Pubblicato da: scudieroJons | agosto 25, 2012

El Plateado

Sono quasi tre giorni che sono a Città del Messico e non ho ancora avuto notizie dell’amico che mi ha chiesto aiuto, e nemmeno della Signora Scannapieco che mi aveva assicurato che mi avrebbe raggiunto. Ho provato a chiamare i numeri telefonici che avevo, ma nessuno mi risponde, e perciò non mi resta che aspettare. Passo il tempo vagando per la città, tra il frastuono del traffico e la musica dei gruppi di mariachi che s’incontrano nelle strade del centro, e solo a tarda notte  me ne ritorno alla stanza che ho preso per una settimana in un alberghetto di periferia. Pagamento anticipato, in cambio di grande discrezione e niente documenti. Mi sono anche comprato un cappello da texano, che, come il resto del mio abbigliamento, denuncia la mia inconfondibile condizione di gringo.
A forza di osservare le divise dei gruppi di suonatori che incontro per la strada sto diventando un esperto, e cerco ogni volta di indovinare da quale parte del Paese arrivino, studiando il colore e gli ornamenti del vestito e del sombrero. Se ne vedono di marrone, verdi, neri, amaranto, e ne ho perfino incontrato uno, un solista, che aveva un vestito argentato.

A prima vista mi è sembrato una faccia conosciuta, ma poi ho pensato che non era possibile che lo conoscessi. Non conosco nessuno che faccia il suonatore ambulante. Mi ha intenerito per la sua inettitudine perché mentre strimpellava la chitarra, le sue note si ingarbugliavano, e mi è parso perfino di sentire, tra una canzone tradizionale messicana e l’altra, alcune note di Torna a Surriento. Mentre passava davanti a me ha tirato fuori dalla tasca un foglietto appallottolato e lo ha gettato sul marciapiedi. E in quel momento ho anche pensato: “Ma guarda questo; almeno fosse educato… tanto più che non sa nemmeno suonare…”. Ma dopo un minuto non ci pensavo più e ho continuato a bere la mia cerveza gelata e ad ammirare le forme perfette della Diana Cazadora sulla fontana al centro del rondò, che veniva sottoposta a un amorevole trattamento di manutenzione da parte di una squadra di operai.

All’improvviso da qualche parte del mio cervello qualcosa ha  fatto squillare il segnale d’allarme. Ho cercato con gli occhi la pallottolina di carta che zigzagava sulla strada, sospinta dall’aria mossa dalle auto in corsa e ho temuto di vederla sparire in qualche tombino.  Facendo ampi segni col cappello alle macchine di fermarsi, ho attraversato la strada e l’ho raccolta. E’ un volantino pubblicitario, che parla del grande raduno di mariachi di questo pomeriggio, in piazza Garibaldi, e del successivo festival di musica tradizionale al Teatro de la Ciudad Esperanza Iris.
Ormai sono sicuro che il segnale che aspettavo è arrivato. Carmelina Scannapieco non si vede ancora, ma è quasi il tramonto e devo andare nella piazza del raduno. M’incammino, guidato nella direzione giusta dalla musica, che arriva a folate. La piazza è gremita di gruppi di suonatori che salutano i loro sostenitori e si scaldano, in preparazione dell’esibizione in teatro. Mi unisco alla folla di cittadini e turisti, per attendere lo sviluppo degli eventi. Mi appassiono soprattutto all’ascolto di un gruppo denominato Los Maestros, formato da otto suonatori e da una cantante dalla voce sensuale, dal volto quasi totalmente nascosto dalla mantiglia e dalla veletta, che accompagna il canto con la danza, sollevando maliziosamente l’orlo del fastoso vestito a balze, nero con fiori rossi,  e mostrando delle adorabili caviglie e dei polpacci torniti, che immediatamente mi conquistano.

Quando la loro esibizione finisce Los Maestros ripongono i loro strumenti nelle custodie e si avviano verso il teatro. La cantante rimane un attimo in disparte, con il piede appoggiato su uno scalino, intenta a risistemarsi l’allacciatura della scarpa. In quel momento ho pensato che il mio amico non correva immediato pericolo e poteva aspettare ancora qualche minuto. Mi sono avvicinato alla bella messicana e, richiamando alla memoria il testo di una delle canzoni che avevo sentito spesso nei giorni scorsi, le ho detto: “Muy buenas noches, señorita, chiquita, bonita. Hoy yo he venido a conversar con usted. A preguntarle si usted me dice que sí…”
“La vuoi finire di fare lo scemo, Jons? – mi ha detto la bella, scostandosi la veletta dal viso – Sei sempre il solito!”
“Carmelina! Sei proprio tu! Cioè, lo sapevo che eri tu, ma il fatto è che volevo…”
“Ci sarà l’occasione per capire cosa volevi. Adesso non c’è tempo. Stasera dobbiamo aiutare Eleuterio a prendere il volo. Per questo siamo qui.”
“Eleuterio? Così si chiama? Sai che non me lo ricordavo proprio? Però mi ha fatto piacere che trovandosi in difficoltà, a distanza di tanti anni si è ricordato, e si è rivolto proprio a me per essere aiutato”.
“Non ti illudere: nemmeno lui si ricordava più di te. Sono io che gli ho suggerito di chiamarti.”
“Come? Questo non lo capisco. E perché l’hai fatto?”
“Non ti ricordi nemmeno che quando eravate a scuola tutti vi dicevano che vi somigliavate? Me ne sono ricordata, e quando l’ho rivisto ieri, ne ho avuto la conferma: anche a distanza di anni siete quasi identici. Stessa altezza, stessa corporatura e stessa faccia. Lui è più abbronzato, ma dopo tre giorni che stai in giro sei quasi del colore giusto.”
“Ma da cosa lo devo salvare? Posso sapere almeno questo?”
“Eleuterio è un funzionario di polizia e da anni collabora con la polizia messicana per stroncare il traffico di droga tra i nostri paesi. Finora ha vissuto sotto copertura ma qualche settimana fa la potente organizzazione di Sinaloa lo ha scoperto, a causa di una soffiata, e gli sta dando la caccia per ucciderlo. E intanto lui è ammalato, non ce la fa più a fare questa vita. Stasera cercheremo di dare una nuova identità ad Eleuterio per aiutarlo a  mettersi in salvo.”
“Mi sta venendo un sospetto: non sarà per caso quello che ho visto con la chitarra in mano, vestito tutto d’argento? Mi è sembrato di conoscerlo…”
“Sì, è lui; adesso si fa chiamare El Plateado, il mariachi argentato. E’ naturale che ti è sembrato di conoscerlo: lo vedi tutte le volte che ti guardi allo specchio.”
“Però mi spieghi come faremo a salvarlo, noi due soli contro una banda?”
“Anche noi abbiamo una banda. Non li hai visti Los Maestros?”
“Ma che possono fare dei professori d’orchestra… Aspetta, non mi dirai che nemmeno loro sono veri musicisti?”
“Sono tutti maestri della scuola primaria che ho conosciuto anni fa quando ho vinto il concorso del ministero per insegnare nelle scuole italiane all’estero. Sono stata due anni qui a Mexico.  La buon’anima di Umberto non voleva, ma io ho insistito, gli ho detto che lo facevo perché mi serviva il punteggio, per passare di ruolo. Qualche giorno fa li ho contattati e hanno accettato immediatamente di aiutarmi”.
“Basta così, Carmelina; queste sono cose da pazzi, e io sono più pazzo di tutti perchè ti sto ad ascoltare. Ma come hai potuto pensare che dei maestri di scuola possano mettersi contro una banda di feroci assassini? Non contare su di me. Adesso vado a vedere a che ora c’è un aereo…”
“Va’ pure, Jons. Faremo da soli. Ci avrai sulla coscienza. Ma, che dico, tu nemmeno ce l’hai una coscienza…”
“Senti Carmelina… solo per curiosità… mi spieghi cosa avrei dovuto fare per aiutarti a salvare Eleuterio?”
“Grazie, Jons, lo sapevo che sei un carattere generoso e…”
“Non correre troppo, dimmi cosa c’è da fare e poi vedremo”.
“Adesso stiamo andando tutti al teatro Esperanza Iris, per partecipare al festival. Devi entrare anche tu, confuso nella folla dei turisti, e dopo un po’ andare verso la toilette. Ti chiudi dentro uno stanzino e aspetti. Dopo un po’ di tempo arriverà anche Eleuterio e entrerà nello stanzino accanto. Si toglierà il vestito da mariachi e te lo passerà al di sopra della parete divisoria. Tu devi fare altrettanto e passargli i tuoi vestiti con lo stesso mezzo. Ricordati che devi dargli anche i tuoi documenti, le carte di credito e il biglietto aereo; è importante. Dopo che sarai rivestito con il vestito argentato da mariachi, esci e vai nel bar dove ci sono tutti gli artisti in attesa di esibirsi. Ci saremo anch’io e Los Maestros…
“Bene, mi pare che non sia una cosa troppo difficile…”
“…e naturalmente ci sarà anche il gruppo di fuoco della banda di Sinaloa, vestiti anche loro da mariachi. Se ti interessa, hanno la divisa nera e oro. Eleuterio, con i tuoi vestiti, uscirà inosservato dal teatro e andrà diritto all’aeroporto, a prendere un volo che ho prenotato a tuo nome. Intanto i sicari saranno occupati a tenere d’occhio te. Non ti sembra un buon piano?”
“Come piano è perfetto! Ma c’è una cosa che proprio non mi va: pazienza se dovessi morire, ma morire vestito da Plateado, tutto argentato, non mi va proprio giù”.
“Non ti preoccupare, Jons caro, non morirai.” E mentre dice queste parole Carmelina mi offre la mano da baciare, con il palmo rivolto verso l’alto. Sa bene che dopo averle baciato il palmo della mano la seguirò dovunque lei voglia.
La seguo a distanza, con il morale a pezzi, quasi come se stessi andando al mio funerale, e una volta arrivato a teatro non mi fermo nemmeno un minuto ad ascoltare i primi gruppi che si stanno esibendo. Vado alla toilette e mi metto ad aspettare; gli acuti dei cantanti e gli applausi del pubblico che mi arrivano non fanno che acuire il mio malessere.
D’improvviso, cadendo dal cielo, un sombrero argentato appare davanti a me. Guardando verso l’alto vedo apparire sul bordo della parete di destra prima la corta giacca e poi i pantaloni argentati. Comincio a svestirmi e lancio i miei indumenti al di sopra del muro, e dopo che mi è quasi arrivato in testa un vistoso paio di stivali da vaquero, anch’essi argentati, lancio i miei amati stivaletti neri, con la segreta speranza di colpire in piena fronte Eleuterio. Infine la chitarra mi arriva calata lentamente per mezzo della cinghia, assieme a un sommesso: “Grazie, Jons… Non lo dimenticherò”. Questo fatto mi toglie anche la speranza di averlo colpito, e questa consapevolezza mi abbatte ancora di più.
Al bar del teatro ordino qualcosa di forte, e, dopo aver bevuto, quando mi giro per guardarmi intorno, quello che vedo mi raggela. Seduti a due tavolini, a pochi passi da me, ci sono sei o sette mariachi, in tenuta nero e oro, tutti con gli occhi puntati su di me. Appoggiate sul pavimento, davanti a loro, le custodie che contengono i loro strumenti. Solo al pensiero che quegli strumenti possano iniziare a far sentire la loro voce, rabbrividisco.
Con una certa dose di malinconia vedo sullo sfondo la mia giacca blu, i miei pantaloni grigi, allontanarsi addosso a un mio perfetto sosia, assieme ai miei eleganti stivaletti neri e al mio simpatico cappello da gringo. Almeno loro stanno andando verso la salvezza, ma io, qui, vestito da Plateado, sorvegliato a vista, come farò a salvarmi?

(continua… a una sola condizione: che riesca a trovare un lieto fine)

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Responses

  1. Il palmo della mano si fa baciare? E’ pericoloso, Jons. Pensa se poi chiudesse il pugno…
    Besos!

    • Non ci avevo mai pensato! E’ per il fatto che io sono sempre così ingenuo, senza malizia. D’ora in poi la considererò una prova di ardimento.
      Tanti baci!

      • Tanti baci anche a te 😉

  2. @ m0ra
    A te di più!
    Ciao : )


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