Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 1, 2016

Ottobre

ott

Io non conosco ch’una gioia al mondo,
ed è quando sul tuo seno di neve
chino la fronte, come sopra i molli
fiori del maggio; o col desio ch’all’ore
della state furenti, in su gli appoggi
de’ morbidi guanciali il capo stanco
cade alla queta voluttà del sonno.
Spunta sul labbro il riso, della mente
le tempeste serenano, han quiete
l’ire del mondo: è come un paradiso.

Giuseppe Maccari

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 30, 2016

Cinema Cult – 21 – Nashville

cinema21

NASHVILLE

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 29, 2016

Epitaffio

Su il Fatto Quotidiano, Diego Fusaro, uno degli ultimi paladini di Berlusconi, fingendo di criticare il berlusconismo, si prende la soddisfazione di sparlare  dell’antiberlusconismo.

Inizia così:

Non sono mai stato berlusconiano. Ma ho sempre ritenuto che l’antiberlusconismo fosse peggio, se mai è possibile, del berlusconismo.

Questo l’articolo.

Tra i vari commenti all’articolo mi piace molto quello di Dario:

Io invece, caro Fuffaro, ho sempre ritenuto peggio di tutto i finti non-berlusconiani come te, che in realtà sono i più berlusconiani di tutti ma fanno finta di non esserlo per poter difendere l’indifendibile.

Per ricordarci chi è Berlusconi:

18/07/2014
Silvio Berlusconi è stato assolto da tutte le accuse. I giudici della seconda Corte d’Appello di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi, imputato per concussione e prostituzione minorile nel processo Ruby, per entrambi i capi di imputazione. In primo grado l’ex premier era stato condannato a sette anni. Per quanto riguarda la concussione, per i giudici “non sussiste”; per la prostituzione invece “il fatto non costituisce reato”. È arrivata intorno alle 13 come previsto la sentenza dei giudici della seconda Corte d’Appello di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile nel ‘caso’ Ruby. Poco più di un anno fa, l’ex premier era stato condannato in primo grado a sette anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici (sei per concussione e uno per prostituzione minorile).

La concussione è la pressione esercitata da Berlusconi sulla Questura di Milano per far rilasciare una ragazza minorenne, senza documenti, accusata di furto, che fu poi portata da Nicole Minetti a casa di una prostituta brasiliana.

La prostituzione minorile è l’aver approfittato di una ragazza minorenne, peraltro già depravata da precedenti frequentazioni, ospitandola nel suo letto, invece di inviarla a una casa di recupero come prescrive la legge.

Ecco come ne parla chi l’ha conosciuto da vicino:

C’era una volta un’Italia in cui si era o pro o contro. Silvio Berlusconi si amava o si detestava. O, quantomeno, si doveva scegliere: si saliva sul suo carro o si restava sdegnosamente a terra. Poi è cambiato tutto: gli amici sono diventati nemici, come nell’8 settembre riassunto in “Mediterraneo” di Salvatores, con la differenza che i nemici si sono ben guardati dal diventare amici. Fini, Casini, Bossi, Alfano, Formigoni, Follini, Pisanu, Urbani, Bondi, Bonaiuti, Verdini, Capezzone, Cicchitto, Guzzanti, Fede… Sono solo alcuni dei fedelissimi che lo hanno più o meno fragorosamente abbandonato in diversi momenti della sua parabola.

Il 29 settembre Silvio Berlusconi compie 80 anni. Il noto abuso di lifting, trapianti e tintura per capelli gli preclude il physique du rôle da padre nobile, al quale pure ambisce. Negli ultimi anni aveva preso a somigliare in verità alla salma imbalsamata di Mao conservata al mausoleo di Pechino. Poi il recente intervento chirurgico e la convalescenza lo hanno ricondotto sui binari dell’anagrafe, come ammette lui stesso in un’intervista la rotocalco di famiglia Chi. Quale eredità lascia al Paese che lo ha tanto amato-odiato? Gli economisti possono cimentarsi sul pil, sulla rivoluzione liberale, e andare a cercar tracce della cuccagna fiscale promessa dai celebri manifesti sei metri per tre. I sociologi potranno dirci se davvero le sue tv, dagli anni Ottanta a oggi, abbiano contribuito a rimbecillirci un po’ di più. Osservatori di ogni estrazione documenteranno se e come il fiume di milioni riversato nel Milan abbia “rovinato il calcio” (forse la critica che gli ha fatto più male in questi anni, secondo chi lo conosce bene). Di processi, condanne, assoluzioni, prescrizioni, leggi ad personam e leggi vergogna esiste vasta letteratura (aggiungiamo solo che il Parlamento ci sta mettendo anni per liberarci dalla più nefasta, la “ex Cirielli”, che ogni anno manda al macero 100mila procedimenti penali e, secondo il presidente dell’Anac Raffaele Cantone è “un incentivo alla corruzione”; e mettiamoci pure una legge elettorale “porcata” che dopo 11 anni non è ancora del tutto sanata). Dell’uomo, poi, parlano le amicizie pericolose, gli sconfinamenti nel milieu mafioso e le inquietanti presenze dell’inner circle: Previti, Dell’Utri, Mangano, Lavitola, De Gregorio, Mora, Tarantini… E il cinepanettone vanziniano diventato realtà: Ruby, le olgettine, le cene eleganti.

