Pubblicato da: scudieroJons | marzo 6, 2010

Tre gocce di sangue sulla neve

E Perceval si levò di buon mattino come soleva, ché voleva incontrare avventure e cavalleria. Venne diritto alla prateria gelata e coperta di neve dove alloggiava l’esercito del re.

Prima di raggiungere le tende, Perceval scorge un volo di oche selvatiche che la neve aveva abbagliato. Le ha viste e ben udite, ché esse si allontanavano in fuga facendo rumore per un falcone che volava di gran slancio dietro di loro. Il falcone ne ha trovata una, sbandata e separata dallo stormo. L’ha colpita, l’ha urtata sì forte ch’essa ne è abbattuta. Ma è troppo buon mattino e il falcone non vuole né attaccare né raggiungere la preda e vola via. Perceval senza indugiare dà di sprone verso il luogo dove ha visto il volo. L’oca è ferita al collo e tre gocce di sangue si spandono sul bianco. Sembra un colore naturale. Ma l’uccello non ha pena o dolore che lo tengano al suolo. Prima che Perceval sia giunto, l’oca è volata via. Ed egli scorge ai propri piedi la neve su cui si è posata e il sangue che vi si vede ancora. S’appoggia alla lancia per contemplare l’effetto del sangue e della neve insieme, che gli rammenta il fresco colore che è sul viso dell’amica. Dimentica tutto tanto vi pensa, ché proprio così vedeva il volto dell’amica, il rosso spiccare sul bianco come le tre gocce di sangue che apparivano sulla neve. Perceval contempla le gocce per tutta la mattina, tanto che dalle tende escono scudieri che lo vedono e credono che sonnecchi.

Prima che il re si svegli, davanti al padiglione regale gli scudieri incontrano Sagremor, che per la sua irruenza era chiamato l’Impetuoso.

Egli gridò agli scudieri:

«Ehi, voi! Ditemi! Perché venite qui così presto?» «Perché» risposero «laggiù, lontano dall’accampamento, abbiamo visto un cavaliere che dorme sulla sua cavalcatura.» «Porta armi?»

«Sì, invero.»

«Gli parlerò» dice Sagremor «lo condurrò a corte.» Subito si reca nel padiglione del re, lo sveglia e gli dice: «Sire, là fuori sulla landa vi è un cavaliere che dorme diritto sul cavallo.»

Il re gli ordina di andare e di condurre con sé il cavaliere.

Sagremor subito comanda che gli si portino il cavallo e poi le armi. Eccolo pronto a raggiungere il cavaliere.

Gli si avvicina. Dice:

«Signore, bisogna che veniate dal re!»

Ma l’altro non si muove, pare non abbia sentito. Alla stessa domanda, stesso silenzio. Allora Sagremor è in collera:

«Per San Pietro l’Apostolo! Vi dico che verrete a questa corte, di buon grado o di forza. Perché avervene pregato? Ho solo perso il mio tempo, così come ho male impiegate le mie parole.»

Poi dispiega l’insegna che era arrotolata intorno alla lancia e prende terreno. Sprona il cavallo gridando a Perceval: «In guardia! Sto per attaccarvi!»

Perceval guarda infine da quella parte e vede Sagremor al galoppo. Eccolo allora uscire dai propri pensieri e slanciarsi contro l’altro. Lo scontro è duro. E la lancia di Sagremor si rompe. Ma non quella di Perceval, che non si spezza né si piega. Ma tanto forte urta Sagremor, che l’abbatte nel mezzo del campo. Il cavallo del vinto fugge a testa alta verso il luogo in cui sono le tende. E d’improvviso appare davanti alla gente che si alzava. Molti ne sono scontenti. Ma non così Keu, che mai ha potuto trattenere sulle labbra parole malvagie. Keu deride e dice al re:

«Bel sire, Sagremor ritorna davvero con aspetto fiero! Guardate come tiene il cavaliere per il morso e lo porta qui davanti a voi, ch’egli lo voglia o no.»

Il re gli risponde:

«Siniscalco, non è bene schernire così il coraggio. Andate voi dunque, e vedremo se farete meglio!»

«Sire» risponde Keu «ho gran gioia di andarvi, poiché vi piace chiedermelo. Credetemi, lo porterò di viva forza, che lo voglia o no! E bisognerà che questo cavaliere ci confessi qual è il suo nome.»

Si fa armare e monta a cavallo. Poi parte verso il cavaliere, tanto perso nei propri pensieri davanti alle tre gocce di sangue, che non conosce altra cosa al mondo.

Giungendo, Keu gli grida di lontano:

«Vassallo, vassallo, venite dal re! Vi giuro che verrete. Altrimenti me la pagherete!»

