Pubblicato da: scudieroJons | settembre 1, 2014

Sette strade intersecate

Gli abitatori dei mondi fantastici hanno un problema: anche se partono da portali diversi devono passare tutti attraverso lo stesso bosco incantato.  Ma per loro il solo pensiero di dover transitare su una delle sette strade strettamente intersecantisi è troppo stressante. Bisognerebbe aiutarli.

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Pubblicato da: scudieroJons | agosto 30, 2014

Un binomio perfetto

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Le due partite che seguono hanno in comune un tipo di gioco che privilegia l’attacco con tutti i pezzi, concedendo poco ai tatticismi o all’attendismo. Nel complesso non sono esenti da imperfezioni o errori, ma ugualmente possono avere una valenza didattica per l’azione finale di ricerca dello scacco matto che vede impegnati insieme la Donna e il Cavallo, un binomio dalle grandi possibilità.

Nella prima partita l’azione si indirizza verso un re non arroccato, attraverso i pochi varchi che esistono tra i molti pezzi ancora in gioco. Prima il Re viene risucchiato allo scoperto, in una zona dove i pedoni non possono fargli da schermo e l’azione decisiva che porterebbe allo scacco matto se il nero non abbandonasse una mossa prima, è resa possibile provocando una deviazione della regina nera. Questa, per sottrarre se stessa e la torre alla minaccia del cavallo, lascia la sorveglianza di una casella critica e permette l’ingresso vittorioso della Donna bianca.

 

Nella seconda partita i due giocatori scelgono di arroccare su lati diversi, e immediatamente si scatena l’assalto dei pedoni delle due schiere contro la posizione del re arroccato. Il nero arriva prima, ma a causa di evidenti errori l’attacco fallisce e il re bianco riesce a trovare riparo trasferendosi verso l’altro lato della scacchiera, che però ha il difetto di non offrire molto riparo. Potrebbe sembrare azzardato il sacrificio di una torre, un pezzo importante, per sgombrare il campo dall’unico pedone che difende il re. Ma non c’è azzardo, è solo la fiducia nelle grandi capacità che hanno Donna e Cavallo di coordinare i propri movimenti. L’attacco finale che conduce allo scacco matto è una resa dei conti, faccia a faccia, tra duellanti di forza impari.

 

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Pubblicato da: scudieroJons | agosto 28, 2014

Σκάκι στην Αθήνα

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Scacchi ad Atene

La scena iniziale si svolge all’interno di una libreria specializzata in pubblicazioni scacchistiche. Non si vede nessun cliente. In primo piano si vede una scacchiera e le mani dei giocatori che alternativamente muovono i pezzi. Poi il campo si allarga e si scopre che è una sola persona, un giovane, presumibilmente il commesso, che sta giocando a scacchi contro se stesso. Una situazione che è di una malinconia indescrivibile. Osservando la scena chiunque potrebbe pensare che quell’uomo sia interessato solo alla Donna bianca in d1 e alla Donna nera in d8, ma si scopre presto che non è così. Quando nel negozio entra una rossa il giocatore di scacchi si lancia in picchiata come un falco.

“Posso aiutarla?” [Gli aspiranti seduttori si segnino queste parole].

Lei risponde con la frase tipica che serve ad allontanare i commessi invadenti : “Sto cercando qualcosa di speciale”.

“Anch’io!” [Questa me la voglio segnare, e sto già pensando a tre o quattro occasioni in cui mi potrebbe tornare utile].

“Come dice?” Insomma, – sta pensando la ragazza – non si riesce neanche a sfogliare un manuale di scacchi in pace?

“No, è che volevo dire che è molto raro che una bella ragazza entri nel negozio.”

Poi lei vede la scacchiera con cui lui sta giocando da solo e lo commisera: “Ma come si fa?”

“Eh, lo so…” risponde lui, come per dire: in mancanza di meglio… Poi però si lancia: “Se è libera potremmo fare una partita.”

“Non gioco mai con gli sconosciuti.” Una tipa tosta!

“Allora conosciamoci! Posso chiederle come si chiama?”

“Nike.” (Vittoria)

“E’ perché lei vince sempre?”

“Sì, sarà per questo.”

“Se le interessa, io mi chiamo Argyris.” (Argento)

“Ci avrei scommesso!”

“Cosa vuole dire?”

“Argento… come la medaglia d’argento.” Detto altrimenti: il premio che si dà a quello che perde.

E dopo aver incollato questa figura nel suo album, cosa dovrebbe fare il nostro giovane scacchista? Ma è evidente! Deve ritrovare la ragazza per renderle la pariglia. Ma riuscirà a ritrovarla?

A Game for Two (english subs, full movie) from Stelios Koukouvitakis on Vimeo.

Certo che la ritrova! Che razza di giocatore di scacchi sarebbe se non fosse stato capace di ritrovarla?

“Si può sapere che ci fa lei qui?”

“Stavo cercando lei. Ci ho messo una settimana per trovarla.”

“Ma che bravo! Altri ci avrebbero impiegato una vita intera.”

“Mi dispiace di averle fatto perdere la partita.” (Si è fatta fregare la regina come un pollo.)

“Chi le ha detto che ho perso per causa sua? Ho perso perché io ho giocato male.”

“Senta, non si potrebbe andare da qualche parte a parlare… fare una partita..?”

“Mi lasci stare per favore: ho appena perso una partita importante e non sono nello stato d’animo adatto.”

“Lei ha paura di perdere con me?”

“Lo sa che lei è parecchio arrogante?”

“Lei non ha risposto alla mia domanda, perciò ne deduco che lei non vuole giocare con me perché ha paura di perdere.”

“Io non ho paura di niente!”

“E allora?”

“Va bene, facciamola questa partita e che vinca il migliore.”

“Molto bene! Andiamo al mare!”

“Ma questo è pazzo! Siamo in pieno inverno! Solo i pinguini nuotano in questa stagione!”

“Non ho parlato di nuotare.” (Stavo pensando a un altro sport, ma ogni cosa a suo tempo).

