Pubblicato da: scudieroJons | maggio 6, 2011

Un antenato illustre

Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, è un cavaliere senza corpo, ma dotato di una scintillante armatura, che si muove solo in forza della sua volontà e della sua fede.
Nel corso di un viaggio viene ospitato nel castello di una dama assai avvezza ad intrattenere cavalieri erranti.
Nel leggere le pagine dell’amore cortese tra dame e cavalieri ci ritornano in mente i nostalgici versi di una ballata di François Villon, e ci chiediamo con lui: ma dove sono finite le dame di una volta?

 Ballata delle dame di un tempo che fu

Ditemi dove, in quale terra
è il più bel fiore di Roma, Flora?
Dove Archipiada,
dove, beltà gemella, Taide?
Dove colei che mormora,
sovrumana apparenza,
Eco, quando una voce trascorre
sopra un rivo o su un lago?
E dove sono le nevi d’un tempo?

Dov’è la saggia, previdente Eloisa?
Per lei si ritirò a Saint-Denis;
perse la sua virilità Pietro Abelardo.
Per amore, sì, quale atroce destino…
e dov’è ora Sua Maestà la Regina,
che ordinò di gettare Buridano
avvinto nei gorghi della Senna?
E dove sono più le nevi d’un tempo?

La Regina bianca
come un giglio,
dal canto di sirena,
Beatrice, Alice, Berta
piede grande, Eremburgis
che regnò sul Maine;
Giovanna, fiore di Lorena,
arsa sul rogo inglese a Rouen,
dov’è più? Dove sono tutte loro,
Sovrana Vergine? Dove?
Dove sono più le nevi d’un tempo?

Mio Signore, per tutti i giorni che saranno
non chiedete inutilmente dove.
Non avreste altro in cambio
che l’abuso di questo ritornello.
Ma dove sono più le nevi d’un tempo?

Ballade des Dames du temps jadis

Dites-moi où, n’en quel pays,
Est Flora la belle Romaine,
Archipiades, ne Thaïs,
Qui fut sa cousine germaine,
Echo, parlant quant bruit on mène
Dessus rivière ou sur étang,
Qui beauté eut trop plus qu’humaine?
Mais où sont les neiges d’antan?

Où est la très sage Héloïs,
Pour qui fut châtré et puis moine
Pierre Esbaillart à Saint-Denis?
Pour son amour eut cette essoine.
Semblablement, où est la roine
Qui commanda que Buridan
Fût jeté en un sac en Seine?
Mais où sont les neiges d’antan?

La roine Blanche comme un lis
Qui chantait à voix de sirène,
Berthe au grand pied, Bietrix, Aliz,
Haramburgis qui tint le Maine,
Et Jeanne, la bonne Lorraine
Qu’Anglais brûlèrent à Rouen;
Où sont-ils, où, Vierge souvraine?
Mais où sont les neiges d’antan?

Prince, n’enquerrez de semaine
Où elles sont, ni de cet an,
Que ce refrain ne vous remaine:
Mais où sont les neiges d’antan?

(François Villon)

 –
Non vorrei contraddire il mio amico Villon, ma ho la sensazione che dame come quelle di una volta ce ne siano ancora molte.
E forse ci sono anche alcuni cavalieri come quelli di un tempo.
Posso però affermare con certezza che gli scudieri sono proprio come quelli di una volta.