Perceval lo sente minacciare. Verso di lui volge la testa del cavallo e sprona la cavalcatura, che certo non va lenta. Di far bene ciascuno ha talento. Si urtano in pieno, frontalmente.

Keu assesta un gran colpo, e spacca la lancia, che vola in briciole come scorza d’albero. Ma Perceval ben gli risponde: colpisce Keu di gran forza sull’alto dello scudo e duramente l’abbatte su una roccia, tanto da slogargli la clavicola e, tra il gomito e l’ascella, spaccargli l’osso del braccio destro come in uno schianto di legno secco. Così aveva predetto il buffone che spesso diceva il vero. Keu viene meno dal dolore. E il cavallo corre verso le tende.

I Bretoni lo vedono tornare senza il siniscalco. Allora dei giovani saltano in sella e si muovono anche cavalieri e dame. Trovano Keu che giace svenuto. Lo credono morto e tutti lo piangono.

Ma Perceval non lascia con gli occhi le tre gocce di sangue, ancora s’appoggia alla lancia. Triste è il re di vedere sì ferito il proprio siniscalco. Ma tutti intorno lo confortano e gli assicurano che Keu guarirà bene. Ma che invii un medico che sappia rimettere a posto la clavicola e riparare l’osso spezzato. Allora il re, che ama il siniscalco, gli invia un dottore esperto e tre damigelle istruite alla sua scuola, che riducono la clavicola e i frammenti dell’osso del braccio, che non mancano di bendare. Si trasporta il siniscalco nel padiglione del re, lo si consola raccomandandogli di essere paziente. Guarirà.

Messer Galvano dice al re:

«Sire, come avete voi stesso affermato e proclamato, non è giusto che un cavaliere tragga dai suoi pensieri un altro cavaliere, così come fecero quei due. Chi fece torto per primo, io non so, ma è sicuro che mal gliene incolse. Il cavaliere pensava forse a qualcuno che aveva perduto, oppure all’amica che gli era stata rapita, e ne provava gran duolo. Se tale fosse il vostro piacere, andrei a vedere come si comporta, e se lo trovassi uscito dai suoi sogni, Io pregherei che voglia venire da voi.»

Tali parole provocano la collera di Keu:

«Io vi dico, messer Galvano, che voi lo condurrete per il morso del cavallo, ch’egli lo voglia o no! E sarà bene, se vi si lascerà andare e se vi riuscirete. Ne avete conquistati più d’uno così facendo. Quando un cavaliere si sente stanco per aver lungamente combattuto, un valent’uomo deve chiedere in dono d’andare a finirlo. Ah, Galvano, ch’io sia maledetto se siete divenuto tanto folle che non s’abbia a imparare da voi! Sapete ben vendere le vostre parole che sono belle e cortesi. Si crederebbe forse che voi gli abbiate gridato parole dure e molto altezzose e che sanno ferire un uomo. Chi lo credesse sarebbe ben sciocco, e io non sono certo tra questi. So bene che una tunica di bella seta vi basterà per condurre una simile battaglia. Non v’è bisogno di snudare la spada! E neanche di spezzare una lancia. Che la vostra lingua riesca a dire: «Signore, che Dio vi conservi! Vi doni gioia e salute! ». Ed egli farà come vorrete. Non ho da darvi lezione. Saprete ben blandirlo come si fanno carezze a un gatto. E tuttavia si dirà: «Ora messer Galvano combatte fiera battaglia!.»

Galvano gli risponde:

«Ah, messer Keu, potreste parlare più gentilmente! Su di me volete vendicare il vostro malumore e la vostra collera? In fede mia, mio dolce amico, vi condurrò il cavaliere, se tal cosa è in mia virtù. Non mi costerà né braccio rotto né clavicola slogata. Tale mercede, io non l’apprezzo!»

Il re dice:

«Mio bel nipote, andate dunque! Avete parlato da cavaliere cortese. Se potete, conducetelo qua. Prendete tutte le vostre armi, ché non dovete andare disarmato.»

Galvano, di cui tutti cantano le lodi, si fa tosto armare, monta su un cavallo vivace e robusto e se ne va verso il cavaliere che, appoggiato alla lancia, pare non stancarsi d’un sogno del quale si compiace. Ma a quell’ora il sole ha fatto sciogliere due delle tre gocce di sangue che avevano fatto rossa la neve. E la terza impallidiva. Per questo il cavaliere è meno assorto di prima.

E messer Galvano mette dolcemente all’ambio il cavallo e si accosta piano, come uomo ch’è lungi dal cercare contesa. Dice:

«Signore, vi avrei salutato se conoscessi il vostro nome come conosco il mio. Ma almeno posso dirvi che sono messaggero del re. Che per me vi domanda e prega che veniate a corte a parlargli.»

