Pubblicato da: scudieroJons | settembre 23, 2014

Esercizi di stile

Un ignoto disegnatore ha immaginato che 10 tra i più famosi disegnatori di fumetti si esercitassero a disegnare alla loro maniera i personaggi creati dagli altri artisti.  A fianco dei personaggi originali ci sono 9 diverse interpretazioni. Ne è nata una tavola sorprendente ed enigmatica.

Quello che segue è solo un estratto, limitato a 6 autori, della tavola completa.  La griglia è compilata solo in minima parte, con alcuni personaggi messi a titolo di esempio. Immedesimandoci in ciascun artista e tenendo presente il suo stile, proviamo a inserire  i rimanenti personaggi al posto giusto nella griglia.

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La tavola completa sarà pubblicata tra 15 giorni.

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 19, 2014

Se l’arcivescovo di Canterbury…

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L’arcivescovo di Canterbury, rispondendo alla domanda di uno dei fedeli presenti a una cerimonia religiosa, ha ammesso che anche lui, di tanto in tanto, viene assalito dai dubbi sull’esistenza di Dio. Come i vari commentatori ricordano, sono molti i personaggi illustri che durante la loro vita hanno avuto gli stessi dubbi, ma poi si sono rinsaldati nella fede. E’ un sistema efficace e anche poco costoso per  dire alla gente: “Non vi preoccupate se ogni tanto la vostra insopprimibile particella di ragione (o di buon senso) vi ricorda quello che tutti sanno: ci siamo passati tutti. Aspettate e vedrete che prima o poi vi passerà”. Se Justin Welby andasse a vedere cosa succede a Napoli a scadenza fissa,

http://video.repubblica.it/edizione/napoli/si-rinnova-il-miracolo-di-san-gennaro/177695/176431

tra mondanità, superstizione e trucchi da baraccone, i suoi dubbi diventerebbero certezze, perché se Dio esistesse avrebbe già strafulminati tutti quelli che fanno queste cose in Suo nome.
E se un giorno finalmente l’arcivescovo di Canterbury si convincesse che veramente Dio non esiste e si disarcivescanterburizzasse, vi disarcivescanterburizzereste anche voi?

AGGIORNAMENTO del 20/9/14.

Per fortuna a Napoli c’è anche qualcuno che non crede al miracolo, e lo dice.

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 18, 2014

Prove di meritocrazia

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La professoressa Agnese, la più ascoltata consigliera del premier Matteorenzi in materia di insegnamento è anche la più entusiasta sostenitrice del Patto Educativo annunciato dal governo. La prof ci vuole dare una dimostrazione di come si può organizzare una scuola su basi meritocratiche, e ha iniziato una sperimentazione in corpore vili. Dovendo restare lontana da casa per molti giorni ha inserito in alcuni cassetti di una cassettiera alcune manciate di croccantini che occorrono per il sostentamento del first dog, il quale, se vuole mangiare la sua merenda, (lo dice la parola stessa) deve meritarsela, dimostrando di avere studiato. Ogni giorno Hashtag, così si chiama il cane, può aprire un solo cassetto, quello che risponde al numero indicato in forma di quesito nelle istruzioni. Se apre il cassetto giusto può mangiare i croccantini; se tenta di aprire il cassetto sbagliato ottiene solo il blocco di tutti i cassetti per 24 ore.

ISTRUZIONI:
1° g. Il numero di libri del Pentateuco.
2° g. Il numero atomico dell’elemento che ha come simbolo Cu.
3° g. Il numero di arti posseduti dall’ Argyroneta aquatica.
4° g. Il numero del canto dell’Inferno in cui Dante e Virgilio dialogano con Ulisse.
5° g. Il numero che nella smorfia napoletana rappresenta il monaco.
6° g. Il numero delle corde di un’arpa da concerto a pedali.
7° g. Il numero degli uomini nella canzone cantata dal cuoco dell’Hispaniola.

Riuscirà il piccolo Hashtag a guadagnarsi la merenda quotidiana?

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 16, 2014

Legata a uno scoglio

Andromeda era figlia di Cefeo e di Cassiopea, sovrani d’Etiopia. Sua madre si vantò un giorno di essere più bella delle Nereidi, un gruppo di ninfe marine particolarmente seducenti. Queste, offese, chiesero a Poseidone, il dio del mare, di punire Cassiopea per la sua superbia. Poseidone mandò un terribile mostro a devastare il regno di Cefeo. Quando il re si rivolse all’Oracolo di Ammone per ottenere un rimedio, gli fu detto che per placare il mostro doveva sacrificare sua figlia, la vergine Andromeda.

