Pubblicato da: scudieroJons | marzo 31, 2020

La terra desolata

di Thomas Stearns Eliot


I. La sepoltura dei morti

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ovattò
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.


E quando eravamo bambini stavamo presso l’arciduca,
Mio cugino, che mi condusse in slitta,
E ne fui spaventata. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.
Fra le montagne, là ci si sente liberi.
Per la gran parte della notte leggo, d’inverno vado nel sud.

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Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono
Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto
Un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole,
E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo,
L’arida pietra nessun suono d’acque.
C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,
(Venite all’ombra di questa roccia rossa),
E io vi mostrerò qualcosa di diverso
Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva;
In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.

Frisch weht der Wind
Der Heimat zu
Mein Iriscb Kind,
Wo weilest du?

“Mi chiamarono la ragazza dei giacinti.”
– Eppure quando tornammo, a ora tarda, dal giardino dei giacinti,
Tu con le braccia cariche, con i capelli madidi, io non potevo
Parlare, mi si annebbiavano gli occhi, non ero
Né vivo né morto, e non sapevo nulla, mentre guardavo il silenzio,
Il cuore della luce.
Oed’ und leer das Meer.

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Madame Sosostris, chiaroveggente famosa,
Aveva preso un brutto raffreddore, ciononostante
È nota come la donna più saggia d’Europa,
Con un diabolico mazzo di carte. Ecco qui, disse,
La vostra carta, il Marinaio Fenicio Annegato
(Quelle sono le perle che furono i suoi occhi. Guardate!)
E qui è la Belladonna, la Dama delle Rocce,
La Signora delle circostanze favorevoli.
Ecco qui l’uomo con le tre aste, ecco la Ruota,
E qui il mercante con un occhio solo, e questa carta,
Che non ha figura, è qualcosa che porta sul dorso,
E che a me non è dato vedere. Non trovo
L’Impiccato. Temete la morte per acqua.
Vedo turbe di gente che cammina in cerchio.
Grazie. Se vedete la cara Mrs. Equitone,
Ditele che le porterò l’oroscopo io stessa:
Bisogna essere così prudenti in questi giorni.

Città irreale,
Sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno,
Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,
Ch’io non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta.
Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,
E ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi. Affluivano
Su per il colle e giù per la King William Street,
Fino a dove Saint Mary Woolnoth segnava le ore
Con morto suono sull’ultimo tocco delle nove.
Là vidi uno che conoscevo, e lo fermai, gridando: « Stetson!
Tu che eri con me, sulle navi a Milazzo!
Quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino,
Ha cominciato a germogliare? Fiorirà quest’anno?
Oppure il gelo improvviso ne ha danneggiato l’aiola?
Oh, tieni il Cane a distanza, che è amico dell’uomo,
Se non vuoi che con l’unghie, di nuovo, lo metta allo scoperto!
Tu, hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère!

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 28, 2020

Due lettere

Oggi due persone che contribuiscono a formare l’opinione pubblica, Carlo Verdelli e Pupi Avati, hanno scritto due lettere apparse entrambe su La Repubblica.

La posizione di Carlo Verdelli appare abbastanza schizofrenica: ha fatto corredare la sua lettera da una foto di piazza del Duomo deserta, dopo che alcuni giorni fa il giornale che dirige aveva mostrato il video di una Milano spettrale, completamente senza vita nelle strade.

“Nonostante la comprensibile volontà di diffondere un po’ di ottimismo da parte del governatore Fontana (“Penso che stia iniziando la discesa”), la regione locomotiva del Paese da sola conta ormai, e non da oggi, più della metà sia dei contagiati sia dei morti totali. La parte d’Italia dove tutto è cominciato (21 febbraio, paziente uno a Codogno) si è trasformata in poco più di un mese nella bocca del vulcano dove si concentra il rosso più acceso dell’intera nazione. Si vede a occhio nudo su qualsiasi mappa: la macchia più intensa del Covid-19 sta in un cerchio stretto tra Milano, Bergamo e Brescia, con un alone macabro che si estende fino a lambire i confini di Veneto e Piemonte.
Non è il momento dei processi, né dell’attribuzione di responsabilità. Ma è il tempo, questo sì, del coraggio di prendere decisioni forti. Fatte salve le attività strettamente necessarie, andrebbe con responsabilità, e anche con urgenza, valutata l’ipotesi di chiudere in modo drastico l’intera Lombardia per due settimane…”