”Il signor Berlusconi è un corruttore. E ora se vuole mi quereli”. Chi lo ha detto? Un leader dei Girotondi? Il Fatto Quotidiano? No, Gianfranco Fini, suo alleato di ferro per un buon quindicennio e vicepresidente del consiglio dal 2001 al 2006. Poi la rottura sulla nascita del Pdl e il celeberrimo “Che fai mi cacci?” che il 22 aprile 2010 ruppe la liturgia pastellata tipica delle kermesse berlusconiane. Così al traghettatore dell’Msi in Alleanza nazionale toccò il “metodo Boffo” di stampo felltrian-sallustiano: tre mesi più tardi Il Giornale pubblicò la prima puntata sulla vicenda dell’appartamento di Montecarlo, poi archiviata. Solo che il 28 settembre 2012 il faccendiere Valter Lavitola rese pubblica una lettera in cui sosteneva fra l’altro di aver ricevuto da Berlusconi “400-500 mila euro” di “rimborsi spese” per tirarla fuori. “Spero che gli italiani capiscano ora chi è Silvio Berlusconi”, continuava Fini. “Provo disgusto nei confronti di una persona che davvero merita di essere conosciuto per quello che autenticamente è. E non mi riferisco a Lavitola” (Otto e mezzo, 28 settembre 2012).

Così Fini diventò prodigo di aneddoti che i vituperati ormai ex girotondini potrebbero prendere e incorniciare in salotto. Come quello svelato nel 2013 all’uscita del libro Il Ventennio. Io, Berlusconi e la Destra tradita. L’ex presidente della Camera racconta che “nella primavera del 2010 Berlusconi mi venne a chiedere di intercedere sul presidente dalla commissione Giustizia Giulia Bongiorno perché fosse più disponibile a recepire un disegnino di legge o un emendamento per accorciare i tempi per la prescrizione di alcuni reati. Dissi che non se ne parlava proprio”. Poi capì il senso della richiesta: con quell’intervento la sentenza che il primo agosto di quell’anno avrebbe condannato definitivamente il leader di Forza Italia per frode fiscale “non ci sarebbe mai stata”. Perché – udite udite – ”Berlusconi pensava di risolvere le sue questioni con leggi ad personam e pur di raggiungere i suoi obiettivi era di una determinazione implacabile. Era invece molto più prudente su altre questioni che generavano polemiche, come l’articolo 18, dove il governo fece marcia indietro”. L’ex alleato, dirà ancora il fondatore di Alleanza nazionale, “è il più grande bugiardo sulla faccia della terra e si convince delle bugie che dice” (9 febbraio 2013).