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L’innocente fanciulla fu incatenata a una costa rocciosa per espiare le colpe della madre, che dalla riva guardava in preda al rimorso.


Perseo, che stava tornando in patria dopo aver ucciso Medusa, vide la drammatica scena e intervenne. L’eroe uccise il mostro, liberò Andromeda e la sposò.

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Pubblicato da: scudieroJons | settembre 15, 2014

Un’eroina sfortunata

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Imelda de’ Lambertazzi è la protagonista di un melodramma di Gaetano Donizetti che narra la vicenda, molto simile a quella di Giulietta e Romeo, di due giovani bolognesi. I Lambertazzi, ghibellini, sono nemici dei guelfi Gieremei, al cui casato appartiene Bonifacio, il giovane innamorato e riamato da Imelda.

Infatti lo dice apertamente: Il mio cuore è d’Imelda.

Bonifacio si spinge fino a chiedere in sposa Imelda, per mettere fine alla faida tra le due famiglie, ma la reazione dei Lambertazzi è rabbiosa. Un fratello di Imelda le porta la falsa notizia della morte di Bonifacio per saggiarne la reazione. Imelda è sconvolta. Avendo avuta la conferma che essa è innamorata del nemico giura che lo ucciderà col suo pugnale. Durante un convegno tra i due giovani che progettano di fuggire insieme irrompe Lamberto che ferisce Bonifacio con un pugnale avvelenato. Imelda cerca disperatamente di salvare il suo amato succhiando il veleno dalla ferita, e anch’essa muore.

-

IMELDA:
Amarti, e nel martoro
fido serbarti il cor
è il barbaro ristoro,
che a me concede amor!
Pensando al tuo periglio,
palpita l’alma, e freme!
Mancar di vita insieme
dal cielo imploro ognor!
Ma il ciel non ode
i miei lamenti…
Ma il fato gode
de’ miei tormenti…
Del fato io provo
la crudeltà!
Qual cor sensibile
a tanto affanno
pietosa lagrima
niegar potrà?

-

IMELDA:
(fra i singulti di morte)
Padre!… son… rea… lo vedo!
Ma son tua figlia ancora!…
Almen… nell’ultim’ora…
non… mi… scacciar da te!…
(Muore).

LAMBERTO:
Al suo destin soccomba!
[Che bel fratello d'Imelda!]

TUTTI:
Qual gelo al cor mi piomba! Oh notte di terror!

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 10, 2014

Autostrade sulla scacchiera

All’inizio di una partita di scacchi le forze in campo sono in perfetta parità e sono anche disposte in modo simmetrico; perciò l’unico modo per vincere, dando scacco matto o catturando i pezzi dell’avversario, è rompere la simmetria e concentrare le proprie forze su un punto, per costituire una maggioranza locale. Per raggiungere questo obbiettivo è necessario servirsi delle vie di comunicazione che si vengono a creare sulla scacchiera, che sono le colonne, cioè le file verticali, le traverse, quelle orizzontali, e le diagonali.

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Quando un giocatore decide di aprire una via di comunicazione per i propri pezzi,  si deve trasformare in un capo della lobby del cemento e dell’asfalto, sollecitando con tutti i mezzi la realizzazione delle opere. Quando invece è l’avversario a cercare strade per i propri pezzi ci si deve trasformare in uno di quei sindaci movimentisti ed ecologisti che difendono a spada tratta ogni zolla di terreno agricolo del loro comune, ritardando il più possibile con mille cavilli l’inizio dei lavori.

Nella partita che segue si può vedere come il bianco, dopo aver tentato invano di catturare un pedone sul lato sinistro, e dopo essere stato respinto, può velocemente attaccare sul lato destro usando la colonna e la diagonale libere per prendere possesso della settima traversa. E’ sempre abbastanza difficile spiegarsi perché un giocatore che un momento prima ha diligentemente rintuzzato un attacco in un settore della scacchiera, poco dopo dimostra una assoluta cecità per quello che si sta preparando sull’altro lato. Una spiegazione potrebbe essere questa: quando un pezzo avversario avanza siamo sempre più attenti a quelle che potranno essere le sue prossime mosse e più motivati a predisporre le contromisure. Invece quando un pezzo che stava attaccando si ritira è facile cadere preda dell’idea sbagliata che sia diventato inoffensivo almeno per un po’ di tempo. I problemi sorgono quando la ritirata è in realtà un diverso posizionamento. Il cavaliere che fugge scagliando frecce all’indietro: la micidiale arma dei Parti.

