Pubblicato da: scudieroJons | luglio 25, 2014

Eme-renziana

renziana

Fino a pochi mesi fa Emerenziana era una ragazza normale, come tante, piena di gioia di vivere, gelosa della sua indipendenza di pensiero e perfino leggermente contestatrice rispetto al partito. Un giorno ha scoperto con orrore che il pollice della sua mano era opponibile. Questa scoperta l’ha gettata in un abisso di terrore. “Povera me! – parlava tra sé e sé camminando per strada – quando Matteorenzi lo verrà a sapere twitterà al mondo che il mio pollice è uno di questi gattopardi che fanno opposizione. Dirà che è un gufo, un rosicone, e che mette i sassi sul binario delle riforme. Sarò additata al pubblico ludibrio. Povera me! Cosa devo fare? Cosa devo fare?” Un passante che aveva sentito il suo lamento le si avvicinò e le sussurrò qualcosa all’orecchio. Allora Emerenziana si fece fare la riforma della mano. Via il pollice opponibile, e adesso ha due indici, che le sono utilissimi, ed ha anche cambiato nome: si fa chiamare Renziana.

 

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 24, 2014

Laconica

ajdaracecic

Ajda è una ragazza di poche parole. Per la precisione, ne sa dire solo due: “scacco!” e “scacco matto!” Ma le dice in modo così incantevole che ogni volta sembra di sentire il frastuono del proprio cuore che rotola sulla scacchiera assieme al re abbattuto. Nel suo volto angelico le emozioni, come nuvole agitate dal vento in un cielo primaverile, disegnano una gamma infinita di espressioni che durano solo frazioni di attimo.  Basta il lampo fugace del suo sorriso per intravedere quella che sarà la sua radiosa espressione di felicità quando non è concentrata sugli scacchi.

 

