Pubblicato da: scudieroJons | giugno 26, 2017

Non lasciamolo solo

Questo pomeriggio, mentre imperversava un furioso temporale, il mio amico Carlo ha fatto la valigia ed è partito per ignota destinazione. Come unica spiegazione del suo gesto ha lasciato solo questo messaggio sonoro.

Ma noi non possiamo lasciarlo solo: troppa felicità potrebbe fargli male. Prima però dobbiamo scoprire dove si è rifugiato. Esaminando le tracce lasciate nella sua raccolta di vinile, partendo dal tasto centrale, dobbiamo cliccare ogni volta sull’immagine che ci viene suggerita dalla canzone.

 

 

 

 

firenze pulsantestart  mazzo

 

Le lettere abbinate alle immagini, se lette nell’esatta successione, ci diranno il nome di questa località,


dove Carlo si è rifugiato in cerca di spensieratezza.

Quando l’avremo trovato, sperando che il suo cellulare abbia campo, potremo chiedergli: “Carlo, non ci far stare in pensiero. Ci vuoi dire cosa intendi fare?”

LA RISPOSTA

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 25, 2017

Il ballottaggio

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 23, 2017

Cinema Cult – 59 – Frankenstein Junior

Frankenstein Junior

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 22, 2017

Incrocio di “traccie”

matelatinomaturità

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 21, 2017

Sette e mezzo con la matta

sballati

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 20, 2017

Sogni letterari

Andare a dormire con un buon libro è come avere un potenziale premio Nobel per la letteratura che al momento giusto ci rimbocca le coperte e poi se ne ritorna al suo posto sul comodino. I personaggi che vediamo dormire in queste immagini stanno avendo la fortuna di rivivere nei loro sogni le vicende di cui hanno appena letto.

Ma noi, come faremo a prendere sonno se prima non riusciamo a scoprire il titolo dei libri che hanno letto?

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 17, 2017

Il piccolo dubat

Si era arruolato giovanissimo nel corpo dei Dubat (i turbanti bianchi) e si era distinto in combattimento per la parlantina sciolta e la faccia di corno. Venuto in Italia aveva ottenuto la cittadinanza italiana e si era arrampicato su per la scala sociale fino a diventare vicepresidente della Camera dei deputati, ma per i suoi milioni di amici della rete, che lo idolatravano, era rimasto sempre Giggino ‘o tubbattiello.
In tutti quegli anni Giggino non aveva mai dimenticato la ragazza che amava, perciò il giorno in cui al Senato si doveva votare la legge per dare la cittadinanza italiana agli stranieri, prese carta, penna e calamaio, (perché di email non aveva mai capito niente) e le scrisse una lettera.
“Mia adorata Adua, ti penso sempre e sogno ogni notte il tuo bel visetto nero. Vengo con questa mia addarti una notizia stupenda: l’ora si avvicina! Tra non molto potremo stare insieme, io e te. Se dall’altopiano guardi il mare vedrai come in un sogno tante navi e un tricolore che sventola per te. Stiamo arrivando per darti un’altra legge, e ti daremo anche un Papa e un Presidente. Ti porteremo a Roma, liberata, dal sole nostro tu sarai baciata, diventerai romana pure tu. La tua bandiera sarà quella italiana, e sfileremo davanti al Papa e al Presidente. Mio dolce faccino nero, il sogno s’è avverato, si adempie il voto sacro degli eroi, non sei straniera ma sorella a noi; l’Italia nostra è madre pure a te. Faccella nera, bella italiana! Eri straniera e adesso sei romana. Faccetta nera, anche per te c’è una bandiera, c’è una Patria, un Papa e un Presidente”.
– Gigginu, cösa che steu scrivendo?
– Scrivo una lettera alla mia innamorata che vive all’Asmara, Mio Duce, la sto informando che oggi si vota la legge dello ius soli… Anzi, adesso devo correre in Parlamento per votare…
– Belin, a moæ di belinoin a l’é de lungo gräia! Guarda cosa mi combina questo gabibbu se non sto attento! E’ pazzesco! Ma allora non hai letto il blog? O l’hai letto e non l’hai capito? Eppure l’ho scritto chiaramente che noi non siamo né di destra né di sinistra. Siamo per me e Casaleggio, e basta. Non mi hai ascoltato nemmeno quando ho fatto l’ultimo comizio a Genova? Vi ho spiegato come è nato il movimento: è nato il 4 di ottobre del 2009, il giorno di San Francesco. Noi siamo i veri francescani. Hai capito, Gigginu? Dobbiamo essere solidali, con Salvini. E queste belinate dello ius soli chi te le ha messe in testa? E’ stato Renzi? o monsignor Galantino? Lo sai che succede se tu vai a votare lo ius soli? Verranno tutti davanti al cancello della mia villa a Sant’Ilario, o alla banchina del porto dove tengo ormeggiato il motoscafo, a rompere i coglioni a me. E poi lo sai già che ti fa male pensare a queste cose. Te lo devo proprio dire, Gigginu: cumme t’è neigru! E mentre tu te ne stai qui, a scrivere lettere, intanto gli elettori ci mollano! Non lo sai che se u cân sè gratta è balle, aa lévre scappa inta valle? Dammi qui la lettera che la straccio, e in cambio beccati questo calcione nel culo. Lo faccio per il tuo bene, fidati di me, perché per ogni cäso in to cû fai ûn passo avanti.

