Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 29, 2010

Una monaca letterata

Suor Juana Inés de la Cruz

di Mariella Moresco Fornasier

Questa straordinaria figura femminile, la maggiore poetessa dell’epoca barocca messicana e tra i più grandi letterati di tutta la letteratura ispanoamericana, ad oltre tre secoli dalla sua morte continua a suscitare un interesse duraturo dovuto, oltre che alla sua produzione poetica di altissimo livello, alle vicende della sua vita, contrassegnata da un forte temperamento, da una personalità complessa e da doti intellettuali non comuni.

Qualità queste che le permisero in un primo tempo di sfuggire alle rigide regole imposte alla vita delle donne dell’epoca, ma che successivamente costituirono il  maggiore ostacolo alla realizzazione della sua più grande aspirazione, una vita interamente dedicata agli studi (prerogativa che all’epoca veniva riconosciuta solo agli uomini) e che le attirarono sospetti e censure fino all’imposizione del sacrificio supremo: la rinuncia  totale agli studi ed alla poesia. 

Una situazione dolorosa in cui si rivelò la grandezza di carattere di suor Juana, che trasformò la condanna al silenzio in una scelta volontaria della solitudine.

 

Juana de Asbaje y Ramiréz de Santillana nacque nel 1648 in un piccolo paese vicino a Città del Messico, da una madre che non si sposò mai, nonostante i 6 figli avuti da uomini diversi. Dotata di una intelligenza precocissima, a soli tre anni imparò a leggere, continuando poi, nonostante i rimproveri ed i castighi, ad apprendere  molte discipline sui testi della biblioteca del nonno materno.

Lei stessa raccontò che, ancora bambina, avendo deciso di imparare il latino, si tagliò i capelli e si impose di mantenerli corti fino a quando non lo avesse imparato.

La fama della sua intelligenza e della sua bellezza raggiunse ben presto la capitale dove il vicerè spagnolo la chiamò a corte, a soli 13 anni, come dama d’onore della moglie.

Nonostante il grande successo mondano, a soli 16 anni decise di entrare in convento, forse ritenuto il luogo più adatto per poter coltivare la sua passione per gli studi, in particolare per la poesia.

All’epoca non era infatti concesso ad una donna di poter vivere una vita indipendente e di scegliere alternative diverse dal matrimonio e dalla vita religiosa.  Per Juana, figlia illegittima, nonostante le sue grandi doti ed attrattive, era assolutamente impossibile contrarre un matrimonio che le permettesse di rimanere nella cerchia intellettuale della corte. Per contro,  i monasteri costituivano all’epoca gli unici luoghi dove fosse garantita alle donne una certa libertà ed indipendenza e spesso costituivano dei veri e propri luoghi di incontro mondano ed intellettuale, dove si riuniva il meglio della società coloniale.

 

Anche in convento, però, la sua passione smisurata per lo studio e per le lettere suscitò molti sospetti, nonostante la sua vita religiosamente impeccabile e l’interesse mostrato per le questioni religiose per aver pubblicato, tra altre sue opere,  un testo sulle manifestazioni  d’amore di Dio per le creature, poesie filosofiche e religiose.

Il pesante intervento del vescovo a censura della sua attività intellettuale, pur riconoscendole una vita integerrima, e la continua incomprensione delle consorelle, provocarono in lei una profonda crisi, che si concluse con il piegarsi all’obbedienza dopo avere scritto una appassionata autodifesa nota come “La risposta a Suor Filotea ” A partire da allora non scriverà più nulla, ad eccezione di una “Petición de perdono” a Dio per i propri peccati, un “Voto” alla Purissima Concezione ed una “Protesta” di fede e d’amore a Dio, che firmerà con il proprio sangue.

Isolata e incompresa, suor Juana scelse la solitudine e la penitenza. Vendette  tutti i suoi libri, distribuendo il ricavato tra i poveri, e condusse una vita di mortificazione e di dedizione agli altri, suscitando nel suo confessore il commento che : “Juana Inés non corre nella virtù, ma vola”.

