Pubblicato da: scudieroJons | settembre 1, 2012

La troka

Quanto tempo dovrò rimanere qui nel bar-atrio del teatro senza poter fare niente? Carmelina non si vede ancora e alla fine capisco che si sta esibendo in teatro con il suo gruppo, Los Maestros, perché a tratti mi arriva la sua voce incantevole, subito sommersa da scroscianti applausi. Finalmente la vedo arrivare, circondata dai suoi colleghi maestri e mi sento invadere dalla gelosia. Lei fa il giro di tutti i mariachi presenti nel bar, abbracciandoli e baciandoli tutti. E’ un continuo fuoco d’artificio di schiocchi di baci, di “Adios muchachos!”, “Adios Carmencita!” che mi fanno ribollire ancora di più. Finalmente si avvicina, e mentre mi abbraccia mi sussurra: “Occhio alla troka! E intanto che aspetti… suona qualcosa…” e poi, ad alta voce: “Adios, Plateado!” e io rispondo con la voce rotta: “Adios, my hermosa… Carmencita”. Subito dopo lei si avvia verso l’uscita del bar, in direzione del parcheggio. Los Maestros intanto hanno depositato le custodie che contengono i loro strumenti lungo la vetrata che separa il locale dal vialetto che fa anche da parcheggio. Anche gli altri gruppi fanno lo stesso, e in poco tempo si forma un notevole cumulo di custodie di chitarra. Solo le custodie che contengono gli strumenti dei finti mariachi, i trafficanti di droga di Sinaloa, sono rimaste vicino ai loro proprietari, e io le guardo e tremo al pensiero di quando decideranno di mettervi mano.
Per distrarmi voglio seguire il consiglio di Carmelina Scannapieco. Osservo la chitarra che mi ha lasciato Eleuterio e decido: “Li farò morire di commozione, gli suonerò Maria Elena. Non avranno più il coraggio di spararmi”. Ho cercato gli accordi per qualche secondo, poi ho attaccato la canzone.

Per le prime battute ho avuto bisogno di guardare i tasti della chitarra, ma non appena mi sono sentito più sicuro ho rialzato la testa per guardare i miei sequestratori, e purtroppo non ho visto sui loro volti nessuna traccia di commozione. Non importa, ho pensato, suonerò per me, per Carmelina, che intanto si è messa in salvo. La vedo, nel parcheggio, appoggiata a un pick up.