ajda2

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 22, 2014

La belle voyageuse – 1

volvo

Un camper per Carmelina
Alle ore 09.30 il TGV si fermò nella Gare de Lyon; le sue porte si aprirono e ne discese la maestra Carmelina Scannapieco. Nonostante le molte ore di viaggio si sentiva riposata e soddisfatta di essere a Parigi. Aveva tutte le intenzioni di gustare fino in fondo la vacanza che si era concessa dopo molti anni per rivedere la Normandia e la Bretagna. Era anche particolarmente contenta del taglio della sua nuova camicetta a fiori che metteva in risalto il suo seno prosperoso senza farlo apparire eccessivo, e dell’effetto dei suoi amati pantaloni in jeans elasticizzato che fasciavano morbidamente le sue curve dimostrando al mondo intero che non c’erano chili di troppo.
Camminava con passo spedito su un paio di morbidi sandali dal tacco alto, e trascinava allegramente il voluminoso bagaglio; di tanto in tanto scuoteva la massa dei neri capelli per farli accarezzare dalla leggera brezza parigina.
Giunta al parcheggio dei taxi dove sapeva che avrebbe trovato la macchina inviatale dall’hotel, la sua sorpresa fu enorme.
“Jons! Che ci fai qua?”
In effetti a fianco di un camper con l’insegna leonina dell’Hotel le Conquérant c’era Jons, o almeno un tizio che gli assomigliava moltissimo. Vestiva l’uniforme nera con alamari dorati e con lo stemma dell’albergo, con camicia bianca e cravatta nera. Portava il berretto rigido con visiera e i guanti bianchi.
“Pardon, Madame, je n’ai pas compris” disse il tizio, e siccome Carmelina per la sorpresa non riusciva a dire niente, continuò “Je suis le chauffeur-guide de l’hotel et j’apporte cette lettre pour Madame Scannapieco. S’il vous plaît, êtes-vous?”
“Oui” rispose Carmelina con un filo di voce. Prese la busta e l’aprì. La lettera, su carta intestata dell’hotel, era del direttore, monsieur Ethelred Malavisé, che si rammaricava di essere immobilizzato nel suo letto di dolore e di non poter ricevere adeguatamente la sua cara amica Carmelina. La informava che l’hotel era inagibile per un cedimento delle strutture più antiche e che tutti i clienti erano stati smistati negli altri alberghi della città di Caen. Purtroppo non c’erano più posti disponibili e pregava Carmelina di prendere alloggio in un’altra città, a sua scelta. Jean Le Normand, l’autista che le aveva inviato, avrebbe provveduto a saldare il conto con il nuovo albergo. E i maggiori costi sarebbero stati tutti a carico dell’hotel le Conquérant che era coperto da apposita assicurazione. La pregava di accettare le sue scuse e aggiungeva che in caso di sua insoddisfazione per il cambio di programma lo stesso autista era autorizzato a rimborsarle l’anticipo che aveva pagato all’atto della prenotazione e a farle il biglietto per il ritorno in Italia.
“Non ci penso nemmeno!” disse tra sé la maestra, che intanto andava riavendosi dalla sorpresa. Poi rivolgendosi all’autista “Senti, Jons, ma che è successo?”
“Mi chiamo Jean, Madame. – rispose il similJons – Come voi ben sapete l’hotel è costituito da due parti: la prima è l’antica casa normanna in cui soggiornò Guglielmo il Bastardo, quello che poi divenne il Conquistatore. Attaccata a quella vecchia ala c’è la nuova, ampia e moderna, che è stata costruita dopo la GMII. Nella vecchia ala, rimasta intatta nei secoli, c’è ancora la camera con il letto a baldacchino dove Guglielmo amoreggiava con le sue amanti. I turisti si prenotano con anni di anticipo per passare una notte in quella camera. Ebbene, la notte scorsa è accaduta una tremenda disgrazia: una delle grandi travi che sostengono il pavimento della stanza ha ceduto e il letto è crollato sul piano di sotto”.
“Eccerto! – commentò Carmelina – dai e dai anche i bastardi alla fine crollano”. E intanto osservava attentamente il suo interlocutore. Era identico a Jons, salvo che aveva la barba più lunga e i capelli più corti, e qua e là si vedevano riflessi ramati. Siccome l’uomo aveva i guanti bianchi non poteva vederne le mani, dalle quali avrebbe forse potuto capire se era Jons.
“Monsieur Malavisé che era nel suo ufficio per la contabilità è stato investito dal crollo ed ora ha una gamba fratturata – continuava Jean – Si rammarica di non essere potuto venire ad accoglierla personalmente e ha avuto la bontà di affidare a me questo gradevole incarico. Se deciderà di accettare l’offerta del direttore accompagnerò Madame a prendere alloggio nella città che preferisce e ogni giorno verrò a prenderla per condurla a compiere la visita delle località che sono elencate nel programma. Oggi la limousine era indisponibile e sono venuto con il camper, ma da domani avremo una vettura adeguata. Per tutta la durata del soggiorno sarò a vostra completa disposizione.”
