Pubblicato da: scudieroJons | aprile 5, 2010

La psicologia del giocatore di scacchi

chiaviscacchi
Il telegramma dello zio Sigmund conteneva, come al solito, un ordine perentorio. Mi diceva che per un’improvvisa indisposizione non poteva recarsi in Riviera, dove avrebbe dovuto completare la preparazione  di un certo dottore in psicologia che doveva a breve presentarsi all’esame di abilitazione alla professione. Poiché la tesi di questo dottore concerneva la psicologia del giocatore di scacchi, il dottor Freud, mio zio, riteneva che io fossi il soggetto più adatto per sostituirlo, sottoponendomi ad una seduta psicanalitica che serviva come preparazione all’esame, e mi ordinava di andare al suo posto. Seguiva l’indirizzo del dottore.
Sapevo che non sarebbe servito a niente protestare, e in verità non ne avevo il desiderio, perché quell’ordine mi sembrò l’occasione per portare a compimento un progetto che inseguivo da tempo.
Avevo da poco messo a punto una scacchiera, predisposta per scavare nella psiche del giocatore di scacchi, ma non avevo ancora avuto l’opportunità di provarla, e ora il caso e gli acciacchi dell’età dello zio me ne offrivano l’occasione.
La scacchiera era formata da 64 cassetti contenenti altrettante notizie che, messe in relazione tra loro, potevano aiutare a capire la personalità del giocatore di scacchi.  I cassetti si potevano aprire manovrando opportunamente le chiavi che fungevano da base ai pezzi del gioco.
Aggiunsi perciò la scacchiera al mio piccolo bagaglio, e misi in tasca l’agile libro di Reuben Fine, La psicologia del giocatore di scacchi, Adelphi, che avrei riletto durante il viaggio, e che mi sarebbe servito per dare un filo conduttore alla seduta di analisi.

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All’arrivo scoprii che il neo dottore era in realtà una dottoressa.
Fu molto gentile nel ricevermi, forse per l’ammirazione che aveva per lo zio Sigmund, e mi sembrò entusiasta quando, nel prendere accordi per l’analisi, le spiegai che al posto del flusso di coscienza, che non mi veniva troppo bene, proponevo di tenere una lezione sul gioco degli scacchi, con le sue varie implicazioni psicologiche.
Poiché le avevo fatto notare che per manovrare le chiavi della scacchiera dovevo stare seduto al tavolo, lei acconsentì a cedermi il posto, scegliendo di stendersi sul divano, per prendere appunti durante l’analisi, sotto lo sguardo compiaciuto di Freud che sembrava approvare l’idea.

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Cominciando la seduta psicanalitica, ho scelto di iniziare dal libro di Fine, e ho letto la nota che compare sulla quarta di copertina:

“Mi piace vederli dibattersi” : così confessò, a proposito dei suoi avversari, Bobby Fischer, prima di strappare a Spassky, nel 1972, il titolo di campione mondiale di scacchi. Al di là delle spiegazioni più immediate (denaro e fama), questo libro ricerca le motivazioni segrete che hanno indotto uomini dai talenti più diversi a dedicare al gioco uno smisurato spazio mentale e pratico. L’autore non offre soltanto una psicoanalisi degli scacchi, ma ripercorre la vita dei campioni del mondo e i loro conflitti: da Morphy, che si ritirò dal gioco all’età di ventidue anni per soccombere poi gradualmente a una nevrosi, a Steinitz, che in stati allucinatori giocava con Dio, concedendogli il vantaggio di un pedone e della prima mossa, da Alechin, “il sadico del mondo scacchistico”, a Fischer, un genio dalle reazioni spesso incomprensibili. Il gioco degli scacchi, che incanala, e nello stesso tempo esaspera, un’aggressività implacabile, appare infatti destinato a sviluppare fantasie di onnipotenza. Non mancano però, nel libro di Fine, anche gli “anti-eroi”, che cercano di resistervi: né stupisce la difficoltà della loro lotta, ove si pensi che la teoria del gioco coinvolge anche l’ideologia, tanto che si è parlato di stile capitalistico e di Scuola Sovietica, di stile individualistico e di paura del deviazionismo. L’americano Reuben Fine, che è stato tra i massimi scacchisti intorno agli anni Quaranta e ha scritto libri fondamentali sulla teoria del gioco, esercita da decenni l’attività di psicoanalista e in tale veste incontrò Fischer adolescente, come racconta in queste pagine”.