da Il cavaliere inesistente
di Italo Calvino

– Il cielo s’imbruna, – osservò Priscilla.
– È notte, è notte fonda, – ammise Agilulfo.
– La stanza che vi ho riservato…
– Grazie. Udite l’usignolo là nel parco.
– La stanza che vi ho riservato… è la mia…
– La vostra ospitalità è squisita… È da quella quercia che canta l’usignolo. Avviciniamoci alla finestra.
S’alzò, le porse il ferreo braccio, s’accostò al davanzale. Il gorgheggio degli usignoli gli diede lo spunto per una serie di riferimenti poetici e mitologici.
Ma Priscilla troncò netto: – Insomma l’usignolo canta per amore. E noi…
– Ah! l’amore! – gridò Agilulfo con un soprassalto di voce così brusco che Priscilla ne restò spaventata. E lui, di punto in bianco, si lanciò in una dissertazione sulla passione amorosa. Priscilla era teneramente accesa; appoggiandosi al suo braccio, lo spinse in una stanza dominata da un gran letto col baldacchino.
– Presso gli antichi, essendo l’amore considerato un dio … – continuava Agilulfo, fitto fitto.
Priscilla richiuse la porta a doppia mandata, si avvicinò a lui, chinò il capo sulla corazza e disse: – Ho un po’ freddo, il camino è spento.
– Il parere degli antichi, – disse Agilulfo, – se fosse meglio amarsi in stanze fredde oppure calde, è controverso. Ma il consiglio dei più…
– Oh, come voi conoscete tutto dell’amore… – bisbigliava Priscilla.
– Il consiglio dei più, pur escludendo gli ambienti soffocanti, propende per un certo natural tepore…
– Devo chiamare le donne ad accendere il fuoco?
– Lo accenderò io stesso -. Esaminò la legna accatastata nel camino, vantò la fiamma di questo o di quel legno, enumerò i vari modi di accender fuochi all’aperto o in luoghi chiusi. Un sospiro di Priscilla l’interruppe; come rendendosi conto che questi nuovi discorsi stavano disperdendo la trepidazione amorosa che s’era andata creando, Agilulfo prese rapidamente ad infiorare il suo discorso sui fuochi di riferimenti e paragoni e allusioni al calore dei sentimenti e dei sensi.
Priscilla ora sorrideva, a occhi socchiusi, allungava le mani verso la fiamma che cominciava a scoppiettare e diceva: – Quale grato tepore… quanto dev’essere dolce gustarlo tra le coltri, coricati…
L’argomento del letto suggerì ad Agilulfo una serie di nuove osservazioni: secondo lui la difficile arte di fare il letto è ignota alle fantesche di Francia e nei più nobili palazzi non si trovano che lenzuola rincalzate male.
– O no, ditemi, anche il mio letto…? – domandò la vedova.
– Di certo il vostro è un letto da regina, superiore a ogni altro in tutti i territori imperiali, ma permettete che il mio desiderio di vedervi circondata solo di cose in ogni loro punto degne di voi mi porti a considerare con apprensione questa piega.. .
– Oh, questa piega! – gridò Priscilla, presa anch’essa ormai dallo struggimento di perfezione che Agilulfo le comunicava.
Disfecero il letto a strato a strato, scoprendo e recriminando piccole gibbosità, sbuffi, tratti troppo tesi o troppo rilassati, e questa ricerca ora diventava uno strazio lancinante ora un’ascesa in cieli sempre più alti.
Buttato il letto sossopra fino al paglione, Agilulfo prese a rifarlo secondo le regole. Era un’operazione elaborata: nulla deve essere fatto a caso, e vanno messi in opera accorgimenti segreti. Egli li andava spiegando diffusamente alla vedova. Ma ogni tanto c’era un qualcosa che lo lasciava insoddisfatto, e allora ricominciava da capo.
Dalle altre ali del castello risuonò un grido, anzi un muggito o raglio, incontenibile.
– Cos’è stato? – trasalì Priscilla.
– Niente, è la voce del mio scudiero, – disse lui.
A quel grido se ne mischiavano altri più acuti, come sospiri strillati che salivano alle stelle.
– Ma adesso che cos’è? – si domandò Agilulfo.
– Oh, sono le ragazze, – disse Priscilla, – giocano… si sa, la gioventù.
E continuavano a rassettare il letto, dando orecchio ogni tanto ai rumori della notte.
– Gurdulù grida…
– Che chiasso queste donne…
– L’usignolo…
– I grilli…
Il letto era ora pronto, senza pecche. Agilulfo si voltò verso la vedova. Era nuda. Le vesti erano castamente scese al suolo.

