Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 28, 2013

Il sacrificio

Nel gioco degli scacchi si definisce “sacrificio” l’offerta volontaria di materiale all’avversario con il proposito di farselo restituire con gli interessi, in forma di scacco matto o di una posizione dominante che successivamente porterà a un guadagno di materiale più consistente di quello precedentemente sacrificato. Nel gioco dei grandi scacchisti del periodo romantico un sacrificio non mancava mai, e di solito esso dava inizio a una combinazione, cioè una serie di mosse a cui l’avversario, incalzato senza sosta, o aveva a disposizione solo mosse obbligate, cioè senza alternative, oppure poteva scegliere di volta in volta tra due o tre mosse, nessuna delle quali veramente soddisfacente. Per convenzione si considerano due parametri per giudicare la bellezza di un sacrificio: l’entità del pezzo sacrificato e la lunghezza della serie di mosse al termine della quale il giocatore riguadagna tutto materiale con qualcosa in più.

Un giocatore che si accinge a questa operazione in una partita può rimanere a riflettere, prima di eseguire la mossa, per mezz’ora o più, e se lo può permettere perché una volta presa la decisione le mosse seguenti saranno più veloci, e sarà l’avversario che dovrà riflettere più a lungo per cercare il modo di districarsi da una situazione fattasi inaspettatamente difficile.

Ma in una partita che deve durare in tutto venti minuti il giocatore si fida più del suo istinto e della capacità di riconoscere a colpo d’occhio posizioni interessanti per una combinazione, e spesso la esegue senza aver esaminato tutte le conseguenze che ne deriveranno. In questo caso c’era anche il proprio re non ancora arroccato, e quindi potenzialmente attaccabile. Però a favore del sacrificio immediato c’erano due considerazioni: che non era possibile attaccare il re con una sola mossa, e che lo scambio di materiale consisteva nella cessione di un alfiere (valore stimato 3 pedoni) in cambio di due pedoni catturati subito e la minaccia di scacco matto alla mossa successiva.

Dopo che l’alfiere si era immolato sul pedone, è intervenuta la regina, la vera protagonista di questa combinazione (da qui la scelta della canzone) e l’avversario, per impedire lo scacco matto, è stato costretto a cedere materiale. La combinazione principale si è quindi risolta con un guadagno di due pedoni. Ma la possibilità di coinvolgere il secondo alfiere è apparsa promettente e sfruttando la capacità della donna di portare attacchi in diverse direzioni, al termine di una serie di mosse, solo apparentemente ripetitive, è stato catturato un cavallo.

In questi casi è comprensibile che il giocatore che è stato in difficoltà approfitti di un momento di pausa nell’azione d’attacco per cercare di assumere l’iniziativa e possibilmente ribaltare la situazione. Ma questo tentativo non ha avuto successo, e la regina, sempre lei, ha potuto dare scacco matto assistita dalla torre e dal pedone, che fino a quel momento non avevano partecipato alla contesa.

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