Pubblicato da: scudieroJons | marzo 28, 2015

Calandrella rufescens

calandra

Chi vuol comprar la bella calandrina,
Che canta da mattino in fino a sera?
Chi vuol comprarla, venga a contratto!

Sempre a buon patto la venderò.
La bella calandrina! Chi vuol comprarla?

È sì gentil, ha così dolce il canto,
E vender la degg’io che l’amo tanto;
Ma questo è il mio mestiere,
No’l fo per piacere! Venga! venga!

Sempre a buon patto la venderò.
La bella calandrina! Chi vuol comprarla?

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 25, 2015

Cinque donne

cinquedonne

Venite tutte qui, ragazze! Come vi avevo preannunciato questa non sarà una sfilata di moda come tutte le altre. Voi rappresenterete cinque donne famose e darete vita a dei quadri viventi. Avete letto il copione con il ruolo che vi ho assegnato?
Facciamo una prova veloce, senza scenografia. Quando c’è un dialogo vi farò da spalla per darvi la battuta.

-
Cominciamo da te, Georgina.
Tu sei nella sala del trono del palazzo imperiale, dalle finestre si vedono le fiamme della capitale che brucia, ed ecco che incontri l’imperatore, che è appena fuggito dall’Ippodromo in rivolta. E’ impaurito, smarrito, si vede perduto. Tu gli parli con durezza, per scuoterlo, per fare appello alle sue ultime tracce di dignità. Mi raccomando, devi essere altera.
– Secondo me la fuga è stata ed è riprovevole. E’ tuttavia insopportabile per un sovrano perdere la propria dignità e sopravvivere. Prego il cielo che non mi faccia vivere senza diadema e senza porpora. Che io non veda il giorno in cui non mi saluteranno più imperatrice. Se tu, o cesare, insisti nel voler fuggire, orsù! i tesori non ti mancano, ecco là il mare, le navi tue nel porto. Ma, attento, che il tuo cercar la vita non ti porti a incontrar la morte. Dico per me quelle parole antiche: il trono è la più bella tomba.

Adesso tu, Carolyn.
Ora ci troviamo nell’esedra del palazzo del tetrarca. Ti hanno appena portato l’orrido compenso che hai chiesto per aver danzato, e tu ti chini per sfiorarlo con le labbra. Devi essere ansante, per la danza e per l’emozione.
– Ah, Iokanaan, Iokanaan, tu sei stato l’unico uomo che io abbia mai amato. Tutti gli altri uomini m’ispirano il ribrezzo. Ma tu, tu eri bello. Il tuo corpo era una colonna eburnea su di un piedistallo d’argento. Era un giardino pieno di colombe e di gigli d’argento. Era una torre d’argento ornata di placche d’avorio. Niente v’era al mondo così bianco come il tuo corpo. Niente v’era al mondo così nero come i tuoi capelli. Niente v’era nel mondo intero così rosso come la tua bocca. La tua voce era un incensiere che spandeva strani profumi, e quando io ti guardavo sentivo una strana musica!
Ah! Perché non mi hai guardata, Iokanaan? Tu hai nascosto il tuo viso dietro le tue mani e dietro i tuoi anatemi. Tu hai messo sui tuoi occhi la benda di chi vuole vedere il suo Dio. Ebbene, tu l’hai veduto, il tuo Dio, Iokanaan, ma me… me… non mi hai mai veduta. Se mi avessi veduta, tu mi avresti amata. Io ti ho veduto, Iokanaan, e ti ho amato. Oh! Come ti ho amato io. Io ti amo ancora, Iokanaan. Io amo solo te… Ho sete della tua bellezza. Ho fame del tuo corpo. E nessun vino, nessun frutto possono placare il mio desiderio. Che cosa farò io, adesso, Iokanaan?
Nessun fiume, nessun oceano potrà mai spegnere la mia passione. Io ero una principessa, tu mi hai disdegnata. Io ero una vergine, tu mi hai deflorata. Io ero casta, tu hai riempito le mie vene di fuoco… Ah! Ah! Perché tu non mi hai guardata, Iokanaan. Se mi avessi guardata tu mi avresti amata. Lo so bene che tu mi avresti amata, e il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte. Solo l’amore si deve guardare.

