Pubblicato da: scudieroJons | aprile 29, 2016

Spossatezza

La vista di una giovane donna ripiegata su se stessa, letteralmente accasciata, come una marionetta a cui qualcuno abbia tagliato i fili, è un’esperienza che infonde apprensione.

moderna
“Ecco un’altra vittima del logorio della vita moderna”, ho pensato, ricordandomi del noto slogan che accompagnava la pubblicità di un amaro a base di carciofo.
L’ho osservata attentamente, allo scopo di capire le cause di tanta spossatezza.
Mi sono accorto quasi subito che la donna guida una Fiat 509 del 1928, un modello con avviamento a manovella, senza servosterzo, senza alzacristalli elettrici e privo di aria condizionata.
Per guidare una macchina del genere occorre la forza fisica e la resistenza di un camionista. Si capisce perché la sera si sente un po’ stanchina!
Però ho anche notato che ha già intrapreso la strada giusta per tirarsi fuori da queste ambasce.
Infatti sta leggendo, a prezzo di visibili sforzi, il manuale medico del Dottor Pierre Vachet, Remèdes à la vie moderne.

rimedi

Nella recensione del libro si può leggere:
In questo libro, il Dr. Pierre Vachet descrive il dramma dell’uomo moderno, (anche della donna, naturalmente) costretto a vivere in un vortice il cui ritmo sta accelerando costantemente, con la conseguenza che ognuno di noi, chi più chi meno, è vittima di questo diffuso stress contemporaneo. Tutto ciò è causato dall’incontro con i mali della vita moderna: il rumore, il superlavoro, l’aria inquinata, la promiscuità delle grandi abitazioni, le preoccupazioni, la fretta, le emozioni… Il libro ci mostra come, dal primo momento in cui incappiamo in questi fenomeni, essi possano distruggere il nostro equilibrio, esaurire gradualmente nostri impulsi vitali, creando stati di affaticamento e depressione sempre più marcati.
Successivamente l’autore ci dice come proteggerci da questi attacchi e come preservare il nostro “capitale salute”, osservando le regole di una nuova arte di vivere di cui ci detta i luminosi principi.
Comincia così: “Le repos régulier, voilà le remède à la fatigue”. Se non ci fosse la scienza medica a proteggere l’umanità!
Ma, per completezza dell’informazione, bisogna aggiungere che il dottor Vachet ci spiega anche che non va bene il metodo di coloro che lavorano come forsennati per otto o nove mesi di seguito, per fare poi vacanze lunghissime, di due o tre mesi. Queste lunghe vacanze alla fine diventano occasioni per altre attività faticose, lunghi viaggi, esposizione ai cocenti raggi solari su isole tropicali, scatenamento notturno in qualche sambodromo, attesa dell’alba in qualche remota regione artica.
Vachet dice che non servono lunghe vacanze se si prende l’abitudine di inserire almeno tre periodi di dieci minuti di riposo durante le attività della giornata, isolandosi in un locale semibuio, rilassandosi su una poltrona che abbia uno schienale inclinato di 45 gradi, e con la possibilità di distendere le gambe su un comodo appoggio.
Mi sembra un consiglio molto sensato e da seguire assolutamente, stando attenti però a non esagerare con i riposini.
Perché esagerando si potrebbe manifestare il disturbo opposto. Si passerebbe cioè, per il noto effetto rimbalzo, all’euforia continua e immotivata, quella sensazione che gli psicologi dell’università di Bandundu chiamano, con colorita espressione locale, “sentirsi tra le braccia del gorilla”.

gorilla

Pubblicato da: scudieroJons | aprile 28, 2016

Compare Alfio

magie

Grazie, ma il vostro vino io non l’accetto,
Diverrebbe veleno entro il mio petto!

