Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 17, 2019

Esibizionismi

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Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 16, 2019

Un film mondiale

Silvana arriva alla Grand Central Station con il taxi guidato da Travis e si unisce alle lavoratici stagionali che sono in partenza per le risaie. Improvvisamente dal gruppo delle mondine sbuca una mondana che s’infila nel taxi di Trevis per cercare di sfuggire al suo sfruttatore, che invece la raggiunge e la tira giù. Nel frattempo arriva Walter, un ricercato per furto di gioielli, che per sottrarsi alla cattura da parte degli agenti si mescola al gruppo delle lavoratrici, corteggia Silvana e durante la sosta i due ballano insieme, scatenandosi prima in un boogie-woogie e poi in un twist, sulle note della celebre You Never Can Tell e vincono il primo premio. Tornati a casa l’uomo si apparta in bagno mentre la donna rovista nelle tasche della sua giacca alla ricerca di fiammiferi e trova un sacchetto contenente la collana rubata a una vecchia contessa, di cui parlavano tutti i giornali e per nasconderla la indossa. Intanto il tassista Travis, dopo una deludente serata con Betsy, che non ha gradito affatto lo spettacolo del cinemino a luci rosse dove lui l’ha portata, decide di dare una svolta alla sua grigia esistenza e si procura delle armi, acquistandone un cospicuo stock. Uscendo dal bagno Vincent trova Mia in preda a un’overdose e su suggerimento di un amico ex infermiere al San Camillo, pratica alla donna una difficilissima iniezione di C9H13No3 in un organo linfoepiteliale situato generalmente nel mediastino anteriore, e per pura fortuna riesce a salvarla. Intanto però gli agenti hanno stretto il cordone intorno a Walter il quale medita un altro clamoroso furto, e pretende la complicità di Silvana. Per mettere in chiaro chi è che comanda, la violenta sotto un albero di gelso rosso. Alla fine Silvana spara a Walter, Butch spara a Vincent, Travis spara a tutti gli sfruttatori che tengono prigioniera la piccola Iris. (Nella sala a fianco, in un altro film, Gary Cooper spara a Lee Van Cleef e tutti quanti rimettono gli orologi: è mezzogiorno). Solo Jules non spara a Zucchino, un maldestro rapinatore, e gli tiene anzi un lungo sermone pedagogico per indurlo a cambiare vita.

Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 12, 2019

Et in Arcadia ego

Mùltas pèr gentès et mùlta per aèquora vèctus
àdvenio hàs miseràs, fràter, ad ìnferiàs,
ùt te pòstremò donàrem mùnere mòrtis
èt mutàm nequìquam àlloquerèr cinerèm,..

Per molte genti e per molte distese vaste portato
eccomi a questi, fratello, funebri riti infelici,
per farti dono di un ultimo, estremo omaggio di morte
e per rivolgermi invano alla tua cenere muta,..

Catullo, Carme 101
……..
Tra i momenti più drammatici delle opere letterarie figurano a pieno titolo i racconti della morte tragica degli eroi o delle eroine. Tre di queste hanno anche ispirato un gran numero di opere pittoriche.
……………..