Un altro autorevole girotondino di ritorno è Pier Ferdinando Casini. Anche lui, come Fini, svelto per anni a difendere ogni legge vergogna e a coprire ogni gaffe, salvo poi togliersi molti sassolini dalle scarpe alla fine della storia, arrivata dopo la sconfitta elettorale del centrodestra nel 2006. Che, col senno di poi, il leader dell’Udc analizzò così: “Se Berlusconi, nei cinque anni di governo, si fosse occupato meno di giustizia e di televisione forse avremmo rivinto le elezioni” (Otto e mezzo, 25 ottobre 2007). In pratica lo stesso concetto che campeggiava su un cartello girotondino: “Iddu pensa solo a iddu” (mutuato dall’intercettazione fra due mafiosi detenuti che si lamentavano di certi provvedimenti legislativi che stentavano a materializzarsi). E ancora: “Il partito della libertà ha più i requisiti di una proprietà privata di qualcuno” (17 febbraio 2008). Dunque conflitto d’interessi, partito-azienda… Quello che da anni andavano ripetendo gli antiberlusconiani, ma come mai lui che è stato al fianco del Leader fin dal 1994 ci ha messo così tanto tempo ad accorgersene? Lo spiegherà qualche anno più tardi a una manifestazione dell’Udc: ”Io ho sbagliato, perché 15 anni fa ero convinto che l’avventura berlusconiana potesse in qualche modo assorbire le anomalie legate al suo leader”, ha ammesso. ”Poi mi sono accorto che più il tempo passava più si moltiplicavano le anomalie” (23 ottobre 2010). Anzi, rivendicherà più avanti Casini, ”il nostro partito ha capito per primo l’inganno di Berlusconi, proprio mentre metà degli italiani sposavano le sue illusioni” (20 luglio 2012). E gli epici ingaggi all’arma bianca contro i magistrati? ”L’attacco alla magistratura di Berlusconi è demenziale” (2 dicembre 2010). Certo l’ex Cavaliere non ha incassato in silenzio i colpi dei due ex: ”Sono i peggiori personaggi che abbia mai avuto modo di incontrare in vita mia” (Telecamere, 11 febbraio 2013). Tante alleanze si sono rotte nella Seconda repubblica, a partire dalla drammatica frattura a sinistra fra Bertinotti e Prodi. Che ancora brucia, ma non ha mai portato a rese dei conti di questo tenore.

Ora un quiz davvero difficile. Di chi è questa dichiarazione? “Berlusconi ci lasciava giocare con la politica e con le idee, fino a che non toccavamo la sostanza dei suoi interessi e del suo potere. Ricordo che, quando ero ministro, osai parlare di un canale televisivo pubblico dedicato alla cultura senza pubblicità. Subito, il pur mite Fedele Confalonieri mi redarguì bruscamente”. La risposta è Sandro Bondi. Per anni l’ex sindaco Pci di Fivizzano folgorato sulla via di Arcore è stato l’emblema del berlusconismo acritico e sfrenato. Nove mesi dopo l’addio a Forza Italia, il cantore del Cavaliere approda ad Ala di Verdini e consuma il parricidio. Berlusconi è come il Conte Ugolino della Divina Commedia, afferma, “quello che divora il cranio dei suoi figli”, e lo fa per “sadismo”. In realtà, concludeva, “sono giunto alla conclusione che non vi è alcuna grandezza tragica in lui”. E pensare che il Bondi dei tempi d’oro scolpiva negli archivi delle agenzie di stampa raffiche di dichiarazioni di questo tenore: “In Berlusconi c’è una forza morale, religiosa, umana che traccia un impegno politico che non tutti dimostrano di comprendere” (6 agosto 2003, Corriere della Sera). E ancora: “E’ necessario difendere fino in fondo Berlusconi e la sua maggioranza dell’accanimento persecutorio dei giudici. Fino al sacrificio del nostro corpo” (8 agosto, Il Giornale). Berlusconismo estremo. Però l’uomo che avrebbe sacrificato il proprio corpo per fermare i pm è stato uno dei tre coordinatori nazionali del Pdl, allora partito di maggioranza relativa. Arduo credere a una “rivoluzione liberale”, più facile pensare a certi film di Alberto Sordi.

Il bilancio del berlusconismo è affare complesso, anche se il crepuscolo degli ultimi anni dice più di cento analisi. Certo che quella di uno dei fondatori di Forza Italia, il politologo Giuliano Urbani, è impietosa. Urbani non ha mai usato i toni rancorosi di altri ex. Però, ammetteva su La Stampa il 26 gennaio 2014, il tentativo di ”vedere finalmente in Italia un partito liberale di massa” fu ”una grande occasione perduta”. Infatti “avevamo un gigantesco debito pubblico, e in questi vent’anni non l’abbiamo ridotto di un euro, anzi è ulteriormente cresciuto. Il sistema politico fa ridere, o piangere a seconda dei punti di vista”. E le energie fresche della società civile scese in campo con Berlusconi nel 1994 “hanno assorbito i vizi della vecchia politica, dal clientelismo alla lottizzazione, alla corruzione”. Ecco, questo è Berlusconi raccontato da chi lo ha conosciuto bene e non è mai stato minato dal terribile tarlo della sua “demonizzazione”. Alla vigilia dell’ottantesimo compleanno, il quattro volte presidente del consiglio rilascia una malinconica intervista a uno dei suoi giornali, Chi. Provato dal recente intervento al cuore, disegna un futuro in cui la famiglia conterà più della politica: “La cosa che ho realizzato, forse la più importante, è che passerò più tempo con i miei figli e i miei nipoti”. Si vedrà. Certo Berlusconi non sarebbe stato Berlusconi, e forse l’Italia non sarebbe l’Italia di oggi, se in tanti non avessero chiuso gli occhi e la bocca per così tanto tempo in nome di convenienze del momento o di improbabili rivoluzioni.

