Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 25, 2014

Nessun dorma!

Dedicato ai fichissimi

verdini

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 24, 2014

Soffocamento e zugzwang

ercoleanteo

Accade spesso durante una partita a scacchi che l’avversario si richiuda in una difesa ermetica e non offra alcuno spiraglio per portare a compimento un attacco. In questi casi la soluzione migliore è di assecondare questa tendenza fino a stringere l’avversario in un abbraccio soffocante, privandolo a poco a poco di ogni piccolo spazio di manovra. Sarà lui successivamente, preoccupato delle possibili conseguenze della ristrettezza di spazio, a cercare di alleggerire la pressione con dei cambi. Si possono accettare tranquillamente, a condizione che rimangano inalterate le condizioni che rendono inferiore la posizione dei suoi pedoni, come per esempio la presenza di un pedone arretrato che non può essere spinto senza essere catturato.
Quando rimangono in gioco solo le torri si può facilmente demolire l’ala interessata in modo da mettere allo scoperto le debolezze. In questa occasione il nero, cercando di mettere in salvo il pedone arretrato, lo spinge di due caselle, affiancandolo al pedone bianco in quinta traversa. Ma il tentativo di salvataggio fallisce perché il regolamento consente di prendere, solo alla mossa immediatamente successiva, il pedone come se fosse avanzato di una sola casa.  Questo tipo di cattura, che può avvenire solo tra pedoni, si dice “en passant” o “al varco”.
Tolti dalla scacchiera il pedone preso al varco e quello che lo aveva catturato, la lotta si sposta attorno al pedone nero isolato, ultimo baluardo di difesa che impedisce ai pedoni bianchi di avanzare perso la promozione a regina. In casi come questo si realizza una particolare situazione di gioco: i pedoni sono bloccati o non possono essere spinti perché sarebbero catturati, e l’unico pezzo che ancora riesce a muoversi è il re, in un movimento pendolare tra due case che gli consente di rimanere accanto al pedone per difenderlo. Fino a quando, per il progressivo restringersi dello spazio di manovra, anche questo residuo movimento non è più possibile. Questa condizione, frequente nei finali, ma che a volte può verificarsi anche nel centro di partita, viene definita “zugzwang” termine tedesco per indicare lo spiacevole obbligo di muovere e abbandonare una posizione sicura per un’altra in cui ci saranno delle perdite inevitabili. Il poeta e scacchista ha descritto questa condizione tecnica che è anche un sentimento dell’animo.

Zugzwang

di Luis Ignacio Helguera

Il bianco è in zugzwang:
non può fare altro che spostare il re
da una casa all’altra
in attesa di terribili manovre
contro il suo arrocco assediato:
calci di mosca nella ragnatela.
Sono anch’io in zugzwang:
posso muovermi solo
da una stanza all’altra
aspettando cattive notizie
ineluttabili
come il lento calar della notte.

Poiché una lunga lotta di soffocamento, simile a quella con cui Ercole ebbe finalmente ragione di Anteo, non è spettacolare come altre sue fatiche, è stato necessario trovare per gli scacchi una colonna sonora particolarmente vivace e orecchiabile.

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 21, 2014

Compianto per un pedone

regina2

Scacchi

di Axa Lillo

Quando sacrifico un pedone
– solo in nome del re
si arriva a tanto -
allo scopo di essere incoronata
regina di questo gioco,
piango senza saperlo
per questo fratello morto
in tanto nobile schermaglia.

