Pubblicato da: scudieroJons | maggio 22, 2019

Cose che capitàno

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 21, 2019

Ali bagnate: che fare?

Per fortuna che c’è il forum.

LoSciamano – Ciao a tutti. Eccomi qui ancora a chiedere delucidazioni… Magari i moscerini non daranno troppo fastidio durante il volo, ma ho sentito che l’acqua sì… e anche molto.
Se dovesse capitare di prendere uno scroscio d’acqua in volo, come conviene comportarsi?
Un esperto mi ha già suggerito di diminuire la velocità fintanto che l’ala non si asciuga.
Forse bisognerebbe distinguere due casi:
1) Ala bagnata ma non piove più.
2) Ala bagnata ma piove ancora.
Cosa fare?
Arabafenice – Più facile il quesito con la Susi.
Michele – Mi viene solo una battuta e me ne scuso in anticipo; se è ala bagnata e piove ancora scappa!! Comunque se è ala bagnata e non fa freddo credo si asciughi in fretta, se invece fa freddo mi preoccuperei più del ghiaccio che delle prestazioni.
Sao Café – Se piove bisogna usare velocissimamente il netta moscerini, che così diventa tergi-ala e fare delle violentissime imbardate a destra e a sinistra, così il filo di lana diventa tergi-cappottina.
A parte gli scherzi, una volta con Giorgio mi è capitato. Basta aumentare un po’ la velocità.
Aquila960 – Quando piove, non è che piove dappertutto. E questi fenomeni non accadono all’improvviso. Mentre si vola bisogna sempre leggere il cielo, vedere il suo evolversi, come le nubi maturano: finché non si riesce a interpretare il cielo è meglio stare nei paraggi del nido. Ho notato che i neofiti tendono molto a guardare il terreno quando volano: giustissimo, per non andare a “sbattere”. Ma per volare bene bisogna soprattutto guardare per aria. Io di solito guardo una volta in basso e tre in aria e più sono in alto e più a lungo guardo in alto.
Tornando alla pioggia… A me personalmente è capitato in pianura, vicino a Cremona, di salire con un valore basso 0,5-1 m/s molto lineare in una leggera pioggerellina: ho provato a rallentare lentamente la velocità fino a sentire tremare le ali e ho constatato che questo avveniva a velocità superiore di 15-20 km/h rispetto alla norma. Tutto qui. In volo, si possono fare quasi tutti gli esperimenti che si vogliono fare… L’importante è avere una quota AGL di “personale” sicurezza. Ciao.
AlbertOne – Quando piove, io ho comperato dai cinesi degli ombrelli… li apro e chiudo tutti contemporaneamente, così simulo uno sbattimento di ali che mi fan guadagnare quota…
Se non piove li uso come parafreno!
E se non piove e non volo invece li apro capovolti e vado a fare dei bei giretti al lago… stile barchetta..
Un solo problema: a me si rompono sempre le stecche; voi come fate?
E non vi capita di entrare in un negozio, lasciare l’ombrello nell’apposito contenitore e all’uscita o dimenticarlo o non trovarlo più??
Che problemi! quasi come volare sotto la pioggia!
Arabafenice – LoSciamano, ma volare in una giornata bella no?
AlbertOne – Araba, non hai capito accipicchia!!! LoSciamano vuole mettere sul netta moschini della pelle di daino per asciugare via l’acqua!!!
Cincillà – Sarà il caldo che genera tutto ‘sto umorismo e ‘ste battutacce al povero Sciamano.
Comunque il commento di Fred è giusto: sul Flight Manual trovi come va modificato il volo con l’ala bagnata.
Va tenuto conto che i vari profili alari hanno sensibilità molto diverse alla sporcizia (moscerini, gocce etc). Alcuni sono molto poco sensibili, altri al contrario cambiano di parecchio il loro comportamento.
Quindi:
– leggere il manuale.
– se si può, prima di affrontare il circuito di atterraggio fare asciugare l’ala stando in volo il più possibile.
– se capita (con sufficiente aria sotto) provare il volo a bassa velocità con l’ala bagnata.
Se poi si riesce a non bagnarsi, tanto meglio.
Coolwind – L’anno scorso la finale di campionato italiano si è tenuta a Vercelli a fine settembre in una giornata terribilmente fredda e di pioggia fitta e battente. Era una finale, pertanto appena la pioggia non è stata più torrenziale, si è partiti. Ragazzi pioveva che pioveva, intendiamoci. Ma in mezzo alla pioggia, si sono staccate le termiche e non scherzo. C’erano poche discendenze e poche ascendenze, ma le ascendenze c’erano eccome.
Le ali erano bagnate, ma tutto sommato non faceva questa gran differenza all’interno di una termica. In planata invece sì…
Paolo – Ciao straga, non è detto che sotto l’acqua si scenda…. se sei sul versante giusto del temporale puoi trovare anche dei valori significativi. In ogni caso l’acqua degrada la polare (10/20%) e quindi si dovrebbe volare più lentamente di quanto suggerirebbe mcready finché l’ala non sia sia asciugata.
Questa la teoria, se poi ti trovi sotto un temporale forte scappa e basta (ci sono anche i fulmini…). Sotto un temporale (acqua e grandine) mi sono perso anche il filo di lana… e poi avevo ancora 200 Km da fare. Ciao.
LoSciamano – Grazie, adesso mi è più chiaro.
Arabafenice – Rileggendo il manuale, specifica che in caso di pioggia si devono aumentare le velocità di 10km/h… quindi leggere i manuali!
Kappe – Oltre che leggerli, direi… anche impararli!

