Pubblicato da: scudieroJons | giugno 23, 2010

Amnesia, ricordi e frammenti

“Se in un giorno del terzo Millennio decidessi di tornare da me, lasciati attrarre dalla Nostalgia; mi troverai oltre la ricerca della Ragione, accanto al luogo dove nasce la Speranza, alla fine del Dodicesimo giorno.”
Questa frase riemergeva dal mio passato come il frammento ricoperto di incrostazioni di un relitto inabissatosi alcuni anni prima.
Non sapevo chi mi avesse scritto quella frase, unica sopravvissuta al dramma che si era consumato nella mia mente, come io ero sopravvissuto a un dramma consumatosi in una fabbrica abbandonata della periferia di Milano.
Mi avevano trovato all’ultimo piano dell’edificio, disidratato, crivellato di proiettili, quasi dissanguato. Era stato facile trovarmi: era bastato seguire la scia di sangue che mi ero lasciato dietro e  i quattro cadaveri di uomini armati che  erano sparsi sulle rampe delle scale. Avevano impiegato solo una settimana a trovarmi, quei cari ragazzi…
Mi avevano raccontato che ero stato un mese in coma farmacologico. Avevo trascorso i successivi due mesi a scambiare scherzi con i medici che mi curavano.
“Buongiorno, come sta oggi?” era la frase rituale che dava inizio alla giornata, a cui seguiva la mia risposta, la stessa tutti i giorni, da due mesi: “Sto bene, grazie, e lei, come sta?” All’inizio proferivo queste parole a fatica e con un filo di voce, divenuta in seguito più intelligibile col passare delle settimane. Fino ad arrivare, alcuni giorni fa, a pronunciarla a voce alta, in piedi, completamente vestito e con la valigia pronta. Il giorno prima i miei amici mi avevano portato con discrezione i  miei nuovi documenti, il congedo dal servizio, e il ringraziamento per i servigi resi in cinque anni vissuti da infiltrato, fuori dal consorzio civile, che avevano consentito di portare a termine una lunga indagine, coronata  da una brillante operazione contro i trafficanti di droga. Mi era stato anche espresso il rammarico per l’amnesia da trauma che aveva cancellato una parte degli eventi della mia vita e l’augurio che il lungo periodo di riposo  che mi attendeva avrebbe potuto aiutarmi a riacquistare totalmente la memoria.
Dall’ospedale avevo telefonato ad un’agenzia di viaggi per chiedere alcuni suggerimenti adatti all’epoca in cui eravamo, la prima decade di dicembre, e appena uscito dall’ospedale mi ci ero recato.
Mentre aspettavo il mio turno, guardavo le foto di luoghi da sogno che tappezzavano i muri, e già fantasticavo, perciò quando avevo sentito la voce dell’impiegata che mi chiedeva: “Lei è il signor?…” avevo risposto meccanicamente “Juan Diego” correggendomi subito: “No, scusi… stavo pensando a una località…” e le avevo mostrato il passaporto, perché non potevo confessarle che non mi ricordavo il nuovo nome che avevo.
Ero anche spaventato dal nome che avevo pronunciato, perché sentivo che doveva aver fatto parte della mia vita precedente, ma non sapevo che ruolo avesse avuto.
Lei era sembrata colpita dalla mia risposta, e mi aveva detto: “Avevo preparato alcune proposte da sottoporle, ma adesso sento che per lei la destinazione ideale è questa. – Mi stava mostrando un circoletto sulla carta del Messico –  Vedrà che non mi sbaglio; è il mio paese, e poi ho una innata sensibilità per certe situazioni…”
Ho voluto accettare il consiglio di quella ragazza, dall’ovale del viso bellissimo e dalla pelle ambrata.
Per questi motivi, in questa sera di dicembre, mi trovo in una stanza dell’hotel Teresita e guardo dalla finestra il tramonto sull’Oceano Pacifico e su un singolare monumento: una donna che tiene una colomba tra le mani, al culmine di una curva costituita da figure slanciate verso l’alto che rappresentano le varie epoche storiche.

Sullo schermo televisivo della mia stanza uno spot della tv locale mi dà il benvenuto a Puerto Vallarta.


Puerto Vallarta, Puerto Vallarta,
sei l’immagine di un mondo ideale,
per cercare di incontrare
i sentieri del cielo e del mare.

Puerto Vallarta, Puerto Vallarta,
la foresta tropicale ti infonde la pace;
come mi piacerebbe, Puerto Vallarta,
che tu rimanessi sempre la stessa.

Non ho mai dimenticato i momenti vissuti
nella pienezza dell’amore e della felicità.
E quei momenti sono fissati
Come un’ancora dentro di me.