Richard Wagner
Tristan und Isolde

TRISTANO – (nella massima agitazione, dimenandosi sul suo giaciglio) Oh! questo sole! Ah! questo giorno! Ah! di questa voluttà radiosissimo giorno! Sangue in tumulto! Anima giubilante! Letizia senza misura, gioioso delirio! Nei vincoli del giaciglio come sopportarli? Orsù, in piedi, dove battono i cuori! Tristano, l’eroe, con la forza della gioia, si è dalla morte già svincolato! (Si drizza in tutta la persona) Con sanguinosa ferita io mi battei un giorno contro Morold: con sanguinosa ferita oggi io conquisto Isolda! (Si strappa le bende dalla ferita) Evviva, il mio sangue! Ch’esso scorra in letizia! (Balza dal suo giaciglio e s’avanza barcollando) Colei che la mia ferita avrà a chiudere per sempre,… ella s’appressa come un eroe, ella s’appressa per la mia salute! Che il mondo si sperda di fronte alla mia fretta giubilante! (S’avanza barcollando verso il centro della scena)
ISOLDA – (dal di fuori) Tristano! caro!
TRISTANO – (nella più tremenda esaltazione) Come, odo io la voce? La fiaccola, ah! La fiaccola si spegne! A lei! A lei!
(Isolda entra in fretta senza più respiro. Tristano, non potendosi più sostenere, le si precipita incontro barcollando. Nel mezzo della scena si incontrano: ella lo riceve tra le sue braccia. – Tristano, nelle stesse braccia di lei, cade lentamente al suolo)
ISOLDA – Tristano! Ah!
TRISTANO – (morendo con lo sguardo fisso su di lei) Isolda! (muore)
ISOLDA – Ah! sono io, sono io, dolcissimo amico! Su, ancora una volta odi il mio grido! Isolda chiama: Isolda è venuta a morire fedelmente con Tristano! Mi resti muto? Un’ora sola, un’ora sola, restami sveglio! Così angosciosi giorni ella ha vegliato struggendosi, per un’ora sola ancora vegliare con te: tradisce Isolda, la tradisce Tristano, di questa unica breve ed eterna estrema felicità del mondo. La ferita? Dove? Fa’ che io la guarisca! Che in sublime letizia partecipiamo alla notte; non della ferita non morirmi della ferita: che ad ambedue congiunti si spenga la luce della vita! Spento lo sguardo! Fermo il cuore! Non di un respiro il soffio fuggitivo!… Deve colei dunque in dolore stare a te davanti, che per la gioia di congiungersi a te attraversò coraggiosamente il mare? Troppo tardi! Uomo sdegnoso! Così dunque tu mi punisci col più duro dei decreti? Senza alcuna pietà per la colpa del mio soffrire? I miei lamenti non posso io dire? Una volta sola ah! una volta sola ancora!… Tristano!… Ah!… Odi! Si sveglia! Caro!
(Ella s’abbatte svenuta sul cadavere)
(Kurwenal, che è rientrato subito dietro Isolda, ha assistito alla scena senza far parola in spaventevole commozione ed immobile, gli occhi fissi su Tristano. Dal basso s’ode ora un sordo tumulto ed uno strepito d’armi. Il Pastore entra scavalcando il parapetto)
[…]
RE MARCO – O inganno e delirio! Tristano! Dove sei?
KURWENAL – (gravemente ferito, retrocede, barcollando, davanti a Marco, sul davanti della scena Qui egli giace… qui… dove io… giaccio. (s’abbatte ai piedi di Tristano)
RE MARCO – Tristano! Tristano! Isolda! Sventura!
KURWENAL – (prendendo la mano di Tristano) Tristano! Caro! Non avertene a male, che anche il tuo fedele venga con te! (muore)
RE MARCO – Tutti morti, dunque! Tutti morti! Mio eroe, mio Tristano! Caro fra tutti gli amici, anche oggi devi tradire il tuo amico? Oggi, mentr’egli viene a provarti la sua più alta fede? Svegliati! Svegliati! Svegliati al mio lamento! (curvandosi sul cadavere e singhiozzando) O fedelissimo infedele amico!
BRANGANIA – (che ha preso nuovamente Isolda tra le sue braccia) È sveglia! Vive! Isolda! Ascoltami, apprendi la mia espiazione! Il segreto del filtro ho svelato al Re: con impaziente fretta s’è posto in mare per raggiungerti, per rinunziare a te, per condurti l’amico.
RE MARCO – Perché Isolda, perché a me questo? Poiché chiaro mi fu svelato quel ch’io dapprima non potevo capire, come fui felice, che l’amico libero trovassi d’ogni colpa! Al valoroso per sposarti, a vele gonfie, io volai dietro di te. Ma della sventura l’impeto come può mai raggiungere colui che porta la pace? La raccolta io crebbi alla morte: l’illusione accumulò le sventure!
BRANGANIA – Non ci ascolti? Isolda! Cara! Non odi tu la tua fedele?
(Isolda, che non ha compreso niente intorno a sé, figge lo sguardo con crescente esaltazione sul cadavere di Tristano)
ISOLDA – Lieve, sommesso come sorride, come l’occhio dolce egli apre,… lo vedete amici? Non lo vedete? Sempre più limpido come esso brilla, e raggiante d’una luce stellare si leva verso l’alto? Non lo vedete? Come il cuore a lui baldanzosamente si gonfia, e pieno e maestoso nel petto gli sgorga? Come alle labbra, voluttuosamente miti, un dolce respiro lievemente sfugge:… Amici! Vedete! Non lo sentite, non lo vedete? Odo io soltanto questa melodia, che così meravigliosa e sommessa, voluttà lamentosa tutto esprimente dolce conciliante, da lui risuonando penetra in me, e verso l’alto si libra e dolce echeggiando intorno a me risuona? Queste armonie più chiare che mi circondano, sono forse onde di miti aure? Sono forse vortici di voluttuosi vapori? Come esse si gonfiano e mi circondano del loro sussurro, debbo io respirarle, prestar loro ascolto? A sorsi beverle, sommergermici? Dolcemente in vapori dissiparmi? Nell’ondeggiante oceano nell’armonia sonora, del respiro del mondo nell’alitante Tutto… naufragare, affondare… inconsapevolmente… suprema letizia!
(Isolda, come trasfigurata, cade dolcemente, tra le braccia di Brangania, sul cadavere di Tristano. Grande commozione e rapimento tra gli astanti. Re Marco benedice i cadaveri. – La tela cala lentamente)
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WILLIAM SHAKESPEARE
ROMEO E GIULIETTA