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 26, 2014

La belle voyageuse – 6

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Carmelina l’incantatrice

La maestra Carmelina Scannapieco e Jean si erano lasciati alle spalle la città di Bayeux e stavano per lasciare anche la Normandia. A bordo del loro camper si dirigevano a moderata andatura verso ovest, in direzione della Bretagna, terra di fate e di prodigi. Carmelina era insolitamente pensierosa e taciturna e Jean attribuì lo stato d’animo della maestra alle scene di guerra a cui aveva assistito.
Per cercare di risollevarne l’umore Jean armeggiò qualche secondo col lettore digitale del cruscotto e subito la voce di un antico menestrello inondò l’abitacolo.


“Si potrebbe dedicare il resto della mattina a una visita delle più belle località della costa, – proponeva intanto Jean – Suggerirei di fare un leggero spuntino in vista di una delle tante isole che costellano questo mare e poi stasera potremmo andare a mangiare i frutti di mare a Paimpol. Che te ne pare, Carmelì?” Jean era passato stabilmente al tu, secondo i dettami della maestra.
“E che ci sarebbe da vedere in particolare?” chiese Carmelina.
“Potremmo mettere alla prova le attitudini anfibie del nostro mezzo arrivando fino alle pendici di Mont Sain Michel, per poi proseguire a piedi, intruppati nella calca degli altri turisti fino alla cima del monte, per visitare il santuario. Oppure potremmo limitarci ad ammirarlo da lontano, mentre ci dirigiamo verso una delle tante località della costa da cui si vedono le piccole isole, come Louet e Taureau

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o potremmo andare sull’isola di Batz e lì potremmo controllare se è vero quello che si racconta sul dragone.”
“Che è questa storia del dragone?”
“Si racconta che San Pol, con la sua comunità di monaci, era sbarcato sull’isola di Batz per evangelizzarne la popolazione. Giunto sul posto venne a sapere che un essere spaventoso, un drago, infestava l’isola e tormentava gli abitanti spargendo lutti e distruzione. Allora San Pol, accompagnato da un uomo d’arme del posto, si recò all’antro della bestia e per la forza del Vangelo le intimò di uscire dalla sua tana. Quando il drago uscì San Pol gli mise al collo la sua stola sacerdotale e il drago divenne miracolosamente mansueto. Allora il santo lo condusse fin sull’orlo di un’alta scogliera e gli ordinò di inabissarsi in mare e il dragò obbedì, facendosi cadere dall’alto e scomparendo tra i flutti.

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Si dice che in quel luogo le onde del mare facciano uno strano brontolìo contro la falesia, come se il drago ancora si lamentasse. Io personalmente non l’ho visto, ma alcuni assicurano che su una roccia è ancora visibile il segno lasciato dai denti del drago. Potremmo andare a controllare se è vero. Ancora non ho messo via la corda. Potremmo calarci comodamente dall’alto della falesia…”
“Comodamente, dice lui! Te la scordi la corda! Mi sto riprendendo appena adesso dalla paura che mi hai fatto prendere sulla torre e tu mi vuoi far penzolare un’altra volta nel vuoto? Mi vuoi proprio vedere morta? Sei un essere senza cuore, Jons!”
“Va bene, allora niente isole. Potremmo limitarci a visitare i siti costieri, come quello di Rothéneuf.

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Sugli scogli, di fronte al mare, c’è un universo di grandi figure mostruose scolpite dall’abate Adolphe Fouré, che ammalatosi, era stato esentato dal suo ufficio sacerdotale.  E poi possiamo proseguire fino a Carnac per vedere da vicino i soldati di San Cornelio.”

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“Cos’è, un’altra leggenda?”
“Sì, racconta di quando San Cornelio, che era inseguito dai soldati romani che volevano ucciderlo, passò attraverso quel campo, proprio mentre i contadini stavano seminando. – Cosa seminate? – domandò. Quelli gli risposero – Segale! – Allora il santo disse: -Venite domani e la segale sarà pronta per essere mietuta. Il giorno dopo i contadini tornarono al campo e trovarono che la segale era già alta e matura, pronta per la mietitura. Mentre mietevano arrivarono i soldati romani i quali chiesero loro se avessero visto passare un uomo con due buoi. I contadini risposero che lo avevano visto il giorno prima, mentre stavano seminando quella stessa segale che adesso stavano mietendo. La rivelazione pietrificò i soldati romani che ancora oggi sono nella formazione in cui si trovavano.”

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“Sì, andiamoci! – esclamò la maestra – Stavo proprio pensando di fare un lavoro in classe sui monumenti megalitici. E ci sono altri siti del genere da queste parti?”
“Sicuramente ce ne sono, ma in questo momento non me ne vengono in mente.” – mentì Jean. In realtà conosceva benissimo il sito di pietre allineate di Lagatjar, a Crozon, ma non voleva parlarne alla maestra.

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A quel luogo era legata la tragica fine del poeta Pierre-Paul Roux, (Saint-Pol Roux era il suo pseudonimo) il quale, dopo aver raggiunto la celebrità alla fine del diciannovesimo secolo, si ritirò nel castelletto che si era fatto costruire in Bretagna, sull’estremo lembo di terra di fronte all’oceano. Nel giugno del 1940 un soldato tedesco, avanguardia dell’invasione, fece irruzione nella casa, uccise la governante e ferì la figlia del poeta, prima di fuggire. Saint-Pol Roux si recò nella vicina città per far prestare le cure alla figlia e quando alcuni giorni dopo fece ritorno al castello lo trovò saccheggiato e dato alle fiamme, i suoi manoscritti distrutti.