“Senti, Jons…”
“Jean, Madame, s’il vous plait. Je m’appelle Jean”.
“Sentimi bene Jons, se tu devi essere a mia completa disposizione ti chiamo come voglio io. Adesso andiamo in qualche posto dove si mangia, che ho un poco di appetito. E appena puoi fai sparire quella divisa e vestiti in modo meno formale”
“Oui Madame, – rispose Jean caricando la valigia sul camper – come Madame desidera”.
Mentre Jean guidava, Carmelina, seduta sul sedile a fianco, sfoderò la sua voce più seducente per cominciare a risolvere  quel mistero.
“Sai che parli bene l’italiano, per essere un francese?”
“Non, Madame! Je suis normand, fier et conquérant. Sono stato un mese in Italia e sono imparato a parlare”.
“E ho imparato a parlare!”
“Vous aussi, Madame? Anche voi?”
Dentro di sè la maestra Scannapieco era furente: aveva la certezza quasi assoluta che quello fosse Jons. Lo stesso Jons diceva sempre che lui era normanno, perciò tutti gli indizi concordavano. Ma siccome non aveva ancora le prove per smascherarlo decise di rimandare la sua sfuriata.
Dopo un breve tragitto Jean fermò il camper davanti a una patisserie, accompagnò Carmelina a un tavolino e si allontanò verso il bancone. Tornò con un vassoio carico di pasticcini e croissant e il bricco del caffè.
“Prego, Madame. E’ tutto sul conto dell’hotel. Col vostro permesso vado sul camper a cambiarmi d’abito”.
Mentre le labbra, i denti, la lingua e il palato di Carmelina saggiavano e certificavano i numerosi strati di fragranza dei croissant, il grado di squisitezza delle religieuses e degli éclairs au chocolat, la sublime armonia di sapori del trancio di mille-feuille e di Saint-Honoré, il suo cervello lavorava febbrilmente. Quando nel vassoio non fu rimasta nemmeno una briciola, anche la sua decisione era stata presa.
La comunicò a Jean appena lo rivide. Era un Jean-in-jeans, con stivaletti di cuoio e camicia a quadri. Se ne stava impalato di fianco al camper con la portiera dal lato del passeggero aperta. Carmelina andò decisa al lato guida, aprì la portiera e si sedette al volante.
“Approvo il cambio di programma, ma facciamo a modo mio. Niente alberghi e niente viaggi a vuoto avanti e indietro. Non voglio la limousine, ci teniamo il camper, così possiamo fare i giri che vogliamo e visitare località e monumenti dalla mattina presto alla sera tardi.”
“Ma, Madame, c’est pas possible! Il camper è troppo piccolo per due.”
“In effetti questo trabiccolo mi era parso un po’ piccolo, però vedo che all’interno è attrezzato con tutte le comodità.”
“E’ anche una macchina formidabile, si arrampica dappertutto. La uso per le missioni di servizio. Parva sed apta mihi.”
“Questo è Jons! – pensò la maestra Scannapieco – Non perde mai il vizio di fare le citazioni colte.”
E poi, a Jean “E non hai per caso una tenda, qualcosa per gli ospiti occasionali?”
“Oui, Madame. Nel bagagliaio c’è una piccola tenda dome da due posti, e i sacchi a pelo.”
“Perfetto! – esclamò piena di felicità Carmelina – Così mentre io mi arrangio con l’unico divano letto matrimoniale del camper tu potrai dormire comodamente fuori, nella tenda. Non sembra anche a te la soluzione migliore? Sono sicura che monsieur Malavisé approverà.”
“Oui, Madame, ho capito – rispose mestamente Jean – Mentre Madame dorme saporitamente dentro il camper, j’attend dans la tente”.
“Adesso sono sicura che è lui! – esultò dentro di sé Carmelina Scannapieco – Solo lui sa fare questi giochi di parole così cretini. Ma non è ancora venuto il momento di strappargli la maschera; mi voglio prima divertire un po’.”
“Ascoltami bene, Jons.Viaggeremo anche di notte, se occorre. Voglio andare a Bayeux e a Lisieux, a Sant Lo e a Saint Malo, a Mont Saint Michel e a Saint Pol de Leon. E tu sarai il mio automedonte. Eh, Jons? Che te ne pare?”.
“Non, non, Madame, s’il vous plait. Non so cosa significhi automedonte ma se è una cosa disonesta io non la faccio.”
“Non è lui! Purtroppo non è lui! – pensò tristemente la maestra – Jons è troppo presuntuoso per fingere di non aver capito un riferimento mitologico”.
“Vabbè, è ora di muoverci! Dammi le chiavi, Jons, adesso guido io.”
Mentre uscivano da Parigi, seguendo le indicazioni del navigatore, Jean guardò con la coda dell’occhio il viso di Carmelina e vi scorse dipinta la beatitudine più assoluta. Ne fu rinfrancato, perché era stato educato alla costante ricerca della completa soddisfazione del cliente.
Non poteva sapere che la maestra in quel momento stava già pregustando il piacere che avrebbe provato quando, tra alcuni giorni, avrebbe fatto manovra e parcheggiato il camper sull’estremo limite della Pointe des Renards, a Le Conquet, sulla scogliera a picco sull’Oceano Atlantico.