PRINCIPE – Sigilla ancora per un po’ la bocca al dolore, finché sia fatta luce su queste circostanze poco chiare, e ne siano accertate la cagione l’occasione ed il loro accadimento. Dopo sarò io stesso per il primo a prender parte a questo tuo cordoglio e ad esserti compagno nel compianto fino alla morte. Ma per ora frenati, e fa che la sventura per un poco sia schiava della tua sopportazione.
(Alle guardie)
Fate venire avanti gli indiziati.
FRATE LORENZO – Il maggiore di tutti sono io: il più sospetto, quanto il men capace di perpetrare un tale orrendo crimine. Ma l’ora e il luogo son contro di me. Eccomi dunque pronto ad accusarmi e a discolparmi di quello che in me sia degno di condanna e di discolpa.
PRINCIPE – Ebbene avanti, di’ quello che sai.
FRATE LORENZO – Brevemente, perché il mio fiato è corto per tediarvi con un racconto lungo. Dunque, Romeo, che qui vedete morto, era lo sposo di quella Giulietta, e lei, là morta, di Romeo la sposa. Li congiunsi io stesso in matrimonio. Ma il giorno delle lor segrete nozze fu l’ultimo del giovane Tebaldo; e l’immatura fine di costui provocò il bando del novello sposo da Verona; e per lui, non per Tebaldo Giulietta è stata tutto il tempo a piangere.
(Al Capuleti)
Voi, per rimuover da lei l’assedio di quel dolore, l’avete promessa, e l’avreste voluta maritare contro sua volontà al Conte Paride. Ella venne da me tutta sconvolta a scongiurarmi di trovarle un mezzo che potesse sottrarla in qualche modo a questo suo secondo matrimonio; altrimenti, mi disse, ell’era pronta ad uccidersi là, nella mia cella. Le diedi allora – confortato in questo dalla mia esperienza -, una pozione che potesse servirle da narcotico, ed ebbe infatti l’effetto voluto, perché diede al suo stato soporifero la somiglianza di morte reale. Intanto scrissi subito a Romeo, sollecitandolo a venire qui in quella stessa sciagurata notte, per aiutarmi a trarla dalla tomba, in cui s’era precariamente posta, al cessar dell’azione del narcotico. È occorso, invece, per nostra disgrazia, che la persona da me incaricata di recare il messaggio, Fra’ Giovanni, fosse fermato qui da un incidente, e ritornasse solo ieri notte da me, a riconsegnarmi quella lettera. Sicché son qui venuto tutto solo al previsto momento del risveglio per trarla fuori dal suo sepolcreto con l’intenzione di occultarla meco nella mia cella, fin che avessi avessi avuto il destro d’avviarla come meglio al suo Romeo. Ma giunto in questo luogo, qualche minuto prima del risveglio, ho trovato giacenti a terra, morti, il nobil Paride e il fido Romeo. Intanto la ragazza si destava, ed io la supplicai di venir via e sopportar con pia rassegnazione la volontà del cielo; in quell’istante, un rumore mi fece allontanare, per subita paura, dalla tomba, ed ella, in preda alla disperazione, si rifiutò di venir via con me, e, come pare, si tolse la vita. Questo è tutto ch’io so. La sua nutrice sa del suo matrimonio clandestino. Ora, se per mia colpa in tutto questo, è potuto accader qualche sciagura, si sacrifichi la mia vecchia vita al più severo rigor della legge: sarà solo un anticipo di ore alla sua naturale conclusione.
PRINCIPE – Ti abbiamo sempre conosciuto tutti, frate, per un sant’uomo, quale sei. Ma dov’è quel valletto di Romeo? Che cosa ci può dire lui di ciò?
BALDASSARRE – Questo: ho recato io al mio padrone l’annuncio della morte di Giulietta; ed egli partì subito da Mantova, cavalcando, diretto a questo luogo; sì, dico, a questo stesso sepolcreto. Qui mi ordinò di portare a suo padre, l’indomani mattina, questa lettera; poi, prima di calarsi in questa cripta, mi minacciò di morte, addirittura, se non mi fossi allontanato subito e non l’avessi lasciato lì solo.
PRINCIPE – Dammi la lettera. La voglio leggere. Ed il paggio di Paride dov’è?
(il paggio si fa avanti)
Ragazzo, che faceva in questi luoghi il tuo signor padrone?
PAGGIO – Era venuto a cospargere fiori sulla tomba della sua donna amata, e m’ordinò di starmene a distanza; ciò ch’io feci. Ma dopo poco tempo, venne un uomo con una torcia n mano ad aprire la tomba. Il mio padrone subito gli si avventa con la spada, ed io son corso a chiamare le guardie.
PRINCIPE – (Che intanto la letto la lettera di Romeo al padre) Questa lettera rende ampia ragione a quanto ha detto il frate sulla storia del loro matrimonio, ed accenna altresì alla notizia della morte di lei; e qui egli scrive anche come abbia fatto a procurarsi un veleno da un povero speziale e come sia venuto a questa tomba con la ferma intenzione di morire e di giacersi al fianco di Giulietta… Ebbene, dove son questi nemici? Capuleti! Montecchi! Ecco, vedete da qual flagello è colpito il vostro odio. Il cielo s’è servito dell’amore per uccidere a ognuno di voi due le rispettive gioie. Ed io, per aver troppo chiuso gli occhi sulle vostre contese, son privato di violenza di due cari parenti. Siamo puniti tutti!
CAPULETO – (Al Montecchi)
O fratello Montecchi, qua la mano. E sia questa la dote di mia figlia, ché davvero di più non posso chiedere.
MONTECCHI – Ma di più poss’io darti: un monumento che a lei farò innalzare, d’oro fino, così che alcuna immagine nel mondo, finché duri la fama di Verona sia tenuta da tutti in maggior pregio di quella della pura ed innocente e fedele Giulietta.
CAPULETO – Ed in non meno ricco simulacro starà Romeo accanto alla sua sposa: povere vittime sacrificali entrambi dell’inimicizia nostra.
PRINCIPE – Una ben triste pace è quella che ci reca questo giorno. Quest’oggi il sole, in segno di dolore, non mostrerà il suo volto, sulla terra. Ed ora andiamo via da questo luogo, per ragionare ancora tra di noi di tutti questi tristi accadimenti. Per essi, alcuni avranno il mio perdono, altri la loro giusta punizione; ché mai vicenda fu più dolorosa di questa di Giulietta e di Romeo.