Puerto Vallarta, Puerto Vallarta,
ah, la tua solitudine selvaggia.
Come mi piacerebbe, Puerto Vallarta,
passar la mia vita legato al tuo mar.

Nella sala del ristorante dell’albergo gli altri clienti cenano in fretta ed escono, attratti dal clima di festa che pervade la città.  Rimango presto da solo e il direttore si avvicina con fare cordiale: “Buonasera, signore. Ha gradito la cena? E’ contento della stanza che le abbiamo dato? Ha notato? Dalla finestra si vede il Millennio…”
Stavo per rispondere con la stessa cortesia, ma qualcosa nella mia mente mi ha costretto a posare la forchetta nel piatto e a lanciarmi fuori dell’albergo, verso quel monumento di cui avevo appena appreso il nome.

Ho raggiunto in pochi istanti la piazzola affacciata sul mare e mi guardo attorno per capire se quello che vedo può far parte della mia memoria perduta. Se quella frase enigmatica è la chiave per recuperare il mio passato, sono disposto a compiere ogni tentativo per riuscirci.
I miei dubbi sono ancora molto forti. Ho sempre pensato che quella frase è in realtà il frutto della mia fantasia. Ma non voglio tralasciare niente per cercare di scoprire quello che la mia memoria mi nasconde.
Avvolto nei miei pensieri, mi ritrovo immerso nel flusso di persone che passeggia lungo il viale con aria festosa, urtato in ogni momento dai passanti, come dai sentimenti contrastanti che si agitano dentro di me. Mi fermo a leggere una locandina che elenca il programma dei festeggiamenti che  si susseguono dal primo del mese fino al giorno 12. Una rapida occhiata al datario del mio orologio mi informa che è il giorno 13.
La confusione è indescrivibile, il vociare della folla, unito alla musica popolare delle bande folkloristiche e dei gruppi di mariachi che sfilano suonando, mi impediscono di pensare. Mi sento in trappola, i miei inseguitori stanno per raggiungermi all’ultimo piano per finirmi, e io faccio una fatica immensa a  salire ogni gradino, e a ricaricare la pistola.
La sensazione di panico dura solo un attimo. Ho capito perché il mio orologio segna la data del 13. In Europa la data è questa, e io non ho prestato attenzione a questo particolare aspetto del fuso orario quando ho rimesso l’orologio con quello dell’aeroporto. Questa rivelazione mi assale con tutta la sua spaventosa urgenza: se questo è il dodicesimo giorno dei festeggiamenti, mi rimangono solo poche ore per scoprire un segreto che è dentro di me. Se non ci riesco stasera, forse domani sarà troppo tardi.
Mentre cammino lungo il viale, la mia attenzione è attratta da un singolare gruppo scultoreo: due sagome sedute che si tengono abbracciate, il capo leggermente reclinato da un lato, un insieme che infonde malinconia e serenità.
nostalgia
Un dubbio si fa strada nella mia mente e mi avvicino al monumento e interrogo con insistenza le persone che sono sedute a contemplarlo o a guardare il mare. Nessuno mi sa dare una risposta, e sto per tornare in albergo, per chiedere una cartina, una guida dei monumenti, quando sento una voce di donna che mi dice:
S
or es la Nostalgia.” Quando mi volto la mia soccorritrice è già scomparsa, risucchiata dal flusso incessante della folla.
Ho avuto la conferma di quello che pensavo: è questa la strada che devo seguire per avere la risposta a tutte le mie domande e sono intenzionato a percorrerla anche se il prezzo da pagare sarà il rimorso e l’infelicità.  Ho affrettato il passo, facendomi strada a fatica, e dopo alcuni minuti mi trovo davanti a uno straordinario gruppo di statue. Una grande figura avvolta in un ampio mantello alza il volto verso due figure più piccole che stanno salendo i pioli di una lunga scala.

Sono quasi certo del nome del monumento, ma ne voglio la conferma. La cerco nella vetrina del negozio d’arte di fronte, in cui campeggia una foto dell’opera con l’indicazione del  nome: Alla ricerca della Ragione. Corro sempre più velocemente verso la fine del viale, fino a quando, da una strada che porta verso l’interno, mi arrivato le note di un canto popolare, eseguito da un gruppo di mariachi che mi costringe a rallentare fin quasi a fermarmi.


In una mattina meravigliosa la Guadalupana
scese dal cielo sul monte Tepeyac.

Aveva le mani giunte in preghiera
e il suo abito e il suo aspetto era messicano.

Il suo arrivo riempì di gioia,
di luce e di armonia tutto il Tepeyac.

