Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 2, 2009

L’Amore lontano

 

Melisenda, figlia di Raimondo, conte di Tripoli di Siria, era una fanciulla di mirabile virtù e bellezza, e nel 1161 fu domandata in sposa da Manuele Comneno imperatore di Costantinopoli.

Già tutto era pronto per il corteo nuziale di dodici navi che doveva portare la promessa sposa e il suo corredo a Costantinopoli, quando l’imperatore bizantino ruppe il trattato e ripudiò la sposa.

Subito si sparse la notizia nel mondo latino, e la fama della bellezza di Melisenda si accrebbe per la pena della sua sventura.

Nel sud della Francia viveva il poeta e trovatore Jaufré Rudel, signore di Blave, il quale s’innamorò della contessa di Tripoli senza averla mai conosciuta, solo ascoltando il racconto della sua virtù che ne facevano i pellegrini che tornavano da Antiochia.

La produzione poetica di Jaufré Rudel è caratterizzata da un paradosso amoroso che per molti aspetti è indicativo dell’intera produzione trobadorica, l’amor de lonh, ovvero un amore che non vuole possedere ma godere di questo stato di non possesso.
In questo modo l’esperienza amorosa appare come una tensione costante verso l’irraggiungibile perfezione richiesta per essere degni di ricevere la grazia da madonna, durante la quale l’amante si affina spiritualmente e intellettualmente. La dama è, infatti, inaccessibile, perché è sposata e perché è lontana, spesso chiusa in un castello.

Ci rimangono sei composizioni ispirate a questo tipo di amore.

Questo ne è un esempio.

So ben che lei goder non mi sortì,

e che di me goder lei non potrà,

di sè promessa a me mai non darà,

nè a me come a suo amico dirà sì:

mai disse il vero a me nè mai mentì,

e non so dir se mai lei lo farà,

E in un altra composizione:

Amore di terra lontana

per voi tutto il cuore mi duole,

nè posso trovar medicina

se non vado al suo richiamo:

amor calda e soffice lana,

tra i fiori oppur sotto cortina

insieme all’ambita compagna.

E ancora:

Felice e triste nuove cose assaggio

pur di vedere questo amor lontano,

ma non so quando di lei veda un raggio,

le nostre terre stan troppo lontano!

Quanti valichi! ed è lungo il cammino,

perciò saper non posso il mio destino:

ciò che Dio vuole mi sia tutto dato.

Secondo la leggenda, un giorno Jaufré Rudel decise di andare a conoscere Melisenda per chiederla in sposa, e prese parte alla seconda crociata, imbarcandosi a Marsiglia per il Mediterraneo orientale.

Durante il viaggio però si ammalò gravemente e una volta giunto in Siria non aveva nemmeno la forza di scendere dalla nave. Melisenda fu avvisata del suo arrivo e subito andò da lui, si avvicinò al suo letto e lo prese tra le braccia. Quando il poeta vide che la contessa era vicino a lui, ringraziò Dio di averlo fatto vivere fino al momento di conoscerla, e morì tra le braccia di Melisenda.

Questa leggenda ha ispirato diversi poeti, tra cui Heinrich Heine:

.

 
Nel castello in Blaia di arazzi
le pareti son coperte:
lei che fu contessa a Tripoli
li intrecciò con mani esperte.
 
Il suo cuore vi intrecciò,
e con lacrime d’amore
ha incantato in quella seta
questa scena di dolore:
 
la contessa che Rudel
sulla spiaggia ormai morente
vide, e il volto riconobbe
d’ogni suo sogno struggente,
 
e Rudel, che per la prima
volta, e l’ultima, ora vede
veramente quella Dama
che nel sogno lo possiede.
 
La contessa a lui si china,
abbracciandolo amorosa,
e l’esangue bocca bacia
che in lodar lei fu gloriosa.
 
Ahi! quel bacio ora nel bacio
dell’addio si tramutò:
della pena e del piacere
lei la coppa insiem vuotò.
 
Nel castel in Blaia, le notti
treman frusciano sussurrano:
le figure degli arazzi
tutt’a un tratto in vita tornano.
 
E la Dama e il Trovatore
le spettrali membra svegliano,
e dal muro giù discesi
nella sala ora passeggiano.
 
Dolci scherzi, bisbiglii,
confidenze con languori,
e le morte cortesie
care un tempo ai trovatori.
 
“O Giaufredo! Il morto cuore
si riscalda al tuo parlare:
nei carboni a lungo spenti
sento il fuoco crepitare.”
 