Dopo averci afflitto l’anima con queste scene di desolazione, Verdelli non è ancora contento e propone una chiusura più drastica per la Lombardia. Però non riferisce quale scuola di virologia gli ha suggerito questa estrema proposta. Non pubblica in dettaglio la tipologia (in forma anonima, per la privacy) dei malati e dei deceduti, dalla quale si potrebbe forse capire se le persone più esposte sono quelle che si muovono per svolgere lavori essenziali o sono quelle che stanno da tempo ferme nelle loro case e negli istituti per anziani. Inoltre non dice se le regioni limitrofe alla Lombardia sarebbero disponibili a produrre quello che serve ai cittadini lombardi per continuare a vivere in segregazione.

Invece Avati, che si occupa di spettacolo e cultura, vede in questa pausa forzata un’occasione di rinnovamento, uno stimolo per abbandonare le cattive abitudini televisive:

“Ma in questo sterminato silenzio, che è sacro e misterioso e che ci fa comprendere la nostra pochezza, la nostra vigliaccheria, ci commuove la consapevolezza dei tanti che stanno mettendo a repentaglio le loro vite per salvarci. E questo stesso silenzio sarebbe opportuno per i tanti che destituiti di ogni competenza specifica continuano a sproloquiare saltapicchiando da un programma all’altro privi di ogni pudore, di ogni senso del limite. Coloro che con tanta solerzia, con tanta supponenza, ci hanno accompagnato nel corso degli ultimi decenni appartengono al Prima del Coronavirus, quando era possibile il cazzeggio. Ora, se usciremo da questa esperienza, dovremo farne tesoro, dovremo trovare un senso a quello che è accaduto, soccorrendo le tante famiglie di chi ha pagato con la vita, aiutando a superare le difficoltà enormi, spesso insormontabili, nelle quali si troveranno i più, impegnandoci tutti a sostituire il dire con il fare, come accadde dopo la liberazione.

[…] E allora mi chiedo perché In questo tempo sospeso, fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la RAI, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza alll’Auditel, non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente.
Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti, la lettura dei testi dei grandi scrittori, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro, al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti”.

Rispondere ad Avati è più facile: basta spiegargli che nessuno è obbligato a rincorrere le passere cinguettanti o i cani latranti che ci propinano le varie televisioni, perché da un po’ di tempo (forse Pupi non lo sa) è stata inventata internet, che consente di accedere a una moltitudine di archivi multimediali, per mezzo dei quali ciascuno di noi può costruirsi il palinsesto culturale o di intrattenimento che preferisce.

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 27, 2020

Vir(t)us

L’incontro perfetto, tu ed io.
Non riuscirai a resistere
al mio fascino adamantino.
Come un virus, cacciatore paziente,
ti sto aspettando, sono affamata di te.
Mio dolce interlocutore…

Scusa, Björk, ma ti sembra questo il momento?

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 26, 2020

Il poeta e gli eroi da poltrona

ovvero: dialogo tra Giuseppe e Giuseppi.

Poeta:
Eroi, eroi,
che fate voi?

Eroi:
Ponziamo il poi.

Poeta:
(Meglio per noi!)
O del presente
che avete in mente?

Eroi:
Un tutto e un niente.

Poeta:
(Precisamente).
Che brava gente!
Dite, o l’Italia?

Eroi:
L’abbiamo a balia.

Poeta:
Balia pretesca,
liberalesca,
nostra o tedesca?

Eroi:
Vattel’ a pesca.

Poeta:
Lo so. (Sta fresca!)

Giuseppe Giusti

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 24, 2020

Il calmante

    di Marie Laurencin

 

.    Più che annoiata

.                          Triste

.               Più che triste

.                        Infelice

          Più che infelice

                 Sofferente

      Più che sofferente

            Abbandonata

.   Più che abbandonata

           Sola al mondo

.  Più che sola al mondo

.                        Esiliata

.             Più che esiliata

                          Morta

            Più che morta

                Dimenticata.

 

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 23, 2020

Termoscanner al supermercato

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La “raccomandazione”, l’invito, (non una vera disposizione normativa) impartita dal Presidente della Lombardia ai gestori di supermercati alimentari, di rilevare la temperatura corporea dei clienti prima di ammetterli nei loro negozi, è palesemente inutile e potenzialmente dannosa.