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 19, 2014

La rimpatriata

rimpatriata

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 18, 2014

Solita serata in casa Usher

Usher si sentiva incatenato da certe superstiziose impressioni alla casa in cui dimorava e dalla quale più non usciva da molti anni, per un influsso la cui forza superstiziosa era resa in termini troppo incerti per essere qui ridescritti; un influsso ispiratogli nell’animo, mi disse, semplicemente da alcune caratteristiche nella forma e nella sostanza della sua dimora familiare; era un effetto, insomma, che l’elemento fisico delle grigie mura e delle torri e del cupo stagno in cui tutte queste cose si riflettevano aveva infine prodotto sull’elemento morale della sua esistenza.
Ammetteva tuttavia, se pure con esitazione, che gran parte della caratteristica tristezza che così lo affliggeva poteva essere fatta risalire a un’origine più naturale e assai più tangibile, cioè alla grave e prolungata malattia, o, per meglio dire, alle condizioni sempre più prossime alla morte, di una sorella teneramente amata che da molti anni era la sua unica compagna e la sua sola ed ultima parente sulla terra. – La sua morte, – mi diceva con un’amarezza che non potrò mai dimenticare, – lascerebbe me inutile e debole, ultimo superstite dell’antica razza degli Usher. – Mentre parlava, lady Madeline (così si chiamava la sorella di Roderico) attraversò lentamente un tratto lontano della stanza, e senza aver notato la mia presenza scomparve. Io la guardai con indicibile stupore, cui si mescolava un guizzo di paura, senza che tuttavia mi fosse possibile spiegarmi questo mio stato d’animo. Mentre i miei occhi seguivano i suoi passi allontanantisi, mi sentii invadere da una sensazione di stupore. Quando finalmente un uscio si chiuse alle sue spalle, il mio sguardo cercò istintivamente e ansiosamente il volto del fratello, ma questi aveva nascosto la faccia tra le mani e io potei soltanto notare che le sue dita emaciate si erano fatte ancora più esangui e che erano irrorate da molte lagrime appassionate.
Il male di lady Madeline da molto tempo metteva a dura prova la perizia dei suoi medici. Una composta apatia, un consumarsi graduale della persona, attacchi frequenti sebbene transitori di natura parzialmente catalettica ne costituivano l’insolita diagnosi. Fino a quel momento ella aveva resistito contro l’incalzare del male, e non si era mai messa a letto definitivamente, ma sul finire di quella sera in cui ero giunto alla casa, fu costretta a cedere (come suo fratello mi riferì durante la notte in preda a un’agitazione indescrivibile) al potere distruttore del male; e seppi che l’occhiata fuggevole con cui avevo colto la sua persona sarebbe stata probabilmente l’ultima poiché la giovane donna, almeno finché fosse vissuta, non sarebbe più stata visibile.

da Il crollo della casa degli Usher

di Edgar Allan Poe

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 16, 2014

Kalliste – Alla più bella

Il pomo della discordia o mela della discordia è, secondo il mito, la mela lanciata da Eris, dea della discordia, sul tavolo dove si stava svolgendo il banchetto in onore del matrimonio di Peleo e Teti. La dea, per vendicarsi del mancato invito alla festa, incise sul pomo la frase “Alla più bella”, causando così una lite furibonda fra Era, regina degli dei, Afrodite, dea della bellezza, e Atena, figlia di Zeus.

kalliste

Zeus si astenne dal pronunciare il giudizio su chi fosse la più bella. Fu chiesto allora il parere di Paride, principe di Troia, al quale, pur di ingraziarsene il giudizio, le tre dee promisero svariate ricompense: Atena gli promise che non avrebbe mai perso una guerra ed Era gli avrebbe invece conferito poteri immensi. Paride scelse però come vincitrice Afrodite, che gli aveva promesso l’amore di Elena, la donna più bella della terra. Sarà questa la causa scatenante della guerra di Troia.

-

APPENDICE:

Rufino   

L’arbitrato

Giudice fui di tre culi: m’avevano scelto le donne,
mostrando il nudo abbaglio delle membra.
L’una brillava d’un bianco dolcissimo fiore di glutei
che fossettine tonde suggellavano.
L’altra s’apriva: luceva vermiglia la carne di neve,
più colorita di purpurea rosa.
Mare tranquillo la terza, striato di taciti flutti:
sulla morbida pelle, inconsci fremiti.
Chi le dee giudicò, sdegnato avrebbe la vista
dei culi, se mirato avesse questi.

da Antologia Palatina

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 13, 2014

Pubblicità ingannevole

solorebianco

L’applicazione della teoria dei giochi negli affari è una scelta obbligata, in quanto serve a rispondere alla domanda centrale: “Chi sono i miei avversari, che cosa pensano e quale sarà la loro prossima mossa?”