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 7, 2014

La Rosa degli emigranti

di Generoso d’Agnese

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Maria Rosaria Liberti, in arte Ria Rosa, proclamata Cantante degli Emigranti, antagonista di Gilda Mignonette, nonché ironica e divertente Nonna delle Femministe, straordinaria interprete della canzone napoletana approdò nel 1915 (a soli 16 anni) nel mondo dello spettacolo. Dapprima come sciantosa alla Sala Umberto di Napoli (prestigioso Cafè Chantant dove si esibirono le dive più famose come A. Fougez, la Bella Otero, etc), e poi date le sue capacità interpretative (voce scura e teatrale), per le più celebri Piedigrotte, contesa dagli impresari teatrali.

Nel 1922 sbarca a New York con la compagnia di Nicola Maldacea; qui, dato il successo, fonda una sua Compagnia dedicandosi anche alla rappresentazione di particolarissime sceneggiate, quali E’ Pentite, storia e sorte delle ragazze madri napoletane. Ria Rosa suscita scalpore anche per altre sue esibizioni; non si risparmia il travestimento da Guappo per cantare canzoni al maschile come Guapparia, né ha timore di sfidare le autorità americane nel 1927, denunciando con Mamma Sfortunata (primo titolo ” ‘A Seggia Elettrica”) l’errore giudiziario per la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, subendo minacce e rischiando l’espulsione dagli States.

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La sua vita fu un continuo viaggio Napoli-New York, dove si stabilì definitivamente nel 1937, anno in cui tornò per l’ultima volta in Italia in occasione della morte del grande compositore suo amico E. Tagliaferri, per il quale cantò per l’ultima volta in pubblico Chitarra Nera a lei dedicata e lasciata incompiuta. Ria Rosa torna così a New York, lascia le scene da quel fatidico 1937, e muore in America nel 1988…
Cara, splendida Ria Rosa, piccola-grande donna degli anni Venti che scegliesti a soli quindici anni di tuffarti nel mondo dello spettacolo, esibendoti come sciantosa nella mitica Sala Umberto di Napoli, come dire il meglio dei Café-chantant di quel tempo. Un escamotage, invero, per farti conoscere, per fare apprezzare a quegli inamidati signori e lustrate signore, il timbro forte della tua voce scura e teatrale. E che non tardasti a mandarli a quel paese per imbarcarti su una nave alla volta della Grande Mela di New York. Alé Ria, l’America è tua.

Era il 1922 e tu avevi 23 anni allora e avevi maturato a tue spese cosa voleva dire far carriera in un mondo maschilista, dove ti si chiedeva sempre quella tua cosa lì, accettando o rifiutando o ammiccando a tuo piacimento, ma sempre uscendone a testa alta, come una regina. Ricominciasti a cantare canzoni tue e del repertorio napoletano. Prima accanto a Nicola Maldacea e poi in una compagnia da te formata, esibendoti in particolarissime sceneggiate come ” ‘E pentite”, sulle ragazze-madri napoletane. Tante altre volte ritornasti nella tua Napoli, ma non ti piaceva il clima di regime che regnava nel paese e non volevi competere con le più accomodanti Lina Cavalieri, Anna Fougez e Maria Campi. Per non parlare di Gilda Mignonette che non rifiutava, al contrario di quanto facesti tu, di affogarsi fra lo champagne offerto dalle camicie nere.

Tornavi a New York e ti esibivi, travestendoti da maschio e lobbia in testa, in canzoni come “Guappo”, “O zappatore”, “Guapparia” e sfidavi pure le autorità americane denunciando con “Mamma sfortunata”, ma il primo titolo che gli desti era ” ‘A seggia elettrica”, l’errore giudiziario per la condanna a morte di Sacco e Vanzetti. E per questa tua canzone rischiasti pure d’essere espulsa dagli States, per non dire delle gravi minacce che subisti temendo pure per la tua incolumità personale.
Tornasti l’ultima volta in Italia quando morì il tuo fraterno amico e maestro Ernesto Tagliaferri, cantando la sua bellissima “Chitarra nera”, e non volesti più rivedere questa terra del sole e del mare, stabilendoti definitivamente a New York dove anche tu scomparisti nel 1988.