Palesemente inutile perché un cliente che resista imperterrito a una coda che può durare fino a due ore prima di essere sottoposto al test è evidentemente in perfetta salute, altrimenti sarebbe stramazzato prima di mettere piede nel supermercato. Se pure si trattasse di un individuo infetto e asintomatico non presenterebbe alcuna variazione patologica della temperatura e sarebbe autorizzato ad accedere agli spazi di vendita con tutto il suo invisibile codazzo di virus.

Potenzialmente dannosa perché al momento della rilevazione della temperatura, l’incaricato, generalmente un addetto alla sorveglianza, si avvicina al cliente fino ad arrivare al di sotto della distanza di un metro prescritta dai medici. La sua mano guantata e l’apparecchio elettronico arrivano a una distanza di pochi centimetri dal volto del cliente, dopo essere stati portati quasi a contatto con il volto di molti altri clienti in precedenza, con il rischio di passare il virus da un cliente precedente a quello successivo. Tutto questo dopo che uno è stato attento per due ore a rimanere correttamente distanziato dagli altri componenti della fila.

Senza contare che la rilevazione della temperatura è la raccolta di un dato sanitario e come tale dovrebbe essere eseguita da uno degli specialisti inseriti in un apposito elenco.

https://protezionedatipersonali.it/sanita-e-privacy

Un gestore che ci tiene davvero al benessere dei propri clienti dovrebbe predisporre la rilevazione della temperatura nel preciso momento in cui il cliente si accinge a occupare l’ultimo posto nella coda, per risparmiargli un’attesa che potrebbe rivelarsi inutile. Nulla impedisce che la rilevazione possa essere ripetuta quando, dopo due ore, lo stesso cliente entra nel negozio.

E quando il dato sanitario è stato acquisito, chi e in che modo lo deve trattare? In caso si trovasse un cliente con temperatura uguale o superiore ai 37,5 gradi, cosa dovrebbe fare l’addetto alla sicurezza? Chiamare il 112 o invitare il soggetto a tornare casa? Con comunicazione verbale o scritta? In luogo riservato o davanti a tutti?

Perciò sarebbe meglio che la guardia giurata lasciasse perdere il 37,5 e si occupasse solo della sua 38.

 

 

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 23, 2020

Un angelo lascia la Terra

Il primo film di Lucia Bosè:

Non c’è pace tra gli ulivi

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 18, 2020

L’affettuosa domanda di Poll

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18. Piovve tutto giorno, né per conseguenza mi mossi punto di casa. Pensai che la pioggia producesse il freddo improvviso onde mi sentii come agghiacciato: cosa per altro ch’io sapeva non essere solita sotto questa latitudine.
19. Mi sentii assai male e sempre tormentato da brividi come se la stagione fosse stata fredda.
20. Non ho dormito tutta la notte; violento male di capo e febbre.
21. Malissimo; atterrito quasi a morirne dal pensare alla trista mia condizione di essere ammalato e non avere chi mi presti assistenza, ho pregato Dio, ed è stata la prima volta dopo quella bufera su le acque di Hull; ma sapevo ben poco quel ch’io mi dicessi, o non ne conoscevo il perché: tanto erano confuse tutte le mie idee.
22. Un po’ meglio, ma sempre agitato dalle paure che accompagnano le malattie.
23. Un’altra volta malissimo; freddo e brividi oltre ad un terribile male di capo.
24. Assai meglio.
25. Una violentissima febbre; l’accesso di essa mi ha tenuto sette ore; freddo, poi caldo, indi sudori deprimenti.
26. Meglio; e non avendo carne di cui cibarmi, sono uscito col mio moschetto ad onta di un’estrema debolezza: pure ho ammazzata una capra che mi son portata a casa con molto stento; arrostitone un pezzo, me ne sono cibato. Ne avrei volentieri fatto uno stufato, come pure avrei voluto procacciarmi con essa un poco di brodo; ma mi mancava una pentola.
27. La febbre tornò ad essere sì violenta, che rimasi in letto tutto il giorno senza mangiare né bere. Io stava per morire di sete; ma in quello stato di debolezza non aveva forza per tenermi in piedi tanto da procurarmi un poco d’acqua. Tornai a pregare il Signore, ma ero in delirio; e quand’anche non ci fossi stato, la mia ignoranza era sì crassa ch’io non sapeva che cosa dovessi dire; solamente da starmi giaciuto io esclamava: Dio, volgetevi a me! Dio abbiatemi compassione! Dio usatemi misericordia! Credo di non aver fatto altro per due o tre ore continue sinché, finito l’accesso della febbre, rimasi addormentato né mi destai se non tardi nel cuor della notte. Nello svegliarmi mi sentii alquanto ristorato, benché debole e assetato oltre ogni dire; ma non avendo acqua in tutta quanta la mia abitazione, fui costretto aver pazienza sino a giorno; tornai pertanto ad addormentarmi. Oh qual terribile sogno io feci in questa seconda dormita! Parevami essere seduto per terra fuori della mia trincea, come ci stavo quando si sollevò quella burrasca che venne dopo il tremuoto; vedevo in lontananza calar giù da un grosso nuvolone nero nero un uomo avvolto in una gran vampa di fuoco che scendeva a terra. Sfolgorava sì tremendamente da tutte le parti che i miei occhi non ci reggevano a fisarsegli incontro; l’aspetto di esso ineffabilmente spaventoso è impossibile a descriversi con parole; allorché si movea, credevo che la terra traballasse come appunto nel giorno del tremuoto, e tutta l’aria sembravami in fiamme. Appena postosi a camminare, veniva alla mia volta brandendo una lunga lancia o spada a due mani destinata ad uccidermi; poi arrivato sopra un’eminenza ed in minore distanza da me, mi parlò, o vero credei udire una voce sì tremenda che m’agghiacciò d’uno spavento di cui tenterei invano or darvi un’idea. Quanto posso dire di ricordarmi son queste parole: Dopo aver veduto tutto ciò che hai veduto, non ti sei ridotto a penitenza: or morrai! dopo i quali detti mi parve vedergli sollevare la brandita arma per darmi morte. Niun leggitore si aspetti ch’io sapessi render conto a me stesso dell’orrore di cui tal visione mi aveva compreso; intendo dire che ancorché questa fosse un sogno, la mia mente era di per se stessa immersa in un delirio, che con quel mio orrore si conformava; né è possibile il descrivere l’impressione che me ne rimase allorché svegliandomi m’avvidi d’avere meramente sognato. Io non avea per mia disgrazia verun principio di religione, ché quanti me ne aveva instillati l’educazione del mio buon padre erano svaniti in conseguenza di un corso non interrotto per otto anni di vita licenziosa da marinaio, e di un costante conversare con compagni scapestrati e dissoluti al massimo grado come lo era io. Io non mi ricordo di avere avuto in tutto quell’intervallo un pensiere che m’innalzasse a Dio, o mi traesse a scendere entro me stesso per esaminare la mia condotta. Un’assoluta stupidezza, ugualmente lontana dal desiderio del bene e dalla coscienza del male, mi dominava interamente, ond’ero tutto quel che di peggio, di più incallito nella colpa, di più spensierato potesse immaginarsi fra i nostri comuni marinai; basti il dire ch’io non aveva alcun sentimento di timor di Dio nel pericolo, o di gratitudine a lui dopo esserne liberato. Ove si richiami ad esame tutto quanto ho già narrato della mia storia, tal mia perversità sarà sempre più facilmente creduta, se aggiugnerò una circostanza di più. In mezzo a tanta varietà di miserie sin qui occorsemi, non mi nacque mai in pensiere esser tutto ciò opera della mano di Dio, giusto punitore o dell’insubordinato contegno di cui mi resi reo verso mio padre, o delle mie colpe presenti grandi da vero, o in generale di tutto il corso dell’iniqua mia vita. Quando mi gettai corpo morto in quella disperata spedizione alle deserte coste dell’Africa senza pensar più che tanto a ciò che avverrebbe di me, non volsi una sola preghiera a Dio affinché mi proteggesse ovunque fossi per addirizzarmi o mi campasse dai pericoli che secondo ogni apparenza mi circondavano, quali erano la voracità delle belve e la crudeltà dei selvaggi. Senza pensar menomamente a Dio o alla providenza, io, a guisa d’un vero animale irragionevole, mi lasciava guidare unicamente dagl’istinti della natura e dai dettati d’un rozzo senso comune, e ciò anche a stento. Liberato e accolto nel suo vascello dal capitano portoghese