Ma perché non va via? Vuole assistere al dramma che tra pochi attimi si abbatterà su questo locale e su un mariachi solitario e straniero? E dov’è questa “troka” che devo guardare? Vedo che Carmelina infila la mano nel bustino, in una tasca del reggiseno, e ne estrae un telefonino. Solo al pensiero di tutte le volte che le ho telefonato, solleticandole leggermente il seno, il dito mi scivola sul tasto e una nota mi riesce male. Ma cosa sta facendo? Ha rimesso a posto il cellulare e sta armeggiando con le forbici e la gonna. E adesso? Ha intaccato la stoffa in un punto e poi ha iniziato a strappare tutte le balze che stanno al di sotto della lunghezza scelta da Mary Quant per inventare la prima minigonna. Ho capito: mi vuole regalare un ultimo sguardo sulle sue magnifiche gambe, per farmi morire felice! Ma non rimane ferma molto tempo. Vedo che indossa i guanti da guida e si mette al volante del pick up e parte. Addio, Carmelina, vivi felice, ricordati di me, ogni tanto… E ora che succede? E’ già ferma!  Di sicuro le si è spento il motore. Che pasticciona!  No, adesso riparte. Ma sta andando in retromarcia! Avrà sbagliato a inserire la marcia. E che velocità! Rallenta, almeno, non vedi che stai venendo a sbattere contro… Sento qualcuno che grida spaventato: “La troka! La troka!”. E nello stesso istante il pick up guidato dalla maestra Scannapieco  piomba come una bomba contro la parete di vetro del bar, riducendola in mille pezzi che schizzano in ogni direzione.  Il retro del pick up ha colpito il cumulo delle custodie che erano depositate lì vicino e le ha scagliate per tutto il bar, assieme a pezzi di sedie e di tavoli fracassati. Dopo un attimo di pausa il motore ha ripreso a rombare e le quattro ruote motrici, aggredendo, triturando e spazzando una catasta di rottami cominciano a girare all’impazzata nel locale, dove i veri e i finti mariachi, rimessisi a stento dalla sorpresa, cercano scampo da quel furioso maelstrom che distrugge tutto quello che incontra al suo passaggio. Anch’io ho gettato la chitarra e mi avvento su una delle custodie che affiorano tra i rottami, sperando che contenga un mitra. Un energumeno in tenuta nero e oro cerca di strapparmela, ma resisto e con uno strattone me ne impossesso definitivamente. La apro e trovo una bella chitarra con la cassa intarsiata di madreperla. Sollevo lo sguardo e mi accorgo che il mio avversario è riuscito ad estrarre un’altra custodia dal cumulo di rottami e sta per sollevarne il coperchio. Il coperchio, alzato, mi impedisce di vedere il contenuto della custodia, e allora guardo la faccia del mio avvesario e vedo che si apre a un sorriso sinistro, formato da una fila di denti giallognoli. Reagisco subito, e brandendo la chitarra a due mani con un solo colpo ben assestato gli regalo un sorriso madreperlaceo. Mi accorgo però che altri sicari hanno recuperato una custodia di chitarra e si accingono ad aprirla. Allora mi getto con un balzo nel cassone del pick up che intanto si è riposizionato con il muso girato verso l’uscita. Il ruggito del motore, che con tutta la sua potenza catapulta il mezzo sulla strada, riesce a sovrastare il crepitare delle raffiche di mitra che ci inseguono, ma io sento distintamente il rumore sordo delle pallottole che colpiscono le lamiere del furgone. Carmelina guida correndo come una pazza per le strade di Mexico City, e io, disteso su una montagna di vetri rotti, mi felicito con me stesso per non essere uno degli automobilisti o dei pedoni che si trovano sul suo percorso. In una stradina che finisce verso la campagna lei fema il pick up e mi fa salire in cabina. “Grazie, Carmelina – le dico subito – e perdonami se ho dubitato…” “Dubitato? – risponde lei – E di che? Ho dovuto aspettare che Eleuterio fosse in salvo, sull’aereo…” poi continuiamo in silenzio per parecchi minuti, su una strada sterrata, a velocità molto sostenuta, e ad ogni curva la Signora Scannapieco, senza mai rallentare, esegue una sbandata controllata con derapata e controsterzata. Alla decima volta non resisto più e sbotto: “Ma insomma! Si può sapere chi ti ha insegnato a guidare in modo così… scriteriato?” “Sicuro! E’ stato Markku Alen – risponde lei sempre con gli occhi puntati sulla strada, – era fidanzato con una mia amica e quando veniva in Italia, tra un rally e l’altro, ci portava…” “Non voglio sapere i particolari!” La interrompo, sempre più irritato con me stesso.  “Mi dici almeno dove stiamo andando?”. “Stiamo andando a Veracruz. Al porto c’è il motoscafo di un amico dell’ambasciatore che me lo presta per fare il viaggio fino in Florida. Che te ne pare, Jons?” “Non so cosa dirti… Non sono tanto pratico di motori marini, di carte nautiche, di navigazione…”
“E che fa? Lo guido io il motoscafo. Ho fatto tanta pratica quella volta…”
“Sentimi bene, Carmelina, – ho avuto uno scatto di nervi –  non mi venire a raccontare che sei stata a pescare sul motoscafo d’altura di  Hemingway, e che lì hai imparato a pilotarlo, che non ci credo! O forse mi dirai che l’hai anche aiutato a scrivere il Vecchio e il mare?”