……………..


François-René de Chateaubriand
Atala

(Chactas, un indio delle Americhe, viene catturato da una tribù nemica. Egli ama, riamato, Atala, figlia del capo tribù, che riesce a farlo liberare, ma il giovane si rifiuta di partire senza di lei. Atala, che è cristiana, ama Chactas, ma per ragioni misteriose non si concede a lui, cerca anzi di allontanarlo e di sfuggirgli. Un giorno Chactas viene informato che Atala lo attende presso la grotta di un santo eremita)

“Se il mio sogno di felicità era vivido, fu anche di breve durata, e un brusco risveglio mi aspettava alla grotta dell’eremita. Sono rimasto sorpreso, arrivando lì a metà giornata, di non vedere Atala corrermi incontro. Non so che orrore improvviso mi aveva afferrato. Avvicinandomi alla grotta, non ho osato chiamarla: la mia immaginazione era ugualmente atterrita o di qualche rumore o del silenzio che avrebbe seguito le mie grida. Avevo ancora più paura dell’oscurità che regnava all’ingresso della spelonca. L’uomo di pace entrò nella grotta e io rimasi fuori, pieno di terrore. Presto udii un debole mormorio, come di lamenti che provenivano dal fondo della caverna e mi straziavano gli orecchi. Urlando e riprendendo le mie forze, mi introdussi nell’antro oscuro… Spiriti dei miei padri, solo voi conoscete lo spettacolo che ha colpito i miei occhi! L’eremita aveva acceso una torcia di pino; la stava tenendo con una mano tremante presso il giaciglio di Atala. Questa bella e giovane donna, mezza sollevata sul gomito, si mostrò pallida e scarmigliata. Le gocce di un sudore doloroso brillavano sulla sua fronte; il suo sguardo febbricitante stava ancora cercando di esprimere il suo amore, e la sua bocca stava cercando di sorridere. Colpito come da un fulmine, gli occhi fissi, le braccia tese, le mie labbra si aprirono, ma rimasi muto, immobile. Un profondo silenzio regnava su tutti e tre i personaggi di questa scena di dolore.

L’eremita lo ruppe per primo: “Questa, disse, sarà solo una febbre causata dalla spossatezza, e se ci affidiamo alla volontà di Dio, avrà pietà di noi.”