“Melisenda! Gioia e fiore!
Nei tuoi occhi io torno in vita.
Morto è solo il dolor mio,
e l’umana mia ferita.”
 
“O Giaufredo! Un dì ci amammo
come in sogno, ed ora in morte
noi ci amiamo: è il dio d’Amore
che un prodigio ci dà in sorte.”
 
“Melisenda! Cosa è sogno,
morte? Vana voce è quella.
Nell’amore solo è il Vero,
ed io t’amo, o Semprebella!”
 
“O Giaufredo! Come è dolce
della luna il quieto raggio!
Non vorrei fuori tornare
sotto il bel sole di maggio.”
 
“Melisenda! O dolce e folle,
tu sei sole e tu sei luce;
dove passi, è primavera,
maggio e amor si riproduce.”
 
Così quei gentili spettri
su e giù vanno parlando,
mentre il chiaro della luna
passa gli archi e va ascoltando.
 
Finchè giunge infin l’Aurora
che i soavi spirti scaccia:
negli arazzi alle pareti
timorosi li ricaccia.
.

Anche Giosuè Carducci scrisse di Jaufrè Rudel

.

Dal Libano trema e rosseggia

su ‘l mare la fresca mattina:

da Cipri avanzando veleggia

la nave crociata latina.

A poppa di febbre anelante

sta il prence di Blaia, Rudello,

e cerca co ‘l guardo natante

di Tripoli in alto il castello.

In vista a la spiaggia asiana

risuona la nota canzone:

“Amore di terra lontana,

per voi tutto il cuore mi duol”.

Il volo di un grigio alcione

prosegue la dolce querela,

e sovra la candida vela

s’affligge di nuvoli il sol.

La nave ammaina, posando

nel placido porto. Discende

soletto e pensoso Bertrando,

la via per il colle egli prende.

Velato di funebre benda

lo scudo di Blaia ha con sè:

affretta al castel: – Melisenda

contessa di Tripoli ov’è?

Io vengo messaggio d’amore,

io vengo messaggio di morte:

messaggio vengo io del signore

di Blaia, Giaufredo Rudel.

Notizie di voi gli fur porte,

v’amò vi cantò non veduta:

ei viene e si muor. Vi saluta,

Signora, il poeta fedel. –

La dama guardò lo scudiero

a lungo, pensosa in sembianti:

poi surse, adombrò d’un vel nero

la faccia con gli occhi stellanti:

– Scudier, – disse rapida – andiamo.

Ov’è che Giaufredo si muore?

Il primo al fedele rechiamo

e l’ultimo motto d’amore.

– Giacea sotto un bel padiglione

Giaufredo al conspetto del mare:

in nota gentil di canzone

levava il supremo desir.

– Signor che volesti creare

per me questo amore lontano,

deh fa che a la dolce sua mano

commetta l’estremo respir!

– Intanto co ‘l fido Bertrando

veniva la donna invocata;

e l’ultima nota ascoltando

pietosa ristè su l’entrata:

Ma presto, con mano tremante

il velo gettando, scoprì

la faccia; ed al misero amante

– Giaufredo, – ella disse, – son qui.

– Voltossi, levossi co ‘l petto

su i folti tappeti il signore,

e fiso al bellissimo aspetto

con lungo sospiro guardò.

– Son questi i begli occhi che amore

pensando promisemi un giorno?

E’ questa la fronte ove intorno

il vago mio sogno volò?

– Sì come a la notte di maggio

la luna da i nuvoli fuora

diffonde il suo candido raggio

su’l mondo che vegeta e odora,

tal quella serena bellezza

apparve al rapito amatore,

un’alta divina dolcezza

stillando al morente nel cuore.

– Contessa, che è mai la vita?

E’ l’ombra d’un sogno fuggente.

La favola breve è finita,

il vero immortale è l’amor.

Aprite le braccia al dolente.

Vi aspetto al novissimo bando.

Ed or, Melisenda, accomando

a un bacio lo spirto che muor

– La donna su ‘l pallido amante

chinossi recandolo al seno,

tre volte la bocca tremante

co ‘l bacio d’amore baciò.

E il sole dal cielo sereno

calando ridente ne l’onda

l’effusa di lei chioma bionda

su ‘l morto poeta irraggiò.

