Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 8, 2012

Specchio delle mie brame – Alberto Arbasino

Signore mie, questa deplorevole trama Kitsch “dovrebbe” (potendo…) rappresentare una inammissibile e irriferibile e irrimediabile tragedia familiare e stilistica per una troppo svelta Baronessa del Profondo Sud italiano ahimè talmente libertina, e anche assai capricciosa, alle prese con certi suoi sventati e sprovveduti ragazzi – quasi una Divin Marchesa?… ahi! ahi! – ma tant’è… “Non c’è più serietà”, si direbbe, né semplicità né una vera eleganza, né un autentico impegno, né un plausibile discorso letterario dabbene che possa svolgersi comme il faut, schivo, pensoso, ritroso, restio, insomma serio, appunto, esclusivamente fra il Tono Alto e il Tono Privato (che coincide col Tono Universale) e il Tono Sofferto e il tran-tran del Tono Sublime Per Tutti con tutti i suoi buoni sentimenti a posto fra Storia e Poesia… signore mie!
Ma (tra Poesia e Storia) dove si svolgerà, intanto, la Cosa Narrata, e quando?
Tutto sommato, e toutes proportions gardées, la solita Sicilia può andar sempre bene (come mai sempre così nelle mode? chissà…), anche perché tra fin-de-siècle e Belle Epoque potrà fornire meglio di ogni altra città italiana titolare di un suo Art Nouveau consolidato e specifico (Milano, Torino, Napoli) un suo ghiotto contrasto, diciamo così, fra una capitalina tutta pétillante di stile Liberty coloniale – Teatro Massimo e Villa Igiea, Targa Florio e Hotel des Palmes, palazzine di Basile e villini e viveurs e balli costumati brillantemente à la page con le delizie dei Savoy e dei Ritz – e le vaste magioni sepolcrali naturalmente, estremamente, gattopardesche in campagna, spalmate di lutto, con un gran bel balzo indietro di parecchi secoli anche a pochissimi chilometri di distanza, in fondo al catino assolato e tenebroso di un modo di vita perfettamente feudale, impeccabilmente primordiale, squisitamente arcaico…
Stupendo!
Non manca niente per illustrare come il Passar del Tempo (in effetti) dileggi la Storia, sbeffeggi il Progresso, sputtani lo Sviluppo, e simili nozioni barocche e rococo: abitudini immobili, convenzioni rigorose, luoghi comuni fissi, tabù demenziali proprio da tutte le parti, e secolare timor del prete, millenario terror del vescovo, inarrestabile orrore di Dio e dell’Inferno, Madonne che piangono, Sileni che ridono, angioloni che volano, paura assolutamente di tutto, sede dell’Onore localizzata (proprio come in Genet) mai in posizioni “elevate” (quali la testa, gli occhi, magari le manine), ma giù, giù in organi oscuri e imbarazzanti fra le cosce non lavate dei condannati a morte in attesa di ghigliottina o fra quelle delle bambinacce di casa nella Conca d’Oro, dunque un Onore già bagnato e buio (e infatti il ladro parigino e il padre di famiglia siciliano vanno molto d’accordo su un punto: l’Onor Familiare non si compromette davvero depredando o ammazzando un commendatore, bensì solleticando anche magari con un solo dito certe mucose pelose)…
[…]