Mentre ripetevo questa breve sintesi del contenuto del libro, mi sembrava che la dottoressa si stesse spogliando, e in quel momento non sapevo se attribuire quel comportamento all’interesse suscitato dal libro, o se fosse una normale reazione al fatto che l’impianto dell’aria condizionata non funzionava bene. Ho anche pensato che potesse essere una semplice allucinazione dovuta all’effetto del transfert.
“Che strano, – dissi rivolto a Beatrice, (così si chiamava la psicologa) – ho sempre saputo che il fenomeno del transfert si manifesta dopo alcune sedute, nel corso del trattamento, non mi aspettavo che apparisse così presto…”
“No, Ulrich, – replicò lei (evidentemente conosceva il nomignolo che mi aveva dato lo zio) – questo è controtransfert: mi accade sempre quando ascolto qualcuno che parla di scacchi; continua, non ti fermare.”
E intanto controllava la perfetta simmetria del reggicalze sollevando prima una e poi l’altra gamba.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quelle adorabili cosce scoperte…
Però mi sono fatto forza e mi sono imposto di guardare solo la scacchiera, giurando a me stesso che questa volta lo zio Sigmund me l’avrebbe pagata cara.
Ho giocato la mossa e2-e4, l’apertura preferita da Fischer quando giocava col bianco. Dal cassetto e4, aperto con la chiave a forma di pedone, è venuto fuori il mio primo manuale di scacchi, che riportava il pensiero di Reti: “1. e4 è un errore, perché proietta al centro un pedone non difeso e quindi attaccabile”. Un altro famoso teorico, Grunfeld, a un tale che gli chiedeva perché non aprisse mai con la mossa e4, rispose: “Io non commetto mai errori decisivi in apertura”.
Che sfortuna! Avevo fatto solo una mossa e già mi ero creato due nemici tra i grandi maestri!
Questo pensiero mi aveva innervosito, e mentre aspettavo che il meccanismo della scacchiera permettesse al Nero di eseguire la sua mossa, avevo aperto il libro di Fine e leggevo la prefazione di Giuseppe Pontiggia:

Tra i pensieri che turbarono Jan Hus poco prima che le sue ceneri, sottratte al rogo, venissero disperse nella corrente del Reno, ci fu quello di aver dedicato agli scacchi troppo tempo. È probabile però, data la tumultuosa pienezza della sua vita, che i suoi rimorsi riguardassero non la quantità, ma la qualità del tempo riservato al gioco.
È questo infatti un pensiero ricorrente, in forme reticenti e sotterranee, negli scacchi. Né c’è bisogno di occasioni così drammatiche (ma anche così privilegiate) come l’attesa della morte, perché tale inquietudine si manifesti.
Si direbbe anzi che gli scacchisti la provino in continuità, sia pure in misura differente da individuo a individuo, e che il loro equilibrio interiore ne sia condizionato…

Ecco un’altra povera vittima della millenaria tradizione repressiva della Chiesa Cattolica.
Di tutte le cose inutili che ha fatto durante la sua vita, Hus doveva rimpiangere proprio il tempo impiegato a giocare a scacchi? Traendone scarso profitto, a quanto pare.
Se fosse stato più attento alle lezioni di scacchi forse non si sarebbe consegnato in mano ai suoi carnefici con tanta ingenuità.
“Sei pensieroso, Ulrich?” Era la voce di Beatrice che si era alzata dal divano ed era venuta alle mie spalle, e mi teneva le mani sulle spalle, sulla testa…
“Stavo pensando allo zio Sigmund, che continua ad organizzarmi queste messinscene penose; dovrei decidermi a farlo curare; non possiamo andare avanti in questo modo”.
“Perché, che cosa c’è che non ti va?”
“Non so quante volte gli ho già detto che le donne aggressive non mi piacciono, e lui insiste a sottopormi a questi test. Credimi Beatrice, (ma ti chiami veramente così?) non è per te. E’ che non ne posso più!”
“E come ti piaccciono le donne?”
Ho riflettuto qualche secondo.
“Non c’è un tipo particolare… Però mi piace essere io a trovarle, scoprire dove sono nascoste, scavarle, togliere quello che le ricopre…”
” Come le patate!”
“…come i diamanti! Ma anche come le patate, se preferisci.”
E prendendola per un braccio l’ho fatta sedere sulle mie ginocchia.
“E poi metterle a cuocere sotto la cenere… Come hai detto che ti chiami?” “Bea…”.