“Ma come ti permetti? Ci sarà stata tua nonna sul motoscafo di  Hemingway! A me lo ha insegnato il mio povero Umberto come si pilota una barca. Si era comprato un gozzo e la notte, quando il giorno dopo non avevo lezione, mi portava con lui. Arrivati al largo lui gettava la rete e io …” “E tu prendevi il pesce. Ecco come è nato Elementare Watson…”.  “Se non la smetti subito di fare l’indisponente ti faccio scendere qui, anzi, ti riporto dove ti ho preso. E quando torniamo in Italia telefono al direttore e gli dico che voglio cambiare tutti i dieci che ti ho messo in condotta con altrettanti sei. E per tua norma, ricordati che mio figlio si chiama Giosuè”. “Sui documenti personali e sul diploma di laurea io ho sempre letto “Elementare Giosuè Carducci”. E comunque è un bravo ragazzo, un amico prezioso. E’ la cosa migliore che tu abbia mai fatto. Scusami per prima. Ma sono preoccupato per il viaggio in mare. E devi pensare anche alla tensione che ho avuto fino a mezz’ora fa. Ho creduto di essere sul punto di morire”.  “Hai visto il film della tua vita?” “No, e meno male, perché mi sarei addormentato. Io invece voglio morire con gli occhi aperti… E adesso perché ti fermi?” “Non sono stata io. Si è spento il motore, non so perché”. “Qui segna che il serbatoio è vuoto. Quanto gasolio avevi messo?” “Stamattina era pieno, e avevo fatto solo pochi chilometri”.
Sono sceso dal pick up e sono andato a guardare sotto il cassone. “Ci hanno bucato il serbatoio; è stata una fortuna che non abbiamo preso fuoco. Meno male che adesso sta facendo notte. Fino a domani mattina possiamo cercare di allontanarci da qui senza che ci vedano”. “Oh, Jons, quanto mi dispiace!” “Non è stata colpa tua. Anzi non ti ho ancora ringraziato…” Ho stretto a me Carmelina e l’ho baciata, e lei si è abbandonata come se la spossatezza di tanti giorni di tensione l’avesse sopraffatta in un colpo solo.
“Adesso dobbiamo trovare un mezzo di trasporto. Tu sai all’incirca dove ci troviamo?”
“La conosco bene questa zona. Ho fatto delle supplenze in un paese qui vicino. Andavo col treno…”
“E’ un’idea! Possiamo prendere il treno per Veracruz. E’ lontano il paese?”
“Quattro o cinque chilometri, mi pare… ” “Allora in un’ora ce la facciamo. Te la senti di camminare?”
“Si, Jons, mi piace passeggiare in mezzo alla campagna, di notte, assieme a te! Guarda, sta sorgendo anche la luna! E’ tutto così romantico!”
“La luna non ci voleva proprio! Lo capisci che vestito così mi vedono a chilometri di distanza? Devo trovare qualcosa per cambiarmi d’abito.”
Abbiamo camminato, qualche volta abbracciati, qualche volta in fila indiana, senza parlare, fino a quando, passando vicino a un gruppo di case isolate Carmelina mi ha sussurrato: “Potremmo prendere qualcuno di quei panni messi ad asciugare. Tu hai qualcosa per pagarli?” Ho tastato la giacca e ho estratto un oggetto dal taschino. “Guarda! Eleuterio mi ha lasciato il suo orologio da Plateado. Mi pare che sia d’argento”. “Va benissimo! Adesso se ti arrampichi su quel muro che in cima ha tutte quelle lucine, puoi arrivare a prendere i panni stesi su quella corda che passa vicino”.
“Per tua informazione, quelle lucine sul muro sono cocci di vetro acuminati e io avrei bisogno di qualcosa per proteggermi le mani mentre mi tiro su. Una volta su, ci sono gli stivali, e non ci sarebbero problemi”. “E a me lo dici? Cosa posso farci? io ho solo questa gonna accorciata e il bustino… Non vorrai mica che ti dia la gonna? Sei sempre il solito, Jons, le inventi tutte per farmi spogliare. No, toglitelo dalla testa che mi tolgo la gonna e rimango in mutandine, in mezzo alla campagna, di notte…” “Ma ragiona: chi ti vede? io prendo la tua gonna, la divido in due e ne ricavo due protezioni per le mani e in un attimo sono sul muro. Per me prendo quella tuta da meccanico, poi ti prendo la prima cosa che capita e tu dopo due minuti sei di nuovo vestita. Non sei convinta?” Carmelina mi afferra per i risvolti della giacca e mi guarda con occhi terribili: “Jons, ascoltami bene! io ti do quello che rimane della mia gonna, ma tu non mi prendi “la prima cosa che capita”. Voglio quella gonna scura a fiorellini appesa qui e quella camicetta bianca col colletto di pizzo che sta laggiù. E’, chiaro?” “Ma sono lontane! Mi dovrei fare tutto il muro camminando sui vetri. Non ti potrei prendere quella blusa gialla… No? Va bene, ti porterò quello che hai ordinato”. In pochi attimi sono sul muro e camminando con cautela sull’irta cresta raccolgo gli indumenti prescelti, e infine appendo al filo l’orologio d’argento. Mentre torno da Carmelina, lei  mi sussurra: “Dovevi vedere, Jons, come eri bello visto da qui, mentre camminavi sul muro! La luce della luna si rifletteva sul tuo vestito argentato, e io ho pensato che eri un raggio di luna rimasto impigliato sulle gemme lucenti di brina di un arbusto nella notte dell’equinozio di primavera… Ma… questi vestiti… sono bagnati! Come faccio a mettermeli in questo stato?” “Sono solo un po’ troppo umidi. Anche la tuta. Aspetteremo a cambiarci”. “Mi hai imbrogliato! Ah, che rabbia che mi fai, Jons!”

