Pubblicato da: scudieroJons | aprile 3, 2014

Как хороши, как свежи были розы…

“Com’erano belle, com’erano fresche le rose…”
di Ivan Turgenev

Da qualche parte, in un giorno come un altro, molto molto tempo fa, ho letto una poesia. L’ho dimenticata presto, ma il primo verso mi è rimasto nella memoria.
“Com’erano belle, com’erano fresche le rose…”
E’ inverno ormai; il gelo ha impolverato il vetro della finestra; nella camera buia arde un’unica candela. Sono seduto, rannicchiato in un angolo, e tutto il tempo quel verso gira e gira nella mia testa:
“Com’erano belle, com’erano fresche le rose…”
E mi rivedo davanti alla bassa finestra di una casa nella campagna russa. La sera d’estate sta svanendo dolcemente e si sta stemperando nella notte; nell’aria calda c’è un profumo di reseda e limone; e alla finestra, appoggiata al suo braccio teso e piegando la testa sulla spalla è seduta una ragazza; se ne sta in silenzio e guarda fissamente il cielo, come se aspettasse la comparsa delle prime stelle. Come sono ingenuamente ispirati gli occhi pensierosi, come sono intangibilmente innocenti le labbra socchiuse, labbra indagatrici; come respira ritmicamente il seno ancora acerbo, non ancora turbato; come è puro e tenero il contorno del giovane volto! Non oso cominciare a parlare con lei, ma quanto mi è cara! Come batte il mio cuore!
“Com’erano belle, com’erano fresche le rose…”
Ma la stanza diventa sempre più scura. La fiammella della candela vacilla; ombre fugaci sfarfallano sul basso soffitto; il gelo sta scricchiolando rabbioso dietro il muro, e io sogno del sordo sussurro di un vecchio:
“Com’erano belle, com’erano fresche le rose…”
Altre immagini si levano davanti a me. Sento il gaio rumore della vita familiare di paese. Due piccole teste bionde, appoggiate l’una contro l’altra, stanno guardando sfacciatamente verso di me con piccoli occhi luminosi; le guance rubiconde tremano per le risate trattenute; le mani sono state affettuosamente allacciate; a intermittenza si sente qualche altro suono gentile, e, un po’ più lontano, nelle profondità della stanza accogliente, altre mani, anch’esse giovani, con le agili dita corrono sui tasti di un pianoforte antiquato, e il valzer di Lanner non riesce a soverchiare il brontolìo del grande samovar:
“Com’erano belle, com’erano fresche le rose…”
La candela si consuma e muore. Chi tossisce laggiù con voce così roca e ottusa? Acciambellandosi, il vecchio cane, il mio unico compagno, si stringe contro i miei piedi e rabbrividisce. Ho freddo… e sono tutti morti…
sono morti…
“Com’erano belle, com’erano fresche le rose…”

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