armatura
– Alle dame ignude si consiglia, – dichiarò Agilulfo, – come la più sublime emozione dei sensi, l’abbracciarsi a un guerriero in armatura.
– Bravo: lo vieni a insegnare a me! – fece Priscilla. – Non sono mica nata ieri! – E in così dire, spiccò un salto e s’arrampicò ad Agilulfo, stringendo gambe e braccia attorno alla corazza.
Provò uno dopo l’altro tutti i modi in cui un’armatura può essere abbracciata, poi, languidamente, entrò nel letto.
Agilulfo s’inginocchiò al capezzale. – I capelli, – disse.
Priscilla spogliandosi non aveva disfatto l’alta acconciatura della sua bruna chioma. Agilulfo prese ad illustrare quanta parte abbia nel trasporto dei sensi la capigliatura sparsa
– Proviamo.
Con mosse decise e delicate delle sue mani di ferro, le sciolse il castello di trecce facendo ricadere la chioma sul petto e sulle spalle.
– Però, – soggiunse, – ha certamente più malizia colui che predilige la dama dal corpo ignudo ma dal capo non solo acconciato di tutto punto, ma pure addobbato di veli e diademi.
– Riproviamo?
– Sarò io a pettinarvi . – La pettinò, e dimostrò la sua valentia nell’intessere trecce, nel rigirarle e fissarle sul capo con gli spilloni. Poi preparò una fastosa acconciatura di veli e vezzi. Così passò un’ora, ma Priscilla, quando egli le porse lo specchio, non s’era mai vista così bella.
Lo invitò a coricarsi al suo fianco. – Dicono che Cleopatra ogni notte, – egli le disse, – sognasse d’avere a letto un guerriero in armatura.
– Non ho mai provato, – confessò lei. – Tutti se la tolgono assai prima
– Ebbene, adesso proverete.  – E lentamente, senza gualcire le lenzuola, entrò armato di tutto punto nel letto e si stese composto come in un sepolcro.
– E neppure vi slacciate la spada dal budriere?
– La passione amorosa non conosce vie di mezzo. – Priscilla chiuse gli occhi, estasiata.
Agilulfo si sollevò su un gomito. – Il fuoco butta fumo. M’alzo a vedere come mai il camino non tira.
Alla finestra spuntava la luna. Tornando dal camino verso il letto, Agilulfo si arrestò: – Signora, andiamo sugli spalti a godere di questa tarda luce lunare.
La avvolse nel suo mantello. Allacciati, salirono sulla torre. La luna inargentava la foresta. Cantava il chiù. Qualche finestra del castello era ancora illuminata e ne partivano ogni tanto grida o risate o gemiti e il raglio dello scudiero.
– Tutta la natura è amore…
Tornarono nella stanza. Il camino era quasi spento. S’accoccolarono a soffiare sulle braci. A stare lì vicini, le rosee ginocchia di Priscilla sfiorando le metalliche ginocchiere di lui, nasceva una nuova intimità, più innocente.
Quando Priscilla tornò a coricarsi la finestra era sfiorata già dal primo chiarore. – Nulla trasfigura il viso d’una donna quanto i primi raggi dell’alba, – disse Agilulfo, ma perché il viso apparisse nella luce migliore fu costretto a spostare letto e baldacchino.
– Come sono? – chiese la vedova.
– Bellissima.
Priscilla era felice. Però il sole saliva rapido e per inseguirne i raggi, Agilulfo doveva spostare continuamente il letto.
– È l’aurora, – disse. La sua voce era già mutata. – Il mio dovere di cavaliere vuole che a quest’ora io mi metta in cammino.
– Di già! – gemette Priscilla. – Proprio adesso!
– Mi duole, gentile dama, ma sono spinto da un compito più grave.
– Oh, era così bello…
Agilulfo chinò il ginocchio. – Benedicetemi, Priscilla -. S’alza, già chiama lo scudiero. Gira per tutto il castello e finalmente lo scova, sfinito, addormentato morto, in una specie di canile. – Svelto, in sella! – Ma deve caricarlo di peso. Il sole continuando la sua ascesa campisce le due figure a cavallo sull’oro delle foglie del bosco: lo scudiero come un sacco là in bilico, il cavaliere dritto e svettante come la sottile ombra d’un pioppo.
Attorno a Priscilla erano accorse dame e fantesche.
– Com’è stato, padrona, com’è stato?
– Oh, una cosa, sapeste! Un uomo, un uomo…
– Ma diteci, raccontateci, com’è?
– Un uomo… un uomo… Una notte, un continuo, un paradiso…
– Ma che ha fatto? Che ha fatto?
– Come si fa a dire? Oh, bello, bello…
– Ma con tutto che è così, eh? Eppure… dite…
– Adesso non saprei come… Tante cose… Ma voi, piuttosto, con quello scudiero…?
– Eh? Oh, niente, non so, tu forse? no: tu! Macché, non ricordo…
– Ma come? vi si sentiva, care mie…
– Ma, chissà, poverino, io non ricordo, neanch’io ricordo, forse tu… macché: io? Padrona, diteci di lui, del cavaliere, eh? com’era Agilulfo?
– Oh, Agilulfo!