Pubblicato da: scudieroJons | aprile 27, 2016

Frivolezze

“Fascinatio nugacitatis” diceva Eustace. “E’ tradotto in modo del tutto diverso nella versione inglese dei Libri Apocrifi. Ma come suona bene nella Volgata! La magia delle frivolezze: l’essere affascinato dalle cose insignificanti.

pratoline

Come conosco bene questo fascino! E come è paurosamente intenso! La frivolezza per amore della frivolezza. Eppure quale è l’alternativa? Comportarsi come il Vecchio Còrso, o come qualche specie di orribile fanatico religioso…”
Ancora una volta il buio invase la mente di Sebastian: un torpore reso diverso soltanto da tremiti di vertigine e da una leggera nausea. Desiderò ardentemente trovarsi a letto. Con suono netto e argentino un orologio batté la mezz’ora.
“Le dieci e mezzo” annunciò Eustace “tempo, tempo e un mezzo tempo.
L’innocenza e il bello non hanno nemici se non il tempo.” Lasciò andare un rutto.
“Ecco cosa mi piace dello champagne: che ti rende così poetici. Tutto il meglio di cinquant’anni di letture disordinate ti viene alla superficie. O lente, lente currite, noctis equi!”


O lente lente… Con lentezza funerea cavalli neri avanzarono in mezzo alla nebbia.

da Il tempo si deve fermare
di Aldous Huxley

Pubblicato da: scudieroJons | aprile 24, 2016

Trovarobe

La maestra Carmelina Scannapieco, passando davanti alla vetrina di una bottega di modernariato, è stata attratta irresistibilmente da alcuni oggetti esposti.

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Pertanto ha deciso su due piedi di spendere una piccola parte della cospicua dotazione finanziaria che il ministero le ha elargito per gli acquisti di carattere culturale. Intende acquistare alcuni oggetti necessari per la messa in scena della riduzione di un famoso romanzo con gli alunni della sua classe.
Dopo aver esaminato tutti gli oggetti è uscita soddisfatta dei suoi acquisti (e del fatto di essere riuscita, con il suo passaggio, a rendere reale l’unica parola della lingua italiana che contiene la q doppia, non limitandosi a insegnarla come fanno tutti gli altri).

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Che cosa ha comprato la maestra?
Quale famoso romanzo per ragazzi intende mettere in scena?

Pubblicato da: scudieroJons | aprile 20, 2016

Il sostegno del prof

Gli insegnanti fanno una vita dura in questi anni.
Gli alunni sono indisciplinati, la paga è bassa e le regole continuano a cambiare in peggio.
E allora come fa quest’insegnante ad avere un aspetto così calmo e rilassato in mezzo al caos più rumoroso?

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E’ semplice: ha fatto ricorso al sostegno giornaliero.
Non avendo la possibilità di avere in classe un insegnante di sostegno, ha deciso di rivolgersi al sostegno dell’insegnante.

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Una piccola dose, solo per smussare le difficoltà più taglienti e rendere la giornata più tollerabile.
Seguendo le indicazioni della lavagna di Matteorenzi, siamo partiti dall’aspettativa di avere una Buona Scuola e ci ritroveremo presto ad avere una beona a scuola.

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Pubblicato da: scudieroJons | aprile 18, 2016

Allamata

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All’amata lontana

I
Siedo sul colle, scrutando
l’azzurra distesa nebbiosa
per scorgere il lontano sentiero
dove, o mia diletta, t’incontrai.

Sono lontano da te,
monti e valli ci separano,
ergendosi fra noi e la nostra tranquillità,
tra la felicità e il nostro martirio.

Ah, non puoi raccogliere lo sguardo
che si spinge infuocato verso di te,
e il sospiro: essi si disperdono
nello spazio che ci divide.

Non giungerà più nulla fino a te,
più nulla che sia messaggero d’amore?
Voglio innalzare canti d’amore
che ti confidino la mia pena!

Poiché di fronte al canto d’amore
svaniscono lo spazio e il tempo
e ciò che un cuore amante consacra
raggiunge un altro cuore amante!

II
Dove i monti, così azzurri,
si ergono
dal grigiore nebbioso,

dove si arrossa il sole
dove si sposta la nube:
là vorrei essere!

Là nella valle tranquilla
tacciono i dolori e le pene.
Dove la primula
medita quieta fra i sassi
e il vento mormora così sommesso:
là vorrei essere!

Là nel bosco che invita a meditare
mi attrae la forza dell’amore,l’intinta pena.
Ah, nulla potrebbe allontanarmi di qui,
mia amata, se potessi essere
eternamente con te!

IV
Queste nubi nell’alto,
questo gaio volo di uccelli,
potranno vederti, leggiadra fanciulla:
oh, prendetemi con voi, nel volo leggero!

Quelle vesti giuocheranno
scherzando sul tuo volto e il tuo seno:
nascosto nelle seriche pieghe
possa dividere con voi questo piacere!