Vicino al monte passava Juan Diego, un umile indigeno,
e all’udire il canto si avvicinò a quel luogo.

La Vergine disse a Juan Diego:
“Scelgo questo monte per innalzare il mio altare.”

E si degnò di lasciare la sua amata immagine,
circondata di rose dipinte, sul mantello di Juan Diego.

Da quel giorno per ogni messicano
essere guadalupano è qualcosa di essenziale.

Nei momenti di sofferenza si prostra in ginocchio
e alza gli occhi verso il Tepeyac.

Alla fine sono costretto a fermarmi, abbagliato dalle luci; ho qualcosa negli occhi; non è possibile che stia piangendo, non mi è mai accaduto negli ultimi vent’anni…
In pochi momenti mi sono ricordato di Guadalupe, e ho anche capito perché mi avesse sempre chiamato affettuosamente Juan Diego. Mi sono ricordato tutte le promesse d’amore che ci eravamo scambiate, i nostri baci, i propositi di matrimonio, cinque anni fa, e la crudele decisione di accettare la missione, da tenere assolutamente segreta, come mi era stato chiesto. L’ordine era di non rivelare niente nemmeno a lei, per non rischiare di compromettere l’esito della missione. Ho ripensato con furore alle blandizie e alle minacce che  erano seguite ai miei tentativi di rifiutare la missione. Mi sono ricordato con vergogna e rimorso delle ultime lettere di Guadalupe, alle quali non potevo rispondere, e che una volta richiuse venivano respinte al mittente. L’atto più doloroso della mia scomparsa, inghiottito dal silenzio.
Nell’ultima lettera di Lupita compariva quella frase che mi ha ossessionato per anni, riuscendo a sopravvivere al naufragio. Solo in questo momento capisco quale immenso dolore deve aver provato la donna che mi amava.
Sono finalmente arrivato, barcollante e con il cuore in una tenaglia, nella piccola piazza che conclude il viale. Appesi ad alcuni archi, che hanno l’oceano come sfondo, sventolano festoni e bandiere. Nessuna delle persone che sono presenti è Guadalupe, e nessuno mostra di avere un messaggio da consegnarmi. Rimango un tempo lunghissimo a guardarmi intorno disperato, incapace di accettare il verdetto della realtà.
Poi la speranza si apre un varco dentro di me, e mi incammino verso la cattedrale, di cui vedo il campanile illuminato….

