Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 29, 2012

L’anima e l’automa

Aldo Masullo
Dialogo dell’anima e di un automa

ANIMA: Sono contenta di questo insperato incontro. Da molto tempo, da quando ho sentito parlare per la prima volta di te, mi tormentava una domanda che l’orgoglio mi ha sempre impedito di porre. Ora, nell’averti finalmente davanti, proprio te… in metallo e fili, io non resisto, non posso perdere l’occasione.
Chi più di te può darmi una risposta? Mi piacerebbe sapere come mai tu, che sei soltanto una macchina, per quanto sofisticatissima, ma vuota di me che sono la vita, possa muoverti e dirigere i tuoi gesti senza nessuno che di volta in volta ti metta in moto e ti comandi. Come puoi tu decidere da te (onde il tuo nome, un po’ cupo in verità)? Insomma, come puoi essere capace d’iniziativa, la qual cosa è comunemente considerata sinonimo di libertà?

AUTOMA: Beh! Non so codesto mal celato orgoglio su cosa si regga. Io senz’anima mi do da fare. Ma tu senza corpo nel mondo concreto non conti niente: è proprio come se tu non esistessi. Dici di essere la vita. Ma tu senza corpo non puoi spostare neppure una piuma. A muoverla, se è una forza invisibile, è solo il vento che, per quanto leggero, non è visibile ma in qualche altro modo è certamente sensibile.

ANIMA: Sì, ma tu, con il tuo moto da te stesso deciso, non sei vivo. Infatti non muori. Tu non nasci, perciò non muori. Sei una macchina, messa insieme pezzo per pezzo, costruita. Deve pur esserci qualcuno che ha messo insieme lastre e bulloni, lampade e fili, per produrti secondo un progetto. Ti hanno fabbricato, e tu funzioni. Ma non sei nato. D’altra parte, pur viene un momento in cui non funzioni più bene, o nelle tue prestazioni sei superato da un più potente marchingegno, o semplicemente ci si è annoiati di te (sai bene che la vita è anche capriccio). Allora ti si abbandona. Tu resti inoperoso, immobile. E non puoi neppure sognare, perché non dormi. Così, anche quando, guasto, non vale la pena di ripararti e ti si scarica nel cimitero dei rottami, tu non sei morto, perché non essendo nato non sei stato vivo. Non puoi morire, vai solo fuori uso. Alla fine capita magari un rigattiere, il quale ti raccatta dai mucchi d’una discarica, ti smonta e ti vende pezzo per pezzo al mercato delle pulci. In effetti tu non muori. Vieni distrutto da qualcuno, così come qualcuno ti aveva fabbricato, ma non muori. Vivere significa nascere e morire: se non nasci e non muori, non sei mai stato vivo.

AUTOMA: Ora capisco il pretestuoso motivo dell’orgoglio, da cui tu stessa confessi d’esser posseduta. Ti senti superiore a tutte le cose del mondo, a quelle naturali che da te sono abitate, e ben più a quelle, tra le artificiali, costruite capaci di muoversi da sé. Di queste ultime sei terribilmente gelosa.
Non accetti l’idea che anch’esse possano vivere, e dunque morire. Eppure non mancano importanti pareri contrari. Per il grande Cartesio, per esempio, la morte di un uomo non ha nulla a che vedere con le vicende dell’anima, ma consiste in un semplice guasto della macchina corporea, proprio come «un orologio, o altro congegno automatico, quando è rotto». Dunque, se la morte è solo un incidente meccanico, allora la fine di un meccanismo, anche automatico, è morte. Coerentemente tu neghi che le cose artificiali, e le automatiche in particolare, siano mai nate. Tuttavia dimentichi che ad esse può capitare addirittura di venir battezzate. Non accade forse questo alle navi?
Ancora oggi, automatizzate al massimo pur senza essere automi, al momento del varo ad esse tocca perfino il privilegio di una gentile madrina.

ANIMA: Si vede che, per come grossolanamente funziona il tuo “cervello”, non sei capace di distinguere dall’originaria sacralità del rapporto dell’uomo con Dio la deriva profana di certi simbolismi istituzionalizzati. Il battesimo cristiano, a cui tu evidentemente alludi, solennizza l’accoglimento d’un figlio d’uomo nell’abbraccio di una famiglia religiosa. È il momento della nascita.

[…]


Olimpia comparve in un abito ricco e di buon gusto. Non si poteva non ammirare il suo bel viso e la sua statura. La schiena stranamente incavata e la vita di vespa erano probabilmente da attribuirsi al busto troppo stretto. L’andatura, gli atteggiamenti avevano un che di rigido e misurato che a molti dispiaceva; lo si ascriveva alla soggezione che le imponeva la società.
Il concerto incominciò: Olimpia suonò il pianoforte con molta abilità e cantò anche un’aria di bravura con una voce limpida e tagliente da campana di vetro. Nataniele era in estasi: si trovava nell’ultima fila, e alla luce abbagliante delle candele non poteva distinguere bene i lineamenti di Olimpia. Estrasse quindi di nascosto il cannocchiale di Coppola e guardò la bella fanciulla. Oh, allora si accorse che lo guardava con passione e che ogni nota sbocciava da quello sguardo amoroso e gli penetrava nel cuore come una fiamma.
E. T. A. Hoffmann, L’uomo della sabbia

[…]
“anemos”, vento, che invisibile muove ben altro che la piuma leggera, e, latinamente “spiritus”, spira non solo ma ispira, sovrano dovunque c’è un dentro, lo spazio di un trascendere sé dentro di sé. Chi sono io? Non lo so. Mi cerco. Ma certamente so di essere il solo spazio dell’essere, dentro cui si possa cercare.
Ancora mi colpisce il chiarimento del biologo premio Nobel Jacques Monod:
«Rinunciare alla illusione che vede nell’anima una ‘sostanza’ immateriale non
significa negare la sua esistenza, bensì al contrario cominciare a riconoscere la
complessità, la ricchezza, l’insondabile profondità del retaggio genetico e culturale, come dell’esperienza personale cosciente o no, che costituiscono nell’insieme il nostro essere, unico e innegabile testimone di se stesso».

AUTOMA: Qui non ci capisco più nulla. Forse perché, come tu stessa hai avvertito, il tuo discorso comporta un capire radicalmente altro dal mio. Tutte le parole, tue e di coloro che hai citati, non mi dicono nulla. Per esempio, cos’è questo “dentro”, in cui dovrei “oltrepassarmi”, ma che in me francamente non riesco a trovare? Cose da pazzi son queste, o da maghi! Per esse io che, a tuo dire, “calcolo” ma non “penso”, non sono programmato! Non mi resta che tornarmene muto.

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