(continua)

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 18, 2014

L’Era del Dragone Splendente

Quando il settimo e l’ottavo pedone furono collocati nelle case che erano state loro assegnate, sulla scacchiera si fece un silenzio di circa mezz’ora, e udii sette o otto squilli di tromba e una voce che annunziava: “E’ iniziata l’Era del Dragone Splendente!” Subito dopo la regina allineò alfieri, cavalli e torri e li presentò al re che li condusse incontro a una grande vittoria e la pace regnò in tutta la galassia.

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Sarebbe bello se le partite a scacchi potessero risolversi con le coreografie. Invece la dura realtà si presenta ad ogni momento per ricordarci che la vita è lotta.

Per un puro caso il mio avversario ha scelto un modo molto prudente di affrontare la difesa siciliana, e questo mi ha dato modo di schierare il Dragone in tutta la sua estensione. Sembrava tutto estremamente semplice, ma le complicazioni stavano per arrivare.

costellazione
Mi trovavo in prossimità di Eltanin, la stella più luminosa della costellazione del Dragone, e ho visto tutto quello che è accaduto. Non appena il Dragone ha disteso le sue lunghissime spire, un alfiere bianco è penetrato nelle difese del nero e prima di essere catturato ha incenerito due pedoni neri. Generalmente due pedoni non sono un compenso equo per un pezzo minore, che viene stimato equivalente a tre pedoni, ma quando i due pedoni avversari diventano due pedoni passati e sostenuti, il pericolo diventa altissimo.
Il grande Aaron Nimzowitsch, (o Niemzowic, o Nimcovics) sentenziava che i pedoni passati e sostenuti devono essere considerati alla stregua di pericolosi malfattori e perciò occorre regolarsi di conseguenza: devono essere al più presto braccati e catturati.
Questa parte dell’operazione si è svolta regolarmente, seppure con alcune lungaggini, dovute alle ristrettezze di spazio, e subito dopo sono stati predati anche altri pedoni bianchi, nell’altra ala; in questo modo la superiorità di materiale da parte del nero è diventata netta. Immediatamente dopo è stata presa la decisione di eliminare il maggior numero di pezzi dalla scacchiera, iniziando un procedimento di semplificazione che facesse risaltare maggiormente il pezzo in più. Ma a questo punto è accaduto qualcosa che non è stato ancora perfettamente chiarito.
Quando si gioca in una sede di torneo, i giocatori sono avvolti da un’atmosfera ovattata, protetti dalle regole e dall’organizzazione, e non sono esposti a possibili distrazioni di provenienza esterna. Invece giocando al pc, in casa, si è esposti alle telefonate in arrivo, ai commenti sugli avvenimenti politici del giorno o alle richieste di consulenze per la cena. Stando su Eltanin ero esposto anche agli incontri di terzo e quarto tipo. Potrebbe essere stato l’incontro con una donna del sistema planetario di quella gigante arancione che mi ha distratto. Le donne di Eltanin hanno otto braccia, quattro bocche e un numero imprecisato di gambe, e un incontro con qualcuna di esse è così travolgente che alla fine  lascia un vuoto nella memoria.  Il presidente calmucco della federazione mondiale di scacchi ne sa qualcosa. Ma siccome non ho riscontrato tracce di rossetto, propendo per l’ipotesi di origine casalinga: l’aver dovuto stappare una bottiglia di vino.
Qualunque sia stata la causa della deconcentrazione, il risultato, disastroso, è stato che non ho portato correttamente a termine il processo di semplificazione, risparmiando inspiegabilmente la regina avversaria e che in conseguenza di questo errore ho perso miseramente due valorosi pedoni e il mio re ha cominciato ad essere bersagliato di scacchi.
In casi simili sono poche le cose da fare: bisogna riorganizzare i propri pezzi, mettendoli in contatto tra loro, mettere il proprio re al sicuro dagli scacchi e riprendersi l’iniziativa per portare minacce al re avversario.
La perseveranza di fronte alle avversità è la dote del carattere che si rafforza maggiormente giocando a scacchi.

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 17, 2014

Lilofee

castellolago

Cercava una sposa un selvaggio dio Acquatico
Davanti al castello a picco sul lago
Volle prendere la figlia del re,
La bella, giovane Lilofee.

Fece gettare un ponte
Davanti al castello a picco sul lago
Dove lei andava a passeggiare,
La bella, giovane Lilofee.

Quando arrivò al ponte
Davanti al castello a picco sul lago
L’Acquatico la tirò giù,
La bella, giovane Lilofee.

Sette anni rimase sul fondo,
Davanti al castello a picco sul lago
E lei gli diede sette figli,
La bella, giovane Lilofee.

Un giorno sentì suonare le campane,
Davanti al castello a picco sul lago
Le venne voglia di rivedere suo padre e sua madre,
La bella, giovane Lilofee.

E mentre lei stava di fronte ai cancelli
Davanti al castello a picco sul lago
Alberi frondosi si stendevano, ed erba verde
Davanti alla bella, giovane Lilofee.

Quando uscì dalla chiesa,
Davanti al castello a picco sul lago
C’era ad attenderla il selvaggio dio Acquatico,
Davanti alla bella, giovane Lilofee.

