Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 15, 2011

Il premier vicario

(scritta con la speranza che non accada davvero)

A quel tempo era premier il gran puttaniere Silvio Berlusconi.
Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto? che abolire l’ICI sulla casa è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a eliminarla senza danno per nessuno.

I sindaci, i presidenti delle regioni, protestarono che in questo modo non avrebbero avuto i mezzi per assicurare i servizi ai cittadini, i quali perciò avrebbero dovuto pagarseli di tasca propria o sarebbe stato necessario imporre nuovi aumenti alle tasse locali.
Ma Silvio Berlusconi, il quale era quel che ora si direbbe un uomo di carattere, rispondeva che gli italiani sono un popolo di benestanti, e che anche se lo Stato è indebitato, i cittadini i soldi li hanno, basta guardare i ristoranti, che sono sempre pieni, e gli imbarchi per i luoghi di vacanza esotici in perenne overbooking.
O fosse veramente persuaso lui di queste ragioni che allegava agli altri, o che, anche conoscendo dagli effetti l’impossibilità di mantenere quel suo editto, volesse lasciare agli altri l’odiosità di revocarlo; giacché, chi può ora entrare nel piccolo cervello di Silvio Berlusconi? il fatto sta che rimase fermo su ciò che aveva stabilito.
Finalmente i buoni borghesi della BCE informarono per lettera il presidente Napolitano, dello stato in cui eran le cose: trovasse lui qualche ripiego, che le facesse andare.

Don Giorgio, ingolfato fin sopra i capelli nelle celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia, fece ciò che il lettore s’immagina certamente: convinse con una bufala Berlusconi a fare un passo indietro, e nominò un premier vicario, Mario Monti, al quale conferì l’autorità di salvare le finanze dello Stato; ” fa’ una cosa equa” gli disse.

I deputati si radunarono, o come qui si diceva spagnolescamente nel gergo segretariesco d’allora, si giuntarono; e dopo mille riverenze, complimenti, preamboli, pianti, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria, tergiversazioni, ostruzionismi, strascinati tutti verso una deliberazione da una necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta, ma convinti che non c’era da far altro, conclusero di aumentare le tasse.
I sindaci respirarono; ma il popolo si imbestialì.

Lo sventurato premier vicario Mario Monti stava, in quel momento, facendo una digestione agra e stentata dopo un pranzo biascicato senza appetito, e senza pan fresco, e attendeva, con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca, lontano però dal sospettar che dovesse cader così spaventosamente addosso a lui. Qualche galantuomo precorse di galoppo la folla, per avvertirlo di quel che gli sovrastava. I commessi di Palazzo Chigi, attirati già dal rumore sulla porta, guardavano sgomentati lungo la strada, dalla parte donde il rumore veniva avvicinandosi. Mentre ascoltan l’avviso, vedon comparire la vanguardia: in fretta e in furia, si porta l’avviso al premier vicario: mentre questo pensa a fuggire, e come fuggire, un altro viene a dirgli che non è più a tempo. I commessi ne hanno appena tanto che basti per chiuder la porta. Metton la stanga, metton puntelli, corrono a chiuder le finestre, come quando si vede venire avanti un tempo nero, e s’aspetta la grandine, da un momento all’altro. L’urlìo crescente, scendendo dall’alto come un tuono, rimbomba nel vuoto cortile; ogni buco del palazzo ne rintrona: e di mezzo al vasto e confuso strepito, si senton forti e fitti colpi di pietre alla porta.

– Il vicario! Il tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!

Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi commessi, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma come, e di dove? Salì in soffitta; da un pertugio, guardò ansiosamente nella strada, e la vide piena zeppa di furibondi; sentì le voci che chiedevan la sua morte; e più smarrito che mai, si ritirò, e andò a cercare il più sicuro e riposto nascondiglio. Lì rannicchiato, stava attento, attento, se mai il funesto rumore s’affievolisse, se il tumulto s’acquietasse un poco; ma sentendo in vece il muggito alzarsi più feroce e più rumoroso, e raddoppiare i picchi, preso da un nuovo soprassalto al cuore, si turava gli orecchi in fretta. Poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta…

Renzo Bossi, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente. A quella prima proposta di sangue, aveva sentito il suo rimescolarsi tutto: in quanto al saccheggio, non avrebbe saputo dire se fosse bene o male in quel caso, perché non c’era il suo babbo a suggerirgli le risposte.

I magistrati ch’ebbero i primi l’avviso di quel che accadeva, spediron subito a chieder soccorso al prefetto, il quale mandò alcuni celerini. Ma, tra l’avviso, e l’ordine, e il radunarsi, e il mettersi in cammino, e il cammino, essi arrivarono che il palazzo era già cinto di vasto assedio; e fecero alt lontano da quello, all’estremità della folla. L’ufficiale che li comandava non sapeva che partito prendere. L’irresolutezza del comandante e l’immobilità de’ soldati parve, a diritto o a torto, paura. Le persone che si trovavan vicino a loro, si contentavano di guardargli in viso, con un’aria, come si dice, di me n’impipo; quelli ch’erano un po’ più lontani, non se ne stavano di provocarli, con visacci e con grida di scherno; più in là, pochi sapevano o si curavano che ci fossero; i guastatori seguitavano a smurare, senz’altro pensiero che di riuscir presto nell’impresa; gli spettatori non cessavano d’animarla con gli urli.

Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio comunista extraparlamentare mal vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse.

Tutt’a un tratto, un movimento straordinario cominciato a una estremità, si propaga per la folla, una voce si sparge, viene avanti di bocca in bocca: – Berlusconi! Berlusconi! – Una maraviglia, una gioia, una rabbia, un’inclinazione, una ripugnanza, scoppiano per tutto dove arriva quel nome; chi lo grida, chi vuol soffocarlo; chi afferma, chi nega, chi benedice, chi bestemmia, chi ride, chi si tocca le palle.

– È qui Berlusconi! – Non è vero, non è vero! – Sì, sì; viva Berlusconi! quello che aveva tolto l’ICI. – No, no! – È qui, è qui in macchina blindata. – Cosa importa? che c’entra lui? non vogliamo nessuno! – Berlusconi! viva Berlusconi! l’amico della povera gente! viene per condurre in prigione il premier Monti. – No, no: vogliamo far giustizia noi: indietro, indietro! – Sì, sì: Berlusconi! venga Berlusconi! in prigione il premier Monti!

In fatti, all’estremità della folla, dalla parte opposta a quella dove stavano i celerini, era arrivato in macchinone blindato Silvio Berlusconi, il gran puttaniere; il quale, rimordendogli probabilmente la coscienza d’essere co’ suoi spropositi e con la sua ostinazione, stato causa, o almeno occasione di quella sommossa, veniva ora a cercar d’acquietarla, e d’impedirne almeno il più terribile e irreparabile effetto: veniva a spender bene una popolarità mal acquistata.

L’uomo era gradito alla moltitudine, per aver abolito quella tassa sulla casa, e per quel suo eroico star duro contro chiunque dicesse che ci fosse la crisi. Gli animi già propensi erano ora ancor più innamorati dalla fiducia animosa del vecchio che, con solo una ventina di guardie del corpo, con il solo doppiopetto antiproiettile, veniva così a trovare, ad affrontare una moltitudine irritata e procellosa. Faceva poi un effetto mirabile il sentire che veniva a condurre in prigione il premier Monti: così il furore contro costui, che si sarebbe scatenato peggio, chi l’avesse preso con le brusche, e non gli avesse voluto conceder nulla, ora, con quella promessa di soddisfazione, con quell’osso in bocca, s’acquietava un poco, e dava luogo agli altri opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi.

– È quel Berlusconi che ci aiuta a fare il federalismo? – domandò a un nuovo vicino il nostro Renzo, che era sempre un po’ confuso perché aveva sentito il padre che a volte diceva che Berlusconi è un mafioso e a volte che è comunista…
– Già: il gran puttaniere – gli fu risposto.
– È un galantuomo, n’è vero?
– Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva tolto l’ICI; e gli altri non hanno voluto; e ora viene a condurre in prigione Mario Monti, che non ha fatto le cose giuste.
Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Berlusconi. Volle andargli incontro addirittura: la cosa non era facile; ma con certe sue spinte e gomitate imparate sul prato di Pontida, che lo avevano già fatto arrivare in consiglio regionale, riuscì a farsi far largo, e a mettersi in prima fila, proprio di fianco all’auto blindata.

Era questa già un po’ inoltrata nella folla; e in quel momento stava ferma, per uno di quegl’incagli inevitabili e frequenti, in un’andata di quella sorte. Il vecchio Berlusconi presentava ora all’uno, ora all’altro sportello, un viso tutto umile, tutto ridente, tutto amoroso, tutto imbolsito, tutto truccato, un viso che aveva tenuto sempre in serbo per quando si trovasse alla presenza di Barak Obama o di Angela Merkel; ma fu costretto a spenderlo anche in quest’occasione. Parlava anche; ma il chiasso e il ronzìo di tante voci, gli evviva stessi che si facevano a lui, lasciavano ben poco e a ben pochi sentir le sue parole. S’aiutava dunque co’ gesti, ora mettendo la punta delle mani sulle labbra, a prendere un bacio che le mani, separandosi subito, distribuivano a destra e a sinistra in ringraziamento alla pubblica benevolenza; ora stendendole e movendole lentamente fuori d’uno sportello, per chiedere un po’ di luogo; ora abbassandole garbatamente, per chiedere un po’ di silenzio. Quando n’aveva ottenuto un poco, i più vicini sentivano e ripetevano le sue parole: – Via l’ICI, niente riforma delle pensioni: vengo a far giustizia: un po’ di luogo di grazia -. Sopraffatto poi e come soffocato dal fracasso di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti, di tant’occhi addosso a lui, si tirava indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva tra sé: “Cribbio, che brutta gent! ”

– Viva Berlusconi! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Bunga, bunga!
– Sì; bunga, bunga, – rispondeva Berlusconi: – la patonza deve circolare; lo prometto io, – e metteva la mano al petto.
– Un po’ di luogo, – aggiungeva subito: – vengo per condurlo in prigione, per dargli il giusto castigo che si merita: – e soggiungeva sottovoce: – sì, come no!-. Chinandosi poi innanzi verso l’autista, gli diceva in fretta: – Tiremm innanz, Pierpedro, ma stà schisc.

Renzo, dopo essere stato qualche momento a vagheggiare quella indecorosa vecchiezza, conturbata alquanto dall’angustia, aggravata dalla fatica, devastata dalle crepe nel cerone, ma animata dalla furbizia, abbellita, per dir così, dalla speranza di togliere un complice all’angosce mortali, Renzo, dico, mise da parte ogni pensiero d’andarsene; e si risolvette d’aiutare Berlusconi, e di non abbandonarlo, fin che non fosse ottenuto l’intento. Detto fatto, si mise con gli altri a far fare largo; e non era certo de’ meno attivi. Il largo si fece; – venite pure avanti, – diceva più d’uno all’autista, ritirandosi o andando a fargli un po’ di strada più innanzi. – Va’ innanz, svelto, con cautela, – gli disse anche il padrone; e la macchina si mosse. Berlusconi, in mezzo ai saluti che scialacquava al pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringraziamento, con un sorriso d’intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui: e di questi sorrisi ne toccò più d’uno a Renzo, (Tel chì, el Trota, se fè? me saludi cul bestiùn de to papà) il quale per verità se li meritava, e serviva in quel giorno il gran puttaniere meglio che non avrebbe potuto fare il più bravo de’ suoi segretari. Al giovane montanaro invaghito di quella buona grazia, pareva quasi d’aver fatto amicizia con Silvio Berlusconi.

La macchina blindata, una volta incamminata, seguitò poi, più o meno adagio, e non senza qualche altra fermatina. Il tragitto non era forse più che un tiro di schioppo; ma riguardo al tempo impiegatovi, avrebbe potuto parere un viaggetto, anche a chi non avesse avuto la santa fretta di Berlusconi. La gente si moveva, davanti e di dietro, a destra e a sinistra della macchina, a guisa di cavalloni intorno a una nave che avanza nel forte della tempesta. Più acuto, più scordato, più assordante di quello della tempesta era il frastuono.

Berlusconi, guardando ora da una parte, ora dall’altra; atteggiandosi e gestendo insieme, cercava d’intender qualche cosa, per accomodar le risposte al bisogno; voleva far alla meglio un po’ di dialogo con quella brigata d’amici; ma la cosa era difficile, la più difficile forse che gli fosse ancora capitata, in tant’anni di gran-puttanierato. Ogni tanto però, qualche parola, anche qualche frase, ripetuta da un crocchio nel suo passaggio, gli si faceva sentire, come lo scoppio d’un razzo più forte si fa sentire nell’immenso scoppiettìo d’un fuoco artificiale. E lui, ora ingegnandosi di rispondere in modo soddisfacente a queste grida, ora dicendo a buon conto le parole che sapeva dover esser più accette, o che qualche necessità istantanea pareva richiedere, parlò anche lui per tutta la strada.

– Sì, signori; via l’ICI, più patonza. Lo condurrò io in prigione: sarà castigato… (cippirimerlo!). Sì, sì, comanderò io: la gnocca e la tv a buon mercato. L’è inscì… così è, voglio dire: il papa-re nostro signore non vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame. Oh! oh! cribbio!: non si facciano male, signori. Pierpedro vai avanti con cautela. La patonza, la patonza. Un po’ di luogo, per carità. Pane e tv. In prigione, in prigione.  Con queste botte e risposte, tra le incessanti acclamazioni, tra qualche fremito anche d’opposizione, che si faceva sentire qua e là, ma era subito soffocato, ecco alla fine Berlusconi arrivato a Palazzo Chigi, per opera principalmente di que’ buoni ausiliari.

Renzo, che, facendo un po’ da battistrada, un po’ da scorta, era arrivato con la macchina, poté collocarsi in una di quelle due frontiere di benevoli, che facevano, nello stesso tempo, ala alla macchina e argine alle due onde prementi di popolo. E aiutando a rattenerne una con le poderose sue spalle, si trovò anche in un bel posto per poter vedere.

Berlusconi mise un gran respiro, quando vide quella piazzetta libera, e la porta ancor chiusa. Chiusa qui vuol dire non aperta; del resto i gangheri eran quasi sconficcati fuor de’ pilastri: i battenti scheggiati, ammaccati, sforzati e scombaciati nel mezzo lasciavano veder fuori da un largo spiraglio un pezzo di catenaccio storto, allentato, e quasi divelto, che, se vogliam dir così, li teneva insieme. Un galantuomo s’era affacciato a quel fesso, a gridar che aprissero; un altro spalancò in fretta lo sportello della macchina: il vecchio mise fuori la testa incatramata, s’alzò, e afferrando con la destra il braccio di quel galantuomo, uscì dalla macchina, e salì sul predellino.

La folla, da una parte e dall’altra, stava tutta in punta di piedi per vedere: mille visi, mille nasi in aria: la curiosità e l’attenzione generale creò un momento di generale silenzio.

Berlusconi, fermatosi quel momento sul predellino, diede un’occhiata in giro, salutò con il braccio teso la moltitudine, come dal balcone di Piazza Venezia, e messa la mano sinistra al petto, gridò: – Basta tasse e subito riforma della giustizia! -; e, lo sguardo torbido, il collo storto, blindato nel suo doppiopetto, scese in terra, tra l’acclamazioni che andavano alle stelle, e andò a riprendersi il suo posto a Palazzo Chigi.

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Responses

  1. Passo per un saluto e un abbraccio.

    • Grazie per la visita.
      Ti abbraccio anch’io.
      Ciao : )


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