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 16, 2017

Cinema Cult – 58 – Ghostbusters-Acchiappafantasmi

cinema58

Ghostbusters-Acchiappafantasmi

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 14, 2017

Baci sotto la neve

Hermann Hesse

Sul ghiaccio

In quel tempo vedevo ancora il mondo con altri occhi. Avevo dodici anni e mezzo ed ero ancora completamente preso nel mondo colorato e rigoglioso delle gioie e fantasticherie fanciullesche. Fu allora che nel mio animo stupito spuntò per la prima volta, timido e avido, il tenue chiarore della giovinezza più dolce e tenera.
Era un inverno lungo, rigido, e il nostro bel fiume della Foresta Nera si gelò per settimane. Non posso dimenticare la sensazione strana, di paura ed estasi insieme, che mi colse quando nel primo mattino di gelo mi avventurai sul fiume: era profondo, e il ghiaccio era così trasparente che si poteva vedere sotto di sé, come attraverso un velo sottile, l’acqua verde, il fondo di sabbia e ciottoli, gli intrecci fantastici delle piante acquatiche e, di tanto in tanto, il dorso scuro di un pesce.
Passavo pomeriggi interi sul ghiaccio con i miei compagni, le guance accaldate e le mani bluastre, il cuore inturgidito dai movimenti vigorosi e ritmati del pattinaggio, colmo della meravigliosa e spensierata capacità di godimento della fanciullezza. Ci esercitavamo nella corsa, nel salto in lungo, nel salto in alto, giocavamo ad acchiapparci, e quelli che ancora portavano legati agli stivali gli antiquati pattini di osso non correvano affatto peggio degli altri. Uno di noi tuttavia, il figlio di un industriale, aveva un paio di “Halifax”, che erano fissati alla scarpa senza legacci o cinghie e si potevano mettere e togliere in pochi attimi.
Da allora la parola Halifax comparve per anni sulla lista dei regali che desideravo per Natale, ma inutilmente; e quando dodici anni più tardi, volendo acquistare un paio di pattini veramente buoni, chiesi se in negozio avessero gli Halifax, con mio grande dolore vidi crollare un ideale e una certezza fanciullesca quando mi sentii assicurare con un sorriso che Halifax era un sistema antiquato, da tempo superato.
Di preferenza pattinavo da solo, spesso fino all’imbrunire. Correvo via veloce, imparavo a fermarmi e a voltare a qualsiasi velocità e in qualsiasi punto, mi libravo in ampie volute, in equilibrio su una gamba, con la sensazione di volare. Molti dei miei compagni utilizzavano i pomeriggi sul ghiaccio per correr dietro alle ragazze e corteggiarle. Per me le ragazze non esistevano. Mentre altri compivano azioni cavalleresche, giravano intorno ad esse desiderosi e timidi oppure, audaci e disinvolti, le invitavano a pattinare in coppia, io gustavo solo il piacere incontrastato del guizzare via. Per quelli che conducevano le ragazzine non provavo che pena o scherno. Dalle confessioni di alcuni amici credevo infatti di sapere quanto i loro piaceri galanti fossero in fondo relativi.
Un giorno, mentre l’inverno già volgeva alla fine, mi giunse notizia di una novità nel nostro ambiente di scuola: il “nordista”, recentemente, aveva di nuovo baciato Emma Meier mentre si toglievano i pattini. D’improvviso la notizia mi fece montare il sangue alla testa. Baciato! Era ben altra cosa rispetto ai discorsi scipiti e alle timide strette di mano che di solito venivano esaltati come le massime delizie del pattinare a coppie. Baciato! Era un suono che proveniva da un mondo estraneo, celato, immaginato con timore, aveva il profumo invitante del frutto proibito, aveva un che di segreto, poetico, innominabile, faceva parte di quell’ambito dolce-oscuro, paurosamente affascinante, da noi tutti passato sotto silenzio ma tuttavia presagito, illuminato a tratti dalle mitiche avventure amorose dei donnaioli che erano stati espulsi dalla scuola. Il “nordista” era uno scolaro quattordicenne di Amburgo capitato Dio sa come tra noi, che io ammiravo e la cui fama, che prosperava lontano dalla scuola, spesso non mi faceva dormire. E Emma Meier era certo la ragazza più carina di Gerbersau, bionda, agile, fiera e della mia stessa età.