Mi sono immesso nella fiumana di persone che si accalcano per entrare in chiesa; lentamente ho percorso i gradini che separano il sagrato dalla porta della navata centrale, e sono entrato in chiesa. La sacralità del luogo mi ha intimorito, e inoltre non volevo turbare i fedeli con l’angoscia del mio  volto e l’affanno della mia ricerca. Perciò sono uscito dalla lenta processione e mi sono fermato accanto a un pilastro, in un punto dal quale posso scrutare i volti delle persone mentre escono dalla porta della navata laterale. Ho osservato centinaia di volti di donna, ma non ho trovato quello che cercavo.
Il flusso di persone è rimasto costante per più di un’ora, poi ha cominciato ad assottigliarsi e alla fine si è ridotto ad una serie di arrivi sporadici di fedeli che pur essendo in ritardo non vogliono rinunciare portare un saluto alla Vergine. Alla fine, quando gli inservienti hanno cominciato a spegnere i ceri e a ritirare nella sacrestia gli arredi sacri, mi decido ad uscire.
Ho camminato senza sapere dove andavo, per le strade che diventavano sempre più deserte, fino a quando mi sono trovato davanti a un’edicola con l’immagine della Vergine di Guadalupe. Tre generazioni stavano davanti all’edicola. Una donna anziana aveva in mano un piccolo cero acceso e stava per deporlo sulla mensola, ma era impedita dalle richieste di una bambina, in braccio alla madre, che voleva che il cero fosse messo più in alto, e indicava il candelabro vuoto che si trovava appena sotto l’immagine, in corrispondenza dell’Angelo che sostiene la Madonna. Sono rimasto alcuni minuti a guardare la scena, rattristato dall’impotenza della donna ad esaudire l’ingenuo desiderio della nipote. Poi mi sono fatto avanti, ho spiegato alla donna che per me era più facile arrivare al candelabro, e le ho chiesto di darmi il cero.
Con il cero in una mano, ho afferrato un ferro che sporgeva dal muro e puntando i piedi sui mattoni sconnessi mi sono issato più in alto che potevo. Quando ho sollevato il braccio per deporre il cero nel candelabro, ho incrociato lo sguardo dell’Angelo, e il mio braccio ha tremato. La cera fusa è colata, ustionandomi il dorso della mano destra fino al polso.
In quel momento ho visto l’anello legato con un cordoncino al candelabro: un anello da pochi soldi, con un cuore di rubino, sintetico, comprato all’aeroporto di Roma un’ora prima della sua partenza. “Ce ne sono di più belli, – avevo suggerito, – quello non è nemmeno d’oro…” “Voglio quello. Nada màs!” La vista di quell’oggetto mi ha scottato più della cera bollente.
Da qualche minuto sono seduto sul bordo della fontana dei delfini. Tenendo la mano immersa nell’acqua riesco ad attenuare il bruciore dell’ustione, ma non posso fare niente per il bruciore della disperazione che da alcune ore mi arde in petto.
Si è alzato il vento, e le bandiere e i festoni che ornano gli archi davanti a me oscillano, lasciandomi vedere una grande figura alata che prima non avevo notato. E’ un Angelo, suppongo, con le ali spiegate e con le braccia rivolte verso il cielo.
Mosse dal vento, una miriade di striscioline di carta colorata, residui della festa di oggi, volteggiano nell’aria. Alcune si distinguono da tutte le altre; sono bianche, e sembrano tagliate senza l’aiuto di forbici. Ne raccolgo una e leggo quello che c’è scritto: ” ogni tua lettera  immenso”. In un secondo frammento: ” tua fotografia. Grazie per “. Ho riconosciuto la mia calligrafia. Sono le lettere che avevo scritto a Lupita, su carta leggerissima, per la posta aerea, che il vento mi riporta indietro, dopo più di cinque anni, un frammento per volta. Ne raccolgo altri, inseguendoli sul pavimento della piazza, e li leggo alla scarsa luce dei lampioni, e  finalmente su un frammento trovo scritto: ” Mi Querida Lupita “. Vorrei urlare, ma la voce mi manca. Riesco ad arrivare al bordo dell’anfiteatro e la vedo. Seduta sul gradino più basso c’è una donna,  e anche se non posso vederne il volto, non posso sbagliarmi: è Lupita, intenta ad un rituale disperato. Ha in mano dei fogli, che immagino siano le lettere che le ho scritto. Da ogni foglio strappa una striscia lunga e sottile, la trattiene tra le dita finché una folata di vento più forte delle altre se ne impadronisce. La sottile striscia di carta viene costretta a vorticare nell’anfiteatro, fino a quando, passando tra le braccia protese dell’angelo, si innalza e inizia il suo viaggio verso l’ignoto.
Discendo alcuni gradini senza farmi sentire da lei, e, giunto alle sue spalle, mi accorgo che mentre lacera le lettere ne recita il contenuto, senza avere bisogno di leggerle, nel buio quasi totale in cui ci troviamo: ” il mio amore per te è immenso, come il primo giorno, e spero che presto ti.. ” Esita; forse la memoria o la speranza la stanno abbandon
ando. ” Ti potrò raggiungere… ” le suggerisco in un sussurro. “Ti potrò raggiungere e staremo tutta la vita… ” Non è la memoria. Non ci crede più. “E staremo tutta la vita insieme. – continuo io – Ti amo Lupita. Sono tornato.”
“Sei tu, Juan Diego?” Mi ha chiesto, senza voltarsi.
“Sono stanco, Lupita. Sono stati cinque anni di rimorsi. Perdonami per il male che ti ho fatto. Ora me ne vado…”
Si è voltata verso di me e mi ha abbracciato.
Siamo rimasti tutta la notte ad asciugare le nostre lacrime con i baci.
Il sole, sorgendo, illumina le ali dell’Angelo.
Sul cartiglio posto sul piedistallo si legge: “Angelo della Speranza e Messaggero della Pace. Sempre, con la Speranza di Benessere e Uguaglianza, per tutti. Sapienza, Amore e soprattutto la Pace a tutta l’Umanità.”

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Responses

  1. L'idea di sparire in un buco amnestico e ricomparire con una nuova identità ha sempre il suo fascino…Dobbiamo chiamarti Juan invece di Jons? Credo che a 'sto punto potresti rifare il look al template adeguandolo ai cambiamenti:posso trovarti almeno sul sito  http://www.el caballero y su escudero? Non dirmi di nooooo Altrimenti rinasco Carmencita…

  2. @ SinuoSaStregaAy, que dolor, me duele el corazòn…Tu quoque, SinuoSa…Ti auguro solo di avere una tastiera impermeabile, per quando leggerai la prossima puntata…Perché o piangerai come un vitello o te la farai sotto dalle risate.In ogni caso, l'incerata serve. Ciao : )

  3. Bellissimo video..grazie scudiero.Allora aspetto la prossima..ovviamente con l' incerata            buona serata

  4. @ donnafloraIl video è pregevole perché è ingenuamente poetico.La protezione della tastiera è un problema che assilla tutti quelli che si occupano di informatica. Se malgrado tutte le precauzioni si dovesse bagnare, puoi sempre fare come ci insegna Veronica.