Ci stavamo baciando, e intanto accarezzavo i morbidi fianchi di Bea, quando la scacchiera emise un tintinnio per segnalare la mossa del Nero. Doveva essere la mossa che io avrei risposto a 1. e4.
Era la mossa 1. … e7-e5, il pedone nero avanzava per bloccare l’avversario.
Di una partita giocata in questo modo ho un ricordo indelebile. Giocavo col Nero e avevo risposto con sciatteria alle mosse sornione del mio avversario, non subodorando nessuna malizia nelle sue timide mosse di pedone di un solo passo. Aveva giocato quasi in successione b3, d3, c3, e mi stavo domandando a cosa mirassero le sue mosse rinunciatarie, quando alla dodicesima mossa mi sono ritrovato con un pedone in meno. E’ stata una frustata al mio orgoglio e mi sono sentito avvampare di rabbia. Ma è durato solo pochi minuti. Ho visto subito che da quella perdita potevo ricavare un vantaggio, se avessi giocato con precisione. Alla ventesima mossa la situazione era notevolmente cambiata. Avevo messo gli alfieri nelle caselle b7 e g7 (in fianchetto, si dice in gergo scacchistico) e con quelli controllavo le grandi diagonali a1-h8 e h1-a8 sulle quali il Nero non poteva mettere i suoi pezzi, e con le torri in e8 e in d8 controllavo le due colonne aperte e minacciavo i pezzi del Bianco.


La mia Regina, forte del controllo esercitato sulle linee più importanti, ha iniziato a spadroneggiare per la scacchiera, e alla trentunesima mossa il mio avversario abbandonava prima di ricevere lo scacco matto. La tecnica che ho adoperato in quella occasione è la stessa che mi guida in ogni mia partita: raggiunta una posizione migliore la utilizzo per trasformarla in un vantaggio di materiale, e poi inizio la liquidazione dei pezzi, forzando l’avversario a catturare reciprocamente i pezzi più importanti, a cominciare dalle Donne, e seguendo con le Torri, in modo che la rarefazione di materiale impedisca qualsiasi tentativo di complicazione. E’ lo stesso procedimento che si usa per semplificare un’espressione algebrica.giocatriciQuella partita mi ha dato la convinzione che nelle avversità non bisogna perdersi d’animo, ma occorre reagire, e si può riparare agli errori commessi e ritrovare la serenità.
Bea aveva riposto il taccuino su cui stava annotando i miei ricordi e mi domandò: “Ricordi solo le partite vinte?” “No, – risposi, – ricordo anche le sconfitte, anche se mi fanno ancora soffrire; però dal ricordo delle sconfitte si impara a migliorarsi. Essere riuscito a capire gli errori commessi è una grande consolazione. Mi permette di essere più fiducioso nelle mie capacità.”
A questo punto Bea ripose il taccuino sulla scacchiera e la spinse lontano da me. “Basta analisi, per oggi. – disse mentre si sedeva sul tavolo, davanti a me. – Sentirti parlare di scacchi mi ha messo una voglia…!” “Volevo parlarti del gioco posizionale! E anche del gioco psicologico!” “Certo! Mi interessa moltissimo! Comincia pure.” Aggiunse lei, mentre si protendeva all’indietro, sospingendo la scacchiera, e allungando le sue gambe flessuose al di sopra delle mie spalle, e imprigionando il mio collo in una stretta che in quel momento non mi riusciva di capire se fosse dolcemente violenta o violentemente dolce.
Mentre facevo l’amore con Bea non potevo fare a meno di pensare che mi stavo osservando e nello stesso tempo osservavo lei, per rispondere nel modo più opportuno alle sollecitazioni che il suo corpo a contatto del mio mi trasmetteva.
Mi veniva in mente la difficoltà, che ogni giocatore di scacchi conosce, di riuscire a capire la fase in cui si trova  la partita, e il rischio che, sbagliando la valutazione, si giochino mosse inadeguate.
Nella fase di apertura di una partita l’imperativo principale è lo sviluppo dei pezzi, cioè la loro uscita dalla posizione iniziale per mettersi nella casella ottimale da dove far valere la loro forza. Distrarsi da questa esigenza, inseguendo vantaggi materiali, come la cattura di pedoni, o tendendo trappole che non scattano, può condurre a una rapida sconfitta.
