disapprovazione da alcuni tavoli e numerosi avventori iniziarono a criticare ad alta voce la cattiva abitudine di certi forestieri che si permettono di correggere la cucina francese con l’aggiunta di sale, e anche il cuoco venne a domandare perché monsieur era insoddisfatto della sua opera. Jean lo prese in disparte e gli spiegò che il boeuf era buonissimo e che si era trattato di uno spiacevole equivoco e il cuoco ritornò ai fornelli rinfrancato. Carmelina era raggiante, sprizzava gioia da tutti i pori, perché era sicura ormai che il suo commensale fosse Jons. “Adesso ho la prova che è lui! – pensava, – Solo Jons può conservare il sangue freddo necessario per risolvere un problema di scacchi in pochi minuti e in mezzo a tutta questa confusione!”
E poi, rivolgendosi a Jean: “E’ buono questo champagne, è vero Jons? Peccato che sia già quasi finito.”
“Ne faccio portare subito un’altra bottiglia. Garçon!”
“Sono felice, Jons! Ho voglia di ballare! Mi fai ballare?”
Carmelina ricordava che avevano ballato, strettamente allacciati, che erano tornati al tavolo e avevano mangiato ancora e bevuto altro champagne e poi avevano ballato ancora e ancora, fino a tardi.
Adesso era sulle braccia di Jons che la stava portando nel suo castello avito, sulla cima di un alto monte.
Non lo vedeva in volto però sapeva che era lui perché sentiva il suo corpo, le sue forti braccia che erano rivestite dalla pesante cotta di maglia di ferro che lui usava quando andava in battaglia. La conosceva bene perché competeva a lei la manutenzione di quell’armatura. Carmelina periodicamente la oliava e poi l’arrotolava prima per un verso e poi per il verso contrario, perché rimanesse sempre flessibile e non legasse i movimenti. “Quando te la togli, – gli raccomandò, – non metterla in lavatrice. Te la lavo io assieme ai capi delicati”.
Stavano percorrendo una foresta fittissima e i rami degli alberi e gli sterpi, adunchi come artigli, afferravano il vestito di Carmelina e ne staccavano brandelli. Presto Carmelina fu nuda, e ancora in braccio a Jons giunse in una sala illuminata da torce appese alle pareti. C’era un grande letto a baldacchino nel mezzo e un grande forziere da cui traboccavano cumuli di gioielli d’oro e pietre preziose.
Alcune mani invisibili la rivestirono con i gioielli e la adagiarono sul letto. La maestra era un po’ preoccupata perché aveva riconosciuto lo stemma con i leoni che mostravano mezzo metro di lingua, ma in quel momento si trovava a passare il direttore dell’hotel, monsieur Ethelred Malavisé che gentilmente la informò: “Abbiamo messo una trave di cemento armato precompresso. Vada tranquilla, Madame Carmelina!”
Allora Carmelina, rassicurata, aprì le braccia per accogliere Jons che in quel momento si chinava su di lei.
Quando si svegliò, nel cuore della notte, Carmelina vide il suo abito appeso a una parete del camper e si accorse che era vestita solo con una giacca di pigiama a righe bianche e blu.
Aprì la porta del camper e scorse la tenda di Jean, ma lui non c’era all’interno.
Lo vide poco distante; era seduto sull’erba con una coperta sulle spalle e guardava in basso, verso la pianura, dove la Senna scorreva placidamente formando numerose anse e stagni. Capì che aveva mantenuto la sua promessa e che si trovavano sulla sommità della montagna Les Deux Amants.
Carmelina si avvicinò a Jean e si sedette vicino a lui.
“Cosa guardi, Jons?”
“Guardavo la luna: questa notte la luna è così bella che poco fa ho perfino pianto di commozione.”
“Mi ero sbagliata! Non è lui! – pensò Carmelina, – Credo che Jons non abbia mai guardato la luna in vita sua, e in quanto al piangere non c’è nessuno, tra i viventi, che possa dire di averlo visto piangere una volta. Povera me, non lo scoprirò mai.”
“Ho freddo!”
Allora Jean sollevò un lembo della coperta, e con essa e il suo braccio avvolse le spalle di Carmelina, attirandola a sé.
Solo quando ebbe appoggiato la testa sul petto di Jean la maestra si accorse che l’uomo indossava solo i pantaloni del pigiama ed era a torso nudo.
Si riaddormentò tranquilla.

(continua)

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