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Il colpo fu tremendo e il vecchio poeta morì di crepacuore pochi giorni dopo. Jean non volle raccontare questa storia tristissima a Carmelina per non intristirla maggiormente.
“Che succede, Jean? Ti vedo pensieroso. E perché questo catorcio va così lento? Non puoi correre un po’ di più?”
“Non so cosa gli è preso al motore. Sembra come se una forza misteriosa lo stesse frenando. Come se una magia avesse trasformato i cavalli del motore in topolini. Ma che sto dicendo? Devono essere gli iniettori un po’ sporchi. Nel gasolio ci mettono la paraffina, che poi si accumula e i filtri si ostruiscono. Adesso cerco un posto adatto per fermarmi e li pulisco.”
“Dove siamo?”
“Questa è la foresta di Brocéliande, dove il mago Merlino incontrava la Dama del Lago, la fata che era stata sua allieva.”
“Mentre tu aggiusti il motore io scendo a fare due passi. – aggiunse la maestra – Mi devo mettere un maglioncino perché sento un freddo terribile, eppure è mezzogiorno. Sarà l’ombra fitta di questi alberi. Non ho mai visto una foresta così fitta e carica di mistero…”
Jean rimase solo e in pochi minuti smontò, pulì e rimontò il filtro e i tubicini degli iniettori, poi si guardò intorno per cercare la maestra, ma non la vide.
Allora si addentrò per uno stretto sentiero in mezzo alla fitta vegetazione, e con le mani apriva tra i rami davanti a lui un varco che subito si chiudeva alle sue spalle. Camminò per un tempo lunghissimo, e più il tempo passava e più si addentrava nella foresta, più gli sembrava di avere vissuto per mille anni tra quelle querce secolari e quei faggi imponenti. Cominciava a riconoscere ogni tronco contorto, ogni pietra muscosa, ogni cespuglio di rovi.
Alla fine, in una piccola radura vide Carmelina, vicina a una fontana. La maestra non aveva più indosso i suoi abituali jeans sdruciti e il maglioncino stinto. Adesso era vestita di veli, che lasciavano intravedere le sue forme.
“Viviana! – la chiamò – e lei gli rispose “Merlino!”

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I due innamorati furono subito l’una tra le braccia dell’altro e i loro baci celebrarono il loro ritrovarsi ancora insieme, dopo tanto tempo. Merlino, che conosceva ogni cosa, e i cui prodigi erano noti in tutto il mondo antico, sapeva anche che la sua amata non lo ricambiava con lo stesso trasporto. Ella era interessata soprattutto a carpire i segreti della magia di Merlino, e ad impadronirsi della sua magistrale tecnica scacchistica, e il mago, pur conoscendo bene i pensieri di Viviana non poteva sottrarsi al suo destino, perché l’amava follemente.
“Signore” – lei gli stava dicendo –  “vi è ancora una cosa che vorrei sapere: come potrei rinchiudere un uomo senza torre, senza mura, e senza ferri, di modo ch’egli non possa mai fuggire senza il mio consenso?” Merlino chinò il capo sospirando.“Cosa avete?” ella chiese. “Ah! So bene quel che pensate, che volete rinchiudermi per sempre, ed io vi amo così fortemente che dovrò fare la vostra volontà!” Allora ella gli cinse il collo con le braccia: “Cosa?! non dovete forse essere mio, quando io sono vostra, a vostra completa disposizione? Senza di voi non ho né gioia né bene; in voi è tutta la mia speranza; la felicità non l’attendo che da voi. Poiché così vi amo, e voi m’amate, non è giusto che voi facciate la mia volontà e io la vostra?”  Merlino acconsentì, e insegnò alla fata quello che voleva, e le raccomandò anche di giocare sempre la difesa siciliana, quando giocava col nero, e la difesa indiana di re quando aveva il bianco.
I baci e le carezze intervallavano gli insegnamenti di Merlino, e dopo un po’ di tempo cominciò a farsi sentire la fatica della notte precedente. Merlino si addormentò accanto a un arbusto di rovi, con la testa in grembo a Viviana. Mentre il mago dormiva la fata si alzò cautamente e con i suoi veli descrisse un cerchio intorno a Merlino per imprigionarvelo.
Svegliatosi di soprassalto Merlino si ritrovò imprigionato in una stanza chiusa, su un magnifico letto.
“Ah! signora” – esclamò il mago –  “voi m’avete ingannato! Ora, che sarà di me se voi non resterete qui?”
“Bello e dolce amico, – rispose Viviana – io verrò spesso, e voi mi terrete nelle vostre braccia, ché d’ora in poi mi troverete pronta al vostro piacere.”
Quando tornarono al camper era il crepuscolo e Jean fece rotta su Paimpol, per andare a gustare i frutti di mare per cui quella località andava giustamente famosa.
Nell’abitacolo il menestrello faceva ancora sentire la sua voce.


Mentre erano a tavola e aspettavano che arrivassero le pietanze che avevano ordinato, Carmelina e Jean si guardavano con occhi ancora circonfusi della magica atmosfera della foresta.
D’improvviso la maestra si fece audace e chiese: “Ma tu, Jons, hai mai fatto una cosa speciale, un gesto particolarmente romantico, hai mai compiuto una missione sacra per l’amore di una donna?”
“Ah, sì! – rispose Jean – Più di una volta. Mi ricordo che un giorno la Dama che in quel momento teneva le chiavi del mio cuore mi guardò intensamente negli occhi e mi disse: Se vuoi possedere interamente e per sempre il mio cuore devi portarmi il gelsomino scarlatto!”
“E tu, che hai fatto? – chiese la maestra.
“Sono partito; ho cavalcato per montagne e vallate, ho attraversato foreste e paludi, ma del gelsomino scarlatto nessuna traccia.”
“E poi?”  Carmelina era ansiosa di sapere, anche se in cuor suo sospirava perché un uomo così romantico non poteva certamente essere Jons, come aveva a lungo sperato.
“E poi ho chiesto aiuto alle fate dei fiori e agli elfi dei boschi, ma non hanno saputo darmi nessuna indicazione. Allora mi sono rivolto ai maligni korrigan, cercando di impietosirli per farmi dire dove avrei potuto trovare quel fiore, ma nemmeno loro mi hanno detto niente.”
“E… e allora?”
“A quel punto ho capito che stavo cercando nella direzione sbagliata. Allora sono andato sulla circonvallazione e ho trovato il gelsomino scarlatto sullo scaffale del supermercato.
Il calcio negli stinchi che la maestra diede a Jean sotto il tavolo lo colse dolorosamente impreparato. Sarebbero arrivati a seguito anche gli improperi, ma l’arrivo in tavola dei frutti di mare dissipò ogni screzio. E poi la maestra dentro di sé era contenta: adesso era arcisicura che il suo commensale era proprio l’autentico Jons.