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Di te si dissero tante cose e tante altre che non si sanno ancora. Che fosti una donna tutta pepe e che anticipasti il movimento femminista, inneggiando alla tua libertà di donna forte e volitiva e dell’essere pari e uguale all’uomo. Lo scrivesti chiaramente nelle tue canzoni lì dove cantavi che la donna d’oggi, è inutile negarlo, non è più la vile ancella, abolisce in pieno la gonnella, e sta gonnella ‘a metto ‘ncuollo a te… comme è bella ‘a libertà. Oppure in quell’altra canzone che faceva: Quando l’uomo passeggia lo senti desclamar – oh quant’è bbona chella, che carnalità – a noi non è permesso, neh scusate, ma perché? Fosti spregiudicata e protofemminista rinfacciando all’uomo la sua imbecillità gridandogli in viso: Stupido, stupido, non sei per niente scaltro, il mio cuore lo tiene un altro e le mie foto le tieni tu.

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 6, 2014

Per chi ha fretta

La storia del mondo degli scacchi in 3 minuti.

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 3, 2014

La belle voyageuse – 7

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Carmelina la salvatrice

Lo screzio che stava per nascere tra la maestra Carmelina Scannapieco e Jean fu spazzato via in un attimo dall’apparizione in sala di un gruppo di camerieri che spingevano il carrello di portata. Il carrello era costruito a forma di cigno e nel vano che si formava tra le ali ripiegate trovavano posto le pietanze, tutte le diverse qualità di frutti di mare che già deliziavano la vista e l’olfatto dei numerosi clienti. Contemporaneamente una musica potente e ritmata e un canto melodioso venivano diffusi da invisibili altoparlanti.


“Che bella musica! – esclamò Carmelina – Tu la conosci, Jons?”
“Sì. – rispose Jons dopo un attimo di riflessione – Questo è il coro dello sposalizio. E’ nel terzo atto del Lohengrin di Wagner. Si vede che il proprietario è un appassionato dell’opera. Hai notato che su quella parete c’è un arazzo che raffigura l’arrivo dell’eroe, in una navicella trainata da un cigno?”
“Sì, l’avevo visto. So che è Lohengrin. Questo particolare lo conosco, però non conosco la storia.”
“E’ la storia di una giovane, Elsa, figlia del defunto duca di Brabante. Il giorno in cui si deve affrontare la questione della successione, un nobile del posto, Federico di Telramondo, in presenza del re Heinrich e dei nobili, accusa Elsa di aver fatto annegare il fratello minore Goffredo nello stagno del bosco per poter succedere al suo posto al titolo di duca.”
“Lo ha fatto veramente?”
“Ancora non si sa con certezza. A Federico l’ha riferito Ortruda, la sua ambiziosa moglie. Lei sa che se Elsa viene riconosciuta colpevole si spiana per Federico la strada per la successione.”
“E ti pareva che non davano la colpa a una donna? Quelli che hanno inventato questa storia sono tutti uomini?”
” Presumo di sì. – rispose Jean prima di ingurgitare destramente un’ostrica – E purtroppo le cose si mettono male per Elsa, perché Federico è considerato un uomo valoroso e degno di fede, e nessuno osa prendere le difese della giovane. Non devi masticare l’ostrica, la devi ingoiare con un gesto rapido. Guarda come faccio io!”
“Aspetta un momento, lascia stare le ostriche. Voglio sapere come va a finire questa faccenda.”
“Il re Heinrich dichiara che il caso sarà sottoposto al giudizio di Dio, con un duello. Siccome Elsa è una donna ha diritto di scegliersi un campione che combatta al suo posto contro Federico. Dio darà la vittoria a chi sostiene la verità. Almeno così si credeva a quei tempi.”
“Che schifezza di tempi! Ma anche adesso però chi ha santi in paradiso ha sempre ragione.”
“Elsa non ha un campione da proporre, ma promette che a chi si farà avanti per difenderla darà la sua corona, i suoi averi e se stessa in sposa. Vengono fatte squillare le trombe verso ogni direzione e gli araldi del re annunciano il bando, ma non si presenta nessuno. Mentre Federico già pretende di avere la vittoria, il re concede a Elsa un bando supplementare e lei si inginocchia e prega. All’improvviso, sul fiume, in lontananza, appare un vascello e quando è più vicino si può vedere che è una barchetta trainata da un cigno per mezzo di una catena d’oro. Ritto in piedi sulla navicella, appoggiato al suo scudo, c’è un guerriero, alto, biondo, bello, come nemmeno con l’eterologa se ne fanno, rivestito da un’armatura d’argento. Questo eroe sconosciuto dice che è venuto per prendere le difese di Elsa, se lei lo convincerà della sua innocenza. Buone le cozze! Assaggia, e poi mi dirai se ho ragione.”
“Non posso mangiare se non so prima se è stata evitata un’ingiustizia. Smetti di mangiare e racconta!”
“Elsa con la sua mitezza e la sua bontà persuade l’eroe della sua innocenza e i due mentre discorrono già si innamorano.

Parla, dunque, Elsa di Brabante:…
Se sono scelto per tuo campione,
vuoi tu senza alcun timore ed orrore
affidarti alla mia protezione?

Mio Eroe, mio salvatore! Portami via!
A te intera io mi dono, quale io mi sia!

Se in campo io vinco per te,
vuoi che io sia il tuo consorte?

Come io giaccio ai tuoi piedi,
così corpo ed anima dono in tua balía.

Elsa, se io dovrò essere tuo sposo
e terra e popolo governare per te,
e niente mai da te dovrà strapparmi,
una cosa sola tu dovrai giurarmi:…
Mai non dovrai domandarmi,
né ti struggerai di sapere,
da qual regione sia venuto,
né quale sia il mio nome e la mia stirpe!

Mai, o Signore, mai m’uscirà la domanda!

Elsa! M’hai tu ben compreso?
Mai non dovrai domandarmi,
né ti struggerai di sapere,
da qual regione io sia venuto,
né quale sia il mio nome e la mia stirpe!

Mio difensore! Mio angelo! Mio salvatore,
che fermamente credi alla mia innocenza!
Quale colpa nel dubitare potrebbe mai darsi maggiore,
di quella che mi impedisse d’aver fede in te?
Come tu mi proteggi nel mio periglio,
così fedelmente il tuo comandamento io osserverò!

Elsa, io t’amo!
Ed ora udite! A voi, popolo e nobili, io rendo manifesto:
monda d’ogni colpa è Elsa di Brabante.
Che falsa è la tua accusa, o conte di Telramondo,
per mezzo del giudizio di Dio, ti sarà reso manifesto!

Le cose si sono messe male per Federico, e molti lo sconsigliano di fare il duello, perché un essere così prodigioso non potrà essere battuto, ma Federico è un prode e non vuole passare per vigliacco e conferma la sua volontà di duellare.”
“Sì, però, quest’eroe sta diventando un po’ scocciante con la storia del nome segreto. Scusa, se una si deve sposare, perché non deve sapere il nome del marito?”
“Ma sono sono cose che succedevano una volta, nelle favole. Nella realtà non succede così.”
“Ma a me mi secca lo stesso. E allora lo fanno questo duello?”
“Sì, lo fanno. L’eroe sconosciuto vince, e Federico, l’accusatore sconfitto, viene bandito dal paese.”
“Che bellezza! Sono contenta! Adesso posso mangiarmi tutte queste belle ostriche e cozze!”
“Ma non è ancora finita! Ortruda non è una che si arrende facilmente. Lei ha capito che se l’eroe viene convinto da qualcuno a rivelare il suo nome, nello stesso momento perde i suoi poteri. E chi meglio di Elsa potrebbe portare a termine questa missione? Così con la sua malizia insinua nella giovane il dubbio che l’eroe non sia degno del suo rango, che sia un ingannatore. E non solo questo. Mentre stanno per andare in chiesa, Federico accusa l’eroe sconosciuto di essere un mago e di aver vinto il duello con arti malefiche. Ma l’eroe respinge con forza questa accusa, e viene creduto dal popolo.
Viene il momento dello sposalizio, con quel coro che abbiamo ascoltato prima, poi i due sposi vengono lasciati soli nella loro camera. Elsa dovrebbe essere felice, adesso ha tutto: un uomo che l’ama, il potere, la ricchezza, ma lei ha il timore che da un momento all’altro possa tornare il cigno a portargli via il marito. E poi c’è questa smania di voler sapere il nome e forse il dispetto per non esserci ancora riuscita.”

Ah! di legarti a me,
come avrei io potere?
Il tuo essere è tutto incantamento,
per miracolo tu ne venisti;…
come potrei io qui ricuperare salute,
dove trovare garanzia di te?
Non hai udito nulla? Non senti che alcuno viene?

Elsa!

Ah no!
Eppure là… il cigno… il cigno!
Ei se ne viene nuotando sull’onda del fiume…
tu lo chiami,… egli accosta la navicella…

Elsa! Trattieniti! Calma il tuo delirio!

Niente mi può dar pace,
niente al delirio sottrarmi,
se non che.. n’andasse della mia vita…
il sapere… chi tu sei!

Elsa, che vuoi tu osare?

O uomo fatalmente caro,
odi, quel ch’io ti devo domandare!
Dimmi il tuo nome!

Fermati!

Donde venisti?

Guai a te!

Quale la tua stirpe?

Guai a noi! Che facesti mai?