da il Fatto Quotidiano.

 

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 28, 2016

Repair, don’t despair!

Lavatrice rotta? Computer lento? Cuore infranto?
Non buttiamoli via quando si rompono.
La cultura della riparazione torna ad essere preferibile rispetto a quella dell’usa e getta.
Impariamo ad usare lo speciale aggiustatutto.

corde

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 27, 2016

L’amore che ci fa?

Quando la routine colpisce duro
E le ambizioni sono al minimo
E il rancore è al massimo
Tanto da non far crescere emozioni
E noi stiamo cambiando i nostri modi
Prendendo strade diverse
Allora l’amore, l’amore ci farà a pezzi di nuovo.

Perché la camera da letto è così fredda
Ti sei girata dall’altra parte?
È il mio tempismo che è difettoso
Il nostro rispetto è agli sgoccioli?
Ma c’è ancora quest’attrazione
Che abbiamo mantenuto nelle nostre vite
L’amore, l’amore ci farà a pezzi di nuovo.

Piangi nel sonno
Tutti i miei fallimenti esposti
Ho l’amaro in bocca
Mentre la disperazione mi consuma
È qualcosa di così fragile
Che non può proprio più funzionare?
Quando l’amore, l’amore ci farà a pezzi di nuovo.

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 25, 2016

El Supremo

unbruttoceffo

Ma Grillo, era stato informato da qualcuno che l’assessora Muraro è indagata? o l’ha saputo anche lui dai giornali, come tutti noi?

Certo, il povero Di Maio non può averglielo detto, perché lui a stento legge le email, ma non le capisce. Avrebbe preferito dire che non sapeva niente, però, essendo troppo stupido, ha inviato e ricevuto messaggi in cui si parlava della gravità della posizione di Muraro; ha cercato di tenere nascosta la notizia, alla faccia della trasparenza, ma è stato scoperto.

Di Battista, invece, che è più furbo, dice che non ne sapeva niente, e non può essere smentito.

Raggi era informata. Lo ha ammesso lei. Dopo un mese che faceva la finta tonta.  Durante quel mese ne ha parlato con Grillo? Lei dice di no.

Nooo? Possibile?

Non sembra possibile un fatto del genere,  dato che lei dipende totalmente dal sostegno di Grillo. E sa bene quello che è successo a Pizzarotti, che non aveva informato Grillo di una situazione analoga. Però non abbiamo, per adesso, le prove che Raggi abbia informato Grillo.

Ci sono due possibilità:

Se Raggi non ha avvisato Grillo, come non ha avvisato i cittadini romani, allora ha mancato al dovere di correttezza e di trasparenza, ha tradito la fiducia del Capo ed è da considerarsi una potenziale traditrice del Movimento.

Se Raggi ha informato Grillo, (quello stesso Grillo che ha sospeso Pizzarotti perché non lo aveva informato di un avviso di garanzia ricevuto) allora Raggi è una brava militante e Grillo, secondo le regole della trasparenza da lui stesso emanate, avrebbe dovuto informare tutti, i militanti e l’opinione pubblica. Ma non lo ha fatto. Perciò se Grillo era stato informato e non ha detto niente, anzi, ha dato a tutti l’ordine di tenere nascosto il fatto, allora è lui il falso, il mentitore.

Già, nessuno ci pensa mai a come può essere sincero Grillo: Grillo è un attore, recitare è il suo mestiere, ed è sincero solo quando recita.