Anche la capacità di capire quando la fase di apertura può dirsi terminata è importante, per poter iniziare a giocare in un modo diverso il centro di partita. In questa seconda fase infatti si mettono da parte le cautele iniziali e si portano i primi attacchi ai punti deboli dello schieramento avversario, o per scardinarli, o per provocare, in uno schieramento che si deve difendere con affanno, l’insorgenza di debolezze ancora maggiori, sulle quali fare leva per infliggere lo scacco matto, o per guadagnare consistenti vantaggi da portare in finale.
A sua volta il riconoscimento di una posizione di finale, o meglio ancora la scelta di portare l’avversario mediante una liquidazione dei pezzi alla fase finale, deve essere attentamente meditata perché una intempestiva esposizione del proprio Re agli attacchi dell’avversario potrebbe risultare fatale.
Con Bea la fase di apertura era stata dolcissima ed estenuante.
Mi aveva attratto a lei con una fermezza inquietante, che si era presto mutata in un languido abbandono quando avevo iniziato a baciare la sua pelle, dove l’orlo delle calze la lasciava scoperta.
Con impercettibili movimenti aveva liberato le calze, e mentre gliele sfilavo, accompagnando il gesto con baci e carezze su tutta la gamba, lei assecondava i miei gesti, flettendo e distendendo le gambe. In questo modo anche le mutandine erano state sfilate, con l’aiuto di rapidi movimenti del bacino inarcato, mentre il suo corpo poggiava con le spalle sul tavolo e con le gambe sulle mi
e spalle.
Da quel momento la superficie di epidermide di Bea offerta ai miei baci era enormemente aumentata. Con le mani riuscivo a carezzare i suoi fianchi, scendevo verso le cosce dischiuse e risalivo fino a toccare con le dita i suoi seni, sentendo i capezzoli inturgiditi sotto i miei polpastrelli.
Avevo anche sentito il terribile frastuono fatto dalla scacchiera che si fracassava sul pavimento, quando Bea, per distendersi meglio sul tavolo, l’aveva spinta oltre il bordo, ed ero rimasto meravigliato del fatto che il dolore che avevo provato non era così insopportabile come avrei immaginato se me l’avessero detto solo un’ora prima.
Mi stavo concentrando sulla dolcezza che emanava dal corpo di Bea, e mi chiedevo se avrei saputo cogliere in tempo i segni che mi dicevano che quella fase era terminata, per iniziarne un’altra.
I segni che aspettavo arrivarono, sotto forma di una serie di movimenti del bacino che tenevo tra le braccia e delle carezze delle mani di Bea che fino a quel momento mi avevano guidato verso la fonte della sua dolcezza.
Da un certo momento esse mi attirarono verso l’alto, e io mi ero rapidamente liberato degli indumenti, per sentire il contatto con quel corpo che aveva iniziato a fremere sempre più intensamente.  Mi ero adagiato sul corpo di Bea, sentendo una straordinaria sensazione di calore mentre entravo in lei, che subito mi strinse, allacciando le gambe sulla mia schiena.
Sapevo che in quel momento mi trovavo in una fase simile al medio gioco di una partita a scacchi, ed esploravo tutte le sensazioni che mi dava la vicinanza di quella donna, e quelle che sentivo farsi largo dentro di lei, come un giocatore che riconosce nelle posizioni relative che i pezzi assumono sulla scacchiera l’embrione di una combinazione brillante, le condizioni per un assalto vittorioso,  il punto di partenza per un finale irresistibile.
Di tanto in tanto guardavo il pavimento attorno al tavolo e vedevo tutti i miei ricordi di giocatore fuorusciti dai cassetti scardinati, sparsi in tutte le direzioni, e tra essi alcuni mi colpivano più di altri.
biancoC’erano le lunghe manovre eseguite con i Cavalli in alcune partite, per assumere una posizione dominante, a sostegno della Donna che si spingeva fino a minacciare da vicino il Re avversario. A sua volta la Donna coordinava il movimento dei Cavalli, come la Ragione fa con i Cavalli di Platone, seguendo con compiacimento le evoluzioni del Cavallo bianco, o intervenendo con forza per indirizzare nella giusta direzione il Cavallo nero. nerocavMi ero riscosso da queste riflessioni e stavo pensando di entrare nel finale della mia partita amorosa con Bea, di cui sentivo i sospiri e avvertivo i fremiti di risposta ai miei movimenti, che diventavano sempre più veloci e profondi.
Quando lei si accorse che stavo pensando al finale mi disse: “Aspetta! Ti faccio vedere una cosa…”
Mi staccai da lei, che scese dal tavolo e vi si appoggiò, volgendomi la schiena.
E vidi quello che Bea mi aveva preannunciato…

