Pubblicato da: scudieroJons | luglio 6, 2009

Cavalieri crociati (2)

La partenza

Era accaduto il giorno in cui stavo lavorando, con molti altri servi, al rifacimento degli argini dei canali che percorrevano in linee regolari il territorio attorno al castello. Il sole era al suo punto più alto, quando vedemmo uscire dal castello una lunga fila di cavalieri che procedevano al passo, lungo il leggero pendio. Ne contai venti, e tra loro riconoscevo le insegne del signore del luogo, il cavaliere Antonius Block, quelle di alcuni cavalieri del circondario, con altri che dalle insegne mi sembrarono ospiti stranieri. Sapevo che quel giorno i cavalieri crociati, armati e addobbati, si sarebbero recati alla cattedrale per la vigilia di preghiera e la benedizione delle armi e delle bandiere, prima della partenza per la crociata. I miei compagni, dopo alcuni momenti di stupore, iniziarono a lanciare alte grida di evviva, con grandi gesti di saluto verso quei guerrieri. A quel punto Antonius, che anche a distanza di un quarto di miglio si distingueva dai colori della sua insegna, percorse velocemente tutta la fila di cavalieri, i quali si fermarono e serrarono la fila, voltandosi nella nostra direzione, mentre Antonius prendeva posto al centro dello schieramento. Subito dopo i cavalieri indossarono il pesante elmo che portavano legato all’arcione e misero la lancia in resta, puntata verso di noi.

I miei compagni erano ammutoliti, sorpresi da quel comportamento per loro inspiegabile, ma io avevo riconosciuto la manovra di preparazione di una carica, di cui tante volte avevo discusso con il giovane Antonius, quando ci addestravamo insieme. Al segnale i cavalli si mossero contemporaneamente, prima al passo, e poco dopo al galoppo, puntando nella nostra direzione. I miei compagni mi guardavano per sapere come comportarsi e allora gli gridai: “Via! Andate via! Fuggite!” In pochi attimi erano fuggiti tutti e rimanevo da solo, appoggiato alla zappa, ad aspettare l’esito di quella carica, perché sapevo che ero io quello che cercavano.

Sapevo anche che non correvo pericolo, perché il codice della cavalleria vieta di attaccare uomini appiedati e disarmati, che la carica iniziale in battaglia serve solo a impressionare l’avversario, che il galoppo si sarebbe arrestato a una decina di passi da me, e i cavalli mi avrebbero superato ad andatura relativamente lenta. La visione del muro di lance, criniere, scudi e gualdrappe che mi veniva addosso come un’onda di piena, e con lo stesso rumore martellante, mi atterriva, ma non mi mossi. L’ondata arrivò, i cavalli rallentarono a pochi passi da me, il grido ritmato dei cavalieri diventò assordante, le lance furono agitate contro un nemico invisibile, e la fila di cavalieri passò oltre il punto in cui ero, senza sfiorarmi. Subito dopo la formazione si sciolse, i cavalieri si levavano l’elmo e ridevano tra loro, e in poco tempo mi trovai circondato da cavalli che ansimavano e sbuffavano.

Quei guerrieri diffondevano intorno una certa aura di magia, in parte disturbata da qualcosa d’indeterminato e spaventevole che promanava dal loro essere. Tutta la loro persona appariva dura e selvaggia, e anche quando ridevano facevano rabbrividire di paura. Uno di essi mi apostrofò con un terribile accento francese: “Perché tu, vilain, non sei scappato come tutti gli altri? Le tue brache erano trop pleines de merde per correre?” E questo provocò le risa e i lazzi di tutta la masnada. Quando ci fu di nuovo silenzio, risposi: “Compatitemi, monsieur, ma noi contadini scandinavi non portiamo braghe né culotte, come fanno invece le puttane di Parigi e les chevaliers francesi” E intanto sollevai l’orlo della tunica per fargli vedere che non mentivo. Il riso scomparve dalla sua faccia e vidi che la punta della lancia si abbassava minacciosa, ma un’altra lancia si interpose e la fermò. “Ve ne prego, Joachim, – disse Antonius – lasciate che sia io, sulla mia terra, a dare a questo ribaldo la punizione che merita.” E il cavaliere francese accondiscese con un gesto del capo. “Questi che vedete in vesti succinte di bifolco è Jons, mio fratello di latte.- continuò Antonius – Quando la mia povera madre morì dandomi alla luce, fui affidato ad una nutrice, che era sua madre. Sono vissuto nella sua casa per gran parte della mia infanzia, e assieme a lui ho imparato ad arrampicarmi sugli alberi, a nuotare nello stagno e a catturare piccoli animali; è stato il mio primo compagno di giochi e il mio alleato in tutte le lotte. All’età di nove anni è stato lui a venire a vivere con me al castello, ed é stato educato con tutte le cure riservate al mio rango, ha avuto i migliori insegnamenti dell’uso delle armi, e per dieci anni non ho avuto nessun avversario più forte di lui per esercitarmi nell’uso della spada. Quando ho ricevuto l’investitura a cavaliere, Jons ha chiesto e ottenuto di poter andare a studiare nelle scuole più antiche e famose. Sono quattro anni ormai che trascorre sei mesi a Parigi, o a Bologna, e sei mesi a lavorare nei campi. Ha riordinato il nostro sistema di irrigazione, ha introdotto nuove colture, ha avviato un lavoro di risanamento delle case dei contadini, e mi ha chiesto di istituire una scuola per insegnare a leggere e scrivere ai loro figli.” “Se anche gli zappaterra impareranno a leggere e a scrivere – interloquì un altro cavaliere – chi può sapere dove andremo a finire?”

“Due giorni fa – riprese Antonius – il mio scudiero è caduto da cavallo e si è spezzata una gamba, e non potrà seguirmi alla crociata. Ho concesso a quest’uomo l’onore di diventare mio scudiero, ma ha chiesto di essere dispensato, perché quest’anno, dice, vuole andare a studiare a Padova.” Risate di scherno si levarono. Ritornò a parlare il cavaliere francese: “Insomma, non ci vuoi proprio venire a sbudellare il perfido infedele?” “Che si sbudelli per conto suo, monsieur, e …” Stavo per aggiungere ancora qualcosa, ma il gesto imperioso di Antonius mi fermò.

Egli scese da cavallo e si avvicinò per dirmi, in modo che nessun altro sentisse: “Tu verrai con me alla crociata, con tutti gli onori del rango di uno scudiero che combatte al mio fianco, o verrai in catene, condannato per ribellione, addetto alle fatiche, e i tuoi fratelli saranno banditi da queste terre.” “Se accetterò di venire, sarà solo per ucciderti, quando ne avrò l’occasione, – gli sibilai sul viso – e tu dovrai guardarti da me, più che dai saraceni.” “Correrò questo rischio.” Rispose, mentre mi voltava le spalle e si rimetteva l’elmo, aspettando che lo aiutassi a risalire a cavallo.

Rimasi, per un lunghissimo istante, fermo a guardare il suo corpo, interamente rivestito di ferro, poi afferrai la zappa che tenevo appoggiata al fianco e la scagliai contro un albero che si ergeva sull’argine del fosso. La zappa rimase infissa nel tronco. Allora gridai con rabbia: “Vi rendo grazie per l’alto onore che mi fate, mio signore!”   Il giorno seguente partimmo per l’Oriente.

(continua)

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Responses

  1. […] mio sguardo e allora forse ripensava alle terribili minacce che gli avevo rivolto al momento della partenza  per quella che si era dimostrata la pazzia della crociata. Lo avevo servito fedelmente in battaglia […]


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