(continua)

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 24, 2014

Corsa contro il tempo

Il mese scorso è apparso in internet il trailer del film tratto dal romanzo “50 sfumature di grigio”, quello che apre la trilogia. L’ho guardato speranzoso, ma sono rimasto inorridito. Non mi aspettavo proprio una Anastasia Steele così ordinaria.

Da quel poco che ho letto mi ero fatto l’idea di una ragazza moderna e intelligente che si innamora di un uomo affascinante. Non capisco l’operazione fatta dal regista: ha preso un’attrice abbastanza graziosa, l’ha trasformata in una simil-cozza e la fa incontrare con un nevrotico con la faccia da nevrotico, e per giunta la fa innamorare di lui.

Sulla scelta del protagonista maschile non ho un parere preciso: questo attore mi sembra del tutto simile agli attori che hanno interpretato altre versioni del romanzo. Forse è tutta una questione di target: i produttori del film per recuperare i loro investimenti, e guadagnarci anche, non hanno pensato a me, grazie a Dio.

 

Il film uscirà in Italia nel febbraio 2015. Così presto? La nostra casa cinematografica si è lasciata prendere alla sprovvista. Rischiamo di perdere tutti i contratti di distribuzione del prossimo anno. Dobbiamo correre ai ripari, non c’è un minuto da perdere: dobbiamo confezionare una versione glamour di Sfumature e presentarla nelle sale per le feste di fine anno.

- Abbiamo in magazzino abbastanza materiale girato su Sfumature? – grido nell’interfono collegato con il reparto tecnico – Mi serve entro oggi un trailer di due minuti da mettere in circolazione.

- Sì, capo, ce l’abbiamo. E’ poco ma può bastare.

- Mettete tutto in moviola che arrivo!

Ci voglio fare una colonna sonora tutta in spagnolo. Per me è il castillano la lingua più adatta per il sado-maso, il fetish, e il BSDM o BMSD o SBMD o come cavolo si chiama.

 

 

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 24, 2014

Un finale da tragedia

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Durante una partita a scacchi un buon giocatore deve sempre essere consapevole delle possibilità di vittoria che ci sono nella propria posizione, e per questo deve fare periodicamente una valutazione il più possibile obiettiva. Dagli esiti di questa valutazione potrà nascere la determinazione a giocare per vincere o a contentarsi di un pareggio, perché sono due modi diversi di giocare. Nei casi più estremi si può decidere di abbandonare la partita, senza arrivare a subire lo scacco matto. In questo modo si compie un gesto di cortesia verso il vincitore, evitandogli una perdita di tempo. Però in chi abbandona una partita troppo presto rimane sempre il rammarico di non aver atteso abbastanza l’errore dell’avversario, che prima o poi dovrebbe arrivare. Forse per evitare questo rammarico, o anche per aver sopravvalutato la posizione dei propri pezzi, qualche giocatore decide, contro ogni ragionevolezza, di giocare fino all’ultima mossa una partita che appare compromessa.

Alcuni di questi finali si riducono a semplici promozioni a regina di un pedone, e con la regina nuova in poche mosse viene eseguito lo scacco matto. Alcune volte invece, durante il centro della partita, con ancora molti pezzi in gioco, l’iniziativa passa saldamente in mano a un giocatore che non la lascia più fino a quando non riesce a dare lo scacco matto, spesso mentre i pezzi avversari, addossati ai bordi della scacchiera, assistono impotenti allo scempio del loro re. A questo punto la scacchiera non è più il luogo elegante dove dame e cavalieri si scambiano colpi di fioretto annunciando con garbo “touché“, ma diventa il palcoscenico di una tragedia del teatro elisabettiano che riprende i foschi avvenimenti di cronaca del Rinascimento italiano. La regina a questo punto mette da parte il fioretto e afferra la spada a due mani. Insegue il re avversario per tutta la sala del trono, menando fendenti e inondando di sangue arazzi e panoplie, davanti agli occhi sbarrati degli armigeri avversari, immobili come armature vuote.

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 22, 2014

Memoria fotografica

Questa incantevole turista è appena tornata da un tour che l’ha portata in 22 località italiane.

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Le immagini di quei luoghi sono perfettamente incasellate nella sua mente e lei riesce a riconoscere ogni località anche senza le didascalie. Ma quante riusciamo a riconoscerne noi?