e trattato da lui con onestà, cortesia e ad un tempo con caritatevole amorevolezza, l’idea di gratitudine non mi passò nemmeno per la mente. Naufragato, ridotto ad ultima estremità, in pericolo d’annegarmi, quando fui gettato in quest’isola, io era lontanissimo dai ricordarmi le mie colpe e dal riguardare quanto avvenivami come un giudizio di Dio; non sapeva dir altro che: Son proprio un povero diavolo sfortunato e nato per esseresempre un miserabile! Egli è vero che al primo toccar questa spiaggia, e quando vidi sommersi i miei compagni, unicamente me salvo, fui preso da una specie di estasi e da una certa espansione di anima, sentimenti che avrebbero potuto con l’assistenza di Dio condurmi a quelli della gratitudine; ma tutto finiva, com’era cominciato: in un’ebbrezza di gioia, in un’esultanza di esser vivo, disgiunta da ogni considerazione benché menoma su la bontà segnalata della mano che mi aveva salvato e prescelto per camparmi dalla distruzione cui tutti gli altri miei compagni soggiacquero. Non pensai no ad esaminare per qual fine la providenza mi si fosse mostrata tanto misericordiosa; la mia gioia fu quella specie d’allegrezza comune a tutti gli uomini di mare che quando dopo un naufragio si vedono vivi sopra la spiaggia, non hanno miglior premura dell’annegarla entro un bowl di punch; poi dimenticano ogni cosa appena è passato il pericolo: tutta la mia vita era stata di questo tenore. Ed anche in appresso, quando non potei essere insensibile all’evidente orridezza della mia posizione, di essere cioè gettato in sì spaventoso luogo fuori d’ogni consorzio del genere umano, senza speranza alcuna d’aiuto o prospettiva di riscatto, non appena vidi una probabilità di poter vivere e di non morire dalla fame, ogni sentimento di costernazione si dileguò dal mio animo; cominciai ad essere di più lieto umore dandomi ai lavori più adatti alla mia salvezza ed al mio mantenimento, e tenendo ad una buona distanza da me quel cruccio che dovea derivarmi dal riguardare il mio stato attuale siccome una giusta punizione del Cielo; oh! questi pensieri mi passavano per il capo ben rare volte.
[…]
28. Ristorato alcun poco dall’aver dormito, e cessata affatto la febbre, mi alzai, perché, comunque grandi fossero il ribrezzo e l’atterrimento rimasti in me dopo il mio sogno, pensai che l’accesso della febbre sarebbe tornato il dì successivo e che per conseguenza mi conveniva apparecchiare alcun che per aiutarmi e sostenermi meglio quando più il male mi opprimerebbe. La mia prima operazione si fu d’empiere d’acqua un gran fiasco riquadro, che posi su la tavola in modo da arrivarci con la mano da starmene in letto. Per correggere la natura cruda e febbricosa di quell’acqua la mescolai col quarto circa di una foglietta di rum. Preso indi un pezzo di carne di capra, lo arrostii su le brage, ne mangiai per altro ben poco. In appresso feci un giro, ma breve, perché spossato oltre modo e col cuore abbattuto così dal sentimento della miserabile mia condizione come dal timore della febbre ch’io m’aspettava alla domane. In quella sera la mia cena fu di tre uova di testuggine cucinate sotto la cenere, o come vengono dette, affogate; e fu questa la prima vivanda su cui, a mia ricordanza, avevo implorata la benedizione divina da che ero al mondo. Finita questa cena mi provai a fare una passeggiata, ma mi sentivo sì debole che potevo a stento portarmi meco il mio moschetto; che non sono mai andato attorno senza di esso. In conseguenza, fatto ben poco cammino, mi adagiai su l’erba contemplando il mare che, mite e placidissimo in quell’ora, mi stava rimpetto. Ecco allora quali pensieri mi si presentarono.
“Che cosa sono questo mare e questa terra di cui tanta parte ho veduta? Chi gli ha fatti? E che cosa son io e tutte l’altre creature, mansuete o selvagge, ragionevoli o irragionevoli? Chi ci ha fatti? Sicuramente siamo stati fatti da qualche segreto potere che ha fatto e la terra ed il mare e l’aria ed il firmamento. E chi è questi?”
Ne veniva come di naturale conseguenza: “È Dio che ha fatto tutto. Or bene (seguiva allor da presso l’altra conseguenza sterminatamente più ampia), se Dio e quegli che ha fatte tutte queste cose, egli è pur quegli che le guida e governa tutte, e tutte si riferiscono a lui; perché chi aveva il potere di farle tutte dovea del certo avere anche l’altro di condurle e di reggerle; ciò posto, nulla accade nella vasta sfera delle opere sue senza saputa o disposizione di esso.
“E se nulla accade senza sua saputa, io continuava, egli sa ch’io sono qui e che mi trovo in questa deplorabile condizione; e se nulla accade senza disposizione di esso, egli ha adunque voluto tutto quanto or m’interviene”.
E poiché non mi occorreva alla mente alcuna idea che si opponesse all’esattezza delle precitate conseguenze, quella che vi rimase più fortemente si fu dell’essere stati necessariamente disposti da Dio tutti gli avvenimenti ai quali soggiacqui.
“Dunque, io diceva fra me, è il voler di Dio che mi ha condotto in queste sgraziatissime circostanze, perché egli unicamente ha potestà non solo su me, ma su tutte le cose che succedono in questo mondo. E perché, prestamente io soggiugneva, Dio ha fatto a me tutto questo? Che cosa ho fatto io per essere trattato in simil maniera?”
Ma quando io m’internava in sì fatta investigazione sentiva tali rimproveri della mia coscienza quali può meritarseli chi profferisce bestemmie; mi sembrò udire una voce che mi gridasse: “Sciagurato! domandi ancora che cosa hai fatto? Vóltati indietro su la tua orribile dissipata vita e domanda a te medesimo che cosa non hai fatto! Domanda perché non sei stato ben prima d’ora distrutto; perché non rimanesti sommerso dinanzi al lido di Yarmouth, o ucciso nella zuffa quando il tuo vascello fu predato dal corsaro di Salè, o divorato dalle belve feroci in su la costa d’Africa, o annegato qui quando tutti i tuoi compagni rimasero preda dell’onde fuori di te? E chiedi che cos’hai fatto!”