Era una miniatura, cioè un problema di scacchi in due mosse con un massimo di sette pezzi, che era disegnato, o forse tatuato, sul delizioso fondoschiena di Bea, appena al di sotto del segno dell’elastico delle mutandine.

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“Voglio vedere in quanto tempo riesci a risolverlo! Vuoi provare? Perché altrimenti… ” “Certo che voglio provare!” Quell’altrimenti mi aveva terrorizzato. “Però prima devo fare una cosa.”
Raccolsi le scarpe di Bea e le calzai ai suoi piedi. Quei dodici centimetri di altezza portarono la mia incantevole scacchiera all’altezza giusta e scivolai di nuovo dentro Bea, mentre lei con un sospiro di soddisfazione appoggiava il capo sulle braccia piegate sul tavolo e si rilassava.
Rimanevano tesi solo i muscoli delle gambe.
Giudicai subito che il problema non era di difficile soluzione, perché il Re nero era al margine della scacchiera, aveva meno case di fuga, e il ridotto numero di pezzi avrebbe reso le operazioni di verifica più brevi. Dopo aver iniziato a muovermi lentamente, per avere il tempo di osservare bene la posizione, aumentai il ritmo, tenendo stretti i fianchi di Bea, fino a quando i suoi gemiti mi segnalarono che avevo trovato il ritmo ottimale.
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Procedevo con il solito metodo, controllando tutte le case attorno al Re nero per verificare la situazione di blocco. Anche il pedone risultava bloccato e il solo pezzo libero del nero era il cavallo. I tre pezzi del bianco partecipavano tutti al blocco, e tutti e tre potevano essere quello che avrebbe dato lo scacco matto. Anche il Re bianco faceva la sua parte, provvedendo alla guardia delle case d1 e d2 per impedirne l’uso al Re avversario. Cominciai a prender in considerazione il cavallo, e mi accorsi subito che non avrebbe potuto dare il matto da f3, per la presenza del pedone nero in e4. C’era la possibilità di dare il matto da c2, spostando prima il Re bianco in c1, da dove poteva ugualmente mantenere il blocco, ma in quel caso si sarebbe esposto allo scacco del cavallo nero, che avrebbe fatto perdere una mossa e confutato la soluzione del problema. Mentre ero soprappensiero non mi ero accorto che avevo rallentato il ritmo, fin quasi fermarmi, e sentii la voce di Bea che mi giungeva da un mondo di sogno: “Non devi fermarti mai; non barare!” Ricominciai a muovermi più velocemente all’interno di Bea, e con le mani accarezzavo la sua schiena e le sue spalle, e per alcuni minuti non fui in grado di proseguire nella ricerca della soluzione, perché il contatto con la pelle morbida e il calore di quella donna mi facevano impazzire. Quando fui in grado di riprendere l’esame del problema, scartai subito l’Alfiere dal novero dei pezzi destinati a fare la prima mossa, perché muovendosi avrebbe tolto il blocco al pedone, e questo, me lo diceva la mia esperienza, avrebbe portato all’impossibilità di mattare in due mosse. Così arrivai alla Torre, e in un momento mi fu chiaro perché con tante caselle a sua disposizione dovesse posizionarsi proprio in una particolare casella, e questa scoperta mi provocò una soddisfazione che per poco non mi fece concludere prima del tempo opportuno il mio amplesso con Bea.
Ero felice, e grato a quella donna per avermi predisposto quell’occasione di felicità, così mi piegai su di lei e cominciai a baciarla sul collo dietro l’orecchio. “Come va, col problema?” “L’ho risolto,” e guardando l’orologio aggiunsi, “otto minuti, ma era facile!” “Non ci credo! Dimmela!” “Non ancora, diciamo che voglio controllare meglio; devo essere sicuro. Non ti piace stare qui, così?” “Sì, mi piace, ” sospirò lei, “Perché, a te non piace?” “Mi piace moltissimo, e tutto questo mi ha fatto innamorare di te. Sì, ti amo, Bea. Ne sono sicuro!” Lei si voltò più
che poteva e ci baciammo. “Anch’io ti amo. Ti ho amato da subito…” “Peccato che adesso che ho risolto il problema che hai tatuato addosso, non potremo rifare questo gioco… ” “Ma non è un tatuaggio! Sono timbrini di gomma e l’inchiostro è lavabile. Ne possiamo fare ancora molti altri!” E mentre lo diceva il suo corpo aderiva strettamente al mio e mi trasmetteva quei fremiti che da un po’ di tempo lo stavano percorrendo. “Adesso… adesso mi devi dire la soluzione!” Avvicinai la bocca al suo orecchio le sussurrai la soluzione assieme a una serie di piccoli baci. “Sì, è quella!” gridò Bea, mentre i suoi fianchi si muovevano al ritmo che io avevo impresso alla mia azione. Sentivo che non avrei potuto continuare ancora per molto, e dopo pochi istanti raggiunsi Bea sulla sua nuvola di piacere.
Dopo, rimasi per un tempo lunghissimo a stampare un numero infinito di baci su quella bellissima scacchiera.


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Responses

  1. Crudeltà insita nel gioco degli scacchi! Un primo tentativo di scacco al re, un re che potrebbe dare di matto.

  2. @  AlessandraIl gioco degli scacchi è definito "il re dei giochi e il gioco dei re".(Ma come pretendo di dirlo a te che sei in una delle patrie italiane del gioco!)Essendo ispirato all'arte della guerra ha un fondo di violenza, che però viene privata della sua carica distruttrice dalla disciplina di attività sportiva.Ciao : )

  3. Interessante come inizio. Non vorrei condizionarti però facendo apprezzamenti o ipotesi. Però mi piace: la scacchiera quasi come paradigma di una scena di seduzione e di eros cerebrale, i contenuti simbolici, la carnalità… Sono curiosa di vedere come coniugherai il ragionamento allo stato puro dello scacchista, il controllo emozionale e la passione del maschio che trasuda ovunque. Lo dico spesso che mi piacerebbe assistere a una tua partita di scacchi…

  4. @ SinuoSaStregaGrazie per l'incoraggiamento. Mi sto chiedendo anch'io come farò…Le partite di scacchi (vere) osservate dal vivo non dicono niente; è l'analisi successiva che mette in luce le tensioni nascoste e la lotta silenziosa ma cruenta che si è svolta.Ciao : )

  5. Si dice che i giocatori di scacchi siano degli amanti molto passionali, il che sembrerebbe in contrasto con la lucida ragione, fredda di calcolo e tecnica, utilizzata in una partita…..