Morì nel 1695, curando le consorelle colpite dalla peste.

Di Suor Juana ho scelto una poesia, che risponde insieme ad Alcassino e a Cyrano.

Stolti uomini che accusate

la donna senza ragione,

ignari di esser cagione

delle colpe che le date:

se con ansia senza uguale

sollecitate il suo sdegno,

perché le chiedete impegno

se poi la incitate al male?

Non volete resistenza

e dopo, con gravità,

dite che è disonestà

quel che fece diligenza.

E’ somigliante l’ardire

del folle pensiero vostro,

al bimbo che gioca al mostro

e poi si lascia impaurire.

Volete, con stolto eccesso,

incontrare in chi cercate,

Taide, se la corteggiate,

ma Lucrezia nel possesso.

Quale umore è più perverso

di quel che, sconsiderato,

lo specchio appanna col fiato

e accusa che non è terso?

Con lo sdegno e col favore

avete contegno uguale,

tristi, se trattati male,

beffardi, se con amore.

Non c’è verso né maniera;

quella più morigerata,

se non vi vuole, è un’ingrata,

e se vi vuole, è leggera.

Con stoltezza sempre agite

e, con impari equità,

l’una rea di crudeltà

e l’altra facile dite.

Come ha da essere formata

chi il vostro amore pretende,

se quella che è ingrata, offende,

e quella facile, è odiata?

Però, tra l’odio e l’affanno

che il vostro gusto comporta,

saggia è chi amor non vi porta

e lagnatevi del danno.

I vostri affanni d’amore

liberano le loro ali,

e dopo gli inflitti mali

le volete di buon cuore.

Chi colpa maggiore ha avuto

in una passione errata:

chi cade perché pregata,

o chi invoca da caduto?

O chi più si ha da incolpare,

pur se entrambi l’han sbagliata:

chi pecca perché pagata,

o chi paga per peccare?

Perché mai vi spaventate

della colpa che voi avete?

Fatele come volete

o come le fate amatele.

Smettetela di assillare,

e poi, con maggior ragione,

accusate la passione

se una vi viene a pregare.

Io molti argomenti fondo

contro le vostre arroganze,

ché unite in promesse e istanze

l’inferno, la carne e il mondo.

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Responses

  1. Una concezione dell’uomo decisamente povera e svilita, che lascia supporre ragioni fondate a questa specie di profondo risentimento; basti notare che l’esempio materno non le ha proposto alcuna figura maschile, ma che anzi proprio la madre (per sua o altrui scelta non lo sappiamo) non ha avuto accanto a sè alcuno dei sei uomini da cui ha avuto figli. A volte certi retaggi si tramandano di madre in figlia. Che peccato…
    Ciao..

  2. Sinceramente io questa poesia la sento ancora attuale, ci sono delle considerazioni in cui il tempo è rimasto immutabile…..
    O chi più si ha da incolpare,
    pur se entrambi l’han sbagliata:
    chi pecca perché pagata,
    o chi paga per peccare?

  3. stamattina

    ho arato il campo della mia anima.
    mani, piedi e ossa sanguinavano,

    ho seminato le sue parole
    con infinita perizia

    insieme al tempo
    m’aspetto copiosi frutti

    da siffato albero
    d’invisibile sofferenza

    dalle radici del Seicento
    abbonda la vita

    ma non ne farò mai
    commercio

    il bacio
    casto il saluto

    Transit Scarpantibus

  4. @ Graffidivita
    Quei versi mi ricordano la vicenda di Patrizia D’Addario, che ora vogliono mettere in galera per complotto.
    Ma quelle che fanno più pena sono le donne devote di Berlusconi.
    Ciao : )

  5. Jons, ti ringrazio per averci ricordato la vita straordinaria di questa donna coraggiosa, che propone un ideale femminile oggi caduto in disuso. Spero che prima o poi spunti culturali eccezionali come quelli del tuo blog possano trovare ospitalità anche sui mass-media. Ne abbiamo bisogno.


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