da Robinson Crusoe, di Daniel Defoe

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 16, 2020

‘U sciabbacheddu

Sul giornale di oggi c’è un articolo che parla di un grande vecchio della sinistra italiana, Emanuele Macaluso, che si prepara a tagliare il traguardo dei 96 anni.
“Vivo senza computer” è la sua risposta a una domanda del cronista, e forse è questo il segreto della sua longevità. A questo pensiero rivolgo un’occhiata di traverso a tutti i computer, in funzione e a riposo, che ho dentro casa.
Ma allora, mi sono chiesto, se non ha il computer, da che cosa origina il suo malessere, che gli fa dire: “Sono i giorni peggiori della mia vita” ?
Quando il cronista gli chiede: Lei cosa fa? Macaluso risponde:
“Leggo continuamente. Ora sto rileggendo il carteggio tra i fratelli Serventi, Enzo, il sionista che poi morì a Dachau, ed Emilio il dirigente comunista. Sono lettere molto profonde, che ci riportano a un tempo durissimo. Ho sentito il bisogno di riprenderlo dalla mia libreria. [Forse, dato il terribile pericolo che ci assilla, non è proprio una buona idea mettersi a rileggere cronache di avvenimenti che hanno segnato tragicamente un’epoca. Ci sono tante letture più rilassanti e forse altrettanto edificanti.] Poi leggo sei quotidiani e guardo la tv. [Accidenti! Sei quotidiani! E per giunta la televisione, che è capace da sola di fare per sette! Non sarà un po’ troppo?] Ricevo tante telefonate. [Speriamo che siano persone gentili che lo vogliono tenere su di morale.] Oggi mi ha chiamato Giuliano Ferrara [Giuliano Ferrara? L’ateo devoto? Adesso mi spiego il terribile momento di Macaluso]”.
Ma perché non stacca il telefono e non si distrae con la lettura di un libro divertente? Ce ne sarebbero tanti da suggerire, ma io in questo momento ne ho in mente uno in particolare: “44 falsi”, di Michele Serra, scritto quando il noto giornalista e scrittore si trovava in uno strepitoso stato di grazia. In quell’occasione si impossessò della personalità di molti illustri personaggi e li fece parlare mettendo bene in luce i loro tic.
Tra questi personaggi c’è lo stesso Emanuele Macaluso, autore, a sua insaputa, di un divertente capitolo.

Sputasentenze rozzi e incompetenti
di Emanuele Macaluso
Scritto per provare il brivido delle polemiche personali violente.