Perceval risponde:

«Due uomini sono già venuti. E tutti e due mi sottraevano alla mia gioia e volevano portarmi con sé trattandomi come prigioniero. Io ero pensoso per un sogno che molto mi piaceva. E colui che me ne voleva allontanare non lo faceva certo per il mio vantaggio. Ché davanti a me, in questo luogo, vedevo tre gocce di sangue dar luce alla neve bianca. Io le contemplavo. Credevo fosse il fresco colore del viso della mia bella amica e non potevo distogliermene.»

E messer Galvano dice:

«Certo, signore, non fu pensiero villano, ma nobile e cortese. Folle e rude chi voleva separarvene! Ben amerei conoscere cosa contate fare. Se non vi spiacesse, volentieri vi condurrei dal re.»

«Caro amico» dice Perceval «ditemi in verità se Keu, il siniscalco, si trova a corte.»

«E a corte e sappiate ch’è colui che poco fa ha combattuto con voi. La tenzone gli è costata cara, ché ha avuto spezzato il braccio destro e slogata la clavicola.»

«E’ stata dunque ben vendicata la damigella che il siniscalco colpì!»

Qual meraviglia prova messer Galvano nell’ascoltare tali parole! Ne freme!

«Ah, signore, Dio mi salvi! Il re non cerca che voi! Qual è il vostro nome?»

«Perceval, signore, e il vostro?»

«Signore, sappiate che al battesimo mi diedero il nome di Galvano.»

«Galvano?»

«In verità, caro signore.»

Perceval si rallegra e dice:

«Signore, molto ho sentito parlare di voi e in più luoghi. Vorrei esservi amico, se così vi piacesse.»

«Certo» dice messer Galvano «non lo desidero meno di voi, anzi di più.»

E Perceval risponde:

«In fede mia, volentieri vi seguirò là dove vorrete. È giusto e ne sarò ancora più fiero poiché sono vostro amico.»

Si slanciano l’uno verso l’altro e s’abbracciano. Si slacciano elmi, cappucci di maglie e ventaglie e s’avviano entrambi pieni di letizia.

Dall’alto di una collina i valletti li hanno visti venire così sereni. Subito portano la notizia al re.

«Sire, sire, è messer Galvano che conduce il cavaliere. Così ritornano insieme con grande gioia.»

Non v’è persona che li senta che non esca dalla propria tenda e s’affretti verso di loro.

Keu dice al re, suo signore:

«Dunque è così: Galvano, vostro nipote, ha guadagnato il premio e l’onore. Duro fu il combattimento e pieno di pericoli, se dico il vero, ma non troppo perché ritorna sano come è partito. Nessuno ha ricevuto colpi da lui e nessuno ha sentito il peso del suo braccio. Nessuno ha smentito le sue parole ed è giusto che egli ne abbia lode e onore e che si dica ch’è riuscito là dove fallirono i nostri sforzi.»

Così dice Keu che a torto o a ragione lascia correre la lingua. Messer Galvano non vuole che Perceval vada a corte col corredo della battaglia. Lo conduce alla propria tenda, gli fa togliere le armi. Un valletto ha tratta da un cofano una veste e gliela porge, ché la indossi. Perceval s’è vestito della cotta e del mantello che ben gli si addicono. Poi tenendosi per mano i due s’accostano al re che siede davanti alla tenda.

Galvano dice al re:

«Sire, sire, vi porto colui che da quindici giorni vedreste volentieri. E colui di cui tanto parlaste e che tanto cercaste. Eccolo dunque qui di persona. Lo rimetto nelle vostre mani.»

Il re, che s’è levato per accoglierlo, esclama:

«Caro nipote, ve ne rendo grazie!»

Dice a Perceval:

«Bel signore, siate qui il benvenuto! Fatemi conoscere con quale nome vi devo chiamare.»

Perceval risponde:

«In fede mia, bel sire e re, non vi nasconderò il mio nome: è Perceval il Gallese.»

«Ah, Perceval, mio dolce amico» risponde il re «poiché siete nella mia corte, se dipendesse da me, non la lascereste più! Grande dispiacere ebbi la prima volta che vi vidi, ché non immaginai i successi che Dio vi riservava. Tutta la corte lo seppe dalla fanciulla e dal buffone che il siniscalco colpì. E voi avete in tutto confermato la predizione. Nessuno ne dubita ché dei vostri successi io stesso ho appreso.»

A tali parole è giunta la regina che aveva sentito la notizia di colui che era venuto. Con lei procedeva la damigella che aveva riso nel vederlo. Appena Perceval scorge la regina, perché è lei gli è stato detto, le va incontro e dice:

«Che Dio doni gioia e onore alla più bella e alla migliore tra tutte le dame del mondo! Come testimoniano quanti la vedono e quanti l’hanno vista!»

Chrétien de Troyes, “Perceval”

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