  6. @ Beatrice, la scacchiera, il viaggio nella psiche del giocatore, l'incontro con personaggi emblematici degli scacchi… Di certo non siamo in Paradiso qui. E' interessante la presenza femminile che sembra voler distogliere l'attenzione di Ulrich dai suoi giri cervellotici, quasi a volerlo indirizzare verso altri lidi… MA… ecco la rivelazione: Ulrich non ama essere circuito; è lui che vuole avere  l'iniziativa di tirare fuori la pietra preziosa dalla materia grezza. Quello che non capisco è come possa dire che quella donna ammaliatrice sia aggressiva. Sempre più intrigante, Jons!

  7. @  Graffidivita

    Non conosco la vita privata dei giocatori che ho incontrato e non posso parlare per conoscenza diretta.Nelle biografie dei grandi campioni del passato, che sono state studiate dallo psicologo Reuben Fine, si possono leggere cose allucinanti sul rapporto dei vari giocatori con la sessualità.Nel gioco degli scacchi è più evidente che in altri campi la pulsione a uccidere il padre, con tutte le implicazioni omosessuali che sono correlate.Su due grandi campioni ho trovato annotazioni che potrebbero avvalorare l'ipotesi di una passionalità più intensa:"Oltre che negli scacchi, Capablanca mostrava grande agonismo anche in altri giochi: fu un abile giocatore di bridge, un tennista competente e un membro della squadra di baseball della Columbia University. Lo scopo della sua vita era chiaramente quello di vincere in qualsiasi impresa si mettesse. Nella terminologia analitica sarebbe classificato un carattere fallico-narcisista; caratteristica di queste persone è che il fine inconscio della propria vita sessuale sia la lotta per la conquista; al pari di Don Giovanni, anche Capablanca cessava di provare interesse per unadonna non appena l’aveva conquistata sessualmente."

    di Alekhin dice: "dopo il fallimento del primo matrimonio fatto in età giovanile, fu un susseguirsi di esperienze sessuali occasionali, finché a cinquant’anni si sposò per la seconda volta con una principessa russa. Fisicamente era piuttosto attraente e lo si vedeva sempre circondato da uno stuolo di donne in ammirazione: l’alibi che circolava (senza dubbio con il suo inconsapevole consenso) dopo molte sue sconfitte era che la notte precedente l’aveva passata con una donna. Quando fu battuto da Tarrasch a Pietroburgo nel 1914, corse voce che egli fosse andato a giocare dopo essere stato a letto con l’amante del Granduca, e quando nel 1927 perse con Alekhin, il motivo fu che aveva amoreggiato con troppe ballerine."Il mio parere è che esistendo da sempre giocatori più freddi e controllati, ed altri più brillanti e fantasiosi, nelle faccende amorose ogni giocatore porta i pregi e i difetti del suo carattere, come tutti gli altri uomini.Ciao : )

  8. @ SinuoSaStregaSe lo preferisci non la chiamiamo aggressività, questa scoperta voglia di seduzione, ma rimane sempre attraente e preoccupante allo stesso tempo.Ciao : )

  9. " I pezzi sono immobili sulla scacchiera come guerrieri in terracotta e grandezza naturale, il cui giuramento di fedeltà all'imperatore, con spada scudo e briglia, fatto da una voce a questo punto spenta, aleggiava come fosse una eco in quello scavo strabigliante. Ogni soldato un voto e ciascuno pronto a morire per la causa, per la nazione e per l'imperatore, e tuttavia tuttora immobile e diritto, senza respiro, come un simulacro di se stesso che dovrà essere il silenzio a vagliare collocandolo al suo posto. Se i nostri giuramenti fossero visibili, li vedremmo al pari di questi pezzi sulla scacchiera, immutabili e fermi sotto la luce, sudditi votati per sempre a una causa che ti vede regina, vigile la notte e vittima silenziosa dell'amore e di un incantesimo a cui non può porre rimedio il fragore di nessuna battaglia ma solo la tranquillità degli scacchi, con gli alberi che fuori, sul prato, si muovono al ritmo del tempo, i giuramenti che vengono meno e che, morti, sono ancora più forti mentre un merlo, nero, fischia sui limoni."