I grandi maestri di scacchi sanno come pensare un paio di mosse in anticipo, e sanno mettersi “nelle scarpe” dei loro rivali.

L’approccio della teoria dei giochi negli affari può dare un chiaro vantaggio nel posizionarsi per la crescita in mercati altamente competitivi. In questa sola ora di corso, i partecipanti hanno imparato:

Come entrare nelle motivazioni e nelle strategie dei tuoi rivali.
Tecniche per sfruttare le loro debolezze per portare più valore alla tua proposta commerciale.
Concetti da identificare per massimizzare le dimensioni del pezzo di torta da afferrare nei rapporti d’affari.

Questa trattazione è stata ideata su misura per gli amministratori delegati, dirigenti, VP, gestionisti di livello superiore, e per chi si occupa di analisi della concorrenza e della strategia del business globale.

Relatore Prof. J.J.

Il Prof. J.J. ha conseguito il dottorato di ricerca presso il MIT ed è professore associato… (segue un lungo elenco dei titoli posseduti e degli incarichi ricoperti dal Prof. J.J.)

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Caro Prof. J.J. (Dear Justin), è tutto molto bello, professionale e accattivante. Specialmente l’idea di presentare il giocatore di scacchi come una mente capace di prevedere e dominare il comportamento dei rivali in affari mi inorgoglisce, anche se so che è un’immagine esagerata. Auguro molta fortuna e molti partecipanti ai vostri corsi, ma credo che non ci sarà mai tra i vostri allievi un vero giocatore di scacchi fino a quando non imparerete a posizionare correttamente i pezzi degli scacchi sulla foto pubblicitaria.
Esponendo una posizione di scacchi scorretta, dimostrate di essere come i tanti, troppi, che si limitano a comandare un lavoro senza controllarne anche la perfetta esecuzione.

I veri grandi giocatori di scacchi controllano sempre tutto.

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 11, 2014

High Noon

Provo sempre una sensazione piacevole quando incontro una vecchia amica come la Susi della Settimana Enigmistica. Sempre elegante, sempre curiosa di conoscere tutto, e sempre alle prese con qualche problema logico-matematico.

susipen2pen1

Ci sono 15 giorni di tempo, a partire dal 9 ottobre, per inviare la soluzione, ma se ci mettiamo d’impegno ce la possiamo fare anche in meno tempo.

Ce la faremo a trovare la soluzione entro domenica 19 ottobre?

Do not forsake me, My Darling Atena.

°°°°°°°°§°°°°°°°°

AGGIORNAMENTO PROGRESSIVO

atena

Mossa a compassione, la Dea glaucopide parlò:

1) Jons, diletto mortale, quando lavori con ore, minuti e secondi, per evitare confusioni fra la base decimale e quella sessagesimale, è opportuno che tu traduca tutto in secondi. Dopo aver  fatto i calcoli potrai ritrasformare tutto in ore e minuti.

2) Per risolvere il problema hai bisogno di conoscere due dati: il divario che si crea tra i due orologi ad ogni ora che passa e il divario esistente al momento in cui essi segnano di nuovo la stessa ora.

3) Dal dialogo abbiamo appreso che per ogni ora che passa il divario tra l’ora segnata dai due orologi è pari a un minuto più un minuto e mezzo. In totale sono 150 secondi.

4) Le lancette dei due orologi si comportano come macchine da corsa in un circuito: quando la più veloce avrà compiuto un giro completo in più, si affiancherà all’altra per superarla. Per un attimo sembrerà che siano alla pari, ma in realtà una di esse avrà un vantaggio pari alla lunghezza totale del circuito. Allo stesso modo quando i due orologi segneranno di nuovo la stessa ora uno di essi avrà sull’altro un vantaggio di 12 ore, che equivale alla lunghezza del loro circuito.

5) Per sapere quante ore devono trascorrere per arrivare a formare un divario totale di 12 ore si divide il numero dei secondi del divario totale (60x60x12=43200) per il divario che si aggiunge ad ogni ora (150).  Il quoziente che si ottiene (288) è il numero complessivo delle ore. Per tradurre in giorni si divide per 24 e si ottiene 12, che è il numero dei giorni occorrenti perché i due orologi segnino di nuovo la stessa ora.

- E adesso che ti ho spiegato tutto per benino, caro Jons, che uso farai dei miei insegnamenti?

- Grazie, Pallade Atena, ti sono molto riconoscente. Adesso manderò il messaggino per partecipare all’estrazione dei premi.

- Ci sono dei premi in palio? Interessante! Anch’io una volta ho partecipato a un concorso… … …  non mi ci far pensare. E che si vince?

- Se sono fortunato potrei vincere un Apple.

- Apple? E che è?

- E’ una lingua moderna. E’ un computer. Significa mela.

- Mela? Ancora una mela in palio? Sapessi che nervi che mi vengono al solo pensiero di quella mela!

- Scusa, scusa Cara.

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 9, 2014

Tango a Dnipropetrovsk

-

 

Pubblicato da: scudieroJons | ottobre 5, 2014

Le fatine

 

miaregina

Mentre guardavo il video pubblicato da Repubblica

http://video.repubblica.it/divertimento/il-balletto-e-una-comica-le-danzatrici-sbadate-conquistano-il-web/178855/177618

mi è sembrato di avere già visto in un’altra occasione un balletto comico simile a questo. Alla fine mi sono ricordato dell’inizio del primo atto di Iolanthe, l’operetta di Gilbert & Sullivan in cui ci sono le fatine del bosco che entrano in scena e si presentano, cantando una divertente canzoncina. Ne ho trovate moltissime rappresentazioni in rete, spesso molto diverse tra loro, e non essendo riuscito a decidere quale fosse la migliore ne ho legate insieme le tre che sono maggiormente rappresentative dei vari stili. Ce n’è una in particolare che mi piace per una ragione non proprio artistica: le coriste e danzatrici mi sembrano appena uscite da un collegio dei docenti di una scuola italiana.

Corriamo di qua, corriamo di là,
Nessuno sa come e perché;
Noi dobbiamo danzare e dobbiamo cantare
Girando attorno al nostro cerchio magico!

Noi siamo delicate fatine,
Cantiamo sempre e sempre danziamo;
Indulgiamo nei nostri capricci
Nel modo più incantevole.
Se chiedi la ragione speciale
Del nostro moto incessante,
Noi rispondiamo senza problemi
Che non ne abbiamo la più pallida idea!

No, non ne abbiamo idea! Nessuna idea!
Corriamo di qua, corriamo di là,
Nessuno sa come e perché;
Noi dobbiamo danzare e dobbiamo cantare
Girando attorno al nostro cerchio magico!

Se ci chiedete di cosa viviamo,
Gli amanti ci danno gli elementi essenziali;
Noi possiamo cavalcare i sospiri degli amanti,
Ci riscaldiamo negli occhi degli amanti,
Ci bagniamo nelle lacrime degli amanti,
Ci armiamo con le frecce degli amanti,
Ci nascondiamo nei cuori degli amanti.
Conoscendoci, scoprirete
Che noi viviamo quasi solo d’amore.

Sì, noi viviamo d’amore.
Corriamo di qua, corriamo di là,
Nessuno sa come e perché;
Noi dobbiamo danzare e dobbiamo cantare
Girando attorno al nostro cerchio magico!

 

Ma l’allegria delle fatine è molto attenuata dalla tristezza per la mancanza della loro sorella Iolanthe.

Celia: Ah, qui è tutto molto bello, ma dal momento che la nostra Regina ha bandito Iolanthe, i nostri festini fatati non sono più quelli di una volta!

Leila: Iolanthe era la vita e l’anima di Fairyland. Perché ha scritto tutte le nostre canzoni e organizzato tutte le nostre danze! Cantiamo le sue canzoni ed eseguiamo le sue coreografie, ma non ci divertiamo!

Fleta: E pensare che sono trascorsi venticinque anni da quando è stata bandita! Che cosa ha potuto fare per aver meritato una punizione così terribile?

Leila: Qualcosa di terribile! Ha sposato un mortale!

Fleta: Oh! E’ imprudente sposare un mortale?

Leila: E’ un atto sconsiderato!  Colpisce alla radice tutto il sistema delle fate! Con le nostre leggi, la fata che sposa un mortale muore!

Celia: Ma Iolanthe non è morta!

Regina: No, perché la nostra regina, che l’amava di un amore superlativo, ha commutato la condanna ai lavori forzati a vita, a condizione che lasciasse il marito e non comunicasse mai più con lui!

Leila: In questo periodo di lavori forzati sta lavorando in fondo a quel torrente!

Regina: Sì, ma quando l’ho bandita le ho concesso tutti i più piacevoli luoghi della terra per abitare. Sono sicura che non ho mai voluto che lei andasse a vivere sul fondo di un torrente! Mi fa una pena tremenda pensare al disagio che lei deve aver subito!

Leila: Pensate l’umidità! E il suo petto era sempre tanto delicato.

Regina: E le rane! Ugh! Non avrò mai pace nel mio cuore fino a quando non saprò perché Iolanthe andò a vivere tra le rane!

Fleta: Allora perché non la chiamate e glielo chiedete?

Regina: Perché? Perché se decido di posare gli occhi su di lei nello stesso momento dovrei perdonarla!

Celia: Allora perché non perdonarla? Venticinque anni è un periodo di tempo molto lungo!

Leila: Pensate a come le sarà piaciuto!

Regina: Mi amava? Qual è stato il vostro amore per me? Perché, lei è stata preziosa per me! Chi mi ha insegnato a rannicchiarmi all’interno di un ranuncolo? Iolanthe! Chi mi ha insegnato a dondolarmi su una ragnatela? Iolanthe! Chi mi ha insegnato a tuffarmi in una goccia di rugiada, ad annidarmi in poche parole, a saltellare su un filo sottilissimo? Iolanthe!

Leila: Certamente Iolanthe ha fatto cose sorprendenti!

Fleta: Oh, rendicela, grande Regina, per il tuo bene, se non per il nostro! (Tutte si inginocchiano in supplica.)

Regina: (irresoluta) Oh, dovrei essere forte, ma io sono debole! Dovrei essere di marmo, ma io sono d’argilla! La sua pena è stata più pesante di quanto volessi. Non volevo che lei vivesse fra le rane. Bene, bene, sarà come volete! Sarà come volete!

L’intercessione delle fatine ha successo e Iolanthe viene fatta riemergere dal fondo del torrente, ripulita delle alghe, perdonata e festeggiata. Alla regina che le chiede perché si fosse sistemata in quel torrente, Iolanthe risponde che lo aveva fatto per stare vicina a suo figlio, un giovane di ventiquattro anni che ama una fanciulla del posto e che vuole sposarla.

sposi

Ma il giovane informa la madre che le autorità locali stanno mettendo in campo tanti impedimenti al loro matrimonio, e allora tutte le fate decidono di aiutare i due giovani a coronare il loro sogno d’amore e vanno tutte nella Città Capitale per cercare di sbloccare la situazione. Per eliminare l’ultimo impedimento alle nozze Iolanthe è costretta a incontrare il marito, che la credeva morta, per informarlo dell’esistenza del figlio. Quando la regina delle fate viene a conoscenza di questa nuova trasgressione di Iolanthe decide che non può più perdonarla e la condanna a morte. Ma mentre è già con la lancia levata per eseguire la sentenza arrivano tutte le fatine che intanto si erano sposate con i mortali e dichiarano che se muore Iolanthe anche loro meritano la morte. La regina è perplessa, si rende conto che se applica la legge il regno delle fate si spopola e non sa come fare per uscire da quell’impiccio.

Srotola ancora una volta il codice per rileggere la norma, che è chiara e concisa: Ogni fata che sposa un mortale deve morire.

Allora il Lord Cancelliere, da politico navigato, suggerisce di cambiare la norma, aggiungendo solo una semplice parolina, un “non”, nel punto opportuno.

La regina si compiace della trovata e con una matita corregge la norma, che diventa: Ogni fata che non sposa un mortale deve morire. E poi anche lei chiede alla sentinella del palazzo reale, di cui s’era precedentemente invaghita, di sposarla.

 

Alla fine la regina fa spuntare le alucce a tutti i mariti mortali delle fate e vanno tutti a vivere a Fairyland.

 

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