Vieni avanti tu, Stella.
Siamo nell’agorà, come al solito brulicante di gente, e intorno a te e ai tuoi interlocutori si è creato un capannello di spettatori che vogliono vedere come sa condurre un dialogo un’allieva di Socrate.
– Se la moglie del vicino avesse più oro del tuo, preferiresti avere il tuo o il suo oro?
– Il suo.
– E se avesse abiti e gioielli più ricchi?
– I suoi.
– E se avesse un marito migliore del tuo?
…………
“Tua moglie, o Senofonte, non mi risponde. Allora rivolgerò a te la stessa domanda. Se la moglie del vicino fosse migliore della tua, preferiresti avere la tua o la sua?”
…………
“Giacché nemmeno tu mi rispondi, interpreterò il vostro pensiero. Ciascuno di voi vorrebbe il marito o la moglie migliori. Ma nessuno di voi due ha raggiunto la perfezione; dunque ciascuno di voi rimpiangerà per sempre questo ideale.”

Kirsty, tocca a te.
Sei prigioniera nei tuoi appartamenti regali, mentre nella città invasa dal nemico si sentono i fragori della battaglia e le grida degli assalitori. Tu hai appena preso la tua decisione, perciò sei calma e determinata.
– Ebbene, su, Carmiana, donne mie, abbigliatemi adesso da regina, cercatemi di là le mie vesti più belle e più sontuose, ch’io m’imbarco di nuovo verso Cidno ad incontrare Antonio.
Va’, cara Iras – nobile Carmiana, questa volta davvero la finiamo! – e adempiuto che avrai questo servizio avrai da me licenza di giocare fino al dì del Giudizio. Portami la corona e tutto il resto. Che son questi rumori là di fuori?
– C’è qui un contadino che insiste per voler essere ammesso alla presenza della tua maestà. Porta dei fichi.
– Lascialo passare. Quale mezzo meschino può mai servire ad un nobile gesto!… Costui mi porta la liberazione! Ora la mia risoluzione è presa: non c’è più nulla in me di femminile.
Son salda come marmo: il mio pianeta non è più adesso l’incostante luna.

Cosa c’è Karen?
Ti lamenti perché la tua parte ti sembra troppo breve? Eppure vedrai che tu, come quinto elemento del gruppo, sei anche più importante delle altre. I capelli rossi vanno bene. Ricordati che sei la più esotica di tutto il gruppo, perché vieni da un paese molto molto lontano.
– Come ti chiami?
– Leeloo Minai Lekarariba – Laminai – Tchai – Ekbat De Sebat.
– Che bel nome! Veramente molto carino! Non ne avresti uno un po’ più corto?
– …Leeloo.

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 21, 2015

L’unto sbagliato

unto

Quando Gesù incontrava qualcuno e lo sceglieva, tra le altre cose gli diceva: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;” (Matteo – quello serio – 10,37)
Si vede che quando a Maurizio Lupi è capitato “un fatto che ha la forma di un incontro”, qualunque cosa voglia significare quest’espressione nel gergo iniziatico di Comunione e Liberazione, l’Unto non gli ha detto niente. Strano.
O forse l’unto che ha incontrato Lupi non era stato consacrato da un’unzione sacra, era semplicemente sporco di untume.

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 20, 2015

Equinozio di primavera

equi

Primavera

Primavera vien danzando
vien danzando alla tua porta.
Sai tu dirmi che ti porta?
Ghirlandette di farfalle,
campanelle di vilucchi,
quali azzurre, quali gialle;
e poi rose, a fasci e a mucchi.

E l’estate vien cantando,
vien cantando alla tua porta:
Sai tu dirmi che ti porta?
Un cestel di bionde pesche
vellutate, appena tocche,
e ciliegie lustre e fresche,
ben divise a mazzi e a ciocche.

Vien l’autunno sospirando,
sospirando alla tua porta.
Sai tu dirmi che ti porta?
Qualche bacca porporina,
nidi vuoti, rame spoglie,
e tre gocciole di brina,
e un pugnel di foglie morte.