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 18, 2019

Porti aperti a Ogigia

Aurora accanto al nobile Titone sorgeva
dal letto, per recare la luce a immortali e mortali,
e gli dei andarono a sedere in consiglio: con essi era
Zeus tonante, il cui potere è grandissimo.
E Atena diceva loro i molti dolori di Odisseo,
ricordandoli: si impensieriva perché era presso la ninfa:
“Padre Zeus e voi altri beati dei eterni,
mai più sia davvero amabile e mite
un sovrano scettrato, non abbia rettitudine in animo,
ma sempre sia duro e compia empietà,
poiché non uno ricorda il divino Odisseo
del popolo sul quale regnò: eppure come un padre era mite.
Giace egli in un’isola, e soffre aspri tormenti,
in casa della ninfa Calipso, che lo forza
a restare: e non può arrivare in patria.
Non ha navi coi remi e compagni
che lo scortino sul dorso del vasto mare.
E ora tramano anche di uccidergli il figlio carissimo
mentre a casa ritorna: è andato per sentire del padre
a Pilo divina e a Lacedemone illustre”.
E a sua volta Zeus che addensa le nubi le disse:
“Figlia mia, che parola ti sfuggì dal recinto dei denti.
Questo piano non l’hai progettato tu stessa,
che appena tornato Odisseo dovesse punirli?
Telemaco accompagnalo tu accortamente, lo puoi,
perché arrivi incolume nella sua terra,
e i pretendenti sulla nave tornino indietro”.
Disse, e si volse ad Ermete, suo figlio:
“Ermete, tu che sei messaggero anche in altre occasioni,
di’ alla ninfa dai riccioli belli il volere infallibile,
il ritorno dell’intrepido Odisseo, perché possa tornare
senza scorta di dei o di uomini;
ma su una zattera dai molti legami, soffrendo dolori,
arrivi al ventesimo giorno a Scheria dalle fertili zolle,
presso i Feaci, che sono vicini agli dei.
Essi di cuore gli renderanno gli onori di un dio,
su una nave lo scorteranno alla terra dei padri,
dopo avergli a sufficienza donato bronzo, oro e vestiti,
molti doni, quanti da Troia non ne avrebbe portati Odisseo
se fosse arrivato indenne, con la parte sua di bottino.
Perché è suo destino vedere i suoi cari e tornare
nella casa dall’alto soffitto e nella terra dei padri”.
Disse così e ubbidì il messaggero Arghifonte.
Subito legò ai piedi i bei sandali,
immortali, d’oro, che sia sul mare lo portavano,
sia sulla terra infinita, coi soffi del vento.
Prese la verga: incanta con essa gli occhi degli uomini
che vuole, e altri, dormienti, invece li sveglia.
Con essa in mano, il forte Arghifonte volò.
Disceso sulla Pieria calò dall’etere in mare:
poi si slanciò come uccello sull’onda, come il gabbiano
che nei seni paurosi del mare infecondo
bagna d’acqua salata le salde ali in caccia di pesci:
simile a questo, Ermete avanzò su molte onde.
Ma quando all’isola giunse, che era lontana,
lasciato il mare viola andò sulla terra,
finché arrivò alla grande spelonca, nella quale abitava
la ninfa dai riccioli belli: la trovò che era in casa.
Sul focolare ardeva un gran fuoco, si sentiva lontano
per l’isola l’odore di tenero cedro e di tuia
che bruciavano: lei dentro, con voce bella cantando,
movendosi davanti al telaio, tesseva con l’aurea spola.
Un bosco rigoglioso cresceva intorno alla grotta:
l’ontano, il pioppo e il cipresso odoroso.
Uccelli con grandi ali vi avevano il nido:
gufi, sparvieri, e corvi di mare
ciarlieri, che amano le cacce marine.
Attorno alla grotta profonda, s’allungava
vigorosa una vite, ed era fiorita di grappoli.
Quattro fonti sgorgavano in fila con limpida acqua,
vicine tra loro e rivolte in parti diverse.
V’erano intorno morbidi prati fioriti di viole
e di sedano. Arrivato in quel luogo, anche un dio
avrebbe guardato stupito, e gioito nell’animo suo.
Si fermò ammirato il messaggero Arghifonte.
E, quando nella sua mente ebbe tutto ammirato,
subito entrò nella vasta spelonca: di fronte
vedendolo non ebbe dubbi Calipso, chiara fra le dee,
perché gli uni agli altri non sono ignoti gli dei
immortali, neanche se abitano case lontane.
Non vi trovò il magnanimo Odisseo:
seduto sulla riva, gemeva come sempre
lacerandosi l’animo con lacrime, lamenti e dolori,
guardava piangendo il mare infecondo.
Chiese Calipso, chiara tra le dee, ad Ermete,
fattolo sedere sullo splendido trono lucente:
“Perché sei venuto, Ermete dall’aurea verga,
onorato e caro? non sei venuto spesso in passato.
Di’ quel che pensi: l’animo mi dice di farlo,
se posso farlo e se deve farsi.
Ma seguimi oltre, perché ti offra cose ospitali”.
Detto così, la dea gli pose dinanzi una tavola
colma di ambrosia e gli mescé rosso nettare.
Ed egli beveva e mangiava, il messaggero Arghifonte.
E quando ebbe mangiato e appagato col cibo il suo animo,
allora rispondendo le disse:
“Chiedi perché son venuto, dea a un dio, ed io
ti dirò senza inganno: tu lo vuoi.
Zeus mi ordinò di venire, contro la mia volontà:
e chi vorrebbe traversare tanta acqua salata,
infinita? Vicina non c’è una città di mortali
che fanno agli dei sacrifici e scelte ecatombi.
Ma un dio non può trasgredire
o rendere vano un pensiero di Zeus egìoco.
Dice che un uomo è con te, più infelice degli altri,
uno degli uomini che sotto la rocca di Priamo combatterono
per nove anni e, distrutta la città, tornarono al decimo
a casa: ma durante il ritorno offesero Atena,
che contro gli suscitò un vento maligno e grossi marosi.
Allora tutti gli altri compagni valorosi perirono,
e il vento e l’onda lo portarono e spinsero qui.
Costui ora Zeus ti ordina di rimandarlo al più presto:
la sua sorte non è di morire qui, lontano dai suoi,
ma è suo destino vedere ancora i suoi cari e tornare
nella casa dall’alto soffitto e nella terra dei padri”.
Disse così. Rabbrividì Calipso, chiara tra le dee,