Da quel colle, a te corre
rapido questo ruscelletto.
Fai che la sua immagine vi si rispecchi
e che torni poi qui, senza indugio!

V
Ritorna maggio, il prato fiorisce,
l’aria vibra così dolce, così tiepida.
I ruscelli tornano a scorrere, mormorando.

La rondine che torna al tetto ospitale
si costruisce con cura la stanza nuziale:
è l’amore che dovrà vivere là dentro.

Raccoglie operosamente, di qui e di là,
tante cose soffici per il letto nuziale,
tante cose calde per i piccoli.

Ora gli sposi vivono insieme, così fedeli:
ciò che l’inverno separa, il maggio congiunge.
Egli sa bene riunire chi si ama!

Ritorna maggio, il prato fiorisce,
l’aria vibra così dolce, così tiepida.
Io soltanto non riesco ad allontanarmi di qui.

Mentre la primavera congiunge tutto ciò che ama,
per il nostro amore soltanto non viene la primavera
e le lacrime sono il solo suo frutto.

VI
Accetta dunque questa canzone,
diletta, che io ti canto.
Torna a cantarla a sera,
sull’aria di un dolce motivo.

Quando il rosso crepuscolo raggiunge
il quieto mare azzurro,
ed il suo ultimo raggio s’incendia
dietro a quella montagna,

allora canta ciò che io ho cantato,
ciò che mi è sgorgato dal petto,
disadorno,
ispirato soltanto dalla passione.

Di fronte a questa canzone svanirà
quanto ci divide tanto profondamente:
ciò che un cuore amante consacra
raggiunge un altro cuore amante.

Pubblicato da: scudieroJons | aprile 16, 2016

Lesbo

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Donne dannate
Delfina e Ippolita
(o, se si vuole, Bartolomea e Francesca)

A un pallido chiarore di lampade languenti,
affondando la nuca nel muschiato origliere,
Ippolita riandava le carezze possenti
che acerba la iniziavano, e candida, al piacere.

E cercava con occhi ciechi di vento il cielo
della sua innocenza sempre meno vicino,
come si volge indietro il viaggiatore anelo
alle azzurre montagne valicate il mattino.

Tutto, lacrime pigre dei suoi occhi sbattuti,
oscura voluttà, aria estatica e sazia,
braccia vinte, deposte come armi disutili,
tutto serviva a crescerne la delicata grazia.

Calma e piena di gioia, accosciata ai suoi piedi,
Delfina la covava con pupille roventi,
come un fiero animale che la vicina preda
sorveglia, dopo averla già segnata coi denti.

Bellezza forte ai piedi della bellezza fragile,
superba assaporava con voluttuosa scienza
il vino del trionfo, e a lei tendeva l’agile
fianco, come aspettandone dolce riconoscenza.

Sperava nello sguardo della pallida vittima
il muto inno che s’alza nei tripudi del senso,
e quel ringraziamento che dagli occhi sconfitti
sgorga eterno e sublime, come un sospiro immenso.

“Che pensi dunque, Ippolita, dimmi, di queste cose?
Capisci ora, amor mio, che non ti giova offrire
il puro sacrificio delle tue prime rose
al turbine che subito le farebbe sfiorire?

I miei baci son simili ad effimere lievi
che carezzan a sera grandi diafani laghi…
Quelli dell’uomo, quasi vomeri o carri grevi,
ti scaveran nel corpo mille lacere piaghe.

Quasi di bovi o brenne lenti pesanti zoccoli
ti passeranno sopra senza posa o pietà:
Ippolita, sorella, volgi a me dunque gli occhi,
tu, mio cuore e mia anima, mio tutto e mia metà;

volgimi il viso e gli occhi, colmi d’astri celesti;
d’un tuo sguardo, ineffabile medicina, ho bisogno
per sollevare il velo dei gaudi più funesti,
e farti sprofondare in un eterno sogno!”

Ma Ippolita, levando la giovine cervice:
“Né astio né rimorso m’è nel cuore rimasto,
Delfina mia, ma inquieta mi sento ed infelice,
come dopo un notturno e terribile pasto.

Sento immani paure piombarmi addosso, e cupi
battaglioni di larve alle spalle e di fronte
assalirmi, e sospingermi per valanghe e dirupi,
che d’ogni lato sbarra un sanguinoso orizzonte.