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 19, 2014

La belle voyageuse – 5

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La maestra nel ricamo

Il rampino lanciato da Jean descrisse una lunga parabola nell’aria e atterrò sulla torre, trascinandosi dietro la sua sagola sottile e resistente. Jean tirò la sagola per assicurarsi che l’artiglio fosse saldamente aggrappato al parapetto del torrione e poi legò la sagola a un gancio del camper.
“Andremo su assieme, – disse a Carmelina – perché così è più sicuro e faremo prima. C’è una sola imbragatura; la indosserò io perché devo manovrare l’argano collegato, e poi ci legheremo assieme”.
“Ma ce la faremo a tirarci su? E la corda ci regge tutti e due insieme?”.
“La corda è garantita per una tonnellata e mezza, e per la forza che occorre non ci sono problemi: il complesso di carrucole che forma l’argano riduce lo sforzo a un sesto del peso sostenuto, perciò ce la dovremmo fare. Ci vorrà tempo e molta corda. La torre è alta 35 metri perciò occorreranno tutti i 200 metri della corda per salire. Mentre io sistemo l’argano tu va’ a metterti addosso qualcosa di più adatto”.
“E già, è vero! – approvò Carmelina, come se parlasse tra sè – Ci vuole qualcosa che si addica a un castello medievale!” e corse verso la porta del camper. “Adesso sono sicura che è lui. – pensava Carmelina, mentre si cambiava d’abito –  Si è tradito quando ha detto: Guarda che bella luna! Andiamo a dormire! Solo Jons può essere capace di esprimere tutta la sua avversione al romanticismo in due parole”.
Dopo aver sistemato l’argano e indossata l’imbragatura, Jean tagliò due pezzi della corda che era avanzata e si dispose ad aspettare la maestra. Quando lei finalmente arrivò Jean restò stupefatto. Era vestita con una camicia da notte di lino bianca, lunga fino ai piedi, i quali spuntavano nudi da sotto l’orlo. Un ricchissimo ricamo di fili di ogni colore, tra cui si vedeva luccicare l’oro, arricchiva la scollatura, la vita e le maniche. Attorno alla fronte una catenina d’oro tratteneva i capelli.
“E questo che significa?” chiese Jean contrariato.
“Tra gli indumenti che possiedo è quello che più si avvicina a un vestito medievale. Pensa che è nella mia famiglia da non so quanti secoli e ce lo tramandiamo da una generazione all’altra. Se non lo indosso in un’occasione come questa mi dici quando lo posso mettere?”
La logica di Carmelina non mancava mai di colpire Jean, il quale assentì.
“Aspetta, manca una cosa.”
Jean si chinò a raccogliere alcuni fiordalisi che con il loro colore intenso spiccavano tra l’erba della scarpata. Ne infilò i gambi nella catenina attorno alla testa della maestra che ebbe così una coroncina di fiori blu.
“Adesso dammi le mani che te le devo legare”.
“Ma perché? Che ho fatto?”
“Se ti aggrappi semplicemente al mio collo rischi in ogni momento di perdere la presa; invece con i polsi legati tu puoi mettere le mani attorno al mio collo e così ti sostieni. Per maggiore sicurezza ho preparato un pezzo di corda più lungo per legarci insieme”.
“Che strano nodo che fai! Sembra complicato. Perché lo fai così?”
“Perchè è un nodo solido che non si stringe troppo con il peso. Si chiama gassa d’amante”.
“Che bel nome romantico! Voglio imparare a farlo anch’io! Me lo devi insegnare!”
“Non è difficile: si prende il capo della corda e si fa finta che sia un serpente; poi si comincia: il serpente entra nella tana del lupo dal basso verso l’alto, gira attorno all’albero e torna nella tana del lupo dall’alto al basso. Ecco fatto! Adesso siamo pronti. Andiamo su!”
Jean iniziò a tirare lentamente la corda, per assicurarsi che l’ancoraggio reggesse, poi accelerò un poco. Per ogni metro di corda che passava nelle pulegge il carico si sollevava di un palmo, ma la cima della torre appariva ancora molto lontana, quasi come la luna, che osservava allibita. Carmelina all’inizio era affranta perché le sembrava impossibile che un gesto così romantico fosse opera di Jons. “Mi ha offerto i fiori! Non è lui! Me lo sentivo che non era lui!” Dopo un po’ cominciò a trovare divertente la strana posizione aerea, ma passati dieci minuti ormai si annoiava. Allora cominciò a tormentare Jean, fingendo di volerlo mordere sul collo e bisbigliandogli nell’orecchio roventi frasi passionali miste a risate soffocate, mentre Jean si sforzava di immedesimarsi in un ascensore e resisteva stoicamente.
Quando, dopo circa mezz’ora di ascensione, Jean e Carmelina furono oltre il parapetto della torre, Jean sciolse il nodo che lo teneva legato alla maestra e si sfilò l’imbragatura collegata all’argano. Carmelina gli porse le mani perché le slegasse, ma Jean, che già stava per farlo, ci ripensò.
Si fece passare di nuovo le braccia di Carmelina attorno al collo e poi rialzandosi la prese in braccio.
Le sue mani corsero lungo le gambe di Carmelina, sempre più in alto… e poi si fermarono.
Lei lesse lo sguardo interrogativo dell’uomo e spiegò: “Non le ho messe. Nel medioevo non si portavano! Dovresti saperlo, tu che sei così antico!” E mentre diceva queste parole le sue gambe si stringevano attorno alla vita di Jean. Il bacio che si scambiarono fu dolcissimo e lunghissimo e Jean non ebbe bisogno di staccare le sue labbra da quelle di Carmelina mentre armeggiava per slacciarsi la cintura con una sola mano.
La luna e le stelle che osservarono con vivo interesse i due corpi abbracciati si riflettevano negli occhi della maestra da cui Jean non riusciva a staccare lo sguardo. La dolcezza di quell’abbraccio raggiunse il culmine della passione quando Carmelina, con le braccia ancora legate e levate verso il cielo, stando sopra Jean, gridò la sua felicità. Mentre Carmelina danzava sopra il corpo di Jons e si offriva ai suoi baci e alle sue carezze, le stelle che danzavano dentro di lei esplosero in un’apoteosi di dolcezza. Poi i due amanti si strinsero in un abbraccio più tenero e ristettero. Il sonno li avvolse.
Carmelina si svegliò di soprassalto. “Jons! Jons! Svegliati! Ho fatto un sogno! Uno strano sogno!”
“Sono qui, stai tranquilla, non ci pensare”.
“Mi è apparsa in sogno Arlette, la madre di Guglielmo il Conquistatore. Era bellissima, ma com’era pallida! Grigia come la cenere. Mi ha guardato e mi ha detto: “Tu sei Sichelgaita?! La moglie di Roberto D’Hauteville?! Avvicinati, figlia mia, ti devo parlare”. Io non sapevo che dire e ho chinato la testa. “Devi dire a tuo marito, il Guiscardo, che Guglielmo ha bisogno del suo aiuto. Gli deve mandare la bolla con la benedizione del papa e il suo vessillo. Mi devi fare questa grazia, perché a me non mi fanno uscire dal purgatorio.” Allora io ho fatto sì con la testa e poi un gesto come per dire: Ma come posso fare? E lei ha capito e mi ha detto, mentre si allontanava e spariva: “Devi andare a Bayeux! Cerca il filo! Ricordati! A Bayeux!”. E poi mi sono svegliata. Mi sento tutta sottosopra. Cosa devo fare?”
“E’ solo un sogno. Ti aveva scambiata per una principessa longobarda, forse a causa del vestito. Non ci pensare, tra poco sorgerà il sole e spariranno tutte le paure.”
“No, quella era una madre in angoscia per il figlio. Non posso fare finta di niente e dimenticarla. Voglio andare a Bayeux e capire come posso eseguire la missione che mi ha affidato.”
“Va bene, ci andremo. Adesso però ammiriamo l’alba!”
Carmelina correva da una parte all’altra degli spalti lanciando grida di felicità e indicava con i due indici le cose che vedeva, i campi luccicanti di rugiada, le foreste verdeggianti in lontananza, le linde case di pietra dei contadini, le lunghe file dei lampioni ancora accesi nella vicina città. “E guarda laggiù, quelle lucine rosse e blu che lampeggiano e corrono di qua e di là! Chissà che cosa sono?”
“Te lo dico io cosa sono. Quelle sono due macchine della gendarmeria che stanno venendo proprio qui. Qualcuno ci ha visto salire, o forse ha sentito le tue grida, e ha dato l’allarme. Vedi? Sono già davanti al varco della cinta muraria.” “E che ci fanno se ci trovano qui?” “Niente di particolare: ci metteranno dentro per qualche giorno in attesa di capire se siamo due sconsiderati che hanno profanato un monumento nazionale o se si possono configurare reati più gravi, come spionaggio o attentato alla sicurezza nazionale.” “Ma io non posso andare in galera, devo andare a Bayeux! Ho promesso! Mi sono impegnata!”  “E che ci posso fare io? Non hai visto quanto tempo ci è voluto per salire? Non voglio farmi prendere appeso per aria come un salame. Adesso mi tiro su i calzoni e sono a posto.” “Ah! Tu ti tiri su i calzoni? Fate tutti così! E a me non ci pensi? Credevo di aver avuto a che fare con un gentiluomo, ma a quanto pare mi sono sbagliata!”  Jean ascoltava e intanto osservava le auto della polizia che avevano superato la cinta muraria e si avvicinavano al portone del castello. Poi si rivolse a Carmelina. “Scenderemo con la corda doppia. No, rimani con le mani legate, serve ancora per un po’.” Poi passò l’estremità libera della corda attorno al pennone della bandiera, se la legò in vita e gettò l’argano oltre gli spalti.” “Cosa stai facendo? Vieni qui che abbiamo solo due minuti!” “I fiori! Devo raccogliere i miei fiordalisi! Non glieli lascio a quelli!” Con in mano il mazzolino di fiori Carmelina si avvicinò al parapetto sul quale Jean l’aspettava in piedi e l’aiutò a salire. Jean si fece passare le braccia attorno al collo e poi abbracciò la maestra, mentre tra le mani stringeva la seconda corda che passava intorno al suo corpo e sotto l’ascella. “Grazie Jons! – diceva intanto Carmelina – Sei proprio tanto carooooOOOOOOOOOOAAAAAAAAAAAAAAAAA AAAHHHHHHHHHHHHHH!!!”  In pochi secondi Jean e Carmelina erano discesi dal torrione e rotolarono sull’erba della scarpata. Jean sentiva le palme delle mani bruciargli terribilmente, ma si costrinse a non pensarci e recuperò velocemente la corda. Poi slegò le mani di Carmelina che cominciò a tempestarlo di pugni. “Sei un pazzo! Un bastardo! Mi hai fatto morire di paura!” Jean aprì il portellone del camper, spinse dentro la maestra e gettò all’interno anche la corda, poi mise in moto e si confuse nel traffico mattiniero di camion e furgoni.
A Bayeux fecero colazione davanti a un caffè, e poi passarono la mattinata cercando di capire come avrebbero potuto esaudire il desiderio di Arlette.
All’improvviso, mentre erano in un parco, Carmelina lanciò un urlo: “Ho capito! Guarda lassù, Jons!”