e parlando gli disse alate parole:
“Siete crudeli, voi dei, gelosi più di ogni altro,
che invidiate alle dee di giacersi con uomini
apertamente, se si procurano un caro marito.
Così, quando Aurora dalle rosee dita scelse Orione:
glielo invidiaste voi dei che lietamente vivete,
finché ad Ortigia la casta Artemide dall’aureo trono
colpendolo con i suoi miti dardi l’uccise.
Così, quando Demetra dai riccioli belli, cedendo
al suo animo, si unì con Iasione in amore e nel letto
in un maggese arato tre volte: non ne fu ignaro Zeus
a lungo, e l’uccise colpendolo col vivido fulmine.
Così anche ora, o dei, invidiate che da me stia un uomo.
Ma fui io a salvarlo, aggrappato alla chiglia,
solo, quando Zeus percossagli col vivido fulmine
la nave veloce la spezzò in mezzo al mare scuro come vino.
Allora tutti gli altri compagni valorosi perirono,
e il vento e l’onda lo portarono e spinsero qui.
Costui io l’ho accolto e nutrito, e pensavo
di farlo immortale e per sempre senza vecchiaia.
Ma perché un altro dio non può trasgredire
o rendere vano un pensiero di Zeus egìoco,
vada pure in malora, se egli lo spinge e comanda,
sul mare infecondo. Io certo non posso aiutarlo:
non ho navi coi remi, e compagni
che lo scortino sul dorso vasto del mare.
Invece gli darò volentieri consigli, senza celarli,
perché arrivi salvo nella sua terra”.
Allora il messaggero Arghifonte le disse:
“Mandalo, dunque, così; e paventa l’ira di Zeus,
che poi, sdegnato, con te non sia aspro”.
Detto così il forte Arghifonte partì:
lei si recò dal magnanimo Odisseo, la ninfa possente,
quando ebbe udito il messaggio di Zeus.
Lo trovò seduto sul lido: i suoi occhi
non erano mai asciutti di lacrime, passava la dolce vita
piangendo il ritorno, perché ormai non gli piaceva la ninfa.
Certo la notte dormiva, anche per forza,
nelle cave spelonche, senza voglia, con lei che voleva;
ma il giorno, seduto sugli scogli e sul lido,
lacerandosi l’animo con lacrime, lamenti e dolori,
guardava piangendo il mare infecondo.
Ritta al suo fianco gli parlò, chiara tra le dee:
“Infelice, non starmi qui a piangere ancora, non rovinarti
la vita: ti lascerò andare ormai volentieri.
Ma su, taglia dei grossi tronchi con l’ascia di bronzo
e costruisci una zattera larga: sopra conficca dei fianchi,
perché ti porti sul fosco mare.
Io vi porrò in abbondanza del cibo, acqua
e rosso vino, che ti tengano lontana la fame;
ti coprirò di panni; ti invierò dietro un vento,
perché possa giungere incolume alla tua terra,
se gli dei che hanno il vasto cielo lo vogliono,
che quando pensano e agiscono sono più potenti di me”.
Disse così: rabbrividì il paziente chiaro Odisseo
e parlando le rivolse alate parole:
“Un’altra cosa, non di mandarmi, tu mediti, o dea,
che mi esorti a varcare il grande abisso del mare,
terribile e duro, con una zattera: ma neanche navi librate,
veloci, che godono del vento di Zeus, lo varcano.
Né io monterò su una zattera contro la tua volontà,
se non acconsenti a giurarmi, o dea, il giuramento solenne
che non mediti un’altra azione cattiva a mio danno”.
Disse così; sorrise Calipso, chiara fra le dee,
lo carezzò con la mano, gli rivolse la parola, gli disse:
“Sei davvero un furfante e non pensi da sciocco:
che discorso hai pensato di farmi!
Sia ora testimone la terra e in alto il vasto cielo
e l’acqua dello Stige che scorre (che è il giuramento
più grande e terribile per gli dei beati)
che non medito un’altra azione cattiva a tuo danno.
Ma penso e mediterò quello che per me
io vorrei, se fossi in tale bisogno:
perché anche io ho giusti pensieri, e nel petto
non ho un cuore di ferro, ma compassione”.
Detto così lo guidò, chiara tra le dee,
sveltamente: dietro la dea andò lui.
Arrivarono, la dea e l’uomo, nella cava spelonca.
Lì egli sedette sul trono da cui s’era alzato
Ermete, e la ninfa gli offrì ogni cibo
da mangiare e da bere, di cui i mortali si cibano.
Lei stessa sedette di fronte a al divino Odisseo
e le ancelle le misero innanzi ambrosia e nettare.
Ed essi sui cibi pronti, imbanditi, le mani tendevano.
Poi, quando furono sazi di cibo e bevanda,
tra essi cominciò a parlare Calipso, chiara fra le dee:
“Divino figlio di Laerte, Odisseo pieno di astuzie,
e così ora vuoi tornartene a casa, subito,
nella cara terra dei padri? e tu sii felice, comunque.
Ma se tu nella mente sapessi quante pene
ti è destino patire prima di giungere in patria,
qui resteresti con me a custodire questa dimora,
e saresti immortale, benché voglioso di vedere
tua moglie, che tu ogni giorno desideri.
Eppure mi vanto di non essere inferiore a lei
per aspetto o figura, perché non è giusto
che le mortali gareggino con le immortali per aspetto e beltà”.
Rispondendo le disse l’astuto Odisseo:
“Dea possente, non ti adirare per questo con me: lo so
bene anche io, che la saggia Penelope
a vederla è inferiore a te per beltà e statura:
lei infatti è mortale e tu immortale e senza vecchiaia.
Ma anche così desidero e voglio ogni giorno
giungere a casa e vedere il dì del ritorno.
E se un dio mi fa naufragare sul mare scuro come vino,
saprò sopportare, perché ho un animo paziente nel petto:
sventure ne ho tante patite e tante sofferte
tra le onde ed in guerra: sia con esse anche questa”.
Disse così, e il sole calò e sopraggiunse la tenebra:
ed essi, andati nella cava spelonca,
goderono l’amore giacendosi insieme.
Quando mattutina apparve Aurora dalle rosee dita,
subito Odisseo mise un mantello e una tunica;
invece la ninfa s’avvolse un gran drappo lucente,
sottile e grazioso, si cinse ai fianchi una fascia
bella, d’oro, e pose un velo sul capo.
Allora preparò la partenza al magnanimo Odisseo.