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… Ma già intanto, adesso – ahi! ahi! che paura! – ecco il passaggio improvviso di un flash ricorrente, di rapidità vertiginosa e di impatto pressoché subliminale: in un gran letto disfatto, “una stupenda signora nuda molto somigliante alla baronessa” si sta violentemente dimenando fra le lenzuola di lino avvinghiata a un… fustone… anche troppo simile a Gioacchino, o a Salvatore, o a Antonino, o a Ignazio!…
[…]
Come si chiama la nostra eroina?
Il Calendario Reale della Corte Italiana per il 1899 – annata buonissima, per lo chic, appena prima dell’uccisione di Umberto Primo, e prima naturalmente anche del Processo Trigona – indica fra le “Dame di Palazzo per prestare servizio in Palermo” alla Regina Margherita una Sofia, due Stefanie, una Francesca, una Luisa, più una Isabella a Catania e una Anna a Messina, mentre la Corte di S. A. R. Elena Principessa di Napoli e Principessa del Montenegro dispone a Palermo di una Giulia soltanto: la Trigona, appunto. Niente (solo piemontesi, per lo più) fra le Corti delle diverse Duchesse d’Aosta e di Genova. E l’Almanacco di Gotha, da parte sua, non arriva più a sud della famiglia Ruffo di Calabria.
Gran peccato che non ci si trovi cinquant’anni più addietro e molte miglia più a nord-ovest: altrimenti, fra le Dame di Palazzo della Regina Maria Adelaide, consorte di Vittorio Emanuele Secondo, potremmo disporre della contessa Carlotta Callori Provana Balliani di Vignale nata Bertone di Sambuy, della contessa Leontina de Nicod de Maugny nata Fortis, e della baronessa Alix Morand de Monfort e de Saint-Sulpice nata De-Vignet. Ma tant’è.
Diciamo dunque Stefania.
[…]
La figlia maggiore della baronessa, la chiameremo Francesca, e mettiamo pure che sia una diciassettenne ‘che ne dimostra di più’, diciamo ‘molto prosperosa e molto impacciata’, pettona, culona, mortificata da lugubri vesti ancora infantili da educanda scema tagliate e rinforzate senza prevedere (o per conculcare?) lo sviluppo carnoso di oscuri organi siciliani anche troppo floridi e debordanti. Come se le glandole conculcate non si vendicassero! E per di più, per le insistenze inflessibili della mamma, deve continuare a portare, alla sua età, un orribile apparecchietto correttivo dei denti, di modello arcaico, da bambinetta con difetti di masticazione e pronuncia. E se non sta diritta a tavola, magari (poveretta) per una scoliosi in agguato non diagnosticata in tempo, le si minaccia addirittura un corsetto rigido a stecche di ferro.
Anche il figlio minore (Ferdinando? Gerolamo? Raimondo? Emanuele? Galvano?…diciamo Fulco) viene costretto a indossare, più o meno rassegnato, calzoncini bambineschi vagamente anglo-svizzeri e assolutamente troppo stretti, malgrado i suoi quindici anni già compiuti, e il sospetto che si sia appena infilato un voluminoso croissant nella patta, tanto quel gonfiore salta vistoso e preoccupante agli occhi, benché nessun gesto malizioso del bimbo lo sottolinei. E’ un fosco ragazzino tutt’altro che ‘realizzato’, pieno di mazzi di chiavi e lucchetti per antine e sportelli che nascondono chissà quali ‘segreti’ da collegiale porcello. Ama abbastanza gli animali, ma in un suo modo che desta apprensione: quando ghermisce un gatto o una gallina, vien fatto di tremare per la sorte della povera bestia. Infatti tutti gli animali di casa scappano via impauriti non appena lo vedono. Anche i cagnoloni più festosi, con guaiti di terrore. Perfino i canarini in gabbia sbattono le ali contro le sbarre con disperati cicciccì. Forse tiene anche un piccolo pitone.
Come se facesse parte della famiglia (il Barone sarà morto qualche anno addietro), è poi sempre lì presente l’istitutore di Fulco, e qui l’elenco dei canonici nella Real Cappella Palatina di Palermo in quegli stessi anni darebbe Gioacchino, Salvatore, Antonio, Ignazio, ancora Salvatore, Michele, Emanuele, diciamo allora Michele, giacché Salvatore potrebbe suonare magari un po’ troppo ‘voluto’. Comunque questo banale Michele nero e giovanottaccio e fustone sembra addirittura un ‘eroe nudo’ da western pornografico, rivestito ‘alla meglio’, e a disagio negli abiti, e poi sempre con queste enormi erezioni smodatamente in vista! Oh!!! Che impressione!!! Si tratta del figlio di un campiere della tenuta ‘che ha studiato in città’, bel giovane contadinotto sano ed allegro, che piglia il tempo come viene di lassù, e le ragazze come capitano nell’aia, tenero colle donne, ma più tenero ancora del suo interesse, sobrio e duro al lavoro, come chi mira ad assicurarsi uno stato, fronte bassa e stretta, sotto i capelli ruvidi, denti di lupo, begli occhi di cane da caccia, capricciosa medaglietta con Madonnina di qua e San Francesco Saverio di là che rimbalza e saltella provocante fra i lanosi e setosi peli sul petto abbronzato; e fa le ripetizioni a Fulco nei mesi estivi di vacanza; però, francamente, le uscite anche troppo rozze che gli scappano anche troppo spesso di bocca – e vengono inspiegabilmente tollerate dalla severa baronessa, che si limita a Fulminarlo Con Lo Sguardo e a Cambiar Rapidamente Discorso – rendono quasi sconcertante la sua presenza a tavola in un posto che d’abitudine ci si aspetterebbe di vedere occupato… da chi? da un compunto barnabita o da un professorino straniero con gli occhialetti!