  10. @ AlessandraE' una bellissima poesia. Grazie per avermi fatto conoscere un grande poeta che non conoscevo: Derek Walcott.Ciao : )

  11. In una sfida di mente e nervi, la sciatteria che colpisce Ulrich non può che essere attribuibile a una situazione  sottostimolante e, forse, a un avversario di scarso valore.In queste circostanze non ci vuole molto a riprendere la supremazia del gioco e a smascherare un avversario indebolito a tal punto da doversi ritirare prima della fine del gioco. Come in tutte le sfide, penso che le partite più esaltanti siano quelle che si giocano tra avversari di valore equivalente.

  12. Mi sono accorta che dopo un copia-incolla, ho incollato solo metà commento. Avevo inziato col dire di sentirmi, leggendo il tuo racconto, un giocatore davanti alla scacchiera, immaginando e cercando di prevederne le mosse.Intrigata dal susseguirsi di capitoli che parlano di psicanalisi, di personaggi vari e della loro storia, a denotare come il teatro della vita sia come una partita a scacchi.Avevo spiegato il perchè di questo testo poetico, di cui il suo autore, da te menzionato, un grande veramente, sia da sempre condizionato dal gioco degli scacchi, amando donne che condivisero la sua passione, fino a rendere la sua vita una grande partita. Impostato il commento come in precedenza, diceva poco. Scherzi dell'incoscio.

  13. @ SinuoSaStregaLa tua diagnosi sul valore del mio avversario di quel giorno è straordinariamente corretta.In realtà non era un giocatore di grande valore e il suo inizio incerto mi aveva indotto ad abbassare il livello di attenzione.Devo parzialmente correggere il giudizio che dai delle partite tra giocatori di alto livello e di pari forza. Spesso queste partite risultano singolarmente noiose perché se ogni accenno di gioco aggressivo da parte di un giocatore viene sistematicamente bloccato dalla competenza dell'altro, riesce difficile vedere combinazioni brillanti, e se non si va perso il pareggio, la vittoria è frutto di piccoli vantaggi che consentono, con una tecnica anche priva di inventiva, ad un giocatore di portare un pedone alla promozione, ottenendo un decisivo squilibrio di materiale.Ciao : )

  14. @  AlessandraQuesta passione per gli scacchi di Walcott mi rende ancora più  desideroso di conoscerlo meglio.Ti ringrazio ancora per la tua segnalazione.Ciao 🙂

  15. Non conosco minimamente il gioco degli scacchi, ma quando parlavo di livello dei giocatori mi riferivo ad un'equivalenza sul piano dell' agilità mentale e del guizzo inventivo, non a stili simili (da perfetta ignorante non so se si possa parlare di stile personale del giocatore di scacchi) o a capacità paritetiche. La godibilità di una sfida non credo stia nell'alternanza di piccole conquiste acquisite nella più piatta monotonia, anche se strategicamente ottimali. Lo stimolo che restituisce una bella partita non è piuttosto nell'"insidia" riconosciuta alla diversità dell'avversario?

  16. @ SinuoSaStregaCome è accaduto in tanti campi in cui si esprime l'ingegno umano, la poesia, le arti figurative, l'architettura, la musica, il concetto di bellezza è destinato a variare nel tempo. Così negli scacchi quella che un tempo era considerata una partita memorabile perché ricca di mosse impreviste, di sacrifici di pezzi melodrammatici, oggi viene meno apprezzata dagli esperti perché si riconosce che quelle abili giocate furono in parte favorite dalla scriteriata condotta di gioco dell'avversario. Nel caso opposto, quando entrambi i giocatori mettono ogni cura per eliminare preventivamente ogni più piccola debolezza nella propria posizione, si assiste a partite prive di afflato epico, che si decidono, quando non si arriva al pareggio, perché uno dei giocatori mette a frutto un piccolo vantaggio, spesso solo di una migliore posizione, che nel finale si traduce nella promozione di un pedone a Regina, e lo squilibrio di materiale diventa enorme, decidendo la vittoria.Le partite che hanno questo andamento anonimo, sono spesso esaltate nel momento dell'analisi per scopi di studio, quando si rivelano i piani d'attacco formulati dai giocatori, spesso molto ingegnosi, che non si sono potuti realizzare perché intuiti e rintuzzati dall'avversario.C'è poi una tendenza, in alcuni giocatori, che li porta a fare non le migliori mosse in assoluto, ma quelle che si sentono più adatte per mettere in difficoltà l'avversario. Questo tipo di gioco psicologico porta a una lotta che, pur non essendoci contatto fisico, è sempre violenta.Per chi vince, è una bella partita.Ciao : )

  17. Se il gioco degli scacchi “sviluppa fantasie di onnipotenza”, allora nel mondo politico si deve giocare a scacchi tutti i giorni ;-)Certo che il controtransfert sembra molto pericoloso… Questa Bea non mi piace, attento Ulrich!