Omero, Odissea, libro quinto, (prima parte).

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 16, 2019

Salvini come il Duce? NO!

asilo

Non c’è nessuna somiglianza tra Matteo Salvini e il modello che si è scelto, cioè Benito Mussolini. Gli hanno attribuito troppa importanza gli studenti di una classe dell’Istituto Tecnico Industriale Vittorio Emanuele III di Palermo.

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/05/16/news/palermo_a_scuola_un_video_accosta_salvini_al_duce_sospesa_una_docente-226386257/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1

A Salvini piacerebbe avere la mascella volitiva come quella che caratterizzava la faccia del Mascellone, ma non ce la può fare: Salvini ha il mento sfuggente, e quella materia gelatinosa che si vede tremolare sotto il velo di barba non è la mascella, è il doppio mento, è una pappagorgia. Pappagorgia fisica come metafora della sua pappagorgia morale.

Ma io spero che Repubblica sia incorsa in un lieve errore nel riportare la denominazione della scuola. Perché capisco e approvo se l’Istituto è intitolato a Vittorio Emanuele II, Primo Re d’Italia, un Padre della Patria. Altrimenti, se non ci fosse errore, come cazzo ci possiamo spiegare che ci sia nella Repubblica Italiana nata dalla Resistenza una scuola intitolata a Vittorio Emanuele III che ha messo l’Italia in mano ai fascisti, ha promulgato le leggi razziali e ha permesso che la Nazione fosse trascinata in una guerra disastrosa?

Ho controllato: questo istituto ha veramente quella denominazione. Ho finalmente trovato un sito in cui l’istituto viene definito statale, ma anche se non fosse statale non sarebbe meno grave: chi ha scelto di intitolarlo a Vittorio Emanuele III o è un ignorante in materia di storia o è un nostalgico del periodo fascista, o tutt’e due le cose. Rimane comunque un fatto vergognoso.

La dirigenza di una scuola che si fregia dell’intitolazione a Vittorio Emanuele III, colui che promulgò le leggi razziali, che autorità morale può avere per stigmatizzare il comportamento degli alunni e per punire un’insegnante che insieme a loro avrebbe offeso Salvini accostando il suo decreto alle leggi razziali?