Adesso Carmelina mi tiene il broncio. Cammina spedita davanti a me senza mai voltarsi, e io la seguo con gli indumenti bagnati appesi al braccio, e intanto non stacco gli occhi dalle sue bellissime gambe e da tutto quello che sorreggono. Ma i miei sensi sono sempre vigili e quando abbiamo appena superato un cartello che ammonisce: “Cuidado con el tren” faccio un balzo verso di lei, le circondo la vita, sollevandola, e la tiro indietro.

Dopo un secondo davanti a noi transita un treno a tutta velocità. “Accidenti, Jons, abbiamo perso il treno! Fino a domani mattina non ce ne sono altri”.
“Non importa, – le ho detto continuando a stringerla a me, come se ci fosse ancora pericolo – adesso andiamo in stazione, dopo ne parliamo”. “Che bello il treno di notte! Hai visto, Jons, tutti quei finestrini illuminati? Io penso che i vagoni sono come i bambini della scuola che corrono tutti in fila dietro la loro maestra, che è la locomotiva”. L’ho baciata e lei mi ha baciato con dolcezza.
Poco dopo siamo arrivati in vista della stazione. “Mi pare che ci sia un treno in partenza. Avviciniamoci senza farci vedere”.

E’ un treno merci. Carmelina è affranta per la delusione e per la stanchezza. Adesso si è seduta su una rotaia e cerca di riprendere le forze. Intanto io osservo i vagoni del treno. Sono quasi tutte tramogge per il trasporto di merci alla rinfusa, in polvere o in grani. Sembrano vuote. Sull’etichetta leggo la destinazione: Veracruz, e mi viene un’idea. Salgo sulla piattaforma di un vagone e manovro una delle lunghe leve che aprono e chiudono le aperture inferiori per lo scarico, e poi blocco la leva mettendo un sasso negli ingranaggi. Mi arrampico sulla scaletta che porta in cima al vagone e apro i coperchi di due botole che servono per le operazioni di carico, poi torno da Carmelina. “Ti sei riposata abbastanza? Dobbiamo andare: prendiamo questo treno. Ti faccio vedere come si fa. Abbassati, dobbiamo entrare da sotto”. Docilmente Carmelina si lascia guidare sotto il vagone, abbassa la testa quando le appoggio la mano sul capo e gattonando si infila dento la bocca socchiusa della tramoggia, mentre io l’aiuto spingendola delicatamente da tergo e poi la seguo nel ventre caldo del vagone. “Ma dove mi hai portato? Che è ‘sto coso? Che caldo che fa qui dentro! Si soffoca, non si vede niente. E che è questa polvere granulosa che si attacca addosso? Jons, fammi uscire…” “Aspetta un momento. Lo hai detto tu che fino a domani non ci sono treni. E lo sai cosa ci fanno quelli se ci trovano?  Ormai saranno arrivati al tuo pick up e stanno frugando la zona palmo a palmo. Secondo me è meglio rimanere qui, e sperare che questo treno parta subito. Viaggiando entrerà aria fresca e staremo meglio.” “Ma questa polvere che cos’è? Sei sicuro che non è un veleno?” “Dovremmo provare… ad assaggiare…”. “Ah sì? E allora comincia!” E mi ha messo il palmo della mano impolverato sulla faccia, cercando a tentoni la mia bocca. Ho baciato il palmo di quella mano, e l’ho esplorato tutto con la lingua, soffermandomi a lungo nel cavo, in corrispondenza della croce del matrimonio. “Allora? Che senti?” mi chiede dopo qualche minuto Carmelina, con un po’ di apprensione nella voce. Non mi riesce di parlare. Riesco solo ad emettere un gemito inarticolato mentre mi piego in due…
