Pubblicato da: scudieroJons | maggio 25, 2014

Splendori e miserie del cavallo

donnarossa

Il cavallo degli scacchi è il pezzo che maggiormente accende la fantasia dei giocatori principianti, per il suo movimento quasi imprevedibile e per la sua facoltà di scavalcare tutti gli ostacoli; ma nello stesso tempo è quello che costituisce il loro peggiore incubo sulla scacchiera quando viene manovrato contro di loro da un giocatore esperto.  Per questo motivo il giocatore principiante dovrebbe derogare alla regola che prescrive di non scambiare i propri alfieri per i cavalli dell’avversario, perché è vero che nei finali l’alfiere è leggermente avvantaggiato sul cavallo, ma bisogna anche considerare che se i cavalli condotti da mano esperta rimangono troppo tempo in gioco, c’è la concreta possibilità che al finale non ci si arrivi.
Pericolosissimi quando sono stabilmente fissati come un avamposto nel campo avversario, sostenuti da un pedone e in una casella dove non possono essere minacciati da pedoni avversari, i cavalli sono ottimi attaccanti, preziosi anche quando sostengono l’attacco di altri pezzi, e mettono sempre in serio imbarazzo le difese. Quando sono usati come difensori denunciano i loro limiti, e se sono costretti a ritirarsi, a seguito della minaccia di un pedone, non possono continuare a difendere lo stesso punto, come sanno fare le torri o gli alfieri. Quando un cavallo si ritira il punto che stava difendendo collassa di colpo, e le conseguenze possono essere irrimediabili.
Nella partita che segue il bianco riesce a isolare un pedone nero e il cavallo bianco sostiene l’attacco delle torri contro il facile bersaglio dalla sua posizione inattacabile, mentre il cavallo nero, nel vano tentativo di difendere lo stesso pedone, vede a poco a poco tutte le case della sua rosa di possibili movimenti occupate dai pezzi del proprio colore o messe sotto controllo dai pezzi avversari. Quando tutti i pezzi hanno raggiunto la posizione assegnata e non c’è più tempo per invertire il processo, basta attaccare il cavallo per farlo cadere e per dare inizio a una semplificazione forzata dei pezzi, in modo che il vantaggio acquisito sia più evidente. Tuttavia una parte del materiale dovrà essere restituita, per riguadagnare l’iniziativa. Contro il re, solo apparentemente difeso da due pedoni, il binomio donna-cavallo è inarrestabile. Lo scacco matto è già presente nella posizione: bisogna solo eseguire le mosse nel giusto ordine, avendo cura di dare scacco ad ogni mossa, per impedire ogni possibilità di contrattacco.

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Responses

  1. Il cavallo e la torre ” un bel libro di Vittorio Foa, secondo te è meglio essere l’uno o l’altra?

    • Siccome per molti la torre è sinonimo di stabilità, ma anche di immobilità, prima di rispondere ho voluto assicurarmi che Foa conoscesse gli scacchi, e ho trovato questa nota nella sua biografia: La sua curiosità è fiducia verso il futuro, desiderio di superare le mosse lineari e predeterminate della torre – per citare uno dei suoi libri «Il Cavallo e la Torre» – e cercare le strade del cavallo, più inesplorate e imprevedibili, ma che possono portare a nuovi orizzonti. Da questa scarna citazione si può desumere che fosse a conoscenza del fatto che la torre è in realtà un carro da guerra, un carrarmato. Sull’imprevedibilità delle mosse del cavallo non sono dello stesso parere, però so bene che i principianti fanno fatica a prevederle.
      Rispetto al cavallo che inizia a giocare subito e si lancia in ogni mischia con la temerarietà di chi valuta poco la propria vita, la torre inizia a giocare più tardi, quando le schiere si sono diradate e non c’è più da temere agguati in qualche selva di Teutoburgo. Nei finali il duello tra torre e cavallo è vinto nettamente dalla torre che assieme al re del proprio colore può anche dare lo scacco matto, mentre il cavallo non può farlo. Per questi motivi è preferibile essere una torre.
      Ciao : )

  2. interessantissima spiegazione, mi sa che mi converto agli scacchi, sono molto filosofici 🙂

    • Grazie, sei molto gentile, e il tuo è un ottimo proponimento! E non potrebbe essere diversamente perché come filosofa il tuo motto dovrebbe essere: humani nihil a me alienum. Saresti in buona compagnia perché anche santa Teresa d’Avila, protettrice degli scacchisti, era appassionata e competente del gioco e infiorettava spesso i suoi scritti devozionali con metafore attinenti al gioco. Nel tuo caso, anche se gli scacchi non fossero sufficienti per farti ammettere nel martirologio, potresti almeno rimanere impressa nell’immaginario collettivo degli studenti il giorno in cui, dovendo spiegare Hegel, estraessi dalla borsa un cavallo degli scacchi e dicessi: Oggi vedremo lo Spirito del mondo passare a cavallo…
      Ciao : )


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