Pubblicato da: scudieroJons | maggio 20, 2011

Le inchieste di scudiero Jons – 5 – il finale

AVVOLTI DALL’OSCURITA’

Il biglietto trovato sotto la statua diceva:

Passa tra i leoni, va’ nella sala bianca,

dove si mesce la nera bevanda,

e dove il bronzo incornicia il piombo.

Lì troverai l’ultima indicazione.

Ho scambiato uno sguardo d’intesa con la maestra Scannapieco e ho messo in moto l’auto, e pochi minuti dopo, a mezzanotte, siamo arrivati nel parcheggio del Caffè Pedrocchi.

Mentre io mi fermavo a un tavolo della sala rossa per fare le ordinazioni, Carmelina ha proseguito verso la sala bianca, per svolgere la sua ricerca.

Dopo pochi minuti è ritornata e mi ha informato.

“Ho trovato un biglietto arrotolato e infilato nel foro del proiettile.”

foro“Cosa dice?”

“Mi invita ad un incontro per stasera, non molto lontano da qui.”

“Dove esattamente?”

“Mi dispiace, Jons, questa volta devo andare da sola. Non cercare di impedirmelo.”

Ha strappato un angolo del biglietto, perchè non potessi leggere una parte delle indicazioni, e mi ha consegnato il foglietto.

Vieni quest’anotte sull’aspe…

All’afine dei centosessantasette gradini troverai gli ot …

Non aspetterò un’altro giorno.

Saprai qual’è il mio sentimento per t’e sotto i raggi dargento della l’una.

“E’ un pervertito, non c’è alcun dubbio! Ho paura, Carmelina, non sarebbe meglio tornare a casa?”

“No, Jons devo andare, e non devi temere per me. Ho affrontato casi più seri di questo. Ti ricordi quel tuo compagno che non riusciva ad imparare l’elenco delle preposizioni? E quello che non andava oltre la tabellina del quattro?”

Improvvisamente mi ha fissato con apprensione.

“Hai un rivolo di sangue raggrumato sulla tempia destra, Jons. Fammi vedere che cosa ti sei fatto.”

E mentre tenevo la testa poggiata sul suo seno mi ha pulito con l’angolo del fazzoletto, inumidito con l’acqua minerale.

“Hai di nuovo fatto la sassaiola con quei monelli del vicolo, vero? Sei un lazzarone!”

Stavo per informare per l’ennesima volta la maestra che durante le sassaiole nessuno è in grado di colpirmi, perché sono capace di correre incontro agli avversari lanciando pietre e non gli dò la possibilità di mirare. Spesso li centro alla nuca, per colpa loro, perché scappano, perché io miro sempre alla fronte… Ma ho pensato che ripeterlo non sarebbe servito a niente e ho fatto un gesto nell’aria con la mano…

Ho preso una stanza, per poterci riposare e rimettere in ordine. Ho fatto una rapidissima doccia per lasciare il posto a Carmelina, che intanto aveva ricoperto il letto della sua biancheria più elegante, e stava studiando gli abbinamenti.


Le ho detto che non resistevo a starmene da solo in camera, e sono uscito, mentre lei entrava sotto la doccia.

Ho percorso strade, ho attraversato piazze, ho scavalcato muri, ho superato fiumi, ho disceso forre, ho aggirato ostacoli, mi sono inerpicato per scale, e alla fine sono giunto in un angolo buio in cui la solitudine estrema mi avrebbe consentito di pensare alla maestra senza soffrire.

La vedevo col pensiero, mentre usciva dalla doccia, imbrillantata da miriadi di gocce d’acqua, e mentre si spalmava lungamente sul corpo una crema odorosa, mentre saggiava con le dita la morbidezza della seta degli indumenti che inevitabilmente avrebbe scelto all’ultimo momento.

La vedevo uscire, in piena notte, a piedi, con la sicurezza di chi ha esercitato per anni il proprio senso dell’orientamento sulla memorizzazione delle cime e dei valichi delle Alpi e degli Appennini, sugli affluenti del Po di destra e di sinistra. La vedevo puntare sicura verso un’alta torre, spingere un cancelletto, senza meravigliarsi che fosse aperto, e imboccare la porticina seminascosta nel buio.

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Mi sembrava quasi di sentire il suono dei suoi stiletti sui gradini di pietra della lunga scalinata…

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…e il cigolio della porta della sala delle figure, e la vedevo stagliarsi sulla porta, nell’atto di entrare, e subito dopo richiudere l’oscurità attorno a sé.