 

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 23, 2016

Cinema Cult – 20 – Scrivimi fermo posta

cinema20

 Scrivimi fermo posta

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 22, 2016

Volumen

Più prezioso di un busto tempestato di diamanti di Anversa, più incantevole di un bustier ricamato dalle mani delle brodeuses parisiennes, il bustino fatto di aforismi e sentenze filosofiche è l’indumento ideale per la donna che ama filosofare e più ancora essere la musa del filosofo.
busto
Volendo compiere un istruttivo percorso di feticismo filosofico, si potrebbe iniziare leggendo la frase impressa sulla bretellina sinistra: Je ne me pardonne pas d’être né. C’est comme si, en m’insinuant dans ce monde, j’avais profané un   mystère,   trahi   quelque   engagement   de   taille,   commis   une   faute   d’une   gravité   sans   nom. Cependant il m’arrive d’être moins tranchant: naître m’apparaît alors comme une calamité que je serais inconsolable de n’avoir pas connue.
[Non mi perdono di essere nato. È come se, insinuandomi in questo mondo, avessi profanato un mistero, tradito un qualche impegno solenne, commesso una colpa di inaudita gravità. Mi capita però di essere meno perentorio: nascere mi appare allora una calamità che sarei inconsolabile di non aver conosciuto.]
Caduta la bretellina, si potrebbe passare all’orlo della coppa, che reca la frase: Pendant que nous agissons, nous avons un but; l’action finie, elle n’a pas plus de réalité pour nous que le but que nous recherchions. Il n’y avait donc rien de bien consistant dans tout cela, ce n’était que du jeu. Mais il en est qui ont conscience de ce jeu  pendant l’action même: ils vivent la conclusion dans les prémisses, le réalisé dans le virtuel, ils sapent le sérieux par le fait même qu’ils existent.
La vision de la non-réalité, de la carence universelle, est le résultat combiné d’une sensation quotidienne et d’un frisson brusque. Tout est jeu sans cette révélation, la sensation qu’on traîne le long des jours n’aurait pas ce cachet d’évidence dont ont besoin les expériences métaphysiques pour se   distinguer   de   leurs   contrefaçons,   les  malaises.  Car   tout   malaise   n’est   qu’une   expérience métaphysique avortée.
[Mentre agiamo abbiamo uno scopo; ma l’azione, una volta conclusa, non ha per noi maggiore realtà dello scopo che perseguivamo. Non c’era dunque nulla di veramente consistente in tutto ciò, era solo gioco. Ma ci sono alcuni che hanno coscienza di questo gioco durante l’azione stessa: vivono la conclusione nelle premesse, il realizzato nel virtuale, minano la serietà con il fatto stesso di esistere.
La visione della non-realtà, del vuoto universale, è il risultato combinato di una sensazione quotidiana e di un fremito brusco. Tutto è gioco – senza questa rivelazione, la sensazione di trascinarsi lungo i giorni non avrebbe quel marchio di evidenza di cui le esperienze metafisiche hanno bisogno per distinguersi dalla loro contraffazione, i malesseri. Perché ogni malessere non è altro che una esperienza metafisica abortita.]
E dopo aver circumnavigato l’areola si potrebbe, per mettere a nudo l’ombelico della bella, sollevare l’orlo del bustino dove si legge la frase: Je n’aimerais pas qu’on fût équitable à mon endroit: je pourrais me passer de tout, sauf du tonique de l’injustice.
[Non mi piacerebbe che si fosse equi nei miei confronti: potrei fare a meno di tutto, tranne che del tonico dell’ingiustizia.]
Questa vocazione alla sofferenza ci instilla il sospetto che il nostro misterioso filosofo esistenzialista e scettico abbia estratto e distillato le essenze più pure del pessimismo e del nichilismo da Schopenhauer, Nietzsche, Kierkegaard e Leopardi.
Sarà una sofferenza leggerlo tutto, ma si sa che la strada del sapere è stretta e in salita.
Perciò continueremo a leggere anche il retro.
“Saresti così gentile, Mia Cara, da voltarti?”.

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 21, 2016

Caricaaa!

carica3

Uno dei maggiori difetti che si riscontra nel modo di giocare dei principianti è l’abitudine di muovere troppi pedoni all’inizio della partita. Alcuni lo fanno semplicemente perché hanno paura di mettere in gioco i pezzi, non sapendo ancora bene dove vanno messi, altri invece sono convinti che i pedoni debbano costituire una massa d’urto per scompaginare lo schieramento avversario e preparare il terreno all’azione dei pezzi, come facevano gli elefanti di Annibale.
In realtà nemmeno gli elefanti avevano la capacità di decidere l’esito delle battaglie, e i Romani, dopo un primo momento di disorientamento alla vista degli elefanti di Pirro, impararono molto in fretta a neutralizzare la loro carica, più appariscente che efficace. Le vittorie del generale cartaginese furono dovute alla imprevedibilità e alla rapidità dei movimenti di truppe e all’uso sapiente della cavalleria, arma in origine poco considerata dai Romani.