A queste parole, il sangue sospeso riprese il suo corso nel mio cuore e con la mobilità del selvaggio e all’improvviso passai dall’eccesso di paura all’eccesso di sicurezza. Ma Atala non mi lasciò gioire a lungo. Scuotendo tristemente la testa, ci fece cenno di avvicinarci al suo letto.
“Padre mio,” disse debolmente, rivolgendosi al religioso, “Sono giunta al momento della morte. Chactas, ascolta senza disperazione il segreto fatale che ti ho nascosto, per non renderti troppo infelice e per obbedire a mia madre. Non interrompere con segni di dolore che farebbero precipitare i pochi momenti che devo vivere. Ho molte cose da dire e il battito del mio cuore che rallenta… Non so che peso freddo mi consente di sollevare a malapena il seno.”
Dopo alcuni momenti di silenzio, Atala proseguì come segue: “Il mio triste destino è iniziato quasi prima di vedere la luce; mia madre mi aveva partorito in grave angoscia; ho affaticato il suo seno e mi ha dato alla luce tra grandi spasimi di viscere; si disperava per la mia vita. Per salvarmi la vita, mia madre fece un voto; promise alla Regina degli Angeli che io avrei consacrato la mia verginità se fossi sfuggita alla morte… Voto fatale, che mi precipita nella tomba! Sono entrata nel mio sedicesimo anno quando ho perso mia madre. Qualche ora prima di morire, lei mi chiamò al suo capezzale. “Figlia mia”, mi disse in presenza di un missionario che la confortò negli ultimi momenti; figlia mia, conosci il voto che ho fatto per te. Saresti capace di rinnegare tua madre? O mia Atala! Ti lascio in un mondo che non è degno di possedere un cristiano, in mezzo agli idolatri che perseguitano il Dio di tuo padre e mio, il Dio che, dopo averti dato la vita, l’ha salvata per te con un miracolo. Eh! mia cara bambina, accettando il velo delle vergini, stai solo rinunciando alle preoccupazioni del matrimonio e alle passioni fatali che hanno turbato il seno di tua madre! Vieni, allora, mia amata, vieni, giura su questa immagine della Madre del Salvatore, nelle mani di questo santo sacerdote e della tua madre morente, che non tradirai il voto di fronte al cielo. Ricorda che mi sono impegnata per te, per salvarti la vita, e che se non lo fai, Atala, se non mantieni la mia promessa, precipiterai l’anima di tua madre nel tormento eterno”.
O madre mia! perché hai parlato così! O religione che causa sia i miei mali che la mia felicità, sia il perdermi che il consolarmi! E tu, caro e triste oggetto di una passione che mi consuma tra le braccia della morte, ora vedi, o Chactas, cosa ha causato il rigore del nostro destino! Sciogliendomi in lacrime e gettandomi nel seno di mia madre, ho promesso tutto ciò che mi era stato richiesto. Il missionario pronunciò le terribili parole su di me e mi diede lo scapolare che mi lega per sempre. Mia madre mi minacciò della sua maledizione se mai avessi rotto il mio giuramento e dopo avermi raccomandato un segreto inviolabile verso i pagani, persecutori della mia religione, spirò mentre mi abbracciava. Non temevo prima alcun pericolo per i miei giuramenti. Piena di ardore e vera cristiana, orgogliosa del sangue spagnolo che scorre nelle mie vene, ho visto intorno a me solo uomini indegni di ricevere la mia mano; mi rallegravo di non avere altro marito se non il Dio di mia madre. Ma oggi vivo per te, giovane e bello prigioniero. Ho penato per il tuo destino, ho osato parlarti al palo di tortura nella foresta: poi ho sentito tutto il peso del mio voto.”

(la disperazione di Chactas è terribile. Arriva perfino a inveire contro il sant’uomo e la religione che predica. Atala cerca di consolarlo)

“Mio giovane amico,” disse Atala, “hai assistito alle mie lotte, eppure ne hai visto solo la minima parte; ti ho nascosto il resto. Ti ho aiutato a fuggire, eppure sapevo che sarei morta se tu mi avessi lasciata…  Ah! se fosse stato necessario solo lasciare parenti, amici, villaggio; se anche (spaventoso!) ci fosse stata solo la perdita della mia anima!… Ma la tua ombra, oh madre mia! la tua ombra era ancora lì, a rimproverarmi il tuo tormento! Ho sentito i tuoi lamenti, ho visto le fiamme dell’inferno consumarti. Le mie notti erano aride e piene di fantasmi, i miei giorni erano desolati; la rugiada della sera si stava asciugando sulla mia pelle calda; aprivo le mie labbra alle brezze, e le brezze, lungi dal portarmi la freschezza, ardevano con il fuoco del mio respiro. Che tormento vederti costantemente con me, lontano da tutti gli uomini, nelle profonde solitudini e sentire tra me e te una barriera invalicabile! Trascorrere la mia vita ai tuoi piedi, servirti come una schiava, preparare il tuo pasto e il tuo letto in qualche angolo sconosciuto dell’universo, sarebbe stato per me la felicità suprema; questa felicità, l’ho toccata e non ho potuto godermela. Quali sogni non ho sognato! Che sogno di Atala non è uscito da questo triste cuore! A volte, serrando gli occhi, sono arrivata a formarmi desideri tanto sciocchi quanto colpevoli: “A volte mi sarebbe piaciuto essere con te l’unica creatura vivente sulla terra; a volte, sentendo che una divinità mi ha fermato nei miei orribili trasporti, avrei desiderato che la divinità fosse stata distrutta, purché, stretta tra le tue braccia, fossi rotolata da abisso in abisso con i detriti di Dio e del mondo! Ora, anche… lo dirò! Ora che l’eternità mi inghiottirà, che me ne vado per comparire davanti all’inesorabile Giudice, quando, per obbedire a mia madre, vedo con gioia la mia verginità divorare la mia vita, bene! con una spaventosa contraddizione, mi dispiace di non essere stata tua!…”

(l’eremita è angosciato dal dramma dei due giovani e tuona contro le false credenze religiose che guastano la vera fede, e promette ad Atala di aiutarla a sciogliersi dal voto fatto per mezzo di simili costrizioni)