    Ciao : )

  5. Ecco … lo sapevo che andava a finire cosi!                Un salutone e buona serata scudiero!

  6. La mia tastiera mi dice lavami…tutti i giorni…ma io sono sorda al suo richiamo…"Ha da puzza'" infatti è un tastiero masculo

  7. @ donnafloraA conti fatti la copertura impermeabile rimane preferibile…Buona serata anche a te.Ciao : )@ lorybellForse la tua tastiera, se è come questa, non ti dice lavami……ti dice innaffiami.Buona serata.Ciao : )

  8. Che bello Scudiero una tastiera ecologica…se po fa?Noches

  9. @ lorybellSi può provare con la ruchetta…Ciao : )

  10. Mi sembra che di Lupita e di lettere bruciate avessi già parlato in un post di qualche tempo fa. Perciò comincio a pensare che qualcosa di reale ci sia in questa storia d'amore, e non sia solo frutto di finzione letteraria.Comincio a commuovermi, Juan. Tu sì che sai parlare al cuore quando a sospingerti è Madama Nostalgia. (Violini…)

  11. @ SinuoSaStregaQuesto post è stato fatto per dare un seguito ad alcune cose che scrivevo nel post Risveglio del 20 / 6. Nasce soprattutto perché mi piace parlare del Messico.Ovviamente non tutto quello che è scritto nel racconto è vero e non tutto è inventato. Da una parte una Lupita messicana con la quale ho trascorso solo pochi giorni insieme, e molti mesi di corrispondenza epistolare e dall'altra una degenza ospedaliera con gravi postumi  dopo uno scontro a fuoco con quattro killer, spediti all'inferno. Una delle due cose è vera è una è inventata. Mi sarebbe piaciuto inserire nel racconto il video con Lisandra Silva…

    …ma non è abbastanza commovente.Ciao : )

  12. Allora spero tanto per te che sia vera l'esistenza di Lupita

  13. Di quel post questi versi finali erano rimasti un enigma:.… ho vissuto con te momentid'amore e felicità che non dimenticherò mai,e quei momenti sono fissaticome un'ancora dentro di me.Quindi adesso se ne dovrebbe capire il senso allora…

  14. @ SinuoSaStregaQuesti versi fanno parte della canzone di Puerto Vallarta, e sono di Victor Yturbide Piruli.Il mio riferimento riguardava le statue che popolano la passeggiata a mare, che mi dovevano servire per drammatizzare il racconto.Ciao : )

  15. L'immagine di quest'angelo e le parole scritte sul piedistallo sono toccanti e danno solennità a quest'amore che ha sfidato il tempo e le avversità. Se anche ci si potesse ravvedere qualcosa di enfatico, il racconto risulta molto verosimile.Il tema del ritorno di un amore lontano è uno dei massimi ispiratori della poesia e della letteratura. L'assenza, soprattutto quella che si srotola nel tempo, lo è molto. Non si può avere nostalgia, non si può desiderare, se non si riconosce un'assenza.Forse Lupita è solo l'emblema di qualcosa d'altro. Sai, ci ho pensato mentre leggevo le parole iscritte sul piedistallo. Forse l'assenza di un passato perduto; quell'angelo sembra quasi la personificazione di un mondo ideale.Consentimi di farti i miei complimenti..

  16. @ SinuoSaStregaGrazie! I complimenti fanno sempre piacere.Avevo l'impressione di aver assunto un impegno con me stesso con l'accenno che ti dicevo in un precedente commento e ci tenevo a scrivere qualcosa riguardo a quella località che mi piace molto.I riferimenti autobiografici sono molto scarni, e non devi lasciarti influenzare dalla narrazione in prima persona. Nella vita rifuggo dall'enfasi, ma trattandosi di una specie di romanzo d'appendice ho pensato che ce ne volesse una buona dose. Però non sono riuscito ad andare oltre un certo limite. E il post non può essere troppo lungo.E' probabile che Lupita rappresenti per me quello che poteva essere e non è stato, e questo si può dire per molte altre circostanze della vita. Ma non ho mai dimenticato niente.  Gli oggetti invece devono assolutamente essere distrutti, per lealtà verso chi ci ama.Ciao : )

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