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Ora Carmelina è al centro della sala, appena visibile nella luce della luna che filtra da un lucernario, e la sua attenzione viene attratta dal fruscio di una tenda che si muove e dall’ombra di un uomo che si avvicina, senza entrare nel cono di luce della luna.

La maestra ha gettato il soprabito davanti a sé, poi fa seguire la camicetta e la gonna, che vengono subito raggiunte da indumenti maschili, e dopo un momento di esitazione si slaccia il reggiseno.

Sta per mettere mano al reggicalze, ma un braccio entra nel cono di luce e una mano l’afferra e l’attira nell’ombra.

Chi meglio degli otto astronomi ritratti sulle pareti della sala, avvezzi a descrivere lune e stelle, pianeti e galassie, avrebbe potuto descrivere la magnitudine dei baci, l’orbita delle carezze, le rotazioni e le rivoluzioni degli abbracci che si scambiano gli amanti sotto i loro sguardi esercitati? Si susseguono con esasperante lentezza le albe e i tramonti, le eclissi e le congiunzioni, le esplosioni di ammassi di supernove di piacere nei loro cervelli, fino a quando, stremati, i due corpi giacciono l’uno aderente all’altro, la schiena della maestra contro il petto dell’uomo misterioso, il quale con dolcezza le sussurra all’orecchio:

“Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi attorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un’immagine in un libro di scienze: un frutto tagliato a metà. (D. Grossman)

Ma ricordati bene: sono io la buccia e tu il torsolo, non il contrario. Perché io sono all’esterno e ti circondo e ti proteggo, e tu stai dentro di me, al sicuro.”

Dopo pochi minuti l’uomo si alza, si riveste al buio con movimenti sicuri, e non si accorge che un oggetto gli cade dal taschino della giacca. Poi si allontana giù per la lunga scalinata della specola, fuori del cancelletto, e scompare nel dedalo di strade.

Carmelina si rialza e lentamente si riveste e raccoglie sul pavimento l’oggetto caduto dalla tasca dell’uomo.

Pochi minuti dopo la vedo riapparire nella camera dove l’aspettavo, steso sul letto vestito di tutto punto, impegnato a giocare a mente le 60 partite da ricordare di Bobby Fischer.

Carmelina ha un’aspetto stupendo e mi ha rivolto un sorriso radioso: “Ciao, come va la testa? Te la senti di guidare? Cosa hai fatto in queste ore? Raccontami, mentre faccio la doccia, e poi partiamo.”

Stavo per rispondere, ma la maestra Scannapieco ha aggiunto: “Tieni, hai perso questa.” E mi ha dato la penna stilografica col pennino e il cappuccio d’oro che lei stessa mi regalò dopo che scrissi quel componimento che le piacque tanto.

Anche adesso, come quella volta, sono rimasto senza parole e non ho nemmeno detto grazie.

FINE

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Responses

  1. Ho letto un po' le tue storie, ma non riesco a capire, ad inquadrare il tuo blog. Della serie: ce fai o ce sei? (senza offese naturalmente e preciso che non sono romana). Boh, non so, cmq buona vita!

  2. Museo " la specola "…        …..boh!

  3. @ solesorriso
    Inquadrare il mio blog? E che ti ha fatto il mio blog perché tu lo debba inquadrare?

  4. @donnaflora
    Ho voluto imitare lo stile fantasy-dark che andava di moda un po' di tempo fa, e non ci ho capito niente nemmeno io.
    Ciao : )

  5. Parrebbe un museo padovano, o comunque veneto, ma non saprei dire quale…
    Ah, Jons! A proposito di maestre e di ortografia, guarda che un' si scrive così solo davanti a sostantivi o aggettivi femminili. La conturbante Scannapieco deve essersi scordata di farti un bel ripasso delle regole grammaticali… ma se vuoi posso rimediare io.. Ciao!

  6. Il museo che si vede nelle foto è la Specola, l'antico osservatorio astronomico di Padova.
    Grazie per l'offerta di ripetizioni di ortografia.  Spero con il tuo aiuto di superare le gravi traversie che mi procura l'uso sbagliato dell'apostrofo.
    Recentemente ho conosciuto una ragazza di religione protestante, di chiesa luterana, e poiché si era interessata alla mia crisi religiosa, in un momento di afflato lirico le ho chiesto di farmi conoscere l'utero. Mi ha dato una ginocchiata e se n' è andata.
    Ciao : )


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