Se non adeguatamente sostenuti dai pezzi, i pedoni possono essere fermati facilmente, e quelli che volevano apparire come feroci elefanti lanciati alla carica risultano quasi sempre essere delle pacifiche mucche al pascolo.
Le conseguenze dannose di una simile tattica sono di due ordini.
Occupando gli spazi avanzati i pedoni sottraggono ai propri pezzi alcune delle case che servirebbero per portare minacce allo schieramento e al re avversario, il quale, più che sentirsi minacciato dalla folla di pedoni, li usa per rendersi ancora più irraggiungibile.
Inoltre con la loro avanzata i pedoni lasciano prive di sorveglianza molte case del proprio schieramento. Per impedire che i pezzi avversari vi si possano installare creando avamposti, da cui lanciare attacchi al re, si sarà costretti a impegnare i pezzi, e questo lavoro di sorveglianza poco pregiato, oltre ad essere una scelta antieconomica, rischia di provocare in qualche pezzo un cumulo di mansioni incompatibili tra loro e una crisi per sovraccarico.
Perciò all’inizio della partita sarebbe meglio spingere pochi pedoni, lo stretto necessario per mettere sotto controllo il centro della scacchiera e creare il varco utile alla regina e agli alfieri per prendere posizione; i cavalli non ne hanno bisogno, essendo capaci di saltare sopra i propri pedoni, e per mettere in gioco le torri, all’inizio, basta solo effettuare l’arrocco.
Nella partita che segue si potrà assistere alle tragiche conseguenze di un’avanzata troppo temeraria di pedoni, e il principiante sarà invitato a trovare la mossa vincente, aiutato in questa operazione da un suggerimento sottilmente allusivo.

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 19, 2016

Storia delle sette Radegonde

Dallo scaffale del libraio il libro mi guardava invitante. Ma siccome non ne avevo letto nessuna recensione, non sapevo di che argomento trattasse ed ero in dubbio se comprarlo o no. Allora mi sono fidato del mio infallibile metodo di scelta: ho aperto a caso il libro e ne ho letto alcune righe, quanto bastava per classificarlo.
Ecco quello che ho letto:
Lanzillo aspettò che cessassero i rumori delle seggiole smosse e i piccoli colpi di tosse.
Indi, accomodatosi a sedere, rimase per brevi istanti silenzioso.
Alla fine, sospirando, disse:
“Nessun maggior dolore, che ricordarsi del tempo felice nella miseria”. Così il Poeta.
E poco più avanti ho trovato:
“Già Virgilio”, proseguì Lanzillo, “di cui si celebra quest’anno il bimillenario della nascita, aveva espresso magistralmente questo concetto nell’Eneide: “Infandum, regina, jubes renovare dolorem”, [tu mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore] con quel che segue”.
eneadidone
E’ un libro sul mondo classico, mi sono detto, proprio quello che cercavo. Lo metterò sullo stesso scaffale dell’Iliade e dell’Eneide, a fianco delle Nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso.
In realtà è la storia, moderna, delle vicissitudini patite da un giovane che il padre ha accompagnato all’arrivo della nave con la quale doveva giungere la sua promessa sposa. Ma una tempesta spinge la nave contro gli scogli e la fa naufragare. Per un’incredibile sbadataggine del comandante, che aveva attrezzato la nave non con giubbotti di salvataggio regolamentari ma con cinture di castità a prova di effrazione, per l’equipaggio e gli sfortunati passeggeri, che hanno tutti indossato le cinture di castità, inizia un duro periodo, perché tutte le chiavi delle cinture di castità vengono smarrite durante il naufragio. C’è chi da questo contrattempo non sembra preoccuparsi troppo, come il padre della promessa sposa, angustiato da troppi lustri da una moglie autoritaria, ma c’è anche chi ne soffre fino a rasentare la disperazione. E’ il caso di un passeggero della nave, Lanzillo, il più grande seduttore del mondo, a cui tutte le donne cadono ai piedi ad un suo solo sguardo. Ma egli, adesso, con indosso la cintura di castità, non può più rialzarle al livello del divano, come era solito fare, e le sue sfortunate aspiranti vittime se ne vanno inviperite.
Come un novello Odisseo al cospetto della regina Arete, o come un redivivo Enea di fronte alla regina Didone, Lanzillo racconta i lacrimevoli avvenimenti che lo indussero a intraprendere quel drammatico viaggio:

“Vi dirò”, disse, che, tempo fa, divenni l’amante di una bellissima signora. Ma, per l’occhio del mondo, una sola amante non mi bastava. I primi tempi le facevo tingere i capelli, ora in biondo, ora in nero, per far credere agli amici che avessi due amanti. Ma un giorno pensai: “Che sciocco! Perché buttar via quattrini con le tinture, quando potrei avere realmente due amanti? e, magari, tre? e, perché no?, quattro? Detto fatto, decisi di trovarne qualche altra. La cosa era piuttosto pericolosa, perché la mia donna era gelosissima. Trovai un sistema sicuro: mi sarei fatto delle amanti che si chiamassero come lei. Ma questo era tutt’altro che facile, perché la mia amante si chiamava, purtroppo, Radegonda. Tuttavia, con un po’ di buona volontà e senza star troppo a guardare per il sottile, scovai altre cinque o sei Radegonde e le feci mie.
“Così, benché tutte gelosissime, mi sentivo tranquillo. Quando in sogno m’avveniva di pronunziare il nome d’una di queste Radegonde, la Radegonda di turno era tutta contenta credendo che alludessi a lei; e giuravo tranquillamente tutte le volte che una di loro, per quei divini capricci che rendono più bello l’amore, mi diceva: “Giurami che ami soltanto la tua Radegonda”.
“E, se per un altro di quei divini capricci che rendono anche più bello l’amore, una di queste Radegonde mi diceva all’improvviso: “A chi pensi in questo momento?”, io rispondevo prontamente: “A Radegonda”. “Me lo giuri?”. “Te lo giuro”.
“Ero sincero.
Un giorno la Radegonda n° 1 venne da me tutta allegra e mi disse:
“Indovina che ho ricevuto oggi?”
“Una cartolina vaglia?”
“No, una lettera anonima”.
“Che bella sorpresa!”, esclamai.
“Sì, proseguì la Radegonda n° 1, “Ho ricevuto una lettera anonima, dove mi si denunzia che tu hai un’amante”.
“Oh, mascalzoni. E’ una turpe e vile menzogna!”
“Invece “, aggiunse la Radegonda n° 1, “questa è la verità. Nella lettera mi si dice persino il nome della tua amante. Si chiama Radegonda.”
“E tu ci hai creduto?”.
“Ma, esclamò la Radegonda n° 1, “non capisci che quegli sciocchi alludono a me?”.
“Non ci avevo pensato”.
La stessa scena avvenne a distanza di poche ore con le altre cinque Radegonde, che avevano ricevuto altrettante lettere anonime.
Senza contare i vantaggi pratici che mi vennero da questa situazione. Io scrivevo regolarmente una sola lettera per tutte e sei. Cominciando sempre: Adorata Radegonda. Dedicavo le mie poesie Alla mia dolce ispiratrice Radegonda. E mi professavo pubblicamente amante di Radegonda.
Ma un giorno stava per scoppiare la bomba: il marito di una di queste Radegonde venne a sapere che la moglie lo tradiva con me e mi sfidò a duello.
“Adesso”, pensai, “i giornali pubblicheranno la notizia che mi sono battuto a duello col marito della mia amante Radegonda e le altre Radegonde scopriranno il trucco, visto che i loro rispettivi mariti non faranno nessun duello con me”.
“Come fare? Mi soccorse la mia astuzia. Feci pervenire lettere delatrici ai mariti di tutte le mie Radegonde e mi battei a duello con tutti e sei.
“Sei duelli, signori, ma la pace in famiglia fu salva.
“Ed ecco che, come fulmine a ciel sereno, sopraggiunse un tremendo colpo. Un giorno mi trovavo nella mia stanzetta, intento a scrivere le mie memorie, allorché entrò il mio fido cameriere.
“C’è una lettera per lei”, mi disse.
“Lacerai la busta con mano febbrile. Era una lettera anonima. Non conteneva che queste parole: Radegonda sa tutto. Sa che avete altre cinque amanti che si chiamano come lei e vi cerca per uccidervi. Se vi è cara la pelle, fuggite, allontanatevi da lei, cercate di dimenticarla e di farvi dimenticare. E accogliete i sensi della più viva considerazione, ecc.