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Responses

  1. Caro Scudiero J., che bello sentirti ricordare Villon, che amo così tanto!
    Ti confermo: ci sono giovani cavalieri comme jadis…
    e giovani samurai…

  2. @ LadyMurasaki
    Sono contento di trovare un'estimatrice come me di François Villon.
    Perdonami se lo cito in un contesto umoristico, pensato per introdurre il brano del Cavaliere inesistente di Calvino.
    Credo però che lo stesso Villon amasse mescolare i toni alti con l'umorismo e lo sberleffo.
    Sono sicuro che esisteranno sempre valorosi cavalieri ed anche samurai, ed essendo io senza padrone, in questo campo il mio modello rimane sempre l'ineguagliabile ronin Shimada Kambei di Akira Kurosawa.
    Ciao : )

  3. Ehm…. cioè di questi tempi anche gli scudieri sono in cassa integrazione? Cavolo! Stiamo proprio messi male!
    Villon è una nuova scoperta, Calvino un vecchio amore…magari faccio un cambio della guardia!
    Ciao scudiero precario!

  4. @ dorame
    Non si può sostituire interamente Calvino con Villon, anche per la scarsa produzione che ci è pervenuta di quest'ultimo, ma la lettura di Villon è interessante per la gamma di sentimenti che suscita in noi, e perché ci fa conoscere una Parigi ancora molto diversa da quella che sarebbe diventata la Ville Lumiere.
    Gli scudieri sono precari per istituzione, perché dipendono dalle alterne fortune dei cavalieri al cui servizio sono legati, e dal capriccio delle loro dame.
    Della figura del ronin, il samurai senza padrone, mi piace la sua potenziale indipendenza da qualunque autorità, tranne che dalla sua disciplina interiore.
    Pur nella consapevolezza che si tratta sempre di un traguardo irraggiungibile, interiormente mi piacerebbe essere come lui.
    Ciao : )

  5. Eh sì, caro Scudiero, Shimada è proprio un modello ineguagliabile ma.. se ti suggerissi il nome di Oishi Kuranosuke… cosa risponderesti? Shimada è pur sempre un parto della fantasia del sommo Kurosawa mentre Oishi è vissuto davvero!
    Ma immagino che tu conoscerai già le sue imprese…
    Sayonara!

  6. @ LadyMurasaki
    Conoscevo la storia dei 47 ronin che vendicarono la morte del loro padrone, ma non conoscevo il nome del loro capo. La fonte che mi ero procurato non lo diceva; parlava solo della sua finzione di darsi alla vita dissoluta, contro tutte le regole, per sviare i sospetti dei suoi nemici, in modo che la sorpresa fu la loro arma più efficace.
    Il samurai di Kurosawa mi piace molto perché mi ricorda il comportamento dei cavalieri europei, che giuravano di dedicarsi all'aiuto disinteressato di chiunque ne avesse bisogno. La pratica del seppuku invece è troppo lontana dall'ideale cavalleresco occidentale. Il cavaliere, il paladino, al massimo spezza la spada, quando sente che la fine è inevitabile.
    Ciao : )


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