Le leggi razziali emanate dal regime fascista con il complice assenso del re furono un’infamia? Sì, furono un’infamia. E chiunque dovrebbe ritenersi offeso se il suo nome venisse accostato alle leggi razziali.

Ma chi ritiene che sia offensivo l’accostamento di qualcuno alle leggi razziali fasciste, prima di arrogarsi il diritto di sanzionare, deve togliere dall’intestazione della scuola il nome di chi ha disonorato l’Italia firmando e promulgando quelle leggi razziali.

 

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 15, 2019

Finalmente risolto un inquietante “cold case”

È stato ritrovato, e presto sarà restituito al legittimo proprietario, il pupazzetto di Zorro che circa quarant’anni fa era stato rubato a Matteo Salvini, nell’anno in cui ripeteva per la terza volta l’ultima classe dell’asilo infantile.

zozzo

Sappiamo con certezza che è il suo pupazzetto, perché è l’unico Zorro che si conosca che sia armato di pistola e non di spada. Questo provvidenziale ritrovamento ha permesso di dare finalmente una risposta a un inquietante interrogativo: “Da quale angoscioso trauma infantile è derivata l’insana passione che Salvini nutre per le armi da fuoco?” Adesso è tutto chiaro.

A proposito di armi da fuoco, mi ha sconcertato l’affermazione di un sindacato di polizia: “Devono spiegarci perché, nel momento in cui si mette la pistola in mano al cittadino, con le nuove norme sulla difesa personale, disarmano di fatto noi che siamo esposti a rischi concreti”.

Ma veramente, con le nuove norme, hanno messo la pistola in mano al cittadino? A me non hanno detto niente. Ricevo tanta pubblicità commerciale di capi di abbigliamento, mobili, vini, computer, crociere, ma mai nessuno mi ha offerto una pistola a prezzo scontato. E credo che nemmeno le ultime otto o dieci persone uccise in Italia nei giorni scorsi avessero avuto la possibilità, l’incentivo, il permesso di comprarsi una pistola per difendersi da ladri e assassini. E allora qual è stato il significato del famigerato decreto sicurezza partorito da Salvini? Una bufala. Un’illusione. Chi aveva la pistola già prima di quel decreto continua ad averla e se gli capita può continuare sparare. L’unica differenza rispetto a prima è che adesso si illude che può uccidere chiunque si introduca nella sua proprietà e non dovrà renderne conto a nessuno. E anche il comune cittadino, che vive in un quartiere poco sicuro, o che è costretto a uscire di casa la mattina presto o la sera tardi, senza pistola, si illude anche lui che, se volesse, potrebbe comprarsi la sua pistola, grazie alla paterna sollecitudine del ministro, e non si rende conto che il permesso di portare una pistola è riservato a pochi (sfortunati) privilegiati, a insindacabile giudizio dell’autorità.

Intanto Salvini, grazie agli effetti di questo inganno, può continuare a farsi la sua personale campagna elettorale nelle ore in cui è pagato per fare il ministro e non ha ritegno a vantarsi del fatto che lui saprebbe dirigere il suo dicastero anche da Marte. In realtà ha ritenuto conveniente sistemarsi non proprio su Marte, ma lì vicino: si sposta alternativamente sui suoi satelliti, Fobos e Deimos (la Paura e il Terrore, materiali tossici che Salvini diffonde a piene mani per i suoi scopi elettorali). Ed è inutile che qualcuno gli faccia osservare che ci vogliono più poliziotti per le strade, e ci vogliono automobili più veloci che non si facciano seminare da una panda, e che ci vogliono più indagini preventive perché non serve sapere a cose fatte che una certa persona senza apparente fonte di reddito risulta intestatario di molte automobili possedute per scopi poco chiari, e che quelle automobili dovrebbero essere sequestrate prima che vengano usate per commettere un reato.

Sarebbe inutile fargli notare queste cose, perché Salvini risponderebbe: “Ma insomma che volete? Vi ho dato perfino la possibilità di sparare, e nessuno vi chiederà conto di eventuali eccessi. Che volete di più? Come? Come dite? Voi non sapete sparare, non possedete un’arma e siete sicuri che quando l’autorità preposta esaminerà la vostra richiesta, mai e poi mai vi concederà il porto d’armi? E vorreste che fosse lo Stato a provvedere alla sicurezza di tutti i cittadini, riservandosi il monopolio dell’uso delle armi? Eh, ma allora, ragazzi miei, ditelo che siete incontentabili. Se non ci mettete un po’ di buona volontà, io non ci posso fare niente”.

 

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 14, 2019

Terrapiattisti

Oggi sono andato a rivedere il filmato che ci informa sui contenuti del congresso organizzato da alcune persone che sostengono che la terra sia piatta.

L’ho fatto per motivi scientifici. Volevo cercare di capire se queste persone sono degli ignoranti pericolosi, o sono degli ignobili buontemponi. Per accertare se sono degli innocui pazzoidi o invece sono degli spudorati mentitori.
Perché l’esperimento avesse la necessaria validità scientifica, non ho esitato a svestirmi di ogni pregiudizio e ho accantonato temporaneamente tutte le opinioni che ho fin qui ritenute valide sulla forma del nostro pianeta. Mi sono ripromesso inoltre che alla fine del procedimento avrei accolto senza riserve ogni nuova verità, a patto che mi fosse parsa evidente e dimostrata.
Mi è anche sembrato che fosse utile, per aggiungere maggior peso alle prove scientifiche, mettere a confronto le ragioni dei terrapiattisti con quelle dei creazionisti, i quali, dato che conoscono così bene l’anno della creazione della Terra, sapranno certamente anche se l’oggetto creato sia piatto, sferico o di altra forma.