Seguivano le firme.
“Rilessi la lettera tre o quattro volte, sperando di non averne bene afferrato il senso, come talvolta mi accade. Ma, purtroppo, avevo capito bene. Il mio primo pensiero fu di farla finita con la vita, ma poi, un poco più calmo, pensai:
“No. Io ho il dovere di vivere. Per i miei bambini, che certo finirò un giorno per avere. E, del resto, se una Radegonda mi viene a mancare mi restano le altre cinque”.
A questo punto mi sorse davanti la spaventosa domanda, a cui non ho mai saputo trovare risposta: qual era la Radegonda che aveva saputo tutto e mi cercava per uccidermi?
Tremenda incognita. Come potevo presentarmi a una qualunque delle mie Radegonde senza sapere se fosse quella che voleva uccidermi, o no? Decisi di partire per un lontanissimo paese, abbandonandole tutte, e quella sera stessa m’imbarcai.
Sulla nave, soffrivo le più atroci pene, a causa del mal di mare e del continuo timore di incontrare quella tra le mie amanti che mi cercava per uccidermi. Nei rari momenti di tranquillità che mi concedeva il male, esploravo l’orizzonte, temendo sempre di veder apparire quella donna vendicativa. Ma l’effetto del mare finì per avere il sopravvento e trascorsi molto tempo in uno stato per fortuna indescrivibile.
Soffrivo maggiormente perché ero vestito da toreador, come si vedrebbe nella figura 1, se ci fosse. Ricordo che gli ultimi giorni di traversata li passai attorcigliato al tubo del bastimento, in uno stato di prostrazione infinita. Le uniche cose che mi tenessero un po’ su erano il pensiero di essere ormai fuori pericolo e la speranza di un naufragio.
Sbarcato, decisi di cambiar nome, per non essere riconosciuto; ma non sapevo che nome adottare. Nell’incertezza, mi rivolsi a un’agenzia apposita e dissi all’impiegato:
“Come potrei farmi chiamare per non essere riconosciuto?”
“Mi lasci pensare”, disse l’impiegato, “torni domani”.
“Suonava l’una all’orologio della cattedrale di Westminster, allorché l’indomani, varcavo nuovamente la soglia dell’agenzia.
“Ebbene?”, chiesi all’impiegato, con emozione. “Ha trovato come potrei farmi chiamare, per non essere riconosciuto?”.
“Sì”, disse l’altro, “aspetti, l’ho segnato”.
Scartabellò il registro e aggiunse:
“Ecco. Si faccia chiamare col fischio.”
Fu così che da quel giorno dissi a tutti di chiamarmi Colfischio. Divenni una rarità, perché in tutto il mondo eravamo in pochi a essere chiamati Colfischio. Anzi, posso dire che non c’ero che io.
“Basta, tutto pareva essersi accomodato per il meglio e nel mio nuovo nome nessuno mi riconosceva, quando avvenne un fatto che dette un nuovo indirizzo alla mia vita. Facevo la corte a una bellissima ragazza e, dopo infinite preghiere al mio santo protettore, riuscii ad avere un appuntamento. Quando ci trovammo soli, le caddi ai ginocchi e, singhiozzando, le palesai il mio amore. Ella mi abbracciò e disse:
“Anch’io l’amo, commendatore”.
“No”, le gridai, “non mi chiamate commendatore”.
“Cavaliere, forse?”, fece lei, un poco delusa.
“No”, mormorai, “chiamatemi…”
E reso più audace dal suo sguardo, le dissi con tenera intimità:
“Chiamatemi semplicemente Colfischio”.
La poveretta cominciò a piangere e ripeteva tra i singhiozzi:
“Non posso, non mi riesce di chiamarti Colfischio. Non potrò mai”.
“E perché?”, chiesi in tono di dolce rimprovero.
“Perché non so fischiare”, rispose la bellissima ragazza, nascondendo il volto tra le mani.
Mi alzai. Mi ricomposi. Dissi freddamente:
“Cercate di dimenticarmi”.
E uscii.

da Agosto, moglie mia non ti conosco
di Achille Campanile

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