Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 9, 2010

H6

5/5)  Queste e mille altre parole gli uscirono dal profondo del petto, che toccarono sul vivo la vecchia rigenerata, la quale alla fine l’accettò per marito. E così, alzatasi da sedere e presolo per la mano, se ne andarono in coppia nel palazzo reale, dove subito fu apparecchiato un grandissimo banchetto e furono mandate a invitare tutte le gentildonne del paese e, tra le altre, la sposa vecchia volle che venisse anche la sorella. Ma ce ne volle da fare e da dire per trovarla e portarla al convito, perché per la gran paura si era andata a rintanare e a nascondere tanto che non se ne trovava traccia. Ma, venuta come Dio volle e sedutasi vicino alla sorella, che ci volle altro che uno scherzo per riconoscerla, si misero a fare banchetto.
Ma la povera vecchia aveva altra fame che la rodeva, perché crepava d’invidia nel vedere luccicare il pelo della sorella e ogni tanto la tirava per la manica, dicendo: “Che hai fatto, sorella mia, che hai fatto? Beata a te con la catena!”. E la sorella rispondeva: “Bada a mangiare, che poi ne parliamo”. E il re domandava cosa volesse e la sposa per dissimulare rispondeva che desiderava un po’ di salsa verde e il re subito fece venire agliata, mostarda, impepata e mille altre salse per far venire l’appetito. Ma la vecchia, a cui la salsa di mostacciolo pareva fiele di vacca, tornò a tirare la sorella dicendo ancora: “Che hai fatto, sorella mia, che hai fatto? Che voglio farti uno scongiuro sotto al mantello”. E la sorella rispondeva: “Zitta, che abbiamo più tempo che danari. Ora mangia, che ti faccia salute, e poi parliamo”. E lo re curioso domandava che cosa volesse e la sposa, che era impacciata come un pulcino nella stoppa e avrebbe voluto essere digiuna di quella rottura di tempie, rispose che voleva qualcosa di dolce ed ecco che fioccavano le paste, là traboccavano le cialde e i tarallucci, là diluviava il biancomangiare, là piovevano a cielo aperto i franfrellicchi. Ma la vecchia, che era stata presa dalla smania e aveva l’angoscia in corpo, tornò alla stessa musica, tanto che la sposa, non potendo più resistere, per levarsela da dosso rispose: “Mi sono fatta scorticare, sorella mia”. Sentendo ciò l’invidiosa disse sottovoce: “Vai, che non l’hai detto al sordo! Voglio tentare anch’io la fortuna mia, perché ogni spirito ha lo stomaco e se la cosa mi riesce non sarai tu sola a godere, perché ne voglio anch’io la parte mia fino alla radice”.

Così dicendo e intanto sparecchiate le tavole, facendo finta di andare per una faccenda necessaria, se ne corse di filato in una bottega di barbiere, dove trovato il maestro e tiratolo in uno sgabuzzino, gli disse: “Eccoti cinquanta ducati, e scorticami dalla testa ai piedi”. Il barbiere, credendola pazza, le rispose: “Vai, sorella mia, che tu non parli come si deve e certamente ti serve qualcuno che ti accompagni”. E la vecchia con una faccia di pietra, replicò: “Sei tu il pazzo che non conosci la fortuna tua, perché oltre ai cinquanta ducati, se una faccenda mi riesce, ti farò tenere il bacile da barba alla fortuna. Perciò metti mano ai ferri, non perdere tempo, perché sarà la tua fortuna”.

Il barbiere, avendo contrastato, litigato e protestato per un bel pezzo, all’ultimo, tirato per il naso, fece come quello che lega l’asino dove vuole il padrone. E, fattola sedere su uno sgabello, cominciò a fare macello di quella scorza nera, che piovigginava e gocciolava tutta sangue e, di tanto in tanto, salda come se si stesse radendo, diceva: “Uh, chi bella vuol parere, pena deve patire!” Ma, quello continuando a mandarla in rovina ed essa continuando a dire questo motto, se ne andarono contrappuntando il colascione di quel corpo fino alla rosa dell’ombelico, dove, essendole mancato con il sangue la forza, sparò da sotto un tiro di partenza, provando a rischio suo il verso del Sannazaro:

“la invidia, figlio mio, distrugge se stessa.”

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da “44 falsi”
di Michele Serra

Febbraio

di Giovanni Pascoli

Scritto a Milano durante un’emergenza da inquinamento


Milano, che dice la sera

che trepida tinge di viola

i volti dei bimbi e la stola

che indossa la ricca megera?


E’ tutto un coff coff di piccini

un quieto spirar di vecchini

un garrulo dlen di lamiere

echeggia nel roco quartiere.


Un pargolo corre felice

carezza il cespuglio odoroso

poi porge il ditino corroso

al pianto della genitrice.


Un sarto disegna gingilli

da vendere a cento milioni

ha il cancro ma pensa ai bottoni:

i sarti son tutti imbecilli.


E pure nel borgo dolente

non smette il negozio la gente

e sembra che ognuno si appresti

a dare un appalto a Ligresti.

Laggiù! Guarda il bel cupolone!

E’ il Picciol Teatro di Strehler

ci fu una delibera celer

da dieci miliardi a mattone.


Chi è quel fanciullo che trema

squassato da un fiii d’enfisema?

La voce gli sbocca pian piano:

“Io sono il piccì di Milano”.


Piccì che piccino picciò

salivi sul vecchio metrò

credendo che fosse moderno

andare comunque al governo.


Sviluppo! Sviluppo! gridavi

e lieto la mano affidavi

a trenta assessori craxiani:

si presero entrambe le mani.


Milano vicina all’Europa:

un arabo passa la scopa

nell’atrio di case dorate.

Milano vicina all’Eufrate.

Ovest

Sud

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