E l’inverno vien tremando,
vien tremando alla tua porta.
Sai tu dirmi che ti porta?
Un fastell d’aridi ciocchi,
un fringuello irrigidito;
e poi neve neve a fiocchi
e ghiacciuoli grossi un dito.

La tua mamma vien ridendo,
vien ridendo alla tua porta.
Sai tu dirmi che ti porta?
Il suo vivo e rosso cuore,
e lo colloca ai tuoi piedi,
con in mezzo ritto un fiore:
Ma tu dormi e non lo vedi!

Angelo Silvio Novaro

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 19, 2015

La figlia di Fantozzi e il rispetto delle regole

figlia

Anche nel nostro Paese, come in alcuni dei più tradizionalisti cantoni svizzeri e in alcune delle più aristocratiche contee inglesi, esistono delle scuole esclusive, dei college ad altissimo livello, specializzati nell’educazione dei rampolli di famiglie danarose o nel preparare il debutto in società delle signorine di buona famiglia. Presso una di queste scuole, l’Ateneo di Alti Studi Berlusconiani di Villa Gernetto, ha frequentato il corso settennale Mariangela Fantozzi, figlia del rag. Ugo e della signora Pina, che sognavano per la loro adorata prole un futuro da ministro. A convincere Fantozzi a scegliere quella scuola per la propria figlia non erano stati i settecento grammi di carta patinata per mezzo dei quali l’istituto illustrava il Programma di Offerta Formativa, ma l’esergo, apposto di suo pugno da Silvio Berlusconi sulla prima pagina, sotto il titolo, che recitava testualmente: “Le regole sono necessarie per lo sviluppo della società civile: se non esistessero le regole, noi saremmo privati del dolce piacere di fregarcene”.
Il cursus onorum di Mariangela è stato strepitoso e in pochi anni ha soppiantato presso il grande cuore pulsante d’amore e d’affari di Comunione e Liberazione la figura del Celeste, la cui immagine si era progressivamente colorata in marroncino a seguito dello scoperchiamento di parecchi altarini nel campo degli affari sporchi della sanità lombarda.
Nei momenti di distensione, durante le rimpatriate con i vecchi amici dal tempo di Gioventù Studentesca, il ministro Mariangela ricorda le prime volte in cui quel buon uomo di Mario Monti riuniva i membri del governo e teneva loro una breve concione prima di iniziare una seduta del Consiglio.
“Signori ministri e signorine ministre, fate silenzio, per favore! Venite intorno al tavolo perché ho alcune cose da dirvi prima di iniziare i lavori. Vorrei per prima cosa dare il benvenuto a coloro che partecipano per la prima volta a queste riunioni. Abbiamo davanti a noi tanto tempo per conoscerci e vivere tante belle esperienze insieme. Non dovrebbe essere necessario, ma intendo ugualmente ricordarvi che da voi tutto il Paese si aspetta un rigoroso rispetto delle regole e che in caso di trasgressione il colpevole sarà espulso dal governo, rimandato a casa e gettato in pasto agli elettori inferociti.
Perciò vi invito ad attenervi alle regole di bon ton istituzionale che vigono in tutti i paesi di antica democrazia, e perché non ve ne dimentichiate vi ho preparato un promemoria che voi vi affretterete a ricopiare e a indirizzare ai dipendenti del vostro dicastero. Vedrete che rispettando queste facili regole otterremo il sospirato benessere dei nostri concittadini e la loro più grande stima e gratitudine”.

Con un accenno di sorriso il ministro Mariangela Fantozzi ripensa alla circolare normativa che aveva emanato, appena rientrata al proprio ministero, e che ricorda, con nostalgia e affetto, parola per parola: Articolo 4: “Regali, compensi e altre utilità”. Comma 2: “Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore”, ovvero “non superiore a 150 euro”.
“E già, – pensa Mariangela, – con la mia presenza e acquiescenza permetto che Incalza e Perotti si alzino i miliardi, facendo e disfacendo a loro piacere nel campo delle opere pubbliche, e io, per me, non posso accettare nemmeno un orologio da diecimila euro o una sistemazione per il figlio? Ma per chi mi hanno preso? Voglio vedere chi è capace di trovare una sola telefonata in cui dico: Senti, coso, mi fai questo favore?”
E mentre con linguaggio postribolare sfida il brigadiere che sta registrando le sue telefonate a trovare una sola parola che dimostri che sta usando la sua funzione pubblica per ottenere vantaggi personali, Mariangela medita sulle sue ultime conquiste filosofiche in fatto di morale berlusconiana: Sì, è vero, per un po’ si prova piacere ad infrangere le regole, a farsene beffe, a farne carta straccia, ma non può bastare, è troppo facile, sono capaci tutti, e dopo un certo tempo si prova solo noia.
Perciò bisogna andare oltre. E già vede stampato a lettere d’oro il principio solenne che sta alla base del neoberlusconismo.
“Il vero godimento, la quintessenza del piacere, il non plus ultra della libidine, si prova solo quando le regole che stai calpestando, stuprando, insozzando, sono quelle che tu stesso hai scritto, per gettare fumo negli occhi dei fessi che ti hanno votato”.