“Scriverò al vescovo del Quebec: ha i poteri necessari per scioglierti dal tuo voto, e finirai le tue giornate vicino a me, con Chactas tuo marito. ”
A queste parole del vecchio, Atala fu colta da una lunga convulsione, dalla quale uscì solo per mostrare i segni di un dolore spaventoso. “Cosa!” Disse, tormentandosi le mani convulsamente, “c’era dunque un rimedio! Avrei potuto essere sciolta dal mio voto!”
“Sì, figlia mia “, disse il padre,” e puoi ancora.”
“È troppo tardi, è troppo tardi!” diceva Atala piangendo “Dover morire nel momento che lo scopro! Sarei potuta essere felice! Oggi, con Chactas cristiano… consolata, rassicurata da questo augusto prete… in questo deserto… per sempre… Oh! sarebbe stata troppa felicità! ”
“Calmati, dissi, afferrando una delle mani della sfortunata donna; calmati, questa felicità, la assaporeremo.”
“Mai! mai! Non sai tutto,” gridò la vergine, “è stato ieri… durante la tempesta. Ero sul punto di violare i miei voti: stavo per immergere mia madre nelle fiamme dell’abisso; già la sua maledizione era su di me; ho già mentito al Dio che mi ha salvato la vita… Quando hai baciato le mie labbra tremanti, non lo sapevi che stavi baciando la morte!”
“O cielo! esclamò il missionario, cara bambina, cos’hai fatto?”
“Un crimine, padre,” disse Atala, con occhi selvaggi. “Ma mi sono persa io sola e ho salvato mia madre. Avevo previsto la mia debolezza; partendo dal villaggio, ho preso con me…”
“Cosa?” Ripresi con orrore.
“Un veleno? disse il padre.
“È nel mio seno!” esclamò Atala.
La torcia sfuggì dalla mano dell’eremita, e cadendo si spense.

(Atala racconta al santo eremita che avendolo cercato e non avendolo trovato il giorno prima aveva ingerito un veleno che non ammette rimedio. La disperazione di Chactas aumenta spaventosamente ed egli si contorce per terra.

“Tocca le mie dita, chiede Atala a Chactas, non le trovi molto fredde?”

Non sapevo cosa dire, e i miei capelli erano irti per l’orrore; poi lei aggiunse: “Ancora ieri, mio amato, il tuo solo tocco mi faceva trasalire, e ora non sento più la tua mano, non riesco a sentire la tua voce, gli oggetti della caverna scompaiono volteggiando. Non stanno cantando gli uccelli? Il sole deve essere vicino al tramonto ora; Chactas, i suoi raggi saranno belli nel deserto, sulla mia tomba!”

Atala, rendendosi conto che queste parole ci avevano fatto sciogliere in lacrime, disse: “Perdonatemi, miei buoni amici; sono molto debole, ma forse diventerò più forte. Tuttavia, morire così giovane, all’improvviso, quando il mio cuore era così pieno di vita! Uomo di preghiera, abbi pietà di me; confortami. Dimmi che mia madre è felice e che Dio mi perdona per quello che ho fatto!”

(il buon eremita, per consolare Atala le dice che morendo così giovane evita tutto il dolore che la vita riserva ai mortali. Con le poche forze che le rimangono, Atala cerca di staccarsi dal collo la croce per consegnarla a Chactas, facendosi promettere, ma senza giuramenti, di abbracciare la religione cristiana)

A questo spettacolo, l’eremita, con un’aria grave e ispirata e levando le braccia verso la volta della grotta: “È tempo, – disse piangendo – è ora di chiamare Dio qui!”
Non appena ebbe pronunciate queste parole, una forza soprannaturale mi costrinse a cadere in ginocchio a testa china ai piedi del letto di Atala. Il sacerdote aprì un luogo segreto dove era racchiusa un’urna d’oro coperta da un velo di seta; si prostrò e adorò intensamente. La grotta apparve all’improvviso illuminata; si sentivano nell’aria le parole degli angeli e i suoni delle arpe celesti, e, quando il monaco estrasse il vaso sacro dal suo tabernacolo, pensavo di vedere Dio stesso uscire dal lato della montagna. Il prete aprì il calice; prese tra le sue dita un’ostia bianca come la neve e si avvicinò ad Atala mentre pronunciava parole misteriose. La povera giovane aveva alzato gli occhi al cielo, in estasi. Tutto suo i dolori sembravano svaniti, tutta la sua vita era confluita sulla sua bocca; le sue labbra si socchiusero e si prepararono, con rispetto, a ricevere il Dio nascosto sotto il pane mistico. Poi il vecchio intinse un po’ di lino in un olio consacrato; sfiorò le tempie di Atala, fissò per un momento la ragazza morente, e improvvisamente queste forti parole gli uscirono dal petto: “Vai, anima cristiana, ritorna al tuo Creatore!”
A quel punto esclamai, guardando il vaso dov’era l’olio santo: “Padre mio, questo rimedio ridarà vita ad Atala?”
“Sì, figlio mio,” disse il vecchio, cadendo tra le mie braccia, “vita eterna!”
Atala era appena spirata.