*
Finalmente, la Baronessa.
Letteralmente uscita dalle voluttuose pagine del Verga più frivolo e mondano, talora ella vestiva di un pallore claustrale, quasi di un cilicio espiatorio, la sua austerità; e passava le giornate intere in letture ascetiche, pallida e fiera: il massimo dello chic. Talaltra, invece, fresca come una rosa! labbro color di rosa, rosee narici frementi di sdegno, insomma tutta rosea sotto il padiglione di velluto cremisi, o addirittura più rossa delle fucsie che aveva sul cappellino, quando un’ondata di sangue saliva rapida al viso, una specie di vertigine, e tra gli aranci del giardino, tra le rose canine sempre fiorite, prendeva volentieri un altro po’ di fragole!
Era civetta, orgogliosa, egoista, marmo di Carrara dentro e fuori; tal quale si vedeva, con quel sorriso glaciale, si diceva avesse spinto al suicidio il solo uomo che avesse mai amato, e amato alla follia, un amore da leonessa, da tigre reale, da pantera nera, da gattoparda rosa; aveva tutte le avidità, tutti i capricci, tutte le sazietà, tutte le impazienze nervose di una natura selvaggia e d’una civiltà raffinata – era boema, cosacca, e parigina – e nella pupilla felina corruscavano delle bramosie indefinite ed ardenti mentre stendeva verso il fuoco le mani pallide e scintillanti di gemme, e fissava in volto gli occhi febbrili, e faceva manovre macchiavelliche, e dava uno sguardo circolare sulla folla al ballo, e scoppiava in un riso stridente che la faceva tossire e le imporporava le gote, il capo ornato di fiori, l’occhio brillante sul viso imbellettato, appena accerchiato da un leggero lividore; le saltava la mosca al naso, non se ne dava per intesa, scollacciata, coperta di pizzi, carica di brillanti, elegante, freddamente altera, coll’ironia sulle labbra, il ventaglio in mano come uno scettro, rispondendo appena con un cenno del capo agli inchini profondi, al più degnandosi di puntare il cannocchiale dal suo palchetto, come un saluto, sciorinando le balzane, assettandosi sul busto la vita scollacciata con dei piccoli movimenti di spalle. La folla si apriva sussurrante dinanzi a quello stivalino arcuato e a tacchi alti che si posava da padrone sul tappeto!
Non somigliava a nessun’altra! Comunque, aveva del sangue nelle vene, e una grand’aria signorile, i suoi capelli biondi erano tutti d’oro, rizzava il capo come un cavallo di sangue, con quella bocca di serafino, senza alcuna nube nel sorriso che le stampava una pozzetta nella guancia color d’ambra, e coll’aria più candida dei suoi begli occhi azzurri, occhi proprio due stelle maliziose, occhi indiavolati che vi piantava in faccia, sempre giovani, e cantavano un delizioso duetto senza parole, ch’era un poema.

Beh, però, qui, basta un attimo d’abbandono o un animo poco chic per congetturar doppi sensi ghiottoni in quei suoi sguardi severi e altezzosi (e per favore, dove mettiamo la carnosità e la mobilità delle sue labbra sdegnose e autoritarie? e i grilli per il capo? e magari più di un’avola discesa dai regi talami? o addirittura, Dio non voglia, “la gnorri”?), e non restar davvero ingannati dal suo abbigliamento ‘d’epoca’ così austero, dal suo contegno ‘di convenzione’ così rigido, o da quella freddezza vedovile indossata come un grembiule inamidato da operina… per difendersi poi da cosa? da cosa?…
Chissà… signore mie… Che possiamo noi realmente sapere degli altri?… Chi sono… Come sono… Ciò che fanno… Perché lo fanno… Chiedendo notizie… Informazioni… Ma se c’è una che, per questa via, dovrebbe stare a giorno d’ogni cosa, quest’una dovrebbe proprio esser lei!… La verità!… E/o la realtà!?!… Eppure no, signore mie, e poi no!… Non è possibile ingannarsi!…
Sotto quel sussiego c’è un temperamento “di fuoco” – sì, “di fuoco”, signore mie! – No, no, com’è possibile ingannarsi?… Estremamente possessiva… sì… una belva!… una Narcisa!… una tigre!… serica! vellutata!… pronta a scatenarsi in chissà quali eccessi… ma no… ma sì… così da stuzzicare apertamente un’aspettativa smaniosa e naturalissima! Anche naturalistica, sissignori! Di che cosa sarà mai capace, nella realtà, nella verità, nella più stretta intimità, questa difficile e schifiltosa gran dama che parrebbe uscita da un gran romanzo anglo-franco-austriaco della fine-Ottocento, in odor di decadentismo, che però non è stato scritto, per andare a installarsi in chissà quale narrativa (o teatro, o cinema) d’appendice meridionale?…
[…]