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 17, 2015

Lettera a Menecea

epicuro

Cara Menecea,
Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza degli scacchi. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza degli scacchi, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire.
Mi dici che vorresti introdurre l’insegnamento degli scacchi nella scuola, che speravi nell’arrivo dei nuovi mezzi tecnici per incominciare, e che sei stata profondamente delusa dal piano del governo che non menziona gli scacchi e che inoltre definisce costosa e superata la lavagna interattiva multimediale, che è il mezzo più adatto per portare gli scacchi in aula. Aggiungi che ti ha impressionato positivamente la bella avventura di Nancie Atwell, non tanto per l’entità del premio ricevuto, perchè tu non hai scelto l’insegnamento per arricchirti, quanto per una frase che ha detto: “Ho cambiato il modo di insegnare, ho fatto innovazione senza chiedere il permesso a nessuno”.
E ti chiedi: che razza di presidi/manager, intelligenti e comprensivi, hanno in America, che in Italia ce li possiamo solo sognare. Non c’è ragione di credere che i presidi americani siano migliori di quelli italiani; si tratta di usare le proprie capacità di persuasione per costruire attorno alle innovazioni didattiche una grande forza di consenso degli alunni e delle loro famiglie in modo che al preside non rimanga nessuna possibilità di opporsi. Anzi, in caso di successo, sarà lui stesso che andrà dicendo in giro che è tutto merito della sua dirigenza illuminata.
Mentre aspetti di riuscire, pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per un gioco efficace.
Una ferma conoscenza dei principi dell’apertura fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo. Una volta raggiunto lo stadio finale di un corretto sviluppo dei pezzi, con la loro armonica disposizione sulla scacchiera, ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo.
Bisogna giudicare tutte le mosse in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene immediato si rivela per noi un male successivo, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa la capacità di accontentarsi del possibile, non perché sempre ci si debba accontentare del poco, come può essere un pareggio, ma per godere anche di questo pareggio se ci capita, dopo aver commesso degli errori, di non avere molte possibilità di vittoria, convinti come siamo che la vittoria si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo.
Prendiamo per esempio la partita che segue, perché è semplice, priva di tutte quelle complicazioni che rendono le partite dei grandi giocatori ammirevoli per gli esperti ma incomprensibili per i principianti e contribuiscono a creare un timore riverenziale verso la pratica degli scacchi.
In questa partita, dopo le mosse iniziali in cui sono stati sviluppati i pezzi minori, cavalli e alfieri, e parte di essi sono già stati eliminati nel tentativo reciproco di impedire un posizionamento vantaggioso dei pezzi avversari, abbiamo ottenuto che nello schieramento del nero si è creato un punto debole: il pedone d5, non difeso da un altro pedone e posto su una colonna semiaperta, dove cioè manca il corrispondente pedone bianco, particolare che lo rende più facilmente attaccabile.
Ma il pedone non può essere preso subito dal bianco, perché se è vero che il bianco lo attacca con tre pezzi, donna, cavallo e alfiere, anche il nero lo difende con tre pezzi, donna, cavallo e alfiere. Per poter catturare il pedone d5 il bianco deve disporre di una maggioranza di attacchi, in modo che quando inizierà a prendere e il nero riprenderà ogni volta con i suoi tre difensori, un quarto pezzo del bianco, effettuando l’ultima cattura, rimarrà unico vincitore sul campo. Non è difficile risolvere questo problema: il quarto pezzo sarà una delle due torri. La donna si sposta, pur continuando ad attaccare il pedone d5 dalla nuova posizione, e cede la casella d1 a una delle torri, che così diventa il quarto attaccante contro tre difensori. La torre più adatta è quella più lontana dal re bianco.  Anche il nero dovrebbe eseguire la stessa operazione, per difendere il pedone con quattro pezzi, ma, o sbaglia il calcolo, oppure ritiene che il pedone sia indifendibile e lo abbandona, ripromettendosi di conquistare il possesso della colonna, che potrebbe successivamente ripagarlo con gli interessi. Dopo la serie di catture, iniziate e concluse dal bianco, che usa i pezzi in ordine rigorosamente crescente di valore, il nero consolida il predominio sulla colonna d e si prepara ad attaccare la linea orizzontale dei pedoni bianchi, mentre il bianco cerca di rendere più solida la sua posizione, rimandando a un momento futuro lo sfruttamento del pedone conquistato. Intanto un’altra debolezza è nata nello schieramento del nero: un pedone dell’arrocco è stato proiettato in avanti e il re nero è rimasto leggermente scoperto, anche se non corre rischi di scacco matto. Quando il nero, sopravvalutando la forza della sua posizione e incurante della debolezza del suo re, inizia l’attacco contro la posizione del re bianco, la donna bianca, sfruttando la posizione esposta del re nero, lo attacca, e contemporaneamente attacca la torre nera. E’ una risorsa tattica, l’attacco doppio, in cui eccellono il cavallo e la regina. Per riparare il re e per salvare contemporaneamente la torre, il nero non ha altra possibilità che interporre la torre sulla diagonale, come schermo tra la regina bianca e il re nero. Ma mettendosi in quella posizione, la torre accetta di perdere temporaneamente la sua mobilità, e potrà essere spostata solo dopo che il re nero abbia trovato riparo in una casa in cui non è attaccato. In gergo scacchistico si dice che la torre è inchiodata. Prima che il nero possa perfezionare il salvataggio della sua torre, la torre bianca può attaccare la sua omologa nera e la catturerebbe immancabilmente alla mossa successiva se il nero non decidesse di abbandonare la partita, dato il notevole squilibrio di forze che si verrebbe a creare dopo la perdita della torre.

La maggior parte delle partite ha un andamento simile a questa, e l’esito è sempre dato dal rapporto di forze che ogni giocatore è in grado di concentrare in un determinato punto della scacchiera, anche quando le fasi di gioco sono più caotiche o spettacolari. Sono poche le partite che rimangono impresse nella memoria per un’invenzione meravigliosa e per questo vengono tramandate e studiate da un secolo all’altro. Ma per chi sta ancora imparando è più agevole seguire le partite più elementari.
I sapori delle giocate semplici danno lo stesso piacere delle mosse più raffinate, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vincere con poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di inventare una giocata ingegnosa, ci fa apprezzare meglio questa condizione e ci rende indifferenti verso i rovesci nelle giornate di scarsa vena.
Chi suscita più ammirazione di colui che ha un’opinione corretta della posizione raggiunta sulla scacchiera, nessun timore degli attacchi dell’avvesario, chiara coscienza delle potenzialità strategiche e cognizione di tutti gli strumenti tattici?  Questo genere d’uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna negli scacchi non ha potere (Rex ego sum vester, cuncti mihi cedite ludi; in me vis sortis nulla, sed ingenium. – Pietro Carrera – Il giuoco de gli scacchi), invece il nostro arbitrio è libero, e per questo una mossa debole o una forte può meritarsi biasimo o lode.
Perciò è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto di combinazione non vada in porto per l’opposizione dell’avversario piuttosto che abbia successo un nostro progetto dissennato che ci conduca alla sconfitta.
Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stessa e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell’ansia. Vivrai invece come una dea fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l’uomo o la donna che vive fra gli scacchi immortali.