“Che hai, Jons? Stai male? Lo sapevo, era veleno! Che cosa ti senti? Chiamo qualcuno?”
Le ho fatto segno che non era necessario, e quando sono stato in grado di parlare le ho detto a fatica: “Non ti preoccupare… quella polvere… è zucchero… il fatto è che mentre … baciavo… la tua mano… mi è venuto in mente… ti ho vista… ti ho immaginata… tutta coperta di zucchero… e mi è preso da qui… in basso… questi pantaloni sono troppo stretti… me li devo togliere…”
“Guai a te se te li togli! Ti faccio espellere da tutte le scuole del regno!  Ma che sto dicendo? Mi hai fatto spaventare, Jons! Va bene, fa’ come vuoi, togliteli; anch’io mi devo togliere questo bustino. Non resisto più. Fa troppo caldo”.
Abbiamo fatto appena in tempo a spogliarci che il treno si è messo in movimento con un violento strattone, e siamo caduti abbracciati sul pavimento della tramoggia, su uno spesso strato di zucchero, mentre altro zucchero si stacca dalle pareti e ci cade addosso.
Uscendo dalla stazione il treno ci ha sballottati prima da una parte e poi dall’altra, facendoci rotolare. “Ma che fanno? Ci vogliono ammazzare?” Ha esclamato risentita Carmelina. “Erano gli scambi, ma adesso sono finiti, niente più scossoni. Ci possiamo anche mettere a dormire e domani ci sveglieremo al terminale ferroviario nel porto di Veracruz, dove, speriamo, troveremo ad aspettarci il motoscafo”.
Ci siamo distesi sul pavimento della tramoggia e tengo stretta Carmelina abbracciandola da dietro. Lei è finalmente serena, si lascia abbracciare e baciare.
“Sai, Jons, – mi dice, – a cosa stavo pensando?” “Parla, ti ascolto.” le ho detto, continuando a baciarle il collo.  “Io penso che questo vagone è come una grande bomboniera con le ruote che corre sullo scaffale di una pasticceria, e noi siamo due caramelline balsamiche ricoperte di zucchero… Domani mattina, sul motoscafo, ti preparerò il caffè. Lo prendi con molto zucchero, vero, Jons?”.

FINE

Annunci

Responses

  1. Non ho capito cosa fosse quella polvere bianca in cui sono rotolati… Però il sesso c’è, il rock ‘n roll è quello degli strattonamenti del treno… Ah ecco, capito :O

  2. Saccarosio… comunissimo zucchero. Forse avrei dovuto usare l’ LSD, (si sarebbe visto per la prima volta un treno che si ribalta da fermo) ma la mia mentalità cartesiana ha opposto resistenza. Per una volta la musica tradizionale dei mariachi potrebbe surrogare il rock. In quanto al sesso, appena accennato, ma c’è. Se non si mette un po’ di sesso in un racconto le lettrici abituali di Fifty Shades non lo guardano nemmeno. Rileggendolo a mente fredda ci trovo un’eco della leggenda di Giona nella balena, e fin qui tutto regolare. E’ l’immagine di quella fata che si introduce nelle fauci spalancate che mi inquieta un po’. Da dove verrà fuori? Sono anche un po’ preoccupato per la spinta all’emulazione che potrebbe esercitare il racconto. Uno studio medico americano ha pubblicato l’anno sorso un rapporto drammatico sui danni da abrasione tra coloro che hanno fatto l’amore su un letto cosparso di zucchero. Forse dovrei fare come quelle trasmissioni che nel presentare filmati di azioni acrobatiche e pericolose, ammoniscono: NON FATELO A CASA!
    Ciao : )


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: