Pubblicato da: scudieroJons | agosto 19, 2014

La belle voyageuse – 5

fiordaliso

La maestra nel ricamo

Il rampino lanciato da Jean descrisse una lunga parabola nell’aria e atterrò sulla torre, trascinandosi dietro la sua sagola sottile e resistente. Jean tirò la sagola per assicurarsi che l’artiglio fosse saldamente aggrappato al parapetto del torrione e poi legò la sagola a un gancio del camper.
“Andremo su assieme, – disse a Carmelina – perché così è più sicuro e faremo prima. C’è una sola imbragatura; la indosserò io perché devo manovrare l’argano collegato, e poi ci legheremo assieme”.
“Ma ce la faremo a tirarci su? E la corda ci regge tutti e due insieme?”.
“La corda è garantita per una tonnellata e mezza, e per la forza che occorre non ci sono problemi: il complesso di carrucole che forma l’argano riduce lo sforzo a un sesto del peso sostenuto, perciò ce la dovremmo fare. Ci vorrà tempo e molta corda. La torre è alta 35 metri perciò occorreranno tutti i 200 metri della corda per salire. Mentre io sistemo l’argano tu va’ a metterti addosso qualcosa di più adatto”.
“E già, è vero! – approvò Carmelina, come se parlasse tra sè – Ci vuole qualcosa che si addica a un castello medievale!” e corse verso la porta del camper. “Adesso sono sicura che è lui. – pensava Carmelina, mentre si cambiava d’abito –  Si è tradito quando ha detto: Guarda che bella luna! Andiamo a dormire! Solo Jons può essere capace di esprimere tutta la sua avversione al romanticismo in due parole”.
Dopo aver sistemato l’argano e indossata l’imbragatura, Jean tagliò due pezzi della corda che era avanzata e si dispose ad aspettare la maestra. Quando lei finalmente arrivò Jean restò stupefatto. Era vestita con una camicia da notte di lino bianca, lunga fino ai piedi, i quali spuntavano nudi da sotto l’orlo. Un ricchissimo ricamo di fili di ogni colore, tra cui si vedeva luccicare l’oro, arricchiva la scollatura, la vita e le maniche. Attorno alla fronte una catenina d’oro tratteneva i capelli.
“E questo che significa?” chiese Jean contrariato.
“Tra gli indumenti che possiedo è quello che più si avvicina a un vestito medievale. Pensa che è nella mia famiglia da non so quanti secoli e ce lo tramandiamo da una generazione all’altra. Se non lo indosso in un’occasione come questa mi dici quando lo posso mettere?”
La logica di Carmelina non mancava mai di colpire Jean, il quale assentì.
“Aspetta, manca una cosa.”
Jean si chinò a raccogliere alcuni fiordalisi che con il loro colore intenso spiccavano tra l’erba della scarpata. Ne infilò i gambi nella catenina attorno alla testa della maestra che ebbe così una coroncina di fiori blu.
“Adesso dammi le mani che te le devo legare”.
“Ma perché? Che ho fatto?”
“Se ti aggrappi semplicemente al mio collo rischi in ogni momento di perdere la presa; invece con i polsi legati tu puoi mettere le mani attorno al mio collo e così ti sostieni. Per maggiore sicurezza ho preparato un pezzo di corda più lungo per legarci insieme”.
“Che strano nodo che fai! Sembra complicato. Perché lo fai così?”
“Perchè è un nodo solido che non si stringe troppo con il peso. Si chiama gassa d’amante”.
“Che bel nome romantico! Voglio imparare a farlo anch’io! Me lo devi insegnare!”
“Non è difficile: si prende il capo della corda e si fa finta che sia un serpente; poi si comincia: il serpente entra nella tana del lupo dal basso verso l’alto, gira attorno all’albero e torna nella tana del lupo dall’alto al basso. Ecco fatto! Adesso siamo pronti. Andiamo su!”
Jean iniziò a tirare lentamente la corda, per assicurarsi che l’ancoraggio reggesse, poi accelerò un poco. Per ogni metro di corda che passava nelle pulegge il carico si sollevava di un palmo, ma la cima della torre appariva ancora molto lontana, quasi come la luna, che osservava allibita. Carmelina all’inizio era affranta perché le sembrava impossibile che un gesto così romantico fosse opera di Jons. “Mi ha offerto i fiori! Non è lui! Me lo sentivo che non era lui!” Dopo un po’ cominciò a trovare divertente la strana posizione aerea, ma passati dieci minuti ormai si annoiava. Allora cominciò a tormentare Jean, fingendo di volerlo mordere sul collo e bisbigliandogli nell’orecchio roventi frasi passionali miste a risate soffocate, mentre Jean si sforzava di immedesimarsi in un ascensore e resisteva stoicamente.
Quando, dopo circa mezz’ora di ascensione, Jean e Carmelina furono oltre il parapetto della torre, Jean sciolse il nodo che lo teneva legato alla maestra e si sfilò l’imbragatura collegata all’argano. Carmelina gli porse le mani perché le slegasse, ma Jean, che già stava per farlo, ci ripensò.
Si fece passare di nuovo le braccia di Carmelina attorno al collo e poi rialzandosi la prese in braccio.
Le sue mani corsero lungo le gambe di Carmelina, sempre più in alto… e poi si fermarono.
Lei lesse lo sguardo interrogativo dell’uomo e spiegò: “Non le ho messe. Nel medioevo non si portavano! Dovresti saperlo, tu che sei così antico!” E mentre diceva queste parole le sue gambe si stringevano attorno alla vita di Jean. Il bacio che si scambiarono fu dolcissimo e lunghissimo e Jean non ebbe bisogno di staccare le sue labbra da quelle di Carmelina mentre armeggiava per slacciarsi la cintura con una sola mano.
La luna e le stelle che osservarono con vivo interesse i due corpi abbracciati si riflettevano negli occhi della maestra da cui Jean non riusciva a staccare lo sguardo. La dolcezza di quell’abbraccio raggiunse il culmine della passione quando Carmelina, con le braccia ancora legate e levate verso il cielo, stando sopra Jean, gridò la sua felicità. Mentre Carmelina danzava sopra il corpo di Jons e si offriva ai suoi baci e alle sue carezze, le stelle che danzavano dentro di lei esplosero in un’apoteosi di dolcezza. Poi i due amanti si strinsero in un abbraccio più tenero e ristettero. Il sonno li avvolse.
Carmelina si svegliò di soprassalto. “Jons! Jons! Svegliati! Ho fatto un sogno! Uno strano sogno!”
“Sono qui, stai tranquilla, non ci pensare”.
“Mi è apparsa in sogno Arlette, la madre di Guglielmo il Conquistatore. Era bellissima, ma com’era pallida! Grigia come la cenere. Mi ha guardato e mi ha detto: “Tu sei Sichelgaita?! La moglie di Roberto D’Hauteville?! Avvicinati, figlia mia, ti devo parlare”. Io non sapevo che dire e ho chinato la testa. “Devi dire a tuo marito, il Guiscardo, che Guglielmo ha bisogno del suo aiuto. Gli deve mandare la bolla con la benedizione del papa e il suo vessillo. Mi devi fare questa grazia, perché a me non mi fanno uscire dal purgatorio.” Allora io ho fatto sì con la testa e poi un gesto come per dire: Ma come posso fare? E lei ha capito e mi ha detto, mentre si allontanava e spariva: “Devi andare a Bayeux! Cerca il filo! Ricordati! A Bayeux!”. E poi mi sono svegliata. Mi sento tutta sottosopra. Cosa devo fare?”
“E’ solo un sogno. Ti aveva scambiata per una principessa longobarda, forse a causa del vestito. Non ci pensare, tra poco sorgerà il sole e spariranno tutte le paure.”
“No, quella era una madre in angoscia per il figlio. Non posso fare finta di niente e dimenticarla. Voglio andare a Bayeux e capire come posso eseguire la missione che mi ha affidato.”
“Va bene, ci andremo. Adesso però ammiriamo l’alba!”
Carmelina correva da una parte all’altra degli spalti lanciando grida di felicità e indicava con i due indici le cose che vedeva, i campi luccicanti di rugiada, le foreste verdeggianti in lontananza, le linde case di pietra dei contadini, le lunghe file dei lampioni ancora accesi nella vicina città. “E guarda laggiù, quelle lucine rosse e blu che lampeggiano e corrono di qua e di là! Chissà che cosa sono?”
“Te lo dico io cosa sono. Quelle sono due macchine della gendarmeria che stanno venendo proprio qui. Qualcuno ci ha visto salire, o forse ha sentito le tue grida, e ha dato l’allarme. Vedi? Sono già davanti al varco della cinta muraria.” “E che ci fanno se ci trovano qui?” “Niente di particolare: ci metteranno dentro per qualche giorno in attesa di capire se siamo due sconsiderati che hanno profanato un monumento nazionale o se si possono configurare reati più gravi, come spionaggio o attentato alla sicurezza nazionale.” “Ma io non posso andare in galera, devo andare a Bayeux! Ho promesso! Mi sono impegnata!”  “E che ci posso fare io? Non hai visto quanto tempo ci è voluto per salire? Non voglio farmi prendere appeso per aria come un salame. Adesso mi tiro su i calzoni e sono a posto.” “Ah! Tu ti tiri su i calzoni? Fate tutti così! E a me non ci pensi? Credevo di aver avuto a che fare con un gentiluomo, ma a quanto pare mi sono sbagliata!”  Jean ascoltava e intanto osservava le auto della polizia che avevano superato la cinta muraria e si avvicinavano al portone del castello. Poi si rivolse a Carmelina. “Scenderemo con la corda doppia. No, rimani con le mani legate, serve ancora per un po’.” Poi passò l’estremità libera della corda attorno al pennone della bandiera, se la legò in vita e gettò l’argano oltre gli spalti.” “Cosa stai facendo? Vieni qui che abbiamo solo due minuti!” “I fiori! Devo raccogliere i miei fiordalisi! Non glieli lascio a quelli!” Con in mano il mazzolino di fiori Carmelina si avvicinò al parapetto sul quale Jean l’aspettava in piedi e l’aiutò a salire. Jean si fece passare le braccia attorno al collo e poi abbracciò la maestra, mentre tra le mani stringeva la seconda corda che passava intorno al suo corpo e sotto l’ascella. “Grazie Jons! – diceva intanto Carmelina – Sei proprio tanto carooooOOOOOOOOOOAAAAAAAAAAAAAAAAA AAAHHHHHHHHHHHHHH!!!”  In pochi secondi Jean e Carmelina erano discesi dal torrione e rotolarono sull’erba della scarpata. Jean sentiva le palme delle mani bruciargli terribilmente, ma si costrinse a non pensarci e recuperò velocemente la corda. Poi slegò le mani di Carmelina che cominciò a tempestarlo di pugni. “Sei un pazzo! Un bastardo! Mi hai fatto morire di paura!” Jean aprì il portellone del camper, spinse dentro la maestra e gettò all’interno anche la corda, poi mise in moto e si confuse nel traffico mattiniero di camion e furgoni.
A Bayeux fecero colazione davanti a un caffè, e poi passarono la mattinata cercando di capire come avrebbero potuto esaudire il desiderio di Arlette.
All’improvviso, mentre erano in un parco, Carmelina lanciò un urlo: “Ho capito! Guarda lassù, Jons!”

ricamo2
La maestra indicò un grande cartellone che invitava a visitare il famoso Arazzo della regina Matilde, una striscia di tela lunga quasi 70 metri con dei ricami che raccontano gli eventi che precedettero e seguirono la battaglia di Hastings, del 1066.
Jons e la maestra si recarono in fretta al museo dove era esposta la tela e Carmelina cominciò a correre da un’estremità all’altra, come se cercasse qualcosa, e alla fine Jonns la perse di vista.

Allora Jons si mise in fila con gli altri visitatori e iniziò a percorrere l’arazzo, e a un certo punto vide Carmelina, che era entrata a far parte delle figure che vi erano ritratte ed aveva eseguito la sua missione.

aelfygva

Il ricamo la indicava con il nome misterioso di Aelfgyva e la ritraeva mentre il vescovo Oddone, fratellastro di Guglielmo, la ringraziava per aver portato la bolla papale. Jons percorse tutto  l’arazzo e poi si mise alla ricerca di Carmelina. Finalmente la trovò, seduta in un angolo, disperata e piangente, con in mano una minuscola pergamena in cui un cronista d’eccezione aveva annotato quei tragici avvenimenti.

La battaglia di Hastings
- Parla Myrrill -
[Racconto di Paola Manoni]

Mio cugino mi parlava da tempo di grandi preparativi in terre normanne.
Meno conosciuti di noi dei boschi, i miei cugini marini sono elfi che vivono sotto al mare ed hanno un colorito azzurrino, i capelli argentei o verdi.
Respirano nell’acqua perché hanno le branchie dietro le orecchie. E con un complicato sistema di ultrasuoni percepiscono finemente l’ambiente che li circonda, anche se non possono uscire dall’acqua che per poche ore.
Mi diceva di una grande reclutamento di uomini e preparativi durati lunghi mesi… si vociferava di un’invasione. L’idea del duca Guglielmo era attraversare il braccio di mare che separa la mia patria, l’Anglia, dalle terre normanne e farne mero terreno di conquista.
Mi sembrava una prospettiva assurda visto che le truppe reali del re Aroldo d’Inghilterra erano già mobilitate contro i vichinghi.
Dal canto nostro, dal mondo magico degli elfi e del piccolo popolo, osservavamo questi fenomeni che si verificavano tra gli esseri umani con distacco ma anche con preoccupazione.
Ci eravamo già ritirati nell’invisibilità. Ci sentivamo liberi solo in certi luoghi nei nostri rifugi su altipiani e brughiere, lungo coste frastagliate, tra l’erica e la torba che dà sapore all’acqua che dilava.
Gli esseri umani sono bellicosi, guerrafondai e mio cugino mi diceva che la variante normanna aveva spiccate altitudini in tal senso.
Soprattutto i baroni, con il fatto di avere un titolo feudale facevano subire le più turpi angherie al popolo.
Dazi e gabelle per attraversare un ponte su un fiume, per le macine al mulino, financo per celebrare le nozze…
Il duca, Guglielmo, permetteva tutto, interessato com’era a curare i suoi esclusivi interessi e dunque a consentire gli altrui soprusi.
Alla sua nascita Ariadna Gulyin, prima veggente del piccolo popolo, lo aveva già vaticinato.
“Ho sognato una lucertola appena nata, con la testa tonda e bianca, gli occhi penduli. Un rettile velocissimo che si insinuava nelle pieghe del cuscino del mio letto. L’ho vista tessere dei fili, come un ragno, secreti dalla lingua biforcuta.
Fili d’oro e di seta”.
Quella stessa notte nasceva l’infante duca di Normandia, Guglielmo, e per Ariadna furono chiare fin da allora le attitudini del futuro condottiero.
All’epoca regnava in Inghilterra l’anglosassone Edoardo il Confessore che non aveva discendenti, dunque non poteva lasciare alcun erede.
La madre di Edoardo, normanna, lo aveva fatto educare in Normandia. Sicché i rapporti con la corona inglese erano ottimi, al punto che venne promesso ai duchi normanni la successione al trono inglese.
Nel 1064 Edoardo, convinto della sua promessa, mandò in Normandia il più potente dei nobili anglosassoni, Aroldo figlio di Godwin che invero mirava al trono inglese.
Guglielmo comprese immediatamente il gioco e iniziò a tessere le sue ragnatele politiche.
Fu molto sagace perché lo nominò suo cavaliere in modo da potersi assicurare la sua sottomissione: Aroldo, infatti, era diventato suo vassallo!
Il 5 gennaio 1066 moriva Edoardo. I nobili sassoni dell’assemblea del Witanagemot, decisero di eleggere Aroldo re d’Inghilterra.
E Guglielmo, duca di Normandia, fece scattare la trappola.
Vantando i suoi diritti legali, riceveva l’appoggio di due potenti della terra degli umani: l’imperatore Enrico IV e il papa Alessandro II.
La razza umana ha come caratteristica quella di poter essere dominata da una semplice piccola minoranza di individui bene organizzati… e Guglielmo con gli appoggi internazionali si organizzò molto bene.
Regalò alla gente vessata dal fiscalismo e dalla prepotenza dei baroni, il sogno di terre di cui divenire facilmente proprietario.
Il richiamo delle terre lontane, al di là del mare, il riscatto dalla povertà, convinse la gente a partecipare alla grande conquista.
Eravamo minacciati da un male notevole, per l’ennesima volta minacciati.
La prima volta accadde ai tempi di Cesare, molti lustri fa, quando il popolo magico circolava ancora liberamente.
Poi fu la volta delle stirpi germaniche degli angli e dei sassoni che arrivarono sull’isola nell’anno 442. Si susseguirono infine molti attacchi da parte delle genti scandinave fino arrivare al 1042 quando Edoardo cacciò i danesi.
Che dire di noi, stirpi fatate? Il nostro mondo venne occultato per uscire dal giogo degli intrighi e la magia usata unicamente per preservare le nostre genti.
Nessuna interazione tra ‘noi’ e ‘loro’ ma solo ed unicamente vigilanza.
Prestavamo e prestiamo attenzione ai nostri confini e osserviamo il movimenti umani al solo scopo cautelativo.
Una demarcazione corre nei pressi di Hastings e io mi trovavo proprio lì il 14 ottobre 1066.
Nei giorni precedenti, tra il 27 e il 28 di settembre, la nave ammiraglia di Guglielmo, partita da St. Valery in Normandia, approdava a Beachy Head dove giungeva successivamente il resto della flotta. Navigarono in flottiglia fino al porto di Pevensey e da lì toccò terra un esercito sterminato di circa diecimila uomini.
Li vedevo accampati a circa dieci chilometri da Hastings. Aspettarono due settimane, finché non ebbero notizia della battaglia di Aroldo contro i norvegesi che vide vittoriosi gli anglosassoni.
Vittoriosi ma anche stremati da un conflitto cruento, gli uomini di Aroldo marciarono forzatamente da Nord a Sud dell’isola.
Molti di loro morivano nel cammino. Le ferite della battaglia si infettavano, la dissenteria non dava tregua, gli stenti, la fame facevano poi il resto per indebolire un pugno di guerrieri poco equipaggiati e sfiniti.
Ciononostante arrivarono vicino Hastings il 14 ottobre, dopo aver fatto una tappa a Londra per cercare di organizzare i rinforzi.
Guglielmo aspettava, come un gatto attende il topo. Nel suo campo il vessillo del papa veniva agitato da una sottile brezza.
Il favore del pontefice gli proveniva sicuramente da Roberto il Guiscardo, parente normanno di stanza in Italia. Da Roberto il Guiscardo.
Nell’ora amara della battaglia vidi muovesi gli arcieri normanni, seguiti dalla fanteria ed infine dai cavalieri.
Migliaia di alabarde, frecce, punte di lama si avvicinavano spargendo per l’aere l’acre odore della morte.
Asserragliati su una piccola altura vi erano Aroldo con i suoi fratelli Leofwin e Gyrth e, attorno a loro, un piccolo esercito.
Tutti esclusivamente fanti, armati della semplice ascia di guerra anglosassone.
Dentro di me recitai una formula magica che tra noi elfi cantileniamo in caso di pericolo estremo. E’ un fattore di protezione che intende lenire il dolore dell’inevitabile morte di alcuni ed alleviare le ferite ed i mali di coloro che non sono destinati a rimanere in vita.
No so dire se lo scontro durò oltre sei ore. Direi che tutto venne giocato tra le due e le sei ore.
I normanni uccisero senza ritegno.
Vidi teste mozze, corpi sventrati e il gioco tattico della cavalleria normanna che si scatenò a sorpresa quando, dopo una finta ritirata, l’esercito anglosassone si era smembrato per inseguire i finti fuggiaschi.
L’errore clamoroso fu scendere dalla collina su cui Aroldo e i suoi si erano dislocati. A quel punto la cavalleria entrò in azione con quello che ne conseguì…
Il mio popolo non ha mai parteggiato per gli anglosassoni ma, di fronte a siffatto scenario in cui era chiarissimo che l’autonomia dell’isola sarebbe stata definitivamente perduta… incominciai a provare una certa pena.
Ad Hastings ho visto molte anime salire al cielo e il corpo di Aroldo orrendamente mutilato.
Ad un certo punto si sparse la notizia tra le fila normanne della morte di Guglielmo.
Ho ancora nelle orecchie la risposta che il duca urlò ai suoi, uscendo dalla mischia:
“Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore!”
Dopo la battaglia, il rantolo dei moribondi.
Al tramonto nessun segno di vita. Solo un alito di vento sorvolava il campo.
Chiusi gli occhi e mi incamminai in direzione Nord-Est.
Dovevo raggiungere la mia gente e riferire quanto visto.
Arrivai in casa di mio padre due giorni dopo. Il ristoro degli elfi è qualcosa di celestiale. Non so dire quanto ho dormito e i cibi deliziosi che ho mangiato.
Soprattutto, non so più dire da quante migliaia di anni son qui perché, dalla vittoria di Guglielmo, detto il Conquistatore, ci siamo ritirati e non torneremo più presso gli insediamenti degli uomini.

“Oh, Jons, non puoi immaginare gli orrori che ho visto! Ma perché si deve fare la guerra? E sono anch’io responsabile, per quello che è successo. Oh, Jons, aiutami!”
Jons le asciugava le lacrime con i baci: “Siamo tutti responsabili quando ci sono le guerre, e il male peggiore è che dopo tanti secoli ancora non siamo riusciti a trovare un rimedio. Ma adesso usciamo di qui, torniamo al sole!”

(continua)

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 17, 2014

Il Gufo e la Gattina

The Owl and The Pussy-cat

by  Edward Lear

The Owl and the Pussy-Cat went to sea
In a beautiful pea-green boat: They took some honey, and plenty of money
Wrapped up in a five-pound note. The Owl looked up to the stars above,
And sang to a small guitar, ”O lovely Pussy, O Pussy, my love,
What a beautiful Pussy you are,
You are,
You are!
What a beautiful Pussy you are!”

Pussy said to the Owl, “You elegant fowl,
How charmingly sweet you sing! Oh! let us be married; too long we have tarried:
But what shall we do for a ring?” They sailed away, for a year and a day,
To the land where the bong-tree grows; And there in a wood a Piggy-wig stood,
With a ring at the end of his nose,
His nose,
His nose,
With a ring at the end of his nose.

“Dear Pig, are you willing to sell for one shilling
Your ring?” Said the Piggy, “I will. ”So they took it away, and were married next day
By the Turkey who lives on the hill.
They dined on mince and slices of quince,
Which they ate with a runcible spoon; And hand in hand, on the edge of the sand,
They danced by the light of the moon,
The moon,
The moon,
They danced by the light of the moon.

 

Il Gufo e la Gattina

di Edward Lear

Il Gufo e la Gattina andarono al mare
In una splendida barca verde pisello,
Portarono del miele e tanti soldi,
Avvolti in una banconota da cinque.
Il Gufo guardò in alto le stelle,
E cantò con una chitarrina,
“O piccola Pussy! O Pussy amore mio,
Come sei bella, Pussy!,
E’ vero,
E’ vero,
Come sei bella, Pussy!”

La Gattina disse al Gufo, “Tu Gufo elegante!
Canti in modo grazioso e dolce!
Sposiamoci! Troppo tempo abbiamo aspettato:
Cosa useremo come anello?”
Navigarono lontano, per un anno e un giorno,
Verso la terra dove cresce l’albero bongo
E lì nel bosco c’era un porcello
Con un anello sulla punta del naso,
Sul suo naso,
Sul suo naso,
Con un anello sulla punta del naso.

“Caro porcello, vuoi vendere il tuo anello
Per un soldino?” Il porcello rispose, “Si.”
Così lo presero, e si sposarono il giorno seguente
Dal Tacchino che abitava in collina.
Pranzarono con un passato di fette di cotogna,
Che mangiarono con un forchettone;
E mano nella mano, sul bordo della spiaggia,
Ballarono al chiaro di luna,
Sì la luna!
La luna!
Ballarono al chiaro di luna.

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 16, 2014

Troppi cercatori di funghi

orso

Troppi sprovveduti in giro per le montagne: vanno ridotti.

In Italia ogni anno migliaia di persone devono ricorrere al pronto soccorso per sintomi di avvelenamento, dopo aver mangiato funghi amorevolmente raccolti con le loro manine.

Per fortuna non tutti muoiono, ma il numero dei decessi è infinitamente superiore al numero delle persone che muoiono sbranate da un orso.

Perciò non si devono abbattere gli animali selvatici, si deve proibire la raccolta di funghi alle persone incompetenti.

Inoltre, ai pochi cercatori di funghi ammessi bisognerebbe vietare di indossare indumenti di materiale sintetico, come nylon, kevlar, perché queste sostanze, se ingerite, possono procurare gravi danni all’apparato digerente degli orsi.

Ai primi 50 fungiatt che ne faranno richiesta spediremo una ricetta speciale per cucinare l’amanita falloide.

amanita

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 16, 2014

Felice di perdere

giocano

È troppo tempo, amore, che noi giochiamo a scacchi,
mi dicono che stai vincendo e ridono
da matti, ma io non lo sapevo che era una partita,
posso dartela vinta e tenermi la mia vita.

da Non c’è niente da capire di Francesco De Gregori

Per molti anni ho ascoltato distrattamente questa canzone senza mai arrivare al punto in cui l’autore cita gli scacchi. Perciò per me è stata una novità assoluta il riferimento al gioco, e mi sono soffermato a riflettere sul significato di queste parole. Dal punto di vista scacchistico non hanno senso. Un giocatore di scacchi lo sa da solo se sta vincendo o sta perdendo. E nessun giocatore di scacchi si offende se il suo avversario gliela dà vinta: lo scopo del gioco è vincere non privare l’avversario della vita.
Ho letto poi la spiegazione di un esperto dei testi di De Gregori: “Non c’è niente da capire è stata scritta da De Gregori per rispondere a quelli che gli chiedevano il significato delle sue canzoni. – sostiene l’esegeta –  De Gregori vuole dire che quello che scrive sono suggestioni, colori, parole spesso tra loro non direttamente correlate. Il significato è quindi impressivo di pura immagine. E la mente di ognuno può riempire molte delle canzoni di De Gregori con le proprie impressioni. Con i propri ricordi”.

Trovo molto più aderenti allo spirito del giocatore di scacchi i versi di Matteo Bandello per una Mencia dagli occhi bellissimi che gioca con lui e con il suo amore come se giocasse a scacchi.

bandello
Ella usa come re il proprio sguardo ammaliatore, come regina la superba bellezza, come alfieri i suoi occhi dardeggianti, come torri le parole dolci, e muove i suoi sì e i suoi no come fossero pedoni. Le sue manovre sulla scacchiera invisibile del gioco d’amore tengono avvinto il poeta, speranzoso di vincere e tremebondo per la sconfitta che già si annuncia. Infatti il poeta innamorato mette in gioco come re il proprio cuore, e i pezzi che riesce a disporre intorno sono solo sguardi adoranti e infelici, occhi spenti, sospiri e gemiti, pianti disperati e riso nervoso. Le sue tecniche di gioco sono le sofferenze sulle braci ardenti della gelosia, i movimenti impacciati per lo sconforto, le parole smozzicate per l’emozione. E con queste povere risorse contro la bellezza si può solo felicemente perdere.

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 13, 2014

Caro Renzi …

civetta

… l’Italia va disincagliata dalle secche della crisi

di Salvatore Settis   13 Agosto 2014

Presentiamo [è eddyburg che scrive] sempre ai nostri lettori gli articoli di Salvatore Settis che raggiungiamo,  per la rigorosa competenza che li alimenta e la passione civile che li anima. Con lo scritto che riprendiamo oggi da la Repubblica (13 agosto 2014 ) ci sembra che l’autore superi se stesso. Con postilla.

Caro presidente del Consiglio Matteo Renzi,
Le scrivo, come è diritto di ogni cittadino, per porLe una domanda: la riforma della Costituzione su cui il governo punta le sue carte servirà a disincagliare l’Italia dalle secche di questa lunga stagnazione?

Lei certo sa, Signor Presidente, che l’Italia si distingue per alcuni primati poco invidiabili. Secondo dati Ocse richiamati dalla Corte dei Conti, siamo al terzo posto al mondo per evasione fiscale (preceduti solo da Turchia e Messico), e Confcommercio stima in 154,4 miliardi di euro le tasse non pagate nel solo 2012. Secondo Transparency International, l’Italia è uno dei Paesi più corrotti d’Europa (con Romania, Grecia e Bulgaria), peggio di Namibia e Ruanda, con perdite annue di 60 miliardi. Secondo il World Freedom Index l’Italia è terzultima in Europa per libertà di stampa, stando in classifica fra Haiti e BurkinaFaso. Intanto, a fronte di un consumo di suolo medio in Europa del 2,8%, l’Italia raggiunge un devastante 6,9%, pur con incremento demografico zero (dati Ispra). La disoccupazione giovanile è balzata al 43,3%, contro il 7,9% della Germania, e la media europea del 22,5% (dati Eurostat).

Secondo il Dipartimento per lo Sviluppo di Palazzo Chigi l’Italia è ultima in Europa per investimenti in cultura, con una contrazione della spesa doppia che in Grecia. Una riforma universitaria pessima e gestita ancor peggio mette in ginocchio la ricerca e riduce il merito a un optional spesso superfluo. Centinaia di imprese italiane chiudono i battenti o vengono assorbite da aziende cinesi, sudamericane, mediorientali. Come una valanga, continua la “fuga dei cervelli”: decine di migliaia di giovani formatisi in Italia portano in altri Paesi i loro talenti, vanificando l’alto investimento che il Paese ha fatto su di loro (nel 2013, quasi 44.000 italiani hanno chiesto di lavorare nella sola Gran Bretagna). Mentre cresce la disuguaglianza sociale, si radica la sfiducia dei cittadini nella politica, come ha mostrato il forte astensionismo nelle Europee, con un 41,32% di non votanti a cui va aggiunto l’8,31% di schede bianche, nulle o disperse. In questo contesto, come Lei sa bene, Signor Presidente, il buon risultato percentuale del Suo partito vale più o meno la metà di quel che sembra.

A fronte di questi problemi, l’azione del Suo governo si concentra su questioni di ingegneria istituzionale, come se ridurre di numero i senatori (ma non i deputati), o evitarne l’elezione popolare, possa salvare l’economia italiana. Secondo Mario Draghi, l’Italia ha bisogno di «riforme strutturali sui mercati dei prodotti e del lavoro», ma in Italia si produce sempre meno e si lavora sempre meno. L’Italia deve ridurre la pressione fiscale: con un reddito annuo di 28 mila euro, un italiano paga il 27% di imposte, un americano il 15%; a un reddito di 75 mila euro corrisponde un’imposta del 28% in Usa, del 43% in Italia. Questa enorme differenza dipende dalla rarità dell’evasione fiscale in Usa (dove è severamente punita), mentre i nostri governi di ogni colore (anche il Suo) fanno ben poco per combatterla.

Lei ha cercato invano, Signor Presidente, di trasmettere il Suo ottimismo: le Sue previsioni di crescita del Pil si sono rivelate fallaci, e il calo dello 0,2% nell’ultimo trimestre, contro un +3,2% della Gran Bretagna e un +1,1% medio dell’area euro, lascia poco spazio alla retorica. Cresce intanto il debito pubblico, che nel 2013 ha raggiunto il 132,6% sul Pil, e falliscono uno dopo l’altro i tentativi di spending review.

La stagnazione è ormai recessione, nasconderlo è un boomerang per chi lo fa. Corruzione, evasione fiscale, disoccupazione e altri problemi italiani sono ben noti ai nostri partner in Europa e nel mondo: se non si affrontano subito, il governo perde credibilità e accredita l’ipotesi che cambiare la Costituzione sia una tecnica dilatoria per non sfidare le urgenze.

Le chiedo allora, Signor Presidente: in qual modo una nuova Costituzione contribuirà a diminuire il debito pubblico, a trovar lavoro ai giovani, a frenare l’emorragia dei talenti, ad arrestare corruzione ed evasione fiscale, a rilanciare formazione e ricerca, a incentivare le imprese, l’economia e la cultura, a tutelare il paesaggio, l’ambiente e il patrimonio artistico? Con la nuova legge elettorale s’intende riconquistare alla democrazia i 22 milioni di italiani che non hanno votato, o incentivare l’astensionismo purché un partito ottenga il premio di maggioranza? Vale la pena dilapidare l’eredità della sinistra in un abbraccio mortale con Berlusconi, condannato in via definitiva ed espulso dal Senato, mediante un patto i cui contenuti precisi non vengono resi pubblici?

Le riforme avviate hanno lo scopo di rafforzare l’esecutivo, ma secondo Transparency International una delle cause della crisi italiana è che già oggi «il potere legislativo dipende troppo dal potere esecutivo, che governa senza la debita assunzione di responsabilità». È proprio opportuno accrescere ancora il ruolo dell’esecutivo?

La riforma apporta alla Costituzione mutamenti radicali. Anch’io, come molti cittadini, ritengo improprio che tali proposte siano nate dal governo e non dal Parlamento, e che vengano approvate da senatori e deputati nominati secondo una legge elettorale incostituzionale. Ma la domanda è ora un’altra: se mai quel testo entrasse in vigore tal quale, come e in che cosa la recessione del Paese ne verrebbe corretta? E se invece il testo facesse per mesi e mesi la spola fra Camera e Senato assorbendo tempo ed energie, non sarebbe un dirottamento rispetto ai problemi reali del Paese?

Non crede che il Suo governo acquisterebbe prestigio e credibilità se mostrasse nei fatti di ricordarsi dei diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione e dimenticati dalla politica con la scusa della crisi? Non sono diritti secondari: sono il diritto al lavoro per tutti i cittadini (art. 4), la funzione sociale della proprietà (art. 42), la pari dignità sociale dei cittadini e la loro eguaglianza (art. 3), la garanzia per tutti di «un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36), il diritto alla cultura (artt. 9, 21, 33), il diritto alla salute (art. 32). Sono diritti ignorati o taglieggiati in nome della crisi economica. In che modo la Costituzione che Lei ha in mente intende farli risorgere dalle ceneri?

postilla di eddyburg

Il giovane Renzi essendo stato boy scout, conosce probabilmente la differenza tra i gufi (tra i quali, nella sua tassonomia, certamente annovera Settis) e le civette. Non essendo versato in altri saperi non sa, probabilmente, che la civetta era per gli antichi, e per i moderni che non hanno rottamato il passato, il simbolo della sapienza e della saggezza. Per celebrare nel nostro autore queste virtù abbiamo scelto come icona con la quale sottolienare l’articolo appunto una civetta, la cui immagine abbiamo tratto dal Museo virtuale della Certosa di Bologna.

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 12, 2014

La belle voyageuse – 4

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Carmelina davanti al maschio

Quando fu completamente desta, dopo un breve periodo di permanenza nel dormiveglia, la maestra Carmelina Scannapieco si ritrovò distesa sull’erba del prato in cima alla montagna dei Due Amanti, con la testa appoggiata sul torace di Jean. Vedeva la mano di lui che reggeva un fascicolo per qualche secondo, poi lo appoggiava alla gamba piegata e inseriva alcuni numeri nel diagramma. “Questo screanzato sta facendo il sudoku in mia presenza!” Fu il primo pensiero di Carmelina, che stava per dare inizio a una sfuriata, ma poi si convinse che in fondo finché dormiva era come se non fosse presente e continuò a fingere di dormire per godersi ancora un po’ le piacevoli sensazioni che le davano il contatto con l’erba, il calore del sole sulle gambe nude e il battito del cuore di Jean a pochi centimetri di distanza dal suo orecchio. “Ecco perché ho dormito così bene stanotte – era il flusso dei suoi pensieri – si sta bene qui dentro il camper da sola mi sembrava di soffocare però ieri sera devo essermi bevuta una bottiglia intera di champagne e lui altre due ma non cambia mai ritmo questo cuore tutto il tempo con lo stesso passo di uno che cammina cammina cammina meno male che ieri mi ero depilata e avevo messo le mutandine di pizzo che mi stanno tanto bene però che faccia tosta che ha avuto a spogliarmi e a mettermi addosso la sua giacca del pigiama no le mutandine non ha avuto il coraggio di togliermele me ne sarei accorta io sono pratica vorrei provocargli un sussulto se mi mettessi a gridare per un ragno o una vipera il ballo è stato bello non pensavo che ancora mi sarei divertita tanto gli potrei far fermare il cuore come quando in classe apro il registro e dico interroghiamo qualcuno a caso ma lui è preparatissimo e quello che non sa lo inventa…” Alla fine si decise per un approccio pesante e fece scivolare la sua gamba sul corpo di Jean fino a portare il ginocchio sulla sua pancia e il polpaccio sull’inguine. Le dita della sua mano si distesero a prendere possesso del plesso solare. Forse la manovra aveva avuto effetto, o forse era solo frutto della sua immaginazione, le sembrò che il battito cardiaco di Jean fosse leggermente accelerato, ma non ebbe il tempo di verificare la sua sensazione perché sentì la voce di lui che diceva: “Mi permetto di ricordarle, Madame Carmelina, che il programma della giornata prevede la visita ad alcuni dei più fulgidi gioielli dell’arte e della storia di Normandia, e dalle nostre parti si dice:  L’heure du matin a de l’or en bouche, e…”
Carmelina si alzò brontolando e dicendo che quel proverbio l’avrebbe appeso al muro della sua aula per poterlo maledire ogni giorno, e si chiuse nel camper per rimettersi in ordine, mentre Jean dovette lavarsi e rivestirsi nella tenda, che poi ripiegò. A colazione la maestra tenne un discorsetto a Jean dicendogli che siccome praticamente avevano dormito insieme e lui si era dimostrato un vero gentiluomo, non era più necessario che dormisse in tenda e che la sera gli avrebbe permesso di sistemare il suo materassino sul pavimento del camper e che lo pregava di evitare tutte le formalità di linguaggio e gli diede il permesso di darle del tu, sempre, beninteso, col dovuto rispetto.
Mentre Jean si alzava per andare a mettere in moto il camper la maestra aggiunse un monito: “Attento però che se mi accorgo che questo rispetto è “eccessivo” ne potrei anche tenere conto”.
Erano in viaggio da un’ora circa, in direzione della costa, per vedere le famose scogliere a picco sul mare, quando Carmelina, nei pressi di un cavalcavia ferroviario, notò un cartello stradale che indicava sulla destra, Fécamp, e in caratteri minori, sulla sinistra l’uscita per Mirville.
“Abbiamo incrociato il reggimento Tellier!” gridò allegra.
“Come?” chiese Jean che non aveva capito.
“Siamo passati sopra la linea ferroviaria che percorrono le abitanti di casa Tellier, il famoso racconto di Guy De Maupassant, per andare da Fécamp, dove abitano e lavorano, a Virville, così lo chiama l’autore, il paesino dove c’è la festa della prima comunione. Il regista Max Ophuls lo ha trasposto nel suo bellissimo film a episodi, Il Piacere. Adesso te lo racconto, e inizio con le parole di Maupassant:
“Ci andavano tutte le sere, verso le undici, né più né meno come al caffè.
Si ritrovavano in sei o sette, sempre gli stessi, niente affatto gaudenti, ma gente perbene, commercianti, giovanotti della città; bevevano il certosino scherzando un po’ con le ragazze, oppure parlando di cose serie con la signora, che era rispettata da tutti.
Tornavano a casa prima di mezzanotte. I giovani qualche volta si trattenevano.
La casa era familiare, assai piccola, dipinta di giallo sull’angolo d’una strada dietro la chiesa di Saint-Etienne, e dalle finestre si vedeva il bacino pieno di navi che scaricavano, la grande salina detta “la Chiusa” e, dietro, la costa della Vergine con la vecchia cappella tutta grigia.
La signora, che veniva da una buona famiglia contadina del dipartimento dell’Eure, aveva accettato quella professione esattamente come sarebbe diventata modista o cucitrice di bianco. Il pregiudizio del disonore connesso con la prostituzione, tanto vivo e violento in città, non esiste nella campagna normanna. Il contadino dice: «È un buon mestiere», e manda suo figlio a gestire un harem di ragazze come lo manderebbe a dirigere un collegio di educande.”

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Maupassant continua raccontandoci che la padrona, che era rimasta vedova, aveva un fratello che viveva al paese, dove faceva il falegname, e che ci teneva a curare i buoni rapporti con la sorella perché pensava che siccome lei non aveva figli avrebbe potuto lasciare tutto alla nipotina, la figlia del falegname. Così quando ci fu la prima comunione della bambina non perse l’occasione per invitare la vedova Tellier. Siccome i genitori erano morti lei si sentì in dovere di andare, ma – dice Maupassant – non avrebbe mai pensato di lasciare la casa neppure per un solo giorno. Le rivalità fra le signorine di sopra e quelle di sotto sarebbero senz’altro esplose; non c’è dubbio che Frédéric si sarebbe ubriacato, e quando lui era ubriaco accoppava le persone per un sì o per un no. Alla fine decise di portar con sé tutta la sua gente, fuorché il cameriere a cui diede due giorni di permesso.
Il fratello, consultato, non ebbe nulla da obbiettare, anzi s’incaricò di alloggiare tutta la compagnia per una notte. Perciò il sabato mattina il diretto delle otto portò la signora e le sue compagne in una carrozza di seconda classe.

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Il racconto segue il viaggio delle signore e descrive anche gli altri viaggiatori, tra cui uno strano tipo di agente di commercio che per piazzare uno degli articoli trattati, le giarrettiere, ne offre un paio alla prima che accetta di provarlo.

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La scena della cerimonia religiosa e l’omelia del vecchio prete sono piene di pathos. Ecco come le racconta Maupassant:
D’un tratto il Kyrie eleison zampillò verso il cielo, spinto da tutti i petti e da tutti i cuori. Granelli di polvere e briciole di legno tarlato piovvero dall’antica volta, scossa dall’esplosione di grida. Il sole che batteva sulle ardesie del tetto aveva infuocato la chiesetta come una fornace; e una grande commozione, un’attesa ansiosa, l’avvicinarsi dell’ineffabile mistero, stringevano il cuore dei fanciulli, serravano la gola delle madri.
Il sacerdote, che per un po’ era rimasto seduto, risalì verso l’altare e, con la testa nuda e coperta dai capelli d’argento, con gesti tremanti s’avvicinava all’istante soprannaturale.
Si voltò verso i fedeli e, stendendo le mani verso di loro, disse: «Orate, fratres», «pregate, fratelli». Tutti pregavano. Ora il vecchio parroco balbettava sottovoce le parole misteriose e supreme; il campanello tintinnava a distesa; la folla prosternata invocava Dio; i bambini languivano in un’ansietà smisurata.
In quel momento Rosa, con la fronte tra le palme, si ricordò improvvisamente di sua madre, della chiesa del suo paese, della sua prima comunione. Le parve d’essere tornata a quel giorno, quand’era tanto piccola, affogata nel vestitino bianco, e cominciò a piangere. Dapprima pianse piano, lente lacrime le sgorgavano dalle palpebre, poi, coi ricordi, la commozione aumentò e, col collo gonfio, il petto squassato, si mise a singhiozzare. Prese il fazzoletto, si asciugò gli occhi, si tamponò naso e bocca per non gridare, ma fu inutile: una specie di rantolo le uscì dalla gola, e altri due sospiri profondi, strazianti, le risposero; perché le sue vicine, Louise e Flora, prostrate accanto a lei, strette anch’esse dalle medesime lontane ricordanze, gemevano versando torrenti di lacrime.
Ma le lacrime sono contagiose, a sua volta la signora si sentì inumidire le palpebre e, voltandosi verso la cognata, vide che tutto il suo banco piangeva.
Il sacerdote stava generando il corpo di Dio. I bambini non avevano più pensieri, piegati sul pavimento da una specie di devota paura; e qua e là nella chiesa, una donna, una madre, una sorella trascinata dalla strana simpatia delle profonde commozioni, sconvolta inoltre da quelle belle dame ginocchioni scosse da tremiti e singhiozzi, inzuppava il fazzoletto di cotonina a quadri e, con la mano sinistra, si premeva con forza il cuore sussultante.
Come la favilla che appicca il fuoco a un campo maturo, le lacrime di Rosa e delle sue compagne si propagarono rapidamente a tutti i presenti. Uomini, donne vecchi, giovanotti col camiciotto nuovo, tutti singhiozzavano e sul loro capo sembrava aleggiare qualcosa di sovrumano, uno spirito soffuso, il respiro prodigioso di un essere invisibile e onnipotente.

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Il prete levò le mani, facendo cenno di tacere, e passando tra le due file di comunicandi sperduti in estasi di felicità, avanzò fino alla grata del coro.
I fedeli s’erano messi a sedere in un gran tramestio di sedie, e ora tutti si soffiavano vigorosamente il naso. Quando videro il parroco fecero silenzio ed egli prese a parlare con voce molto bassa, esitante, velata: «Cari fratelli, care sorelle, figli miei, vi ringrazio dal più profondo del cuore: mi avete dato la più grande gioia della mia vita. Ho sentito Dio scendere su di noi, al mio appello. E’ venuto, era qui, presente, riempiva le vostre anime, vi faceva traboccare gli occhi. Sono il più vecchio prete della diocesi e oggi sono anche il più felice. S’è compiuto un miracolo in mezzo a noi: un vero, grande, sublime miracolo. Mentre Gesù Cristo entrava per la prima volta nel corpo di questi fanciulli, lo Spirito Santo, il celeste uccello, il soffio di Dio, si è posato su di voi, si è impadronito di voi, vi ha preso e piegato come canne al vento».
Poi, con voce più chiara, voltandosi verso i due banchi dov’erano le invitate del falegname: «Grazie soprattutto a voi, mie care sorelle, che siete accorse da tanto lontano, e che con la vostra fede manifesta, con la vostra pietà tanto viva avete dato a noi tutti un esempio salutare. Voi siete un modello per la mia parrocchia, con la vostra commozione avete riscaldato i cuori e forse, senza di voi, questa giornata non avrebbe avuto la sua impronta davvero divina. Talvolta basta una sola eletta per decidere il Signore a scendere in mezzo al gregge».
La voce gli mancava. Aggiunse: «Vi auguro la grazia. E così sia». E risalì all’altare per concludere la funzione.

La sera stessa tutta la compagnia delle signore era di nuovo a casa per ricevere gli ospiti abituali, che il giorno prima avevano trascorso una serata bruttissima senza di loro.

Carmelina e Jean arrivarono sulla costa e visitarono le cittadine balneari, respirarono l’aria di mare a pieni polmoni e ammirarono estasiati le bianche falaises.
“Ma, Jons, sulla guida c’è scritto che Falaise è il nome di una città – osservò Carmelina – però è tutto il giorno che viaggiamo lungo la costa e non l’abbiamo mai incontrata.”
“Infatti si trova nell’interno – la informò Jean – è l’antica capitale  della Normandia e c’è un castello, fatto costruire dal duca Roberto il Magnifico o Roberto il Diavolo, come lo chiama qualcuno. Questo castello è legato alla storia d’amore del duca con Arlette, o Herleva di Falaise, una ragazza bellissima figlia di un ricco borghese, un conciatore di pelli di Falaise. Quella Arlette che fu la madre di Guglielmo, detto il Bastardo e che poi venne conosciuto come il Conquistatore.”
“Andiamoci subito, allora, voglio vedere il castello – disse entusiasta la maestra – e intanto raccontami la storia”.
“La leggenda narra che una sera, tornando dalla caccia, il duca Roberto vide Arlette a un fontanile che si trovava, e c’è ancora oggi, nei pressi delle mura di cinta del castello, mentre lavava la sua biancheria.

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I capelli d’oro splendente, la pelle bianca e luminosa e le belle forme della fanciulla lo fecerono innamorare all’istante e il giorno dopo un emissario del duca si presentò al padre di Arlette per richiederla. Il conciapelli sapeva che non sarebbe stato possibile un matrimonio canonico, per l’umile condizione della ragazza, ma come avrebbe potuto un borghese resistere al volere di un duca guerriero? Egli accettò, nella convinzione che il favore del duca avrebbe elevato la condizione della figlia e sperava, come poi difatto avvenne, che il duca l’avrebbe sposata “all’uso danese”, che era un matrimonio di tipo pagano, al di sotto del matrimonio religioso ma ben al di sopra del concubinaggio.
Allora il ciambellano suggerì di condurre Arlette al castello a tarda sera, per non destare i pettegolezzi dei vicini, e al castello sarebbe entrata da una porticina nascosta. Allora Arlette, rivolgendosi al ciambellano: “Riferisca al duca che se vuole che vada da lui come una donna per i soldati o come una povera serva, allora la sua proposta non mi interessa!”
Il duca Roberto comprese il messaggio e Arlette fu ricevuta in pieno giorno, dal portone principale, in groppa a un palafreno, riccamente vestita e con la sua splendida capigliatura raccolta da un filo d’argento e ricadente sulla pelliccia.

Davanti a Roberto ella si presentò umile. I giovani amanti prima parlarono tanto tra loro, e a poco a poco si conobbero e scoprirono di amarsi e infine si abbandonarono l’una nelle braccia dell’altro.
Durante la notte Arlette si svegliò con un grido. Aveva fatto uno strano sogno: un albero era nato dal suo grembo e con la sua chioma aveva coperto la Normandia e l’Inghilterra. In seguito un indovino sentenziò che si trattava di un fausto presagio.

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“Ecco, vedi, Carmelina, quello è il torrione più alto del castello, il maschio. Nella stanza più alta del maschio si consumò la notte d’amore di Arlette e Roberto da cui nacque un bambino tanto glorioso, e forse i due sposi si affacciarono anche dalla terrazza merlata del maschio”.
“Mi piacerebbe vederlo dentro, e anche da sopra. Si può andare là sopra?”
“Adesso è tardi, hanno chiuso, vedremo domani”.
“Senti Jons, allora non mi capisci quando parlo: ti ho detto che voglio andarci adesso là sopra.”
“Ma non vedi che è tutto chiuso? E’ quasi mezzanotte. Guarda che bella luna! Andiamo a dormire.”
“Ma come te lo devo dire? – Carmelina si aggrappò al petto di Jean e lo scuoteva con forza – IO VOGLIO ANDARE SUL MASCHIO! CI VOGLIO ANDARE ADESSO! MI HAI CAPITO, JONS? MI HAI CAPITO?”
Seguì una pausa di silenzio di mezzo minuto, durante la quale Jean scartò velocemente alcune risposte che gli venivano in mente.
“Ho capito. – Jean aveva aperto il bagagliaio del camper e ne stava estraendo degli strani aggeggi – Abbiamo capito. – continuava a ripetere –  Tutto il Calvados ha capito.”
Poi fece segno alla maestra di farsi da parte. Armò la balestra, prese la mira, e fece partire il rampino che doveva andare ad artigliare i merli del torrione.

(continua)

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 11, 2014

Due temi semplici

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In una partita a scacchi molto equilibrata spesso la vittoria dipende solo da un pedone in più, perché la sua promozione a regina nel finale di partita, quando le forze in campo sono molto ridotte, provoca uno squilibrio tale che l’avversario è costretto ad abbandonare.

Si inizia sempre dallo stesso punto: il guadagno di un pedone, nel corso di una di quelle combinazioni che nascono da un’apertura difettosa di uno dei due giocatori. Per questo è consigliabile giocare sempre la stessa partita, perché in questo modo si diventa esperti di tutti i suoi aspetti, mentre per l’avversario la stessa partita potrebbe costituire una novità.

Nella prima partita il pedone viene guadagnato dopo un’azione insistente al centro, usando a più riprese la tecnica di attaccare pedoni arretrati per provocarne la spinta. Successivamente si adopera l’espediente tattico dell’inchiodatura di un pedone, mediante una minaccia che, nel caso il pedone venga spostato, si riverserebbe su un pezzo di maggior valore che si trova dietro di esso. Con questo metodo si cattura un pedone avversario e si crea un pedone passato, cioè un pedone che non ha sul suo percorso o nelle colonne ai suoi lati alcun pedone avversario. Una volta semplificata la posizione diventa agevole accompagnarlo fino alla casa di promozione.

 

Nella seconda partita il guadagno di un pedone è più casuale, dovuto ad un errore di valutazione da parte dell’avversario nel corso di uno scambio, e la restante parte del gioco è finalizzata a semplificare la posizione per valorizzare il minimo vantaggio del pedone in più, mentre l’avversario cerca di ritardare il più possibile questo processo. Il vantaggio di un pedone sembra ormai irreversibile, ma è ancora lunga la strada per arrivare a far valere quel piccolo vantaggio. In questo caso la partita viene risolta da un giudizio errato sulla fase di gioco raggiunta. Quando i pezzi rimasti sono pochi sembra quasi che la partita abbia imboccato il finale che è una fase del gioco in cui i re devono temere meno gli attacchi dei pezzi avversari e possono partecipare attivamente al gioco, esponendosi, se occorre, e facendo valere la loro forza che a corto raggio è notevole. Ma nel caso presente non si è ancora giunti in finale, la situazione non si è ancora consolidata, perciò è ancora possibile l’uso di strumenti tattici, tesi al guadagno di materiale. Avviene così che il re, sotto l’attacco della torre, viene costretto a spostarsi sulla stessa colonna dove si trova la propria torre indifesa, e dove sarebbe nuovamente attaccato. Spostandosi nuovamente il re, la torre verrebbe catturata. Per questo motivo il giocatore decide di abbandonare.

 

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 10, 2014

Ibis Bagnasco Redibis

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Quandoque bonus dormitat Homerus, (talvolta anche il bravo Omero si appisola) scriveva Orazio nella sua Ars poetica a significare che anche i più bravi a volte possono incorrere nella distrazione, nella sciatteria. In questo senso è davvero omerico l’infortunio in cui è incorso il giornalista di Repubblica che ha messo online la sintesi dell’omelia del cardinale Bagnasco alla messa di San Rossore davanti agli scout.
Ecco come viene reso in sintesi il suo pensiero: Durante la cerimonia il cardinale Bagnasco dice: “Il coraggio e il contrario del conformismo- dice – Il Santo padre ci mette in guardia dal pensiero unico o forse la strada e quella di pensare con la propria testa, riempirsi di parole, inseguire il culto dell’immagine e del facile consenso. Invece ci vuole coraggio e Gesù lo ha indicato in tre direzioni: il coraggio di essere liberi si parla molto di libertà ma non si vedono molte persone libere”.
Forse il giornalista si è limitato a trascrivere, senza accenti e punteggiatura, gli appunti presi da qualche collega, o forse si era prefisso di ritornarci in un secondo tempo per rieditare tutto il periodo e poi non ha avuto tempo. Sia come sia, il risultato è che ci viene presentato un Angelo Bagnasco letteralmente sibillino, con un eloquio paragonabile al celebre “Ibis redibis” della Sibilla.
In attesa di leggere domani sul giornale cartaceo la versione corretta di queste frasi, approfittiamo dell’opportunità che ci offre questo responso misterioso per vincere la sonnacchiosa atmosfera della domenica d’agosto, cercando di indagare per capire che cosa volesse dire l’alto prelato.
Cominciamo da Gesù e dal coraggio che ci vuole per seguire il suo insegnamento.
Leggiamo dal Vangelo di Matteo (non Renzi, quell’altro):
Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso» (19,16-19).
Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze (19,20-22).
Ci vuole coraggio a dare un calcio alle ricchezze. Francesco ci sta provando (si è confinato in 70 mq), ma Tarcisio non ci riesce (a lui servono 700 mq).
E Matteorenzi? Si sta dimostrando coraggioso nella sua azione di governo? C’è voluto molto coraggio ad aggredire un’istituzione divenuta odiosa alla plebe ignorante, che ancora gode per il dileggio che dovettero subire i vecchi senatori che con il loro voto impedirono a Berlusconi di dilagare? Un’istituzione screditata anche presso le persone dotate di senso civico per la diffusa disonestà di una classe politica selezionata con metodi opachi? No, non ci voleva molto coraggio per dare addosso al Senato. Ci vuole molto più coraggio per fare un prelievo sui ricchi patrimoni, per fare una legge sui conflitti di interessi, per regolare il potere delle corporazioni dei tassisti, dei farmacisti, dei notai. Anche per mettere ordine nelle regole della sanità che riguardano la fecondazione medicalmente assistita in tutti i suoi aspetti. E infatti davanti a questi argomenti politici l’ignavia e il silenzio di Renzi sono conclamati.
E quando Bagnasco parla di pensare con la propria testa, lo dice in senso positivo o negativo verso questa pratica così poco diffusa? Possibile che il cardinale si voglia spingere a lodare il pensiero autonomo fino al Sapere aude! (ancora Orazio) ripreso da Kant nella sua lettera sull’Illuminismo? Temo di no. E’ suggestiva l’idea di pensare con la propria testa, ma difficilmente un pastore di gregge, come è Bagnasco, esorterebbe le sue pecorelle ad avere un pensiero libero. La soluzione? Elementare: si può avere un pensiero individuale e libero, a condizione che coincida perfettamente con il pensiero di chi guida il gregge.
E quando il presule ci parla del “culto dell’immagine” e del “facile consenso” sicuramente per criticarne gli aspetti deteriori, a chi si riferisce? Spero che non si riferisca a chi il consenso lo ha avuto e ora non l’ha più, come capita a Berlusconi, perché in questo caso la stigmatizzazione avrebbe il sapore di un “codardo oltraggio”, e questo contrasterebbe singolarmente con il richiamo al coraggio espresso dal cardinale e con i suoi precedenti di cappellano militare.
Se invece Bagnasco nel biasimare il culto dell’immagine e la ricerca del facile consenso si riferisce a Renzi, colui che il culto dell’immagine lo celebra ADESSO! e che ADESSO! possiede il consenso, figlio del conformismo, allora in questo caso sì che si dimostra coraggioso e anticonformista.

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 8, 2014

Cuore di mamma

 

Confesso, senza falsa modestia, che non conoscevo questa canzone. D’accordo che non è realistica, che è un apologo, una favola nera, ma non la trovo né divertente né edificante. Soprattutto la trovo priva di ogni logica. Nella realtà un uomo, (anche ‘o zappatore ca nun s’ ‘a scorda ‘a mamma) non strapperebbe mai il cuore della propria madre per portarlo a qualcuna. Si taglierebbe prima le vene e anche le mani. Se i moderni menestrelli dipingono questi ritratti a tinte fosche delle donne, non stupiamoci se altri poeti, in via preventiva, hanno scagliato i loro strali in versi contro le loro amanti incostanti o fedifraghe. L’attacco preventivo è avvenuto con qualche secolo di anticipo, ma la profilassi, si sa, è efficace quando è praticata in tempo.

Ecco come il poeta metafisico inglese Thomas Carew (1595-1640) apostrofa duramente la sua innamorata svogliata.

incostante

 

Ancora più duramente la redarguisce John Donne (1572-1631), metafisico sì, ma incazzatissimo per intero.

lapparizione

 

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 7, 2014

Come evitare le imprudenze

In una partita a scacchi la regina è il pezzo più potente e più versatile, se viene messa presto in gioco si usufruisce di un vantaggio notevole. Saperla usare in modo aggressivo può servire a intimidire l’avversario, dato che nel gioco è sempre presente una importante componente psicologica. Se il giocatore avversario viene costretto a tenere un atteggiamento difensivo e in qualche caso addirittura remissivo, la partita è presto vinta. Ma bisogna anche stare attenti all’eventualità che l’avversario non si lasci intimidire e invece approfitti dell’esposizione della regina per ingabbiarla e per catturarla.

imprudenza

 

reginapresanuova

Perciò se si vuole gettare subito la donna nella mischia, bisogna assicurarsi che ci sia sempre la possibilità di metterla in salvo. A chi ci chiede perché teniamo sempre pronta una via di fuga per la regina rispondiamo con le parole di Robert De Niro in Ronin: “Signora, non entro mai in nessun posto se non so come uscire”.

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