A partire da quel giorno cominciai a rimuginare progetti e problemi. Baciare una ragazza superava di gran lunga tutti i miei precedenti ideali, sia come cosa in sé e sia perché senza dubbio era vietato e interdetto dalle regole della scuola. Mi resi presto conto che il solenne servizio amoroso della pista ghiacciata era l’unica buona occasione per farlo. Per prima cosa cercai quindi, per quanto possibile, di rendere il mio aspetto più acconcio al corteggiamento. Dedicai tempo e cura ai miei capelli, controllai minuziosamente la pulizia dei miei vestiti, mi calcai con garbo il berretto di pelo sulla fronte e pregai le mie sorelle di darmi il loro foulard di seta rosa. Nello stesso tempo sul ghiaccio, cominciai a salutare cortesemente le ragazze che potevano essere prese in considerazione, e credetti di vedere che quell’omaggio insolito veniva notato con sorpresa ma non senza piacere.
Molto più difficile fu il primo approccio, perché in vita mia non avevo mai “invitato al ballo” una ragazza. Cercai di spiare i miei amici mentre eseguivano quel solenne cerimoniale. Alcuni si limitavano a fare un inchino e a porgere la mano, altri balbettavano qualcosa di incomprensibile, i più si servivano dell’elegante formula: «Posso avere l’onore?» Questa formula mi impressionò molto e mi esercitai a casa, in camera mia, facendo l’inchino davanti alla stufa e pronunciando le parole solenni.
Era giunto il giorno del primo, difficile passo. Già il giorno precedente avevo avuto intenzione di iniziare il corteggiamento, ma ero tornato a casa scoraggiato, senza avere osato niente. Quel giorno mi ero prefisso di fare immancabilmente ciò che temevo e insieme desideravo. Con il batticuore, angosciato a morte come un criminale, andai verso la pista di ghiaccio; credo mi tremassero le mani mentre mi mettevo i pattini. Poi mi gettai nella mischia con ampi movimenti circolari, cercando di mantenere un po’ della mia abituale espressione di sicurezza e naturalezza. Percorsi due volte la pista in tutta la sua lunghezza, al massimo della velocità, e l’aria frizzante e i movimenti vigorosi mi fecero bene.
D’improvviso, proprio sotto il ponte, mi scontrai in pieno con qualcuno e barcollai per qualche passo, sgomento. Sul ghiaccio era seduta la bella Emma, che evidentemente cercava di reprimere il dolore, e mi guardava piena di rimprovero. Il mondo, davanti ai miei occhi, girava vorticosamente.
«Aiutatemi a tirarmi su!» disse alle sue amiche. Allora, con il viso in fiamme, mi tolsi il berretto, mi inginocchiai accanto a lei e la aiutai ad alzarsi.
Rimanemmo uno di fronte all’altra, impauriti e sbalorditi, e nessuno di noi parlò. La pelliccia, i capelli e il volto della bella ragazza, così estranei e vicini, mi stordivano. Pensai invano a un modo per scusarmi, ancora con il berretto stretto in mano. E d’improvviso, mentre un velo mi offuscava la vista, feci meccanicamente un profondo inchino e balbettai: «Posso avere l’onore?»
Lei non rispose, però prese le mie mani tra le sue dita sottili il cui calore riuscii a sentire attraverso i guanti, e si avviò con me. Mi pareva di essere in uno strano sogno. Una sensazione di felicità, vergogna, calore, desiderio e imbarazzo quasi mi toglieva il fiato. Pattinammo per un buon quarto d’ora. Poi, in una piazzola, liberò piano le piccole mani, disse «Grazie tante» e proseguì da sola, mentre io mi toglievo troppo tardi il berretto di pelliccia e rimanevo lì per un po’, immobile. Solo più tardi mi resi conto che per tutto quel tempo non aveva detto una sola parola.
Il ghiaccio si sciolse e io non potei ripetere il mio tentativo. Fu la mia prima avventura amorosa. Tuttavia passarono ancora diversi anni prima che il mio sogno si avverasse e la mia bocca potesse sfiorare una rossa bocca di fanciulla.