“Vuoi tornare con me sul fondo?
Davanti al castello a picco sul lago
Laggiù i tuoi bambini piangono per te,
Mia bella, giovane Lilofee. “

“I bambini possiamo dividerceli,
Davanti al castello a picco sul lago
Ne prendo tre, prendetene anche voi tre,
Ahimé misera, giovane Lilofee. “

“Il settimo allora ce lo divideremo,
Davanti al castello a picco sul lago
Io prendo la mia gamba, e tu prendi l’altra gamba,
Mia bella, giovane Lilofee. “

“Ah, non mi separerò mai dai miei bambini,
Davanti al castello a picco sul lago
Dirò addio agli alberi e all’erba verde,
Ahimé misera, giovane Lilofee. “

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 17, 2014

La meta della nostra gita

Questa era l’intestazione di una rubrica fissa all’interno di una notissima rivista di enigmistica, e forse lo è ancora. Funziona in questo modo: un lettore invia alcune vedute della località dove abita, corredate dalle didascalie, e un redattore della rivista confeziona uno schema di cruciverba, incorniciato dalle foto, includendo le didascalie tra le definizioni. Immancabile la voce “panorama”. Siccome alla radio questa mattina hanno consigliato di iniziare la giornata con una canzone ben ritmata, per darsi la giusta carica, provo a seguire il consiglio; e intanto pago il mio tributo alla nostalgia.

 

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 15, 2014

Emmanuelle? Oui, c’est moi!

Ho visto sul web un trailer che annuncia la prossima uscita di un film, The Dark Horse, basato sulla storia vera di Genesi Potini, un ex campione di scacchi neozelandese, dal grande carisma, che è affetto da disturbo bipolare ed è alla ricerca di una vita che rifletta la verità del gioco che adora.

Il film è descritto come una provocazione, pieno di carica emotiva e stimolante, sul dramma di un uomo che trova il coraggio e la forza di proseguire, nonostante tutte le sue difficoltà, nel suo proposito di trovare uno scopo per la sua esistenza e nella speranza di poter trasmettere il suo dono di grande scacchista ai bambini della sua comunità.

 

Dopo, per alleggerire la tensione drammatica, ho guardato un altro trailer, My Mistress, che sarebbe da considerare dimenticabile se non ci fosse la presenza inquietante e magnetica di Emmanuelle Béart.

Quante volte mi sono chiesto in questi anni: “Ma che ne è stato di Emmanuelle Béart?” Impossibile rispondere, perché non ho tenuto il conto, ma sono contento di averla rivista e devo dire che la trovo proprio bene. Ma non credo che andrò a vedere il film, perché già dal trailer questo My Mistress mi stressa non poco.

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 13, 2014

La coda del drago

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Quando l’avversario è un mastino la partita diventa molto tattica e il gioco è bloccato, quasi come in  una partita di calcio alle semifinali della Coppa del Mondo. Raramente si riesce a vincere in modo brillante, perché non c’è nessun appiglio per realizzare qualche combinazione di scacco matto durante il centro di partita, dato che l’avversario sorveglia attentamente ogni casella e spegne sul nascere ogni tentativo.

Non rimane che arrivare al finale di pedoni, che equivale a quello che nel calcio sono i tempi supplementari, e in previsione di avere qualche possibilità di vittoria è necessario curare la posizione di ogni pedone cercando di fargli assumere quella più vantaggiosa. Avendo scelto col nero di giocare la partita siciliana nella variante del dragone, i pedoni neri a prima vista appaiono leggermente svantaggiati.

Questa particolare variante della difesa siciliana si chiama in questo modo perché i pedoni neri assumono una posizione che li fa assomigliare alla disposizione delle principali stelle che compongono la coda della costellazione del Drago.

draco

Scegliendo questa posizione il nero non contrasta subito il bianco nella sua strategia di conquista del centro della scacchiera, rimandando a un momento successivo la spinta dei pedoni per attaccare il centro. Ma il momento opportuno potrebbe non venire o non essere colto, e spesso si arriva al finale in posizione svantaggiosa.

Ma anche se il drago è stato distrutto, la sua coda, dotata di maggiore mobilità, può continuare ad agitarsi e a flagellare i pedoni bianchi, che sono immobilizzati nella loro posizione, e si può imporre facilmente un risultato di parità.

Ma a volte accade che il giocatore bianco sopravvaluti la propria posizione e non ritenga conveniente accettare la partita patta e quindi giocare in modo conseguente. Accade così che viene sconfitto.

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 10, 2014

Nel prato fiorito

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- Ehi, ragazzi! (si fa per dire) Venite a vedere! E’ tornata Biancaneve!