E ho voluto dare spazio, oltre che agli scienziati, anche ai filosofi, in ossequio alla teoria, da molti convintamente professata, secondo cui la conoscenza acquisita per mezzo dell’intuizione, delle congetture, dell’illuminazione e della fede, come è la conoscenza esibita dai filosofi e dai teologi, sia di grado superiore rispetto alla conoscenza raggiunta con il comune metodo scientifico della ricerca delle prove, della sperimentazione, dei tentativi e degli errori.


Devo ammettere che dopo alcuni minuti mi sono trovato in difficoltà, perché è venuto il momento che sarei dovuto uscire, e però non avevo ancora maturato un’opinione ben definita sulla forma della Terra. Ho pensato che svestito com’ero delle vecchie convinzioni, e privo ancora delle nuove convinzioni da indossare, avrei avuto problemi a relazionarmi con il resto dell’umanità. Allora, senza lasciarmi prendere dal panico, ho eseguito una rilettura veloce delle opinioni espresse dagli esperti, ho dato una scorsa alle loro notizie biografiche e un’occhiata di sfuggita a tutte le loro immagini che ho trovato in rete. E intanto, avendo riposto tutte le mie speranze nell’intuizione, mi tenevo pronto a oggettivare il soggetto e a razionalizzare l’infinito, facendo coincidere su un piano definitivo e immanente, non più trascendente, ogni principio col suo contrario.


Ora so con certezza, per effetto dell’intuizione, (e non saprei come spiegarlo razionalmente a coloro che credono solo al metodo scientifico) che non esiste un’unica Terra.
Esistono due Terre.
E sono tutt’e due rotonde.

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 13, 2019

Striscioni!

Ci sono al mondo omuncoli che non sanno fare altro che essere servili, adulare, abbassarsi, lisciare, leccare il potente di turno, nella speranza di guadagnarsene i favori, o semplicemente per paura di perdere qualche privilegio. E per compiacere il loro piccolo patetico duce si precipitano a tacitare ogni voce che esprima il dissenso. Questi individui sono così disgraziati da essere costretti a strisciare per vivere. E come altro potremmo chiamare questi esseri abietti che vivono strisciando, se non con l’appellativo di STRISCIONI?

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 10, 2019

Il primo amore di don Giovanni

Giulia era là seduta, ma non era sola. Non so come poté avvenire quell’incontro, e anche se lo sapessi, non lo direi. La gente deve imparare a non aprir bocca per non fringuellare o parlare a vanvera su come e perché è accaduto un fatto.
Là erano, faccia a faccia, Giulia e Giovanni. Quando due siffatte persone si trovano con i loro volti in questa posizione, sarebbe saggio che si tappassero gli occhi, ma è difficile che ciò accada.
Com’era bella Giulia! Il suo cuore consapevole splendeva sul volto, ed ella non sentiva alcun sentimento di colpa. Oh, Amore, quanto è perfetta la tua mistica arte che rafforza il debole e abbatte il forte. Quanto è ingannevole verso se stesso anche il più saggio dei mortali quando le tue lusinghe lo trascinano via. Giulia, nella sua innocenza, credeva di rimaner ferma sull’orlo del precipizio che era immenso. Pensava alla sua forza, alla giovinezza di Giovanni, alle irragionevoli paure della pudicizia, alla virtù trionfante, alla domestica fede, e poi ai cinquant’anni di don Alfonso. Vorrei che quest’ultima idea non le fosse passata per la mente, perché quel numero raramente è molto amato nei vari climi, sia nel nord gelato sia nel caldo sud, in quanto, se è dolce musica quando riguarda il denaro, suona male quando si parla d’amore.
Giulia aveva il senso dell’onore, della virtù. Rispettava la verità. Diceva di amare don Alfonso. Giurava nel suo intimo, chiamando come testimoni tutte le potenze del Cielo, che ella non avrebbe mai infranto l’anello suo di sposa né si sarebbe lasciata trasportare da pensieri che la saggezza avrebbe potuto riprovare. E mentre ella meditava su queste cose e su altre ancora, lasciò cadere, incurante, la mano su quella di Giovanni, senza dubbio per errore perché pensava che fosse la propria. Poi, senza avvedersene, si appoggiò inconsapevolmente all’altra mano di lui che giocava con i ricci dei suoi capelli. L’assalì un turbamento che trasparì dal volto, tale da farla sembrare una che contende con pensieri che non può soffocare.
Fu sicuramente un errore da parte della madre di Giovanni lasciare insieme, da soli, quei due giovani incauti, proprio lei che per molti anni aveva sorvegliato suo figlio così rigorosamente. Se fosse stata mia madre, non lo avrebbe certo permesso.
La mano che Giovanni trattenne nella sua, pian piano, con grazia, rispose con una stretta significativa come se dicesse: “Tienimi, se ti fa piacere”. Non v’è alcun dubbio che ella volesse solo stringere le dita del giovane con un puro nodo platonico. Ella sarebbe rifuggita come da un rospo o da un aspide, se avesse immaginato che un tale gesto avrebbe potuto suscitare una sensazione pericolosa per una sposa prudente.
Non so quel che Giovanni pensasse, ma fece ciò che voi avreste fatto. Avvicinò la mano di lei alle sue giovani labbra e la baciò con sentimento di gratitudine, ma poi, confuso per la sua stessa gioia, si ritrasse in una cupa disperazione nel timore di aver compiuto un’azione sconveniente.
L’amore è veramente timido quando è nato da poco. Ella arrossì, ma non si adirò; si sforzò di parlare, ma dalla sua bocca non uscì parola, così debole era diventata la sua voce.
Il sole tramontò e sorse la luna dorata. Il diavolo scende sul raggio della luna per fare qualche birbonata. Chi definì casta la luna, credo che abbia iniziato la nomenclatura dell’astro notturno con un appellativo sbagliato. Non vi è infatti giorno, sia pure il più lungo, durante il solstizio d’estate, che non veda la metà dei casi peccaminosi che avvengono di notte, nello spazio di tre ore, sotto il sorriso della lucente luna. E pensare che la luna pare sempre così vereconda!
Quando splende la luna, vi è un pericoloso silenzio, una quiete che induce l’anima a prendere il volo e svelare tutta se stessa, senza alcun controllo di sé. L’argentea luce che, apparendo nel cielo, trasfigura la selva e la torre del borgo, diffonde su tutto bellezza e dona profondo, dolce diletto, spirando al cuore un amoroso languore che non sa trovare riposo.
Giulia sedeva accanto a Giovanni. Il giovane l’abbracciò, ma non così forte ch’ella non potesse staccarsi un poco. Il petto le tremava come la mano di lui che si posò sul suo seno. Giulia pensava che in ciò non vi fosse ancora peccato. Si sarebbe facilmente allontanata se l’avesse abbracciata stretta in vita. Ma la situazione in cui si trovava aveva il suo fascino. Poi… Dio sa quel che avvenne poi. Non so più andare avanti. Quasi mi dispiace di aver iniziato questo racconto.