Abbiam dunque commesso atti bizzarri e infami?
Che è, dimmi, il terrore che dentro mi trabocca?
Io tremo tutta quando “Angelo mio” mi chiami,
eppure le mie labbra cercano la tua bocca.

Non guardarmi così, mio pensiero adorato,
amore sempiterno, sorella d’elezione,
quand’anche tu non fossi che un tranello approntato,
e lo stesso principio della mia perdizione!”

Ma con voce imperiosa e fatale pupilla
Delfina, scapigliando la tragica criniera,
rispose, qual sul tripode scalpicciante Sibilla:
“Chi mai parla d’inferno quando l’amore impera?

Maledetto in eterno il sognatore insano
che ha voluto per primo, d’una question fittizia
e insolubile ossesso nell’animo suo vano,
alle storie d’amore mischiar la pudicizia.

Chi cerca di affiliare in un mistico accordo
la notte con il giorno, l’ombra con il calore,
mai si potrà scaldare il corpo inerte e sordo
a quel vermiglio sole che chiamano l’amore.

Va’, scegliti se vuoi, un di quei fatui ganzi,
e il tuo vergine cuore offri al suo bacio immite,
poi, colma di rimorsi e d’orrore, dinanzi
mi tornerai col seno livido di ferite.

Niuno al mondo a due re può viver soggetto!”
Ma la fanciulla, in preda a un’infinita angoscia,
gridò repente: “Io sento un baratro nel petto,
ed è il mio cuore, un baratro che si spalanca e croscia!

Profondo come il vuoto, arso come la lava!
Nulla potrà saziare questo mostro che langue,
né spegnere la sete dell’Eumenide prava,
che, impugnando una torcia, l’abbrucia fino al sangue.

Le nostre tende chiuse ci rapiscano al mondo,
e stanche in un letargo alfine si soccomba!
Io distruggermi voglio sul tuo petto profondo,
e trovarci la pace ombrosa della tomba!”

– Oh scendete, scendete, esseri derelitti,
nella nuda voragine ch’è il vostro porto eterno!
Sparite nella tenebra ove tutti i delitti
che flagella e mulina la bufera d’inferno,

ribollono confusi, con rombo d’aquilone.
Pazze ombre, inseguite i vostri desideri;
mai potrete placare la vostra esaltazione,
e il castigo verrà dagli stessi piaceri.

Mai scese un fresco raggio fino alle vostre grotte;
miasmi febbricosi per le crepe dei muri
strisciano e come lumi avvampan nella notte,
nelle membra instillandovi sentori orridi e impuri.

L’aspra sterilità del vostro godimento
v’acuisce la sete e v’asciuga la pelle,
e, come un vecchio labaro sotto i colpi del vento,
nello spasimo schiocca la carne e si convelle.

Dunque, raminghe, reprobe, fuor d’ogni umano seno,
correte come lupi per greppi e per vallate;
compite il vostro fato, anime senza freno;
fuggite l’infinito che dentro voi portate!

Charles Baudelaire

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Pubblicato da: scudieroJons | aprile 14, 2016

Chi riesce a vederla?

Imbarcata anche lei nella visita in Iran del nostro Presidente del Consiglio, (perché non è giusto che lei stia sempre a casa mentre gli altri ministri vanno in giro per il mondo) la ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, una volta arrivata a Teheran ha voluto provare l’ebbrezza del salto all’indietro di alcuni secoli, fino nel profondo medioevo del fondamentalismo islamico.  E si è messa il velo.

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Chi riesce a trovarla?

 

Pubblicato da: scudieroJons | aprile 13, 2016

Al museo di Teheran

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Pubblicato da: scudieroJons | aprile 12, 2016

Il tempo circolare

Ma’agalim – Jane Bordeaux from Uri Lotan on Vimeo.

Le notti si trasformano in giorni
I giorni si trasformano in anni
E lì dentro io mi muovo
In cerchi veloci.

I venti infuriano su di me
Soffiandomi sul collo
Tutto sembra troppo lontano
Mi appare gigantesco.

Non sono io che sto avanzando
E’ solo il tempo che si affretta
E’ solo un altro treno in corsa
Si tratta di un’altra corda tirata.

Albe affondando veloci
Stagioni che volano
E io sono sempre lo stesso
Mentre il tempo si abbrevia.

PER GLI AMICI
QUALUNQUE ORA

damina2

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