Pubblicato da: scudieroJons | maggio 22, 2014

Farsi in sei per amore

Solo recentemente, in occasione della scomparsa del filosofo Manlio Sgalambro, sono venuto a sapere che i testi di alcune delle più belle canzoni di Franco Battiato sono stati scritti in collaborazione con il filosofo siciliano.
Anche per questa ragione, riascoltando oggi La cura, non riesco ad immaginare la canzone incorniciata dai soliti cuoricini glitterati e palpitanti, e corredata da romantici abbracci sulla spiaggia al tramonto, come suggerisce la moda di YouTube.
Ritengo invece che per rappresentare visivamente la concreta volontà di superare le “correnti gravitazionali”  sia necessario come minimo raffigurare uno staff di ingegneri e matematici impegnati nella risoluzione di alcune complesse equazioni di quinto e sesto grado.
Anche il solenne impegno alla cura di una persona deve essere espresso in forma numerica, perché in questo caso la quantità sarebbe percepita come rappresentazione della qualità. Perciò se per assicurare il benessere di un amico a volte ci facciamo in quattro, per poter garantire la felicità della persona amata dobbiamo farci come minimo in sei.
L’apporto del filosofo al testo della canzone mi chiarisce molte cose che prima mi apparivano inspiegabili, e che attribuivo al lavorìo dell’immaginazione di Battiato, ma nello stesso momento in cui si evidenzia la loro valenza filosofica sorge il problema del loro significato: sono realmente frammenti scintillanti del pensiero di Sgalambro o sono un semplice divertimento con cui il filosofo si prende gioco della filosofia e dei suoi adepti?
Quando, per esempio, dice: “Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono” il filosofo afferma realmente di aver risolto l’eterno problema della conoscenza della “cosa in sé”? Questo oggetto inafferrabile sta per essere veramente raggiunto? Nel mio caso, quando dico: “Conosco i segreti degli scacchi, e te li svelerò” io so di essere terribilmente serio mentre lo dico, e vorrei essere sicuro che anche Sgalambro fosse ugualmente determinato.
Rispondendo a una studentessa che gli domandava: “Si parla di “cosa in sé” come di qualcosa che l’uomo non può arrivare a conoscere. Secondo Lei, la “cosa in sé” può essere tradotta come un limite negativo, come qualcosa che blocca l’uomo nel processo conoscitivo, oppure come un limite positivo che porta l’uomo a progredire?”  il filosofo Gianni Vattimo risponde: “Il filosofo Immanuel Kant, che fu il primo a dare del concetto la massima estensione, direbbe che la “cosa in sé” è postulata, è “in sé” per definizione, e pertanto designa il limite della conoscenza umana che, fondata sull’intuizione sensibile, non potrà mai cogliere la realtà indipendente da ciò che viene esperito. Si potrebbe pensare che la “cosa in sé” sia un ideale regolativo, un concetto cui non possa corrispondere una esperienza effettiva. Kant torna a considerare queste esperienze “idee” in un significato che comprende gli oggetti “conoscibili”, ovvero “fenomenici”, dell’intelletto. La “cosa in sé” non é esattamente un’idea, perché non si ha neanche una immagine di che cosa potrebbe essere, e a cui poi corrisponda una esperienza effettiva. Tuttavia la “cosa in sé” ha la funzione di spingere l’uomo ben oltre, sulla via della conoscenza. L’insoddisfazione dell’uomo riguardo alla propria conoscenza potrebbe essere assunta, più o meno paradossalmente, come un segno che la “cosa in sé” deve pure esistere da qualche parte.”
Notiamo incidentalmente che nessuno dei vari autori si preoccupa mai di spiegare nel dettaglio in che consista questa “cosa in sé” ma ritengo che questa conventio ad occultandum, questo scoperto tentativo di espellere l’oggetto dalla scena, rendendolo quindi ob-scenus, sia miseramente fallito e la “cosa” rimane saldamente al centro dell’attenzione, resiste avviluppata a tutti i nostri pensieri e giganteggia – sì, giganteggia! è la parola giusta – dentro la nostra mente.
A me pare che quando Manlio Sgalambro, nella Cura, dice: “Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza” sembra voler ottimisticamente prefigurare che alla fine di un percorso cognitivo sia possibile per l’uomo raggiungere la “cosa in sè”. E’ evidente infatti che per desiderare di mettersi in cammino il viandante deve prima credere nella possibilità almeno teorica di poter raggiungere la meta.
In questo suo proposito sembra essere confortato anche dall’opinione del filosofo Arthur Schopenhauer.
Il filosofo tedesco presenta la sua filosofia come l’integrazione necessaria di quella di Kant, poiché si vanta di aver individuato la via d’accesso al noumeno, che il grande Immanuel aveva precluso. Egli prende in considerazione l’autocoscienza, per la quale in ogni uomo c’è un filosofo che si interroga sul senso dell’esistenza e del mondo. Se l’uomo fosse solo conoscenza o rappresentazione, o una “testa d’angelo alata senza corpo” afferma il filosofo, non si potrebbe mai uscire dal mondo fenomenico, ossia rappresentazione puramente esteriore. Tuttavia, poiché l’uomo è anche corpo oltre che rappresentazione, non si limita a “vedere” dal di fuori, ma anche “vive” dal di dentro, perché possiede una vitalità interiore, è emotivo, passionale, e istintuale nella tendenza ad adempiere ad alcuni bisogni.
Ed è proprio questa esperienza che permette all’uomo di “squarciare” il velo del fenomeno e di afferrare la “cosa in sé.”
“Finalmente! – aggiungo io – Era ora!”

 

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