“Mi dicono che è stato deciso: tu partirai. È cosa saggia, ma dolorosa. Non rivendico diritti sul tuo giovane cuore. Il mio fu sacrificato come una vittima. Non mi lamento: lo farei ancora. L’unica arte che misi in atto, fu l’amarti troppo. Scrivo in fretta, e se una macchia scorgi su questo foglio, non è quella che tu credi: il cuore batte forte, i miei occhi bruciano, ma nessuna lacrima spargono. Ti ho amato: per quest’amore ho perduto una vita agiata, rango sociale, il cielo, la stima altrui e la mia, e tuttavia non mi dolgo di ciò che è costato il mio amore, così cara è ancora la memoria di quel sogno. Se nomino la mia colpa non lo faccio per vantarmi. Nessuno più di me può giudicarmi con maggiore severità. Scrivo di getto, senza cura, perché non ho pace. Non rimprovero nessuno. Non chiedo nulla. Gli uomini considerano l’amore solo una parte della loro vita. Per una donna l’amore è tutta l’esistenza. Un uomo è affascinato dalla vita di corte, dal potere della veste talare, dai viaggi in mare, dagli affari, dal suono delle armi. La spada, la toga, il denaro gli offrono in cambio orgoglio, ambizione, fama che appagano il suo cuore. Pochi sono quelli che non si lasciano sedurre da queste terrene lusinghe. L’uomo ha tutte questa risorse, la donna una sola: piangere in solitudine l’amore che l’ha distrutta. Nella vita che ti attende, conoscerai la felicità e ne sarai orgoglioso. Molte amerai e sarai amato. Sulla terra tutto è finito per me. In questi pochi anni che mi rimarranno da vivere, vivrò nascosta con la mia vergogna e il mio profondo dolore. Sopporterò questa vita, ma non potrò mai liberarmi dalla passione che ancora mi lacera come prima. E così addio, perdonami, amami. No, l’amore per me ora è parola vana, ma non posso dirla. Il mio cuore è stato debole, lo è ancora. Lotto, ma non posso quietare l’animo mio in tumulto. Mentre lo spirito s’accascia sfinito, il sangue irrompe ancora con forza nelle vene come le onde che s’accavallano anche se il vento è cessato. Sono donna e non posso dimenticare. Nulla vedo delle cose che mi attorniano: solo la tua immagine, come una folle. Come l’ago della bussola tremando si volge al polo che non potrà mai raggiungere, così la mia anima a te sempre si rivolge. Non ho più parole, ma indugio ancora e non oso porre il sigillo a questa lettera. M’accorgo tuttavia che questo indugio è inutile. La mia miseria è troppo grande perché possa in qualche modo essere mitigata. Ma il dolore non uccide: se potesse uccidermi, non sarei vissuta finora. La morte fugge dal disgraziato che lieto vorrebbe andarle incontro. Sopravviverò a quest’ultimo addio e sopporterò la mia vita per amarti e pregare per te”.
La lettera fu scritta su un foglio orlato d’oro, con una nuova, dura, lucente penna di corvo. Le piccole bianche dita di Giulia poterono a stento afferrare la candela: tremavano come aghi magnetici. E tuttavia ella non sparse alcuna lacrima. Il sigillo era un girasole. Il motto: Elle vous suit partout, su di un’agata bianca. La cera era fine, color cinabro.

da Don Giovanni, di George Gordon Byron.