……………

La drammatica morte di Atala è quella che mi colpisce più profondamente, perché mi ricorda che anch’io ho molto amato un’Atala.


Era una bellissima bicicletta, moderatamente sportiva, che ho posseduto in gioventù e con cui mi arrampicavo faticosamente, alzandomi sui pedali, fino alla cima di salite ripidissime, da dove poi scendevo a rotta di collo in sella ad Atala nel corso di entusiasmanti discese rimanendo, miracolosamente, sempre incolume.

Oggi non so più che fine abbia fatto quella bicicletta, e il senso di privazione che provo nel pensarci mi induce ad immaginare la disperazione che doveva provare quel ragazzo che, appoggiata la sua bicicletta al muro di una chiesa, era entrato in un bar per comprarsi un gelato e uscendo dal bar aveva avuto l’amara sorpresa di scoprire che la bicicletta gli era stata rubata.

Se ne stava così, seduto sui gradini della chiesa, e ripeteva tra le lacrime: “L’ho perduta per sempre! Non la vedrò mai più!”
Poco prima, in quella chiesa, era stato officiato il funerale di una vecchia, e sul sagrato i parenti stavano formando il corteo funebre. Il parroco era uscito dalla chiesa e, passando accanto al ragazzo, aveva ascoltato il suo lamento. Si fermò per dirgli una parola di conforto: “Fatti animo, figliolo! Un giorno, speriamo lontano, la rivedrai. Ma adesso lei doveva andare. Era già molto vecchia…”
“Sì, lo so, era vecchia – rispose il ragazzo tra le lacrime – ma io…”

Non posso riportare per intero la risposta del ragazzo, per non veder svanire completamente l’alone di poesia che è stato così faticosamente creato dalle tre precedenti scene di morti romantiche.

Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 9, 2019

Otto per otto divisi tra otto

otto

Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 7, 2019

Se(ne)x

Alcuni giorni fa è apparso su Repubblica il racconto della disavventura di un “ragazzo”, (così veniva definito un tale che dice di chiamarsi Massimo) di età imprecisata, che era andato in metrò al primo appuntamento con una “ragazza”.

sancarlo

“Una ragazza di Torino, – si è lamentato Massimo – mi ha tirato pacco perché candidamente le ho scritto che sarei arrivato prima all’appuntamento in piazza San Carlo perché avevo preso la metro. Mi ha risposto via cellulare che non veniva perché non si va a un appuntamento in metro. La ragazza ha 30 anni”.

“La solitudine m’ha perseguitato per tutta la vita. Dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi. Non c’è scampo: sono nato per essere solo”. *

Massimo ha fatto appena in tempo a raccogliere la solidarietà della rete quando la ragazza in questione ha sentito il bisogno di intervenire:

“L’appuntamento è saltato perché ho scoperto che mi sarei incontrata con una persona che si era già presentata mentendo”.

Successivamente ha precisato: “Sono basita. – scrive – Mi chiamo Chiara e sono una maestra di una scuola materna. Non ho Facebook per via del mio lavoro. Una mia collega mi ha permesso gentilmente di utilizzare il suo profilo per difendermi da un’argomentazione assurda nonché privata. Ho 35 anni e sul mio profilo Tinder c’erano foto e la mia vera età. Abbiamo iniziato a scriverci nel mese di dicembre. Dopo qualche giorno decidiamo di vederci per un caffè. Io accetto dopo un po’. Ero restia, ma sembrandomi una brava persona accetto. La sua risposta fu “Saprò meritarmi la tua fiducia”, corredata da cuoricini e faccine sdolcinate (ad ogni frase sempre un tot di cuoricini , che il signore abbondava). Il signore si è preso semplicemente un due di picche perché a mio personale giudizio se lo meritava”.

Cos’era successo? Chiara ci racconta che a una cena natalizia aveva mostrato a una commensale il profilo di Massimo. Lei aveva detto di conoscerlo e l’aveva informata che la sua età non era quella da lui indicata.

“Lui è una contraddizione vivente, metà verità e metà finzione”. *

Però sarebbe dovuta andare all’appuntamento per verificare di persona la buona fede di Massimo. Perché non l’ha fatto? Forse la risposta ce la può dare una nota autobiografica che lei ritiene indispensabile aggiungere.

“Nel lontano 2009 io sono stata piantata in asso dal mio fidanzato il giorno di San Valentino, in mezzo a una strada e con una torta a forma di cuore in mano. Venne a prendermi, non scese neanche dall’auto, mi disse che tra noi era finita e rimasi così in mezzo alla strada per dieci minuti piangendo”.

Insomma, la cara ragazza dopo nove anni si è vendicata su un incolpevole e gentile utente del trasporto pubblico dell’affronto patito ad opera di un cafone motorizzato.