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 15, 2015

Let the music do the talking

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Radio Aalto, una emittente finlandese, ha prodotto un video pubblicitario recitato dagli stessi conduttori, ispirandosi per il titolo alla canzone ‘Let the music do the talking’ degli Aerosmith. Vediamo cosa hanno… architettato questi geni di Radio Aalto.
Nell’immensa periferia di una Helsinki addormentata sotto il manto dell’impenetrabile notte subpolare, una Dodge Charger del ’69 percorre con andatura possente le lunghe strade deserte e silenziose, alla ricerca di una ragione qualsiasi per arrivare fino all’indomani mattina. La guida un tipo Duro, che non si toglie gli occhiali da sole nemmeno di notte. Sul ciglio della strada, sotto un porticato, immobile come se fosse in attesa di qualcosa, c’è Cyndi Lauper, trent’anni dopo i fasti della sua mitica ‘Girls Just Want to Have Fun‘, ancora tutta in tiro nella sua pelliccetta leopardata, minigonna e calze nere.
Si vede subito che anche dopo anni ha ancora tanta voglia di divertirsi.
La Dodge si ferma davanti a lei e il Duro dice: “Ciao! Stai aspettando me?”

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Cyndi risponde, evasiva: “Viviamo tutti in un mondo materiale, e io sono una ragazza materiale…”
Senza altri preamboli il Duro le fa: “Andiamo a ballare!”
Cyndi, ticchettando sui i suoi tacchi a spillo, passa dall’altra parte e sale in macchina, senza che il Duro faccia neanche il gesto di aprirle la portiera.

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“Si sente odore di gioventù.” – dice Cyndi.
“Dormo in macchina”. – ribatte prontamente il Duro.
“Non parlare – lo interrompe Cyndi, – so già cosa vorresti dirmi”.
Ma il Duro non si lascia togliere la parola e ribadisce la sua filosofia di vita: “Vivo la pazza vita”.
La Dodge intanto continua a fendere la notte alla ricerca di qualcosa che nessuno ancora conosce.

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Appoggiato al bancone di un chiosco dell’Hampuris, sulla Kalasatama, un Tizio parla con il sandwich, hamburger e lattuga, che tiene in mano, e gli dice: “Tutto quello che ho sempre voluto, tutto quello di cui ho sempre avuto bisogno è qui, tra le mie braccia”. Ma il sandwich non gli risponde.

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La Dodge si ferma di fronte al Tizio, e dal finestrino Cyndi gli dice: “Stiamo svegli tutta la notte per afferrare la fortuna”.

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Il Tizio non è molto convinto, e obietta: “Ho baciato una ragazza e mi è piaciuto”.
Ma Cyndi ha in serbo un argomento molto convincente: “Tutto ciò di cui hai bisogno è l’amore”.
Il Tizio cede, non prima di averla avvisata: “Sono un ragazzo rude”. Poi getta quello che rimane del sandwich e sale in macchina.
Cyndi è perplessa e confida al Duro i suoi timori: “Questa è una cosa che non ho mai conosciuto prima; si chiama vivere facile”.
Il Duro, che conosce come gira mondo, non ne è sorpreso: “La gente è strana”, si limita a dire.
Cyndi, da ragazza che ha un cuore grande, non può fare a meno di rassicurarlo: “Sei sempre nei miei pensieri”.
Ma il Tizio è ostinato: “Io voglio che sia così”.
Questa volta anche il Duro è disgustato da questa ostentazione di egoismo e cinismo, e sbotta: “Stai dando all’amore un cattivo nome”.
La sensibile Cyndi è sull’orlo della crisi: “Queste sono le cose che mi fanno impazzire”.
Il Tizio non deflette: “Se non mi hai conosciuto finora, non potrai mai mai mai conoscermi”.
A dissipare la tensione che sta diventando palpabile arriva una chiamata: è il Padre di famiglia.

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Il Tizio lo informa sulla loro posizione: “A sette secondi di distanza”.
Ma il Padre di famiglia non ci crede: “Dimmi delle bugie, – dice con sarcasmo, – dimmi dolci piccole bugie”.

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Il Tizio, offeso, ribadisce: “Ho guidato tutta la notte per venire da te”.
Ma al Padre di famiglia non la si fa, perché lui vuole sempre avere il controllo: “Ogni respiro che dai, ogni mossa che fai, io starò a guardarti”.
Ai tre derelitti non rimane che salmodiare nervosamente in una lingua sconosciuta: “Omenare imperavi ameno”.
Adesso però è venuto il momento che sia la musica (di Radio Aalto) a parlare.
Ho trovato questo video così divertente che ho pensato di ringraziare gli autori con un omaggio floreale a Cyndi, e con una dedica particolare: “Questi fiori sapranno parlarti di me”.

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 14, 2015

Nel tempio del sapere

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Questa volta la scuola italiana ha fatto veramente un colpo grosso. Ha pescato dal mazzo la briscola che batte tutte le altre carte: Papa Francesco. Con in mano un simile carico da 11 gli insegnanti possono dormire sonni tranquilli, perché finalmente, tra poco, le loro sofferenze saranno finite.
Ecco cosa ha detto l’augusto avvocato della causa degli insegnanti: “Insegnare è un lavoro bellissimo, peccato che gli insegnanti sono malpagati: è un’ingiustizia. Non è solo – ha spiegato – il tempo che spendono per fare scuola: debbono prepararsi. Nel mio Paese, che è quello che conosco meglio, i poveri insegnanti – ha aggiunto – per avere uno stipendio che sia utile debbono fare due turni. E mi chiedo: un insegnante come finisce dopo due turni? [Ha ragione, tranne forse per un particolare: ci sono gli insegnanti delle scuole paritarie cattoliche che sono trattati peggio degli insegnanti argentini]. In 70 anni – ha osservato il Papa – l’Italia è cambiata, la scuola è cambiata, ma ci sono sempre insegnanti disposti ad impegnarsi nella propria professione con quell’entusiasmo e quella disponibilità che la fede nel Signore ci dona”.
Nell’udienza papa Bergoglio, ricordando che anche lui è stato insegnante,  ha affermato che “insegnare è un lavoro bellissimo, perché consente di veder crescere giorno per giorno le persone che sono affidate alla nostra cura. È un po’ come essere genitori, almeno spiritualmente. È una grande responsabilità. Insegnare – ha aggiunto – è un impegno serio, che solo una personalità matura ed equilibrata può prendere, un impegno che può generare timore, ma occorre ricordare – ha sottolineato – che nessun insegnante è mai solo: condivide sempre il proprio lavoro con altri colleghi e con tutta la comunità educativa cui appartiene”.
Il Papa, poi, ha chiesto agli insegnanti di “amare di più gli studenti ‘difficili’, quelli che non vogliono studiare, quelli che si trovano in condizioni di disagio, i disabili e gli stranieri, che oggi sono una grande sfida per la scuola. E ce ne sono di quelli che fanno perdere la pazienza. [Parole sante!] Gesù direbbe: se amate solo quelli che studiano, che sono ben educati, che merito avete? Qualsiasi insegnante si trova bene con questi studenti. [A Socrate chiedevano perché continuasse a sopportare una moglie bisbetica, e lui spiegava che la sua inesauribile pazienza nell’opera di educazione delle menti contorte era dovuto al costante esercizio svolto in famiglia…] A voi chiedo – è il monito di Francesco – di amare di più gli studenti ‘difficili’, quelli che non vogliono studiare, quelli che si trovano in condizioni di disagio, i disabili e gli stranieri, che oggi sono una grande sfida per la scuola. Se oggi un’associazione professionale di insegnanti cristiani vuole testimoniare la propria ispirazione, è chiamata ad impegnarsi nelle periferie della scuola, che non possono essere abbandonate all’emarginazione, all’ignoranza, alla malavita. In una società che fatica a trovare punti di riferimento – avverte Bergoglio – è necessario che i giovani trovino nella scuola un riferimento positivo. Essa può esserlo o diventarlo se al suo interno ci sono insegnanti capaci di dare un senso alla scuola, allo studio e alla cultura, senza ridurre tutto alla sola trasmissione di conoscenze tecniche, ma puntando a costruire una relazione educativa con ciascuno studente, che deve sentirsi accolto ed amato per quello che è, con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità”.
Papa Francesco insiste, poi, sulla differenza tra insegnare i contenuti e infondere valori: “Per trasmettere contenuti è sufficiente un computer, per capire come si ama, quali sono i valori, e quali le abitudini che creano armonia nella società ci vuole un buon insegnante”, ha detto il Papa a braccio. “Aprite le porte, spalancate le porte della scuola” ha aggiunto.
Questa conclusione, anche se è sempre molto efficace, è forse un po’ abusata e si sente l’eco dell’esortazione più ricorrente: “Non abbiate paura!” che si trasforma nel comando eroico di Tommaso Becket: “Unbar the doors! throw open the doors! – Aprite le porte!” di Assassinio nella cattedrale, così discordante dal monotono grido: “Bar the door! Bar the door! The door is barred. We are safe. We are safe.” che intorno al papa levano al cielo i pavidi sostenitori di una Chiesa che si compiace di apparire come una cittadella assediata dagli orrori della modernità.
Certo, il papa avrebbe potuto anche spingersi fino a dire: “Scrivete sui muri di tutte le aule ‘Sapere aude!’, ma forse sarebbe pretendere troppo da un vecchio prete che ha già tanti nemici, perciò contentiamoci di quello che ha detto.
Ma a chi dobbiamo il moto propulsivo del disegno celeste che si prepara a far scendere sulla scuola italiana una così grande elargizione di doni?
Forse l’origine di tutto la possiamo trovare nell’intervista a una donna che dice di vedere la Madonna ogni 13 del mese, (è molto comodo avere una data fissa, per chi ha un’agenda di apparizioni già troppo affollata) e che già tre anni fa aveva avuto dalla Madre Celeste la profezia che ci sarebbe stato presto un nuovo papa che aveva le fattezze di Jorge Bergoglio. Forse per un’istituzione, la scuola italiana, che ha una così grande componente femminile al suo interno, ed è così disperatamente disastrata, non può bastare solo una ministra donna, occorre proprio la Salus infirmorum, il Refugium peccatorum, e la Consolatrix afflictorum.
Abbiamo anche la possibilità di assistere al filmato di un evento miracoloso che si è verificato durante una di queste apparizioni a data prestabilita, e ci sembra di riconoscere, tra le voci che si sentono in sottofondo, anche quelle di alcune insegnanti della scuola italiana.