“Mentre sono impegnati in questa disputa, Federico e quattro sgherri fanno irruzione nella stanza per uccidere l’eroe. Ma questi sguaina la spada e con un solo colpo uccide Federico e agli altri per la paura cadono le armi di mano. Allora l’eroe dice loro di portare l’ucciso davanti al re, dove li raggiungerà.
Alla presenza del re l’eroe denuncia il tentativo di assassinio ai suoi danni e viene assolto dell’omicidio per aver agito per legittima difesa.
Poi accusa Elsa di averlo tradito.

Voi tutti udiste com’ella mi promise,
che mai m’avrebbe domandato chi io fossi?
Oggi ella ha rotto il suo sacro giuramento,
ed il cuore ha prestato ad uno sleale consiglio!
A compensare l’insana domanda del suo dubbio,
non sia più a lungo differita la risposta:
Io la potrei rifiutare all’insistenza nemica,…
ora io debbo manifestare quale sia il mio nome e la mia stirpe…
Ora osservate bene, s’io debba temere la luce del giorno:
davanti a tutti, davanti al Re ed all’Impero,
lealmente io discopro il mio mistero.

In paese lontano, inaccessibile ai vostri passi,
c’è un castello di nome Monsalvato;
un luminoso tempio s’alza colà nel mezzo,
così prezioso, quale niente di simile si conosce in terra.
Ed in esso una coppa di miracolosa virtù,
viene guardata come la più sacra delle reliquie:
essa fu, perché i più puri tra gli uomini ne prendessero cura,
portata in terra da una schiera d’angeli;
ogni anno scende dal cielo una colomba,
per dare nuova forza alla sua miracolosa virtù:
è questo il Gral; e beata purissima fede
per lui si comparte a tutta la sua corte.
Chi dunque è scelto a servire il Gral,
costui Egli munisce d’un sovrumano potere;
contro di lui si perde l’inganno d’ogni malvagio;
quando egli Lo contempla, a lui si dissipa la notte della morte.
Anche colui che dal Gral è in lontano paese inviato,
ed eletto a campione in difesa della virtù,
non viene spogliato della sua santa forza,
finché quale suo cavaliere colà non sia riconosciuto.
Di tale augusta natura infatti è la virtù del Gral,
che, scoperto… ei deve fuggire agli occhi dei profani.
E perciò nessun dubbio dovete nutrire intorno al suo cavaliere;
ma se lo riconoscete… allora se ne deve da voi partire…
Ora udite, com’io ricompenso la vietata domanda!
Dal Gral fui io dunque presso di voi mandato:
Parsifal mio padre ne porta la corona,
e suo cavaliere io sono… chiamato Lohengrin.

“Mentre finisce di parlare ricompare la navicella trainata dal cigno. Lohengrin accarezza il cigno e lo libera della catena. Il cigno affonda nell’acqua, e quando Lohengrin lo tira su non è più un cigno, ma è Goffredo. Il giovane era stato annegato da Ortruda che per l’emozione si tradisce. Goffredo viene acclamato dal suo popolo come erede del duca.
Poi la navicella si allontana portandosi via Lohengrin, mentre Elsa grida disperata: Sposo mio! Sposo mio!”

“Allora sai che ti dico? – annunciò Carmelina alzandosi – Visto che il padrone del ristorante la pensa così, ed è appassionato di questi begli eroi senza umanità, queste cozze se le mangi lui! Andiamo via!” E si avviò verso l’uscita. Nel percorso si trovò davanti il carrello a forma di cigno che i camerieri stavano avvicinando a un tavolo. “E toglietevi di mezzo voi!” E con uno spintone mandò il carrello a sbattere contro il tavolo, tra lo stupore dei clienti e il terrore dei camerieri.
Jean, sorridendo e facendo ampi gesti di rassicurazione pagò il conto e raggiunse la maestra che lo aspettava vicino al camper.
Mentre guidava il camper in direzione di Brest, poiché Carmelina aveva deciso che l’ultimo giorno di vacanza avrebbe voluto svegliarsi guardando il mare di Le Conquet, Jean, vedendo la maestra corrucciata e taciturna, decise di compiere una deviazione, per cercare di rasserenare il resto della serata. Appena prima di Lannion prese a destra in direzione di Perros-Guirec e oltre, verso l’estremità del promontorio.
Alla maestra che aveva notato il cambio di direzione Jean spiegò: “Ti voglio far vedere una scogliera fantastica, visto che c’è una bella luna e tante stelle. Arriveremo col camper fino dove è possibile e poi proseguiremo a piedi e faremo una passeggiata sul sentiero dei doganieri di Ploumanac’h che percorre tutto il perimetro del promontorio.”