“Anche lei era come tutti gli altri, fredda, insensibile. Ce n’è tanta di gente così, specialmente le donne. Sono tutte uguali”. *

C’è un particolare che non mi convince nella storia di Chiara: da quando alle maestre di scuola materna non è consentito avere un profilo su Facebook? Forse perché lei lavora con le monache? E invece il profilo su Tinder le è permesso? E poi, perché non ci dice quanti anni si era calato Massimo? (o forse aumentato? A volte succede: Holden Caulfield lo faceva spudoratamente) Cinque? Dieci? Di più è improbabile: non andrebbe mai a un appuntamento una persona che si è tolti più di dieci anni.  E Chiara, questa ragazza di 35 anni, si sarebbe trovata in imbarazzo di fronte a un eventuale 45enne? O è forse lei che a 35 anni si sente inadeguata a sostenere l’impegnativo titolo di “ragazza”?

Si vede che non segue le notizie di moda in generale e quelle di gioielleria in particolare. Altrimenti avrebbe conosciuto la dichiarazione alla stampa di Tom Ford, il celebre stilista.

“Sono stanco del culto della gioventù, del rifiuto culturale della vecchiaia, della stigmatizzazione delle rughe, dei capelli grigi, dei corpi segnati dagli anni. Sono affascinato da Diana Vreeland, Georgia O’Keeffe e Louise Bourgeois, donne che hanno lasciato che il tempo le abbracciasse senza mai barare. La società oggi condanna questo, io, lo celebro. Per questa collezione di gioielli, ho immaginato un uomo e una donna che sono stati insieme per molto tempo, fedeli l’uno all’altra e sempre incandescenti di desiderio. ”

La très-chère était nue, et, connaissant mon coeur,
Elle n’avait gardé que ses bijoux sonores,
Dont le riche attirail lui donnait l’air vainqueur
Qu’ont dans leurs jours heureux les esclaves des Mores.

Charles Baudelaire

Mi accorgo adesso che Tom Ford si è dimenticato di citare, tra le donne affascinanti ad ogni età, la bellissima Sissy Spacek.

* Gentile contributo offerto da Travis e Betsy

Ma, a parte la deludente esperienza di Massimo, il Dating online funziona davvero?

Sembrerebbe di sì, a giudicare da certi miracolosi ricongiungimenti raggiunti dopo alcuni decenni di separazione.

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E quando non è proprio possibile raggiungere l’obiettivo Massimo, Chiara potrebbe attenersi alla regola aurea:

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Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 4, 2019

Il parlare chiaro di Roberto Saviano

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SMETTETELA DI FARE I PAGLIACCI

 

Pubblicato da: scudieroJons | gennaio 1, 2019

All’Opera!

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 31, 2018

Incredibile

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 29, 2018

Irresponsabile

Ai raduni dei tifosi si incontra di tutto! – Così si è giustificato il capo ultrà del Milan, Luca “nasodicane” Lucci, quando gli hanno chiesto ragione della sua vigorosa stretta di mano con Matteo Salvini.  – Non sai mai se quello che hai davanti è una persona perbene o un poco di buono.

Luca Lucci, il capo ultrà rossonero che domenica è stato fotografato insieme al leader della Lega durante la festa per i cinquanta anni della Curva Sud, dice la sua e ci tiene a chiarire subito che lui, in fondo, con Salvini ha poco a che fare.

“La Curva Sud Milano non ha alcun legame con la politica italiana e non sostiene né appoggia alcuna ideologia o partito politico – le parole dell’ultrà -. Io personalmente non ho, né ho mai avuto, alcun rapporto personale con Salvini. La fotografia ritrae l’unico momento di contatto durato pochissimi secondi in una giornata in cui il ministro si è intrattenuto con numerosissimi tifosi ma non con me. Chiunque era presente si è reso conto di come – il j’accuse di Lucci – chi ha immortalato questo brevissimo contatto abbia studiato a tavolino e atteso il momento per far emergere l’unico istante della giornata utile per un attacco politico”.

Un attacco che inevitabilmente ha coinvolto anche lui, già finito in passato sui giornali per l’aggressione a Virgilio Motta – il tifoso interista che perse un occhio per le botte in un derby e che si suicidò poco dopo – e per l’arresto a giugno in un’operazione antidroga. “Ho un solo precedente penale per lesioni personali – ci ha tenuto a chiarire il capo ultrà, proprio riferendosi a quell’aggressione del 2009 -. Sono consapevole della mia responsabilità e riconosco l’errore commesso. Ho espiato la mia pena, così come ho risarcito il danno alla parte civile”.

“Nel mese di luglio 2018 – ha proseguito Lucci – ho concordato la pena di anni 1 mesi 6 per il reato di acquisto di droga leggera. Non ho mai ammesso la mia responsabilità, ma ho fatto una scelta processuale, quella di patteggiare, per ragioni di cui non ritengo di dover fare conto”.

“Detto questo, invito tutti a non coinvolgermi in polemiche che non mi riguardano”.
Riguardo ai 49 milioni rubati allo Stato dalla Lega Nord, io non so assolutamente dove sono nascosti.

 

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 24, 2018

Riace oggi

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