ricamo2
La maestra indicò un grande cartellone che invitava a visitare il famoso Arazzo della regina Matilde, una striscia di tela lunga quasi 70 metri con dei ricami che raccontano gli eventi che precedettero e seguirono la battaglia di Hastings, del 1066.
Jons e la maestra si recarono in fretta al museo dove era esposta la tela e Carmelina cominciò a correre da un’estremità all’altra, come se cercasse qualcosa, e alla fine Jonns la perse di vista.

Allora Jons si mise in fila con gli altri visitatori e iniziò a percorrere l’arazzo, e a un certo punto vide Carmelina, che era entrata a far parte delle figure che vi erano ritratte ed aveva eseguito la sua missione.

aelfygva

Il ricamo la indicava con il nome misterioso di Aelfgyva e la ritraeva mentre il vescovo Oddone, fratellastro di Guglielmo, la ringraziava per aver portato la bolla papale. Jons percorse tutto  l’arazzo e poi si mise alla ricerca di Carmelina. Finalmente la trovò, seduta in un angolo, disperata e piangente, con in mano una minuscola pergamena in cui un cronista d’eccezione aveva annotato quei tragici avvenimenti.

La battaglia di Hastings
- Parla Myrrill -
[Racconto di Paola Manoni]

Mio cugino mi parlava da tempo di grandi preparativi in terre normanne.
Meno conosciuti di noi dei boschi, i miei cugini marini sono elfi che vivono sotto al mare ed hanno un colorito azzurrino, i capelli argentei o verdi.
Respirano nell’acqua perché hanno le branchie dietro le orecchie. E con un complicato sistema di ultrasuoni percepiscono finemente l’ambiente che li circonda, anche se non possono uscire dall’acqua che per poche ore.
Mi diceva di una grande reclutamento di uomini e preparativi durati lunghi mesi… si vociferava di un’invasione. L’idea del duca Guglielmo era attraversare il braccio di mare che separa la mia patria, l’Anglia, dalle terre normanne e farne mero terreno di conquista.
Mi sembrava una prospettiva assurda visto che le truppe reali del re Aroldo d’Inghilterra erano già mobilitate contro i vichinghi.
Dal canto nostro, dal mondo magico degli elfi e del piccolo popolo, osservavamo questi fenomeni che si verificavano tra gli esseri umani con distacco ma anche con preoccupazione.
Ci eravamo già ritirati nell’invisibilità. Ci sentivamo liberi solo in certi luoghi nei nostri rifugi su altipiani e brughiere, lungo coste frastagliate, tra l’erica e la torba che dà sapore all’acqua che dilava.
Gli esseri umani sono bellicosi, guerrafondai e mio cugino mi diceva che la variante normanna aveva spiccate altitudini in tal senso.
Soprattutto i baroni, con il fatto di avere un titolo feudale facevano subire le più turpi angherie al popolo.
Dazi e gabelle per attraversare un ponte su un fiume, per le macine al mulino, financo per celebrare le nozze…
Il duca, Guglielmo, permetteva tutto, interessato com’era a curare i suoi esclusivi interessi e dunque a consentire gli altrui soprusi.
Alla sua nascita Ariadna Gulyin, prima veggente del piccolo popolo, lo aveva già vaticinato.
“Ho sognato una lucertola appena nata, con la testa tonda e bianca, gli occhi penduli. Un rettile velocissimo che si insinuava nelle pieghe del cuscino del mio letto. L’ho vista tessere dei fili, come un ragno, secreti dalla lingua biforcuta.
Fili d’oro e di seta”.
Quella stessa notte nasceva l’infante duca di Normandia, Guglielmo, e per Ariadna furono chiare fin da allora le attitudini del futuro condottiero.
All’epoca regnava in Inghilterra l’anglosassone Edoardo il Confessore che non aveva discendenti, dunque non poteva lasciare alcun erede.
La madre di Edoardo, normanna, lo aveva fatto educare in Normandia. Sicché i rapporti con la corona inglese erano ottimi, al punto che venne promesso ai duchi normanni la successione al trono inglese.
Nel 1064 Edoardo, convinto della sua promessa, mandò in Normandia il più potente dei nobili anglosassoni, Aroldo figlio di Godwin che invero mirava al trono inglese.
Guglielmo comprese immediatamente il gioco e iniziò a tessere le sue ragnatele politiche.
Fu molto sagace perché lo nominò suo cavaliere in modo da potersi assicurare la sua sottomissione: Aroldo, infatti, era diventato suo vassallo!
Il 5 gennaio 1066 moriva Edoardo. I nobili sassoni dell’assemblea del Witanagemot, decisero di eleggere Aroldo re d’Inghilterra.
E Guglielmo, duca di Normandia, fece scattare la trappola.
Vantando i suoi diritti legali, riceveva l’appoggio di due potenti della terra degli umani: l’imperatore Enrico IV e il papa Alessandro II.
La razza umana ha come caratteristica quella di poter essere dominata da una semplice piccola minoranza di individui bene organizzati… e Guglielmo con gli appoggi internazionali si organizzò molto bene.
Regalò alla gente vessata dal fiscalismo e dalla prepotenza dei baroni, il sogno di terre di cui divenire facilmente proprietario.
Il richiamo delle terre lontane, al di là del mare, il riscatto dalla povertà, convinse la gente a partecipare alla grande conquista.
Eravamo minacciati da un male notevole, per l’ennesima volta minacciati.
La prima volta accadde ai tempi di Cesare, molti lustri fa, quando il popolo magico circolava ancora liberamente.
Poi fu la volta delle stirpi germaniche degli angli e dei sassoni che arrivarono sull’isola nell’anno 442. Si susseguirono infine molti attacchi da parte delle genti scandinave fino arrivare al 1042 quando Edoardo cacciò i danesi.
Che dire di noi, stirpi fatate? Il nostro mondo venne occultato per uscire dal giogo degli intrighi e la magia usata unicamente per preservare le nostre genti.
Nessuna interazione tra ‘noi’ e ‘loro’ ma solo ed unicamente vigilanza.
Prestavamo e prestiamo attenzione ai nostri confini e osserviamo il movimenti umani al solo scopo cautelativo.
Una demarcazione corre nei pressi di Hastings e io mi trovavo proprio lì il 14 ottobre 1066.
Nei giorni precedenti, tra il 27 e il 28 di settembre, la nave ammiraglia di Guglielmo, partita da St. Valery in Normandia, approdava a Beachy Head dove giungeva successivamente il resto della flotta. Navigarono in flottiglia fino al porto di Pevensey e da lì toccò terra un esercito sterminato di circa diecimila uomini.
Li vedevo accampati a circa dieci chilometri da Hastings. Aspettarono due settimane, finché non ebbero notizia della battaglia di Aroldo contro i norvegesi che vide vittoriosi gli anglosassoni.
Vittoriosi ma anche stremati da un conflitto cruento, gli uomini di Aroldo marciarono forzatamente da Nord a Sud dell’isola.
Molti di loro morivano nel cammino. Le ferite della battaglia si infettavano, la dissenteria non dava tregua, gli stenti, la fame facevano poi il resto per indebolire un pugno di guerrieri poco equipaggiati e sfiniti.
Ciononostante arrivarono vicino Hastings il 14 ottobre, dopo aver fatto una tappa a Londra per cercare di organizzare i rinforzi.
Guglielmo aspettava, come un gatto attende il topo. Nel suo campo il vessillo del papa veniva agitato da una sottile brezza.
Il favore del pontefice gli proveniva sicuramente da Roberto il Guiscardo, parente normanno di stanza in Italia. Da Roberto il Guiscardo.
Nell’ora amara della battaglia vidi muovesi gli arcieri normanni, seguiti dalla fanteria ed infine dai cavalieri.
Migliaia di alabarde, frecce, punte di lama si avvicinavano spargendo per l’aere l’acre odore della morte.
Asserragliati su una piccola altura vi erano Aroldo con i suoi fratelli Leofwin e Gyrth e, attorno a loro, un piccolo esercito.
Tutti esclusivamente fanti, armati della semplice ascia di guerra anglosassone.
Dentro di me recitai una formula magica che tra noi elfi cantileniamo in caso di pericolo estremo. E’ un fattore di protezione che intende lenire il dolore dell’inevitabile morte di alcuni ed alleviare le ferite ed i mali di coloro che non sono destinati a rimanere in vita.
No so dire se lo scontro durò oltre sei ore. Direi che tutto venne giocato tra le due e le sei ore.
I normanni uccisero senza ritegno.
Vidi teste mozze, corpi sventrati e il gioco tattico della cavalleria normanna che si scatenò a sorpresa quando, dopo una finta ritirata, l’esercito anglosassone si era smembrato per inseguire i finti fuggiaschi.
L’errore clamoroso fu scendere dalla collina su cui Aroldo e i suoi si erano dislocati. A quel punto la cavalleria entrò in azione con quello che ne conseguì…
Il mio popolo non ha mai parteggiato per gli anglosassoni ma, di fronte a siffatto scenario in cui era chiarissimo che l’autonomia dell’isola sarebbe stata definitivamente perduta… incominciai a provare una certa pena.
Ad Hastings ho visto molte anime salire al cielo e il corpo di Aroldo orrendamente mutilato.
Ad un certo punto si sparse la notizia tra le fila normanne della morte di Guglielmo.
Ho ancora nelle orecchie la risposta che il duca urlò ai suoi, uscendo dalla mischia:
“Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore!”
Dopo la battaglia, il rantolo dei moribondi.
Al tramonto nessun segno di vita. Solo un alito di vento sorvolava il campo.
Chiusi gli occhi e mi incamminai in direzione Nord-Est.
Dovevo raggiungere la mia gente e riferire quanto visto.
Arrivai in casa di mio padre due giorni dopo. Il ristoro degli elfi è qualcosa di celestiale. Non so dire quanto ho dormito e i cibi deliziosi che ho mangiato.
Soprattutto, non so più dire da quante migliaia di anni son qui perché, dalla vittoria di Guglielmo, detto il Conquistatore, ci siamo ritirati e non torneremo più presso gli insediamenti degli uomini.