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Ahi! Ahi! Che disturbo! E che imbarazzo, anche! Sempre nuovi flashes vertiginosi e sconvenienti con la stupenda signora nuda molto – troppo – somigliante alla baronessa in bizzarre posizioni:
* aggrappata per le gambe in costume di calzabraga nera da “rat d’hotel” a un immenso lampadario di cristallo tintinnante che dondola con mille e mille pendagli in una suite all’Hotel des Palmes…
* o penzolando da una scala di corda in un fienile equatoriale abbigliata da Joséphine Baker o da Dorothy Lamour (o peggio ancora, da Carmen Miranda, con ananas in testa)…
* o ancora, oscillando in piedi su un ramo d’albero carico di banane e di manghi, tipo Tarzan, in tiara di datteri e bolero di gattopardo, e sempre pronta a buttarsi su un giovanottaccio sfacciato sdraiato a terra che l’aspetta a braccia tese e a gambe spalancate, e che quasi certamente sarà Michele… con quelle sue erezioni!
… Così come quasi certamente lei sarà proprio la baronessa! – “avevate indovinato!” – e sempre nell’atto di buttarsi sopra il maschio dall’alto!…
Si tratterà di anticipazioni narrative, o di trucchi cinematografici cheap? di fantasie erotiche di lei, o di scorrette applicazioni di un ‘effetto d’alienazione’ all’italiana? di demenze private dell’Autore, o di grossolane ghiottonerie soggettivamente pregustate dal banale Michele?
Mah.. Qui il Punto di Vista del Récit appare dei più confusi…

Comunque. Una notte…
Nel vanvitelliano appartamento padronale, tutto drappeggi e tendaggi e tapisseries, letto scolpito e cuscini spumeggianti, cornici dorate e paralumi galanti, sante caravaggesche e santini ‘Perugina’, Stefania sta andando a dormire fra due guanciali in un civettuolo négligé cilestrino che mai le si sospetterebbe, in villa… con quel sussiego… e nell’infinito silenzio dell’incantesimo lunare ella fa il giuoco delle parti davanti a uno specchio di vera (?) penitenza… e accarezzandosi teneramente i gioielli indiscreti gli domanda mormorando di tanto in tanto, come una delle sue favorite eroine: “specchio! specchio delle mie brame! dimmi! chi è la più bella dama del Reame delle Due Sicilie?”
Tutto tace.
Tutto “sembra” pace.
Ma a un tratto,
UNA MANO MISTERIOSA
alla finestra.
E la apre!
Ecco
UN LADRO MASCHERATO
che entra! Tutto in nero! Anche calza nera sulla faccia! Più feuilleton di così si muore. no?
. .
Agitazione e spasimo della baronessa atterrita. Scarmigliata. Riversa.
Ma lui: “Dove sono i gioielli?” Calci, schiaffi, pugni, parolacce. Una cosa spaventosa.
E poi, anche: “Lo scrigno! Lo scrigno!”
. .
Comunque, rapina completa e feroce di tutte le parures, con scrigno e tutto, seguita da una scopata selvaggia e indecorosa: lei legata con foulard e liseuse mani e piedi, oltraggiata, sottoposta a sevizie irriferibili, lasciata lì per terra tutta strapazzata e sporca.
Una cosa tremenda.
[…]