Anche un commentatore solitamente attento come Calogero Trifirò, del “Quotidiano dello Stretto”, si è unito al coro di sapientoni che accusano i comunisti di andare al congresso con le idee confuse. Questi signori – che solo la lunga consuetudine con le regole della polemica politica mi impedisce di definire mascalzoni, venduti e ladri – ci fanno notare (cito Trifirò) che “un partito non può essere favorevole al nucleare e simpatizzare per gli antinuclearisti. Lavorare per uno stato rigoroso e severo e capeggiare le proteste contro il condono edilizio. Dire che sta bene rimanere nella Nato e attaccare ogni giorno la politica estera americana. Prendere le distanze dall’Urss e fare il tifo per Gorbaciov”.
Ci vuole davvero una mentalità rozzamente schematica per scambiare la nostra grande ricchezza dialettica per “confusione”. E poi, con quale faccia di bronzo ci tacciano di incoerenza e indecisione quegli stessi personaggi che per anni ci hanno sempre rimproverato il nostro presunto monolitismo? Proprio loro che, in quarant’anni di storia repubblicana, si sono distinti per la vocazione ai pasticci, ai compromessi infami, voltando gabbana solo per convenienza personale?
[…]
Piuttosto che sputare sentenze sul nostro laborioso e fecondo dibattito precongressuale, questi sedicenti galantuomini farebbero bene a riflettere sull’antica favoletta siciliana che ripeto spesso ai giovani compagni, soprattutto quelli che non hanno fiducia nelle situazioni difficili ma destinate col tempo a dare buoni frutti. Si chiama ” ‘U sciabbacheddu”.
“Turiddu facìa ‘u piscaturi. Puri Turi facìa ‘u piscaturi. Ma Turiddu piscava piscispada, mentre Turi piscava ‘u sciabbacheddu (1). E Turiddu ‘u baddiava a Turi (2). A punta Piripizzi (3) ci stava nu riccu e mille puareddi: ‘u riccu manciava ‘u piscispada, i puareddi, ‘u sciabbacheddu. Ma ‘u riccu murìu, nuddu cattava ‘u piscispada che ristava a fetere ‘nta rina (4). E Turi ci dissi a Turiddu: megghiu manciari sciabbacheddu e viviri che manciare piscispada e muriri (5).
Mi sembra che la morale di questa favoletta, carica di profonda saggezza, non abbia bisogno di commenti.
E che tutti abbiano orecchie per intenderla. Non siamo più nel ’57, quando mi capitò di raccontarla ai compagni durante il congresso di Federazione di Belluno, incontrando i momenti di gelo e di silenzio che non mi sono mai spiegato.

Note:
(1) Insieme di microscopici pesciolini di infinite specie diverse, costituiti da un’enorme spina e pochissima carne.
(2) Turiddu prendeva in giro Turi.
(3) Villaggio di pescatori già immortalato dallo scrittore verista Cannavò nella novella: “La disgrazia dei Malamuto”.
(4) Il ricco morì, e nessuno comprava il pescespada che restava a marcire sulla spiaggia.
(5) La rivincita del saggio Turi: meglio nutrirsi di pesciolini ed essere vivi che essersi ingozzati di pescioloni ma essere morti. La favoletta è anche riportata da Gesualdo Bufalino nel prezioso volumetto “L’incomprensibile e l’insensato nella tradizione popolare”.

Pubblicato da: scudieroJons | marzo 15, 2020

Malatia

CXLVII

My love is a fever…

Il mio amore è come una febbre, avida sempre di ciò che incessantemente fomenta il suo male, che si alimenta di ciò che perpetua le sue sofferenze, pur di appagare il proprio confuso e morboso appetito.
La mia ragione, medico del mio amore, sdegnata che le sue prescrizioni non siano seguite, m’ha abbandonato, e io, disperato, ora mi accorgo che quel desiderio che l’arte medica combatteva, è mortale.
Ora che la ragione non è più ascoltata, son diventato incurabile e pazzo furioso in preda a una smania incessante; i miei pensieri e i miei discorsi sono quelli d’un pazzo, vaneggianti lungi dal vero:
Poiché ho giurato che tu sei bella (bionda) e ho pensato che sei radiosa, tu che sei nera come l’inferno, scura come la notte.

Who art as black as hell, as dark as night.

William Shakespeare

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