“Oh, Jons, non puoi immaginare gli orrori che ho visto! Ma perché si deve fare la guerra? E sono anch’io responsabile, per quello che è successo. Oh, Jons, aiutami!”
Jons le asciugava le lacrime con i baci: “Siamo tutti responsabili quando ci sono le guerre, e il male peggiore è che dopo tanti secoli ancora non siamo riusciti a trovare un rimedio. Ma adesso usciamo di qui, torniamo al sole!”

(continua)

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 17, 2014

Il Gufo e la Gattina

The Owl and The Pussy-cat

by  Edward Lear

The Owl and the Pussy-Cat went to sea
In a beautiful pea-green boat: They took some honey, and plenty of money
Wrapped up in a five-pound note. The Owl looked up to the stars above,
And sang to a small guitar, ”O lovely Pussy, O Pussy, my love,
What a beautiful Pussy you are,
You are,
You are!
What a beautiful Pussy you are!”

Pussy said to the Owl, “You elegant fowl,
How charmingly sweet you sing! Oh! let us be married; too long we have tarried:
But what shall we do for a ring?” They sailed away, for a year and a day,
To the land where the bong-tree grows; And there in a wood a Piggy-wig stood,
With a ring at the end of his nose,
His nose,
His nose,
With a ring at the end of his nose.

“Dear Pig, are you willing to sell for one shilling
Your ring?” Said the Piggy, “I will. ”So they took it away, and were married next day
By the Turkey who lives on the hill.
They dined on mince and slices of quince,
Which they ate with a runcible spoon; And hand in hand, on the edge of the sand,
They danced by the light of the moon,
The moon,
The moon,
They danced by the light of the moon.

 

Il Gufo e la Gattina

di Edward Lear

Il Gufo e la Gattina andarono al mare
In una splendida barca verde pisello,
Portarono del miele e tanti soldi,
Avvolti in una banconota da cinque.
Il Gufo guardò in alto le stelle,
E cantò con una chitarrina,
“O piccola Pussy! O Pussy amore mio,
Come sei bella, Pussy!,
E’ vero,
E’ vero,
Come sei bella, Pussy!”

La Gattina disse al Gufo, “Tu Gufo elegante!
Canti in modo grazioso e dolce!
Sposiamoci! Troppo tempo abbiamo aspettato:
Cosa useremo come anello?”
Navigarono lontano, per un anno e un giorno,
Verso la terra dove cresce l’albero bongo
E lì nel bosco c’era un porcello
Con un anello sulla punta del naso,
Sul suo naso,
Sul suo naso,
Con un anello sulla punta del naso.

“Caro porcello, vuoi vendere il tuo anello
Per un soldino?” Il porcello rispose, “Si.”
Così lo presero, e si sposarono il giorno seguente
Dal Tacchino che abitava in collina.
Pranzarono con un passato di fette di cotogna,
Che mangiarono con un forchettone;
E mano nella mano, sul bordo della spiaggia,
Ballarono al chiaro di luna,
Sì la luna!
La luna!
Ballarono al chiaro di luna.

Pubblicato da: scudieroJons | agosto 16, 2014

Troppi cercatori di funghi

orso

Troppi sprovveduti in giro per le montagne: vanno ridotti.

In Italia ogni anno migliaia di persone devono ricorrere al pronto soccorso per sintomi di avvelenamento, dopo aver mangiato funghi amorevolmente raccolti con le loro manine.

Per fortuna non tutti muoiono, ma il numero dei decessi è infinitamente superiore al numero delle persone che muoiono sbranate da un orso.

Perciò non si devono abbattere gli animali selvatici, si deve proibire la raccolta di funghi alle persone incompetenti.

Inoltre, ai pochi cercatori di funghi ammessi bisognerebbe vietare di indossare indumenti di materiale sintetico, come nylon, kevlar, perché queste sostanze, se ingerite, possono procurare gravi danni all’apparato digerente degli orsi.

Ai primi 50 fungiatt che ne faranno richiesta spediremo una ricetta speciale per cucinare l’amanita falloide.

amanita

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