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Responses

  1. ahah! 🙂 .. un po’ stride il problema di matematica accanto al poema del trovatore e prima della drammatica foto finale. No non penso che una persona (uomo o donna) sia prevedibile, non troppo almeno, rimangono sempre molti lati sconosciuti che a volte vale la pena scoprire e, penso, tanto da parte dell’interlocutore/trice che dell’interessato/ata.
    Siamo un po’ doppi, a volte tripli 🙂

  2. @ giovanotta
    Naturalmente nessuno accetterebbe mai di essere definito doppio, o triplo, perché il senso comune attribuisce un significato negativo a questi giudizi.
    Eppure la nostra personalità a volte presenta delle sfaccettature che la fanno apparire diversa nelle varie circostanze della vita.
    Grazie del commento e dell’augurio illustrato. La donna doppia: alla luce del sole e sotto la luna. (Sarà voluta questa doppiezza?)
    E poi, per rimanere in tema di imprevedibilità, non ti immaginavo il tipo da figure glitterate! : ))

  3. sì mi piace ricevere figurine colorate e inserirne qualcuna a mia volta ogni tanto, trovo che rallegrino 🙂
    Quanto alla doppia o tripla faccia, io non dò una connotazione negativa.. perché penso che ognuno di noi possiede una personalità che può cambiare non solo nel tempo ovviamente, ma anche a seconda delle circostanze oppure delle persone che ha di fronte..
    penso che non siamo blocchi di marmo, ma di una qualche materia un po’ più plastica.. certo non deve essere troppo plastica, ma un po’ sì 🙂
    un saluto

  4. Jons ho un problema a visualizzare correttamente il suo blog infatti non capivo che centrava il tacchinare del professore con la struggente vicenda di Melisenda single non per scelta 😉

  5. @ giovanotta, incompiutamente, LadyLongthorn
    I due post sono collegati tra loro per il fatto che in entrambi si parla d’amore, ma rimangono separati per ispirazione e costruzione.
    Il post che narra la commovente storia di Jaufré Rudel e di Melisenda è l’esaltazione della donna angelicata che nel nostro paese ebbe la sua massima espressione con i poeti del “dolce stil novo”. In questa scuola il poeta esalta le virtù della donna, spesso irraggiungibile, come mezzo per nobilitare le virtù dell’uomo. Questo post mi è stato commissionato dal cavaliere crociato, che ha un animo poetico e sensibile, ma non sa né leggere né scrivere perché avviato dalla più tenera età al mestiere delle armi, (infatti firma i documenti con il pomo della spada), e non ho potuto rifiutarglielo perché è lui che ha pagato il pc e paga le bollette della luce.
    Il post matematico è invece uno scherzo, (nel senso di cosa di poco conto e disimpegnata) che dovrebbe celebrare l’amore carnale, che nei secoli è stato capace di sopravvivere a tutte le mode poetiche che si sono succedute, e anche su internet interessa ancora molto, (e le potrei citare più di un blog che eccelle in questo campo).
    Materialmente i due post li ho scritti io che, mentre il cavaliere si esercitava con la spada a due mani, mi dedicavo allo studio delle materie classiche del Trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia e musica). Ultimamente però mi sono dedicato un po’ più spesso al trivio.
    Ciao ; )

  6. umh.. ci devo pensare..
    ti lascio questo proverbio russo,intanto, forse attinente

    “l’amore è cieco ma sa vedere da lontano”

    ciao albafucens
    ops .. ho dimenticato di fare il logout

  7. Prof. Jons mi metta direttamente 3 nel registro non c’ho capito na mazza forse solo che se te la tiri ti scrivono le poesie se gliela dai ti fanno un conto ;-D

  8. ho pensato ad una frase di Marguerite Yourcenar che dice:” Quand on parle de l’amour du passè, il faut faire attention, c’est de l’amour de la vie qu’il s’agit; la vie est beacoup plus au passè qu’au prèsent”.C’è più vita nel passato che nel presente. La nostra storia, per quanto duri, è anche finita.

  9. @ LadyLongthorn
    Cara Lady, lei meriterebbe un 9+, perchè ha sintetizzato in due righe un paio di volumi di filosofia.
    Si potrebbe sentenziare che il sublime anelito è sempre lo stesso: la differenza è che, per raggiungerlo, quelli colti e poveri scrivono versi, quelli ricchi e ignoranti scrivono assegni.

  10. @ tageta
    E’ una grande consolazione poter discorrere dell’amore di coloro che ci hanno preceduto, ed è anche un modo per paragonare il nostro amore al loro.
    Ciao : )

  11. si Jons a volte sono troppo sintetica e volgare tipo da made in china 😉

  12. Un applauso aLadylongthon.
    Mi sono state dedicate molte poesie!


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