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Jean e Carmelina avevano percorso circa un chilometro passeggiando mano nella mano e si fermarono su una piccola terrazza da cui si poteva vedere una larga estensione di costa. Jean sentiva che l’ira di Carmelina andava scomparendo, allora si sedette sul muretto e l’attirò a sé. Lei rispose al bacio, all’inizio con remissività e indolenza, poi lo fece sempre più appassionatamente e infine prese l’iniziativa. Jean stava per dire qualcosa a Carmelina quando delle grida acutissime ruppero il silenzio della costa.
“Hai sentito? – fece Carmelina – Che è stato?”
“Non lo so, sembrano grida di aiuto. Là sugli scogli.”
“Andiamo a vedere! Corriamo!”
La maestra si slanciò di corsa e Jean dovette seguirla per proteggerla da eventuali pericoli. Giunti vicino al luogo da dove provenivano le grida videro una vecchia signora che correva qua è là su un gruppo di bassi scogli, piangendo, incespicando e gridando. “Amandine! Amandine!”
La maestra si avvicinò alla donna, che era una turista inglese, e parlando con lei un po’ in francese e un po’ inglese seppe che la sua cagnolina, mentre saltellava tra gli scogli, forse spaventata da un’ondata più alta, aveva perso l’equilibrio e “Elle est tombée dans la mer!” era caduta in acqua, e adesso non la vedeva più e non sapeva se si era spostata, se era annegata o stava aggrappata a qualche scoglio.
“Ha detto che ha telefonato al centro di soccorso, ma le hanno risposto che hanno tutte le macchine fuori e prima di mezz’ora non arriva nessuno.”
“Speriamo che facciano in tempo a salvarla.”
“Ma che speriamo e speriamo! Dobbiamo trovare la cagnolina adesso, prima che anneghi!”
“Va bene, ci proveremo. Fatti spiegare come è fatta.”
Allora la lady mostrò loro nel suo smartphone una foto che la ritraeva con la sua cagnetta.