  18. post corposo che necessita di tempo e riflessione..e però da seguire perché lo zio Sigmund com'è noto s'intrufola dappertutto  personalmente avevo un'idea del giocatore di scacchi un po' fredda, un uomo tutto cervello, razionale e vagamente "calcolatore".. ma, pur conservando parte dell'impressione di base, leggendo i tuoi post un po' mi sono dovuta ricredere ..ciao!

  19. @ ElisinoSe qualcuno ha la tendenza a sviluppare fantasie di onnipotenza ha mille modi per esercitarsi, oltre agli scacchi.Non si conoscono molti politici che giocano a scacchi in Italia, perché da noi il gioco non gode di grande popolarità, essendosi sviluppato nelle accademie, simili a quelle letterarie, che ne hanno fatto un'attività elitaria, e perciò non sembra utile a raccogliere voti.Capisco le tue perplessità su Bea: assomiglia troppo a Vaiolet. Forse per Ulrich è troppo tardi cercare una via di scampo… o forse non lo desidera. Ciao : )

  20. @ giovanottaIo non mi dimentico mai che sei stata tu a segnalarmi le malefatte di Sigmund Freud. Per farsi un'idea del carattere del giocatore di scacchi non conviene prendere ad esempio i grandi campioni e meno ancora i fenomeni, che possono avere una psiche disturbata, sia per cause precedenti, sia per l'uso smodato che hanno fatto delle loro capacità.Avviene come per i menischi del ginocchio per i giocatori di calcio: si usurano precocemente.Il comune giocatore di scacchi è una persona come tutte le altre, con gli stessi pregi e difetti. E' "calcolatore" nel senso che prima di agire pensa, non nel senso che "specula" a danno degli altri.Ciao : )

  21. Jons, questo è un brano di raffinato erotismo, altrochè! E che bellissime immagini affluiscono dalla tue parole! C'è emozione e tanta sensualità; non si allenta mai l'elaborazione mentale che fa risaltare l'andamento erotico, e non si sa mai quale dei due aspetti sia in controcanto rispetto all'altro.Bravissimo!

  22. @ SinuoSaStregaGrazie, SinuoSa, sono lieto che ti sia piaciuto.Spero di riuscire a trovare il finale adatto.Ciao : )

  23. E qui mi tocca fare una critica, Jons. Bello ed eccitante il racconto, condotto sul filo di un eros mentale che aumenta la tensione erotica nel dribbling tra gli scacchi… Però, mi permetto: non si dice "ti amo" a una donna alla prima sc….. alla prima scacchiera!! . Sempre molto intrigante, c'è da dare di matto! (Carino quel tatuaggio sul coccige! E anche la corona della regina.. uhm… )

  24. @ SinuoSastregaSe un coccige tatuatopuò aiutare la diffusione degli scacchi è sempre ben accetto! Potrei cercare di organizzare una simultanea, se la federazione di scacchi approva; l'unico problema è riuscire a trovare abbastanza scacchiere adatte allo… scopo. Ciao : )

  25. Cioè? Famm icapire, quel ragazzo si fa tutte le scacchiere?

  26. @ SinuoSaStregaQuel "ragazzo" è Fabiano_Caruana (nato nel 1992) americano figlio di italiani e con doppia nazionalità. E' un Grande Maestro, il più giovane a diventarlo.Nella foto sta facendo una partita "simultanea" con un certo numero di avversari.La faccenda avviene così: lui passa davanti ad ogni scacchiera e fa la prima mossa. Mentre completa il giro i giocatori avversari riflettono, e quando lui si ripresenta eseguono la mossa, in sua presenza. Lui risponde e va avanti. E' un modo per far giocare un gruppo di dilettanti con un vero fuoriclasse.In genere i dilettanti perdono. Solo pochissimi riescono a pareggiare, quasi nessuno vince.

  27. Tutto frutto della tua fantasia di giocatore? Questa  è letteretura  di qualità con un finale di grande effetto. L'intero racconto mi ha lasciata con il fiato sospeso, in attesa di cosa sarebbe successo dopo, e nessun passaggio mi ha deluso o annoiato, specialmente la parte con le mosse stampate nel fondo schiena, magnifica, superba.

  28. @ AlessandraGrazie, sei sempre molto gentile nei miei confronti.Naturalmente è tutta fantasia, però mi sta venendo l'idea di produrre decacolmanie colorate con inchiostro non tossico a soggetto scacchistico, da applicarsi nei punti strategici.Ciao : )

  29. Scudiero non ci sto.. ogni volta che passo trovo il post iniziale modificato con foto di donne che.non soffrono il freddo.. e racconti con dettagli che forse non hanno molto a che fare con gli scacchi…mmhh… c'è qualcosa che non mi torna..


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