……………

GIF sonorizzata

Pubblicato da: scudieroJons | giugno 12, 2017

Musica delle sfere

Ariete

Toro

Gemelli

Cancro

Leone

Vergine

Bilancia

Scorpione

Sagittario

Capricorno

Acquario

Pesci

Albumazar, astrologo e negromante: “Sappi che le stelle e i pianeti sempre guerreggiano fra loro e fanno amicizie e inimicizie, e se stessero in pace per un momento, il mondo ruinarebbe. E come noi potremo opporci al cielo che non disponga delle cose mondane?”
Ogni tanto, l’astrologo che cura la rubrica sul giornale, a conclusione del responso per ciascun segno zodiacale, infila il suggerimento di un brano musicale.
Forse lo fa per dare un tono giovanilistico a una materia, l’astrologia, un po’ vecchiotta, che ripete sempre le stesse cose dal tempo dei babilonesi, o forse cerca di farsi perdonare dai lettori i vaniloqui sul tema natale, sulle congiunzioni, sulle opposizioni o sui trigoni che i vari pianeti vanno componendo sullo sfondo del cielo stellato, o forse ancora lo fa per convincere il direttore del giornale che non è disdicevole per un giornale serio e impegnato ospitare una rubrica di astrologia.
Escludendo che sia colpa delle stelle (Astra inclinant, non necessitant), lo perdoniamo solo quando le sue scelte musicali si rivelano felici e se con questo espediente ci fa conoscere qualche bel brano che non conoscevamo. Se poi nei casi più fortunati, come è accaduto questa settimana, arriva fino a proporre una canzone che già conosciamo, e a cui siamo legati da un vincolo di affetto, di gratitudine, e che nel riascoltarla ci fa provare ancora sensazioni di dolcezza, di languore, di nostalgia, di rimpianto, allora saremmo tentati di proporlo per il premio Nobel.
Di quale canzone sto parlando? Occorre solo interrogare gli astri, e quando la canzone apparirà, non ci saranno dubbi, e chiunque, vedendola, esclamerà: “Eccola! E’ questa!”

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