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Colazione, fra le più noiose. Loro quattro, con niente da dire.
Neanche la cara vecchia risorsa di invitare il buon vecchio parroco, e servirgli certi maccheroncini al formaggio di cui è ghiottissimo, però in forma di nidini alla Fedro individuali, durissimi, perché prima fritti e poi passati al forno.
La forchetta non li può attaccare né raccogliere, se si usa il coltello scattano frammentini come di cristallo, e il reverendo per buona creanza non parla e non mangia, mentre loro sorbiscono ridacchiando una “bisque” col pretesto della colite.
Francesca non vuol mangiare, Fulco ha perduto la tartaruga. La ragazza si rode, si duole, davanti al piatto troppo pieno di pasticcio di maccheroni. Buono! Ma quasi quasi, la polemica sul mangiare incrina tutto il grande amore e la grande ammirazione che prova per la madre.
Fulco si alza, furtivo e torvo. Michele dice due o tre insulsaggini, e viene subito rimproverato.
Ma, insomma, il greve ragazzaccio pare talmente “fusto” da suscitare più di un sospetto in un animo poco fine: qui, con la baronessa, vuoi vedere che gatta ci cova? (tanto più che somiglia abbastanza al rapinatore mascherato). E più tardi, che cosa potranno fare, poveretti? Francesca dipingerà: mazzi di rose, tramonti, il ritratto della mamma. Forse suona anche il piano; o ricama; o prega. E Fulco catalogherà pietre o fossili? Comunque, una giornata lenta, pigra, meridionale, qualunque.
Tanto più, essendo domenica, lei non ha neanche la soddisfazione di passare in Amministrazione.

Di notte, invece, ANCORA IL RAPINATORE
Una cosa incredibile!
Nero e mascherato come tutte le altre volte, si arrampica furtivamente su un nodoso glicine fino al balcone, penetra nell’artistico boudoir della baronessa scostando impertinente la socchiusa imposta, si dondola sportivamente aggrappato a un pesante panneggio di velour paonazzo, e balza su un pouf di satin color del lillà senza far rumore.
Ella ha un soprassalto!
In drammatico déshabillé ciclamino, sotto le mille e mille luci del lampadario di Murano e delle appliques di Boemia, ella stava facendo il sorriso della Gioconda davanti a un’alta specchiera ‘Salvator Rosa’, mentre le sue manine si indugiavano a vezzeggiare i pomi delle Esperidi, e le labbra carnicine deliziosamente sussurravano: “specchio! specchio delle mie brame! dimmi! chi è la più vera signora del Reame?”
Ma ora, come nei peggiori thrillers, il terrore le gela l’urlo nella strozza!
Il malfattore le si avvicina con un coltellaccio fra i denti, le è sopra, le infila due o tre dita in bocca, altre due o tre in culo, le strizza i polsi delicati, e poi anche i vezzosi capezzoli, per farsi dire dove sono le parures.
La sventurata dapprima resiste, intrepida come gli Orazi e i Curiazi che la contemplano muti dagli arazzi della Savonnerie, poi cede al dolore fisico intollerabile, la natura prevale, ed indica lo scrigno.
Ma poi si pente subito, si avvinghia ai lucchetti. “Passerai sul mio corpo!”
Lui ci passa, la lega, la imbavaglia, la schiaffeggia, la scopa, le fa anche un due o tre porcate innominabili, e se ne va con collane e diademi, all’inglese, giù per il glicine, ratto e silenzioso com’era venuto.
[…]

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Tutto tace nel cuor della notte. Dorme Francesca, dorme Fulco, dorme la numerosa servitù. Dormono gli uccelletti in gabbia col capino sotto l’ala, dormono le tartarughe fra le severe zampe delle commodes Impero. Non s’ode rumore di sorta.
Riposano perfino le vaghe stelle dell’Orsa, lontane lontane, lassù, nello sconfinato firmamento stellato e blu. Mah…
Vistosamente ammantellato da postiglione, con due bracciali di cuoio a borchie e un sospensorio di nappa a punte metalliche, Michele percorre corridoi e sale per tortuose scalette, dopo essersi assicurato che tutto è possibile.
Attraversa foresterie storiche e moderne, portinerie di prima e seconda e terza classe, appartamenti di rappresentanza principeschi e cardinalizi, cucine e cappelle, teatri e quadrerie, rimesse odorose di finimenti e criniere, scuderie profumate di brillantina alla lavanda, serre afose dove allignano la poinsettia e la dieffenbachia e il philodendron, passaggi balaustrati sopra studioli e sotto frontoni, propilei, ninfei, esedre, palagonie, un piccolo Hermitage, una minuscola National Gallery, una Alte Pinakothek in miniatura, una Villa Volpi di Misurata più vera del vero, porticati smessi e belvederi disabitati e gallerie abbandonate da decenni a formare intrico, labirinto, puzzle, casinò… un office fornitissimo di fruste Vuitton e di staffili Hermès…
Una soffitta segreta dopo l’altra, entra finalmente in una specie di Donnafugata mansardata, piena di cinghie e scudisci, dove si sente ringhiare e latrare un po’, lasciandosi cadere il mantello da postiglione dalle spalle: DOMATORE! non gli manca nulla! ora è il “suo” turno, con stivali e alamari e frusta!
Egli si trova di fronte a una grossa tigre incatenata e ingioiellata, e assatanata, che salta, salta, vedendolo, come a Mompracem! Subito le dà alcuni comandi da circo – allez-hop! allez-hop! – la fa balzare su cubi e cassette a pois, schioccando sonoramente il nervo di bue.
Ma fa troppo caldo. Comincia a slacciarsi la giubba…
Errore fatale! La tigre reale ne approfitta per balzargli addosso, gli afferra le palle, tenta di morsicarlo alla gola, è fortissima! quante parolacce!… Una cosa davvero poco fine!
Però lui riesce a immobilizzarla. La rovescia, e la scopa.