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 12, 2015

Susi, Betty, Gianni e gli altri

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– Eccoci arrivati alla Pensione Miramare; – dice Gianni alla bionda Susi e alla bruna Betty, – il nostro amico Hans di Hannover alloggia qui.
– Ci sono altri ragazzi che alloggiano nella pensione? – domanda Betty.
– Sì, risponde Gianni, – tutte le stanze sono occupate. Ci sono anche Aldo, Beatrice, Carmen, Dario, Enrico, Filippo e Gina. Ciascuno viene da una città diversa: Ancona, Bari, Cuneo, Domodossola, Enna, Ferrara e Genova, ma nessuno ha l’iniziale del nome uguale a quello della sua città, tranne Hans.
– E come sono distribuiti nelle camere? – domanda Susi.
– Questo lo dovrete indovinare voi. Vi posso dire che le finestre di Beatrice, Filippo e Gina sono sulla stessa verticale, e che la ferrarese, il cuneese e l’anconetana alloggiano sullo stesso piano. Il genovese e Carmen hanno le finestre dello stesso colore. Enrico e Beatrice alloggiano sullo stesso piano. Aldo viene da Enna ed ha la finestra dello stesso colore di quella di Gina. La camera del barese è sulla stessa verticale di quella di Carmen.  Anche Dario e l’ossolana hanno le finestre dello stesso colore.
Sapreste dirmi ora il numero della camera in cui alloggia Hans?

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 10, 2015

Vertigo

Era così bello fermarsi a guardare Scottie con Madeleine/Judy, la donna che visse due volte.

kim

Adesso non c’è più niente.

sparita

Hanno ridipinto il muro…. Così svanisce la poesia.

 

Aggiornamento del 11-3-15.

Un blogger che appare bene informato rivela che l’autore è Niko e svela la frase contenuta nel fumetto che appare nella foto e che dà il titolo all’opera: “Ce vertige de l’amour me donne des sueurs froides…” (Questa vertigine d’amore mi fa venire i sudori freddi…)

Aggiunge anche che si trattava di un collage, ed è stato rubato nello stesso giorno dell’affissione.

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