puli
“Ma questa è tutta nera! Nell’acqua sembrerà un ammasso di alghe. Come facciamo a vederla?”
“Senti, Jean, glielo dici tu alla lady che a te ti deve chiamare solo il giorno che perde un cammello bianco?”
Jean e la maestra si divisero la scogliera e iniziarono a perlustrare il pelo dell’acqua attorno agli scogli. Da lontano Jean sentiva la maestra che chiamava: “Amandine! Bella! Tesoro! Dove sei?” e provò ad imitarla con voce sommessa.
Dopo un po’ si trovarono a cercare vicini e improvvisamente Carmelina esclamò: “Zitto! Non ti sembra di sentire un ansimare? Un respiro affannoso?”
“Sì, lo sento. Pensavo che fossi tu…”
“E’ qui sotto, sono sicura, la sento. Prova a vedere se c’è, e se si può prendere.”
Jean si distese sullo scoglio e allungò il braccio verso l’acqua e subito venne a contatto con le zampe anteriori del cane che si agitavano freneticamente per cercare di aggrapparsi allo scoglio. Si sentiva il suo respiro e i suoi fievoli guaiti.
“Di qua non si può prendere. Devo andare di sotto e sollevarla. Quando è abbastanza alta la prendi per le zampe e la tiri su.”
“Sì, ma stai attento!”
Jean si fece scivolare nell’acqua e si trovò immerso fino alla cintola. Davanti a lui la puli nera annaspava con rinnovato vigore sullo scoglio viscido. Jean l’afferrò per le zampe posteriori e la sollevò all’altezza del petto. Continuò a spingerla fino a quando Carmelina non l’ebbe afferrata per le zampe anteriori e la trascinò in salvo.
Ritornato sulla scogliera da una strada meno impervia Jean trovò che le due donne stavano prestando le prime cure alla cagnolina, che per la stanchezza non riusciva a stare in piedi. Carmelina la prese in braccio, rifiutando l’aiuto di Jean, (Tu non sai come si fa!) e tutti e tre si incamminarono verso la casa della vecchia signora che distava solo un centinaio di metri.
La cagnolina fu avvolta in un plaid e ricoperta di coccole dalle due donne, e si vide subito che a parte la stanchezza non aveva subito danni. A un certo punto iniziò uno strano balletto tra la lady che insisteva per ricompensare Carmelina per l’aiuto datole e Carmelina che si ritraeva e si rifiutava di prendere l’anello, un magnifico smeraldo, che la lady si era sfilata dal dito per darlo alla maestra. La maestra abbracciò e baciò in fretta la vecchia signora e scappò fuori, e ancora una volta Jean dovette inseguirla. Fatti pochi metri si fermò e disse a Carmelina: “Bisogna dire alla signora di avvisare i soccorritori, se no quelli vanno sulla scogliera e si mettono a cercare e si allarmano non vedendo nessuno.” Tornò sui suoi passi e dopo poco era di nuovo sulla strada con Carmelina, avviati verso il camper.
“Adesso però guido io!”  Disse la maestra, e Jean fu lieto di accontentarla. Era contento soprattutto perché l’umore di Carmelina era alle stelle e si notava che si divertiva a guidare.
Era ormai notte fonda quando arrivarono a Le Conquet, ma la maestra volle ugualmente arrivare fino al punto più alto del promontorio. Manovrò nel piccolo spiazzo fino a mettere il camper con la finestratura laterale verso il golfo, poi spense il motore, azionò il freno di stazionamento e andò a mettere i cunei sotto le ruote.
Poi si chiuse nella doccia, mentre Jean sistemava il vano del camper in versione notturna, così che quando Carmelina uscì dalla doccia, avvolta in un grande asciugamano, trovò il letto pronto e vi s’infilò immediatamente. Anche Jean fece la doccia e quando ne uscì si sdraiò accanto alla maestra che già dormiva. I loro sogni si unirono passando attraverso il cuscino che condividevano.
La mattina dopo fu Jean a svegliarsi per primo e a preparare il caffè. Fu grande la sua sorpresa quando Carmelina saltò fuori dal letto completamente nuda e andò a spalancare la finestra del camper.  Lanciando grida di gioia ammirava il golfo illuminato dal sole, le case dai tetti luccicanti, le colline verdeggianti e il mare ricoperto da riccioli di spuma. Poi Jean e Carmelina fecero l’amore e rimasero a letto gran parte della mattinata. Quando fu il momento di rivestirsi Jean indossò la sua divisa con lo stemma dell’albergo, e la maestra capì che si stava avvicinando l’ora della partenza.
Il viaggio in camper, senza soste, portò la maestra e Jean alla Gare de Lyon appena pochi minuti prima dell’ora di partenza del TGV per l’Italia. Jean aiutò la maestra a caricare il bagaglio e i due si guardarono per un lungo attimo, e sembrò quasi che Jean si muovesse per salire sul treno. Ma accanto a lui comparve l’austera figura di monsieur Ethelred Malavisé, il direttore dell’albergo, che gli mise una mano sulla spalla. Nello stesso momento le porte del treno si chiusero.
All’arrivo, mentre trascinava allegramente la sua valigia lungo il marciapiedi, Carmelina vide da lontano Jons. Era identico a Jean, e per questo lei aveva quasi creduto che fossero la stessa persona, ma una giacca e una cravatta come quelle che indossava Jons erano impensabili addosso a Jean.
“Com’è andato il viaggio? –  chiese Jons, mentre andavano alla macchina – Hai visto cose belle? Hai conosciuto persone interessanti?”
“Sissì, – rispose laconica Carmelina – belle e interessanti, sissì.”
“Ah, prima che mi dimentichi: poco prima che uscissi per venire qui, hanno consegnato questo per te.”
Tolse dalla tasca un pacchetto e lo diede a Carmelina. Lei lo aprì subito e ne tirò fuori un anello d’oro con smeraldo.
“Ma… è impossibile… questo è identico… no, non può essere lo stesso anello. Non c’è scritto chi lo manda. Però c’è scritto a chi è destinato: Carmelina Scannapieco. Non ti hanno detto chi lo ha mandato?”
“No, non mi hanno detto niente. Sarà stato un misterioso ammiratore. Ma perché, tu questo anello lo avevi già visto?”
“Sì, l’ho già visto, e per questo ti dico che mi sembra impossibile. Senti, Jons, tu che sai spiegare sempre tutto, mi devi spiegare come è possibile che succeda una cosa del genere.”
Jons rispose senza parlare. Con la mano fece un gesto in aria, che poteva significare: “E’ una magia!” oppure: “Hanno inventato l’aereo.”

FINE

Pubblicato da: scudieroJons | settembre 1, 2014

Sette strade intersecate

Gli abitatori dei mondi fantastici hanno un problema: anche se partono da portali diversi devono passare tutti attraverso lo stesso bosco incantato.  Ma per loro il solo pensiero di dover transitare su una delle sette strade strettamente intersecantisi è troppo stressante. Bisognerebbe aiutarli.

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