Mentre Michele si spoglia e si mette a letto fra le lenzuola di raso rosa orlate “à jour” dalle Torrigiani, si sente la vocina di lei che vocalizza graziosamente “sei pvonto?” dietro la porta del bagno.
La baronessa appare all’improvviso in vesti di suora d’ospedale molto porno, con un “en tête” a gigantesche ali candide svolazzanti, e dietro tutto il sedere fuori che si protende nudo e fremente da un’apertura apposita a cuore con guarnizioni di trine e volants.
Prepotentissima. Vessatoria. Ha in mano un enorme clistere, traboccante di schiuma di tutti i colori dell’arcobaleno con un vistoso terminale da doccia vaginale di caucciù, e glielo impone con durezza.
Ma Michele non lo vuole, si ribella, stringe le cosce, inarca il dietro, si ribalta sul letto, scalpita, protesta, fa qualche capriccio. Lei diventa terribile. Se non acconsente, gli minaccia oscuramente una certa altra cosa, che lui sa, e gli fa paura. Sa già che fa molto più male (anche alla salute).
Di fronte a quella tremenda prospettiva, a Michele non rimane altro che sottomettersi e rilassarsi.

La favolosa Isotta Fraschini avanza a fatica in un viottolo troppo stretto e accidentato, molto fangoso, sobbalzando tra fratte ombrose e scure, e scorci di Corot e di Courbet.
Michele è al volante, in abbigliamento bianco e oro da chauffeur molto caratterizzato, da operetta viennese.
Stefania siede dietro, vestita da lady eccentrica, spumeggiante di pizzi e merletti sotto il gran cappello di paglia a nastri, e i suoi modi sono quasi irriconoscibili: arroganti, petulanti, capricciosi, inauditi! Sgrida continuamente Michele ‘per mancanze vere o presunte’: guida male, si distrae, non è pronto, non ha gli stivali lucidi, non risponde a tono, prende sbagliate le curve, si permette delle erezioni sconvenienti in cucina nelle ore di servizio.
La villania di lei, già molto irritante, raggiunge presto livelli intollerabili.
Chiude il parasole, e comincia a bastonarlo sulla testa:
– Screanzato! Screanzato! Non hai ancora imparato che esiste il bidet!
A questo punto Michele, che era stato zitto finora limitandosi tutt’al più a rispondere “yes, milady”, blocca la macchina di scatto col freno a mano, si volta verso la baronessa con un ghigno mefistofelico, sputa per aria, si slaccia i calzoni, si strappa la cintura, si dà un’assestata alle mutande sporche, e le fa:
– Brutta porca, lo sai cosa ti faccio adesso contro quell’albero?
– Non oserai mai! – ribatte lei, grandiosamente.
Lui invece osa. La trascina giù dalla macchina come una zoccola, la sbatte contro l’albero, le strappa il parasole e le mutande, la lega per il collo come una gallina, e la sottopone a una serie di sevizie una più inconfessabile dell’altra, noncurante delle proteste e delle minacce di lei.
– Una vera signora, queste cose non le fa MAI!!! si sente gridare attraverso le vallate deserte, fra remoti scampanii di pievi arabo-normanne; e l’eco di valle in valle risponde indifferente: “AHI!… AHI!…”
Lui le fa sopra perfino… ma no, no! non oso ripeterlo!
Quando hanno finito, mutato il tono e la musica, improvvisamente fra il severo e il sollecito, lei gli fa:
– Su, su, sbrighiamoci, che dovete andare alla stazione a prendere la ragazza.
[…]

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Responses

  1. talvolta gli scrittori si divertono…

    • Come lettore, questo libro mi diverte da più di trent’anni.
      Ciao : )


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