Come! Vorresti che un uomo fosse costretto a limitarsi alla prima donna che gli piace, che rinunciasse per lei a vivere e che non avesse più occhi per nessun’altra? No, no, la costanza è la virtù delle persone da poco…

Ogni bella donna ha il diritto di sedurci, e il vantaggio di essere arrivata prima non deve togliere alle altre il diritto, che tutte giustamente rivendicano, di aspirare al nostro cuore. Dovunque io la trovi, la bellezza mi conquista, e cedo volentieri alla dolce violenza con la quale mi attira. Per quanti obblighi abbia preso, l’amore che ho per una donna non mi induce assolutamente ad essere ingiusto verso le altre; conservo occhi per vedere i meriti di tutte, e concedo a ciascuna quelle attenzioni e quei tributi che la natura rende doverosi.

Comunque sia, non posso rifiutarmi di offrire il mio cuore a ciò che mi par degno d’essere amato: ne avessi diecimila, di cuori, e un bel volto me li chiedesse, tutti li darei! Le simpatie nascenti, in definitiva, hanno un fascino inspiegabile, e tutto il piacere dell’amore è nei suoi mutamenti. Estrema è la dolcezza che si prova nel conquistare, con infiniti complimenti, il cuore di una bella giovane, nell’osservare giorno dopo giorno i progressi ottenuti, nel combattere con ardore, con sospiri e pianti, l’innocente pudore di un’anima che cede l’armi a fatica, nel vincere a poco a poco le sue piccole resistenze e condurla dolcemente là dove vogliamo che giunga.

Ma una volta che la conquista è fatta, non c’è più nulla né da dire né da volere; tutto il bello della passione se n’è fuggito via, e nella tranquillità di quell’amore finiamo per addormentarci, finché un nuovo oggetto non viene a risvegliare il desiderio e a sedurre il nostro cuore con l’attrattiva irresistibile di una conquista da fare. Infine, niente è così dolce come il trionfare sulla resistenza di una bella personcina; ho la stessa ambizione dei conquistatori, che volano perennemente di vittoria in vittoria e non possono certamente limitare l’impeto del loro volere. E quindi nulla può arrestare l’impeto dei miei desideri: ho un cuore che può amare il mondo intero; e come Alessandro vorrei che ci fossero altri mondi, per estendere le mie conquiste amorose.

da Don Giovanni, di Molière

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 9, 2019

Principiis obsta (Ovidio)

Trascrivo dal vocabolario Campanini e Carboni, quinta edizione, (1957).
Resisti ai princìpii. – Frase divenuta popolarissima: bisogna nelle malattie ed in genere in tutti i mali sopravvenienti prendere gli opportuni provvedimenti subito all’inizio, per non essere poi costretti, quando il male sia progredito, a ricorrere a medicamenti o a ripari ben più dolorosi.
Ecco l’integro distico di Ovidio:

Principiis obsta; sero medicina paratur
Cum mala per longas convaluere moras.

(Rimedia in principio; chè tardi si prepara la medicina, quando i mali, con lunghi indugi, abbiano preso vigore).

In questi giorni si discute animatamente per cercare di stabilire se siamo in presenza di un ritorno del fascismo, e nel caso così fosse, quali provvedimenti occorrerebbe adottare.

Intanto bisognerebbe tenere presente che non è fascista solo chi lo dichiara apertamente come ha fatto l’editore-picchiatore Polacchi: “Sono un militante di Casapound, anzi il Coordinatore regionale della Lombardia. E sono fascista, sì. Lo dico senza problemi. L’antifascismo è il vero male di questo Paese. Mussolini è stato sicuramente il miglior statista italiano”.

Più che fascista quest’uomo è uno stupido.

Non gli hanno spiegato che il vero fascista non deve mai dire: “io sono fascista!”?
Si vede se uno è fascista da quello che fa, non tanto o non solo da quello che dice.
Avete presente il filmato in cui il condannato per mafia, soprannominato “il papa” diceva: “Ma cù è ‘sta mafia? Ma quando mai ho mafiato? Della mafia so quello che sanno tutti. La droga mi fa schifo solo a parlarne”.

E ritorna l’antico dilemma: Fino a quando una comunità democratica deve tollerare l’esistenza, al proprio interno, di una frangia di intolleranti?
Voltaire dava questa risposta: “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”.

Anche l’articolo 6 dello Statuto dell’ONU sembra orientato in questo senso:
“Un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i princìpi enunciati nel presente Statuto può essere espulso dall’Organizzazione da parte dell’Assemblea Generale su proposta del Consiglio di Sicurezza”.

Perciò un editore, che per mezzo dei suoi libri propugna la distruzione della democrazia e l’instaurazione della dittatura fascista, può, anzi deve essere espulso da una manifestazione liberale e democratica come il Salone del Libro.

Pubblicato da: scudieroJons | maggio 7, 2019

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