Pubblicato da: scudieroJons | novembre 8, 2012

Proserpina

“Eppure Demetra è celebre degnamente per il suo amore materno! Lasciatevi servire… ne passò guai e ne versò lacrime, quando le rubarono sotto gli occhi Proserpina Persefone in Sicilia!”
Il barbiere Pagliarulo:
“Un momento. E chi era, questa mia signora?”
Don Federico Sòrice:
“Signorina, prego. Nacque dal sommo Giove e da Cerere Demetra… Lui per timore di Giunone adoperò il trucco già usato con Europa, si presentò nascosto in un toro. Dice: “Salvami, Cerere bella, da questa tua camicetta rossa: io guardandola mi arrabbio per un motivo bovino, e se te la togli è peggio: m’infurio maggiormente perché ti amo… Ah, gioia, quant’è amara la vita! Ah, tesoro, abbi pietà di una belva, di un uomo e di un dio!”. Basta, la incantò: e Proserpina fu il risultato dei risultati”.
Il ciabattino Debbiase:
“I piedi come li ebbe, donna Persefone, due di mucca e due di cristiana pure lei? Era mezza vitella e mezza donna?”
L’ex-bidello:
“Era più che normale, anzi quando venne la stagione sua diventò una Venere addirittura! Certi fianchi, salute a noi, un petto smargiasso ma un viso gentile, timido, con due fossette che erano le tombe mortuarie di qualunque pace dell’uomo… se avessi trent’anni di meno te la saprei descrivere, Vincenzino mio… quella scioglieva le ossa di ogni giovane che incontrava, quella ti avrebbe distrutto!”.
Il fattorino telegrafico Aurispa, rabbrividendo:
“Amen. Io la ringrazio con la faccia per terra… Si campa una volta sola, egregio don Federico, e allora?
[…]
“Ricapitoliamo. Da chi fu rubata Persefone in Sicilia? Da un catanese o da un palermitano?”
Don federico Sòrice:
“Da Plutone, dio dell’inferno! Quello una mattina, passeggiando a lieve profondità sotto l’isola, odorò un profumo, un profumo… rose non erano e giacinti nemmeno… s’incuriosì talmente, origliò da un baratro e vide Proserpina he s’era chinata su un muretto per aggiustarsi un riccio nello specchio dell’acqua… Madonna mia, gridò saltando e ricadendo come un delfino, questa è le sette meraviglie; questa volente o nolente me la sposo!”
Il barbiere Pagliarulo:
“E lei?”
“Tentò di fuggire… ma dove, ma come? Ali non ne aveva, sfortunata… e immediatamente Plutone le aprì la terra sotto i piedi, la ricevette sulle braccia tese, con una radice per bavaglio e con erbe, sassi e vermi nei capelli. Destino. Sprofonda e sprofonda, l’indomani raggiunsero l’inferno; Persefone dovette acconsentire alle nozze, anche perché Plutone le aveva già consumate in viaggio”.

Don Alfredo Tescione, dispettosamente:
“In questa gloria finivano, è inutile, tutti i salmi greci”.
L’ex-bidello:
“I nostri, perdonate, come terminano? Basta, con la sparizione di Proserpina s’iniziò l’atroce calvario di Cerere Demetra. Povera dea, per nove giorni frugò la Sicilia invano… capovolgeva le montagne, soffiava nelle foreste come la scimmia si soffia nei peli quando cerca una pulce… era una mamma disperata che non appena la informarono del rapimento e del matrimonio si dimise dall’Olimpo, gridando: “Vi saluto e sono! Io mi ritiro, sciopero, e adesso la Natura, debosciati miei, fatela voi!”.
Don Antonio Pagliarulo:
“Come sarebbe?”
Il vecchio Sòrice:
“Gesù, Demetra non era la terra? E fermandosi lei si fermò tutto! Addio grano, ceci, zucchine, aranci, castagne, noci, lupini, angurie, fichi, lattuga romana!”
Il carbonaio Tescione:
“Nemmeno carrube, don Federico? Io ne vado pazzo…”
L’ex-bidello:
“Niente, il puro niente! Le campagne diventarono come il ventre di un bambino… Finì ogni crescenza… Morirono greggi, armenti, pollame, uccelli, e cominciò la fame anche per gli uomini. Giove s’impensierì. Dice: “Questa è la strage degli innocenti, non abbiamo più il mondo ma un completo cimitero… e io? quando saranno morte le delicate bionde e poi le vigorose brune, e in ultimo le rosse malpelo, con chi andrò, finta nuvola o finto cigno, a divertirmi?”. Insomma, per ordine di Giove, Mercurio dovette scendere all’inferno e prelevare la dea rapita. Demetra, nel rivedere Proserpina, fu un miracolo se non impazzì. La baciava, la gualciva, le toglieva dalle guance, con la saliva, il nerofumo e i ghiaccioli degli abissi; e a un certo punto gridò: “Figlia mia, non avrai mangiato qualche cosa prima di abbandonare tuo marito?”. E la giovane: “Sì, Plutone ha insistito perché assaggiassi una melagrana”.

E Cerere: “Anime del Purgatorio! C’è un incantesimo, una fattura… per tre mesi dell’anno, eternamente, dovrai ritornare da quello schifoso!”. E in realtà, signori miei, guardate!”.
Don Federico Sòrice, trionfalmente, ci additò il plumbeo grondante vico Cimitile, oltre la porta-finestra che donna Elvira Cadamartori, per cambiare l’aria inquinata delle nostre cicche, stava in quell’attimo aprendo.
“Luce, tinte, vita, carnalità, dove sono attualmente?” disse. “Interrate, seppellite, sì o no? Il ratto di Proserpina sarebbe la spiegazione greca, ufficiale, dell’inverno… avete capito?”

[…]

Giuseppe Marotta, Gli alunni del Sole

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