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- Ma che Biancaneve! Non vedi che è bionda? Non ti ricordi più come la descrivono i fratelli Grimm?: “Una volta, nel cuor dell’inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice di ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò: “Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!”.
Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve”.
- Ma adesso non è più come un tempo, le ragazze si fanno bionde tutte le volte che vogliono.

nano2
- Una volta conoscevo un metodo sicuro per stabilire con certezza se una donna era bionda naturale… ma adesso non me lo ricordo. Se mi torna in mente ve lo dico.
- Eppure io sono sicuro che è Biancaneve: vedete? c’è anche la mela avvelenata. Così si spiega il profondo torpore in cui è caduta. Presto, mandate a chiamare un principe!

francine
- E la caraffa di vino rosé, allora? Quando mai qualcuno ha letto da qualche parte che quella bambina beveva il vino? E non si tratta affatto di torpore, ma di leggera ebbrezza alcolica che le ha conciliato il sonnellino.

nano1
- Non sono né la mela né il vino la causa del suo sonno. Questa che vedete è la scena del dipinto Il prato fiorito, di Francine Van Hove, e la dolce sonnolenza della ragazza dipinta è stata provocata dall’effluvio combinato dei vivaci fiori della radicchiella maggiore e dei delicati ombrellini della daucus carota che a quest’ora del giorno e con questo caldo sole diventano così intensi da stordire.
- Sono più di duecento anni che faccio il nano in questo giardino e una cosa simile sui fiori non l’ho mai sentita. Secondo me è stato il libro che stava leggendo e che adesso tiene posato… ehm… in grembo. E’ l’autobiografia di uno scrittore russo, costretto ad emigrare e a peregrinare per l’Europa prima di arrivare negli Stati Uniti. Questa che sta leggendo è la versione francese, edita da Gallimard nella collana Du Monde Entier. A mio parere non sta dormendo, ma ha solo chiuso gli occhi per rivivere più intensamente l’emozione suscitata da una delle stupende immagini scintillanti che la forza evocativa della prosa di questo scrittore ha generato nella sua mente.
- E di quale scrittore si tratta? E qual è il titolo del libro?
- Per saperlo dovete prendere il libro.
- Ecco! Eureka! Mi è tornato in mente il metodo per capire se è una bionda naturale! Qualcuno prenda il libro! Fate presto! E attenzione al colpo…
- Ti preoccupi del colpo di sole che potrebbe prendere la ragazza e delle ustioni che potrebbe subire se viene privata di quel provvidenziale riparo?
- No, mi preoccupo del colpo che potreste prendere voi.

Il libro nascosto

Un brano del libro

Pubblicato da: scudieroJons | luglio 8, 2014

La voce del rimorso

Il ricordo di una cattiva azione commessa ai danni di un nemico dichiarato non produce nessun rimorso. Anzi, anche a distanza di anni ce ne ricordiamo sempre con una certa soddisfazione.

Ma il ricordo di una piccola o grande cattiveria compiuta verso una persona che ci ha amati è angosciante, e produce intima sofferenza anche a distanza di molto tempo. Almeno, per quanto ne conosco, questo è quello che ci riferisce Guido Gozzano, poeta di valore indiscutibile che ha sondato tutti gli abissi dell’animo umano.

E quando alle sue parole taglienti presta il raffinato strumento della sua voce Roberto Herlitzka, il caro Guido ci diventa subito terribilmente antipatico.

 

Un rimorso

I
O il tetro Palazzo Madama…
la sera… la folla che imbruna…
Rivedo la povera cosa,

la povera cosa che m’ama:
la tanto simile ad una
piccola attrice famosa.

Ricordo. Sul labbro contratto
la voce a pena s’udì:
“O Guido! Che cosa t’ho fatto
di male per farmi così?”

II
Sperando che fosse deserto
varcammo l’androne, ma sotto
le arcate sostavano coppie

d’amanti… Fuggimmo all’aperto:
le cadde il bel manicotto
adorno di mammole doppie.

O noto profumo disfatto
di mammole e di petit-gris…
“Ma Guido, che cosa t’ho fatto
di male per farmi così?”

III
Il tempo che vince non vinca
la voce con che mi rimordi,
o bionda povera cosa!

Nell’occhio azzurro pervinca,
nel piccolo corpo ricordi
la piccola attrice famosa…

Alzò la veletta. S’udì
(o misera tanto nell’atto!)
ancora: “Che male t’ho fatto,
o Guido, per farmi così?”

IV
Varcammo di tra le rotaie
la Piazza Castello, nel viso
sferzati dal gelo più vivo.

Passavano giovani gaie…
Avevo un cattivo sorriso:
eppure non sono cattivo,

non sono cattivo, se qui
mi piange nel cuore disfatto
la voce: “Che male t’ho fatto
o Guido per farmi così?”

(Guido Gozzano)

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