Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 18, 2014

Una favola – 4

accavallino

Tornato al palazzo del dragone il principe entrò di nascosto e trovò l’imperatrice in lacrime. Quando si furono incontrati, cominciarono subito a cercare il modo per fuggire. Il principe disse all’imperatrice: “Quando tornerà il drago, chiedigli da chi ha comprato quel cavallo, e poi dimmelo, in modo che io possa procurarmi un cavallo egualmente veloce per fuggire.” Dopo averle chiesto questo uscì, per evitare che il drago al suo ritorno lo trovasse. Quando il drago arrivò, l’imperatrice iniziò a lusingarlo, e gli disse: “Come è veloce il tuo cavallo! Da chi lo hai comprato? Ti prego, dimmelo!” Egli rispose: “Dove l’ho avuto, nessuno può fare acquisti. Su una certa collina vive una vecchia che ha dodici cavalli nella sua scuderia, tutti possenti in modo tale che non si sa quale è meglio di un altro. Uno di loro è in un angolo, e questo a guardarlo sembra il più magro; ma lui è il migliore di tutti, ed è il fratello di quello che ho io: questo potrebbe volare verso il cielo. Chi cercherà di ottenere un cavallo dalla vecchia deve stare al suo servizio per tre giorni. La vecchia ha una cavalla con un puledro; chi custodisce la cavalla con successo per tre giorni, a lui la vecchia darà la scelta di uno dei suoi cavalli, quello che desidera. Chi si impegna a custodire la cavalla, e non riesce a tenerla per tre giorni e tre notti, perde la vita”. L’indomani il drago andò via, e il principe ritornò. L’imperatrice gli riferì quello che aveva detto il drago. Poi il principe partì e andò alla collina dove abitava la vecchia. Quando entrò nella sua casa, le disse: “Buon giorno, nonna!” La vecchia rispose: “Il Signore ti dia la prosperità, figlio mio! Che cosa ti porta qui?” Egli rispose: “Vorrei entrare al vostro servizio.” La vecchia disse: “Molto bene, figlio mio. Ho una cavalla con un puledro. Se me la custodisci per tre giorni, ti darò uno di questi dodici cavalli da portarti via, quello che sceglierai; ma se non riuscirai a tenerla per tre giorni, mi prenderò la tua testa.” Poi lei lo condusse nel cortile. Nel cortile c’era una fila di pali infissi nel terreno, e su ognuno di essi c’era una testa umana; solo uno era ancora vacante, e questo palo gridava continuamente: “Vecchia, dammi una testa!” Quando la vecchia gli ebbe mostrato tutto, gli disse: “Sappi che tutti questi valorosi si erano impegnati a custodire la cavalla e il puledro, ma non ci sono riusciti.” Ma il principe non era in alcun modo spaventato. Nel pomeriggio montò in groppa alla cavalla e galoppò per pianure e per colline, e il puledro galoppava dietro di loro. Continuò così fino a mezzanotte, fino a che il sonno si insinuò in lui, e si addormentò, abbracciato al collo della cavalla. Quando si svegliò, all’alba, le sue braccia erano intorno ad un tronco al posto della cavalla, ma aveva tenuto la cavezza in mano. Quando si rese conto del pericolo che correva, il poveretto fu stordito dal terrore, e cominciò a cercarla; e mentre la stava cercando, giunse vicino a uno specchio d’acqua, e quando vide l’acqua, si ricordò del pesciolino, spiegò il fazzoletto, ne tirò fuori le scaglie e le strofinò tra le dita. Subito il pesciolino saltò fuori dall’acqua, e stava davanti a lui. “Qual è il problema, fratello mio?” gli chiese il pesce. Lui rispose: “La cavalla della vecchia è sfuggita alla mia sorveglianza, e non so dove sia.” Il pesce gli disse: “E’ qui, in mezzo a noi; si è trasformata in un pesce, e il suo puledro in un pesciolino; ma tu batti la cavezza sull’acqua e chiamala: “Op op, cavalla della vecchia!!!” Il principe batté l’acqua con la cavezza, e gridò: “Op op, cavalla della vecchia !!!” E subito la cavalla da pesce si trasformò di nuovo in cavalla, e in un attimo era sulla riva dello stagno davanti a lui. Il principe le mise la cavezza e dopo essere montato in sella, trottando e galoppando tornò alla casa della vecchia. Quando questa lo vide gli diede la sua cena, ma mentre riportava la cavalla nella stalla, la rimproverò, e le disse: “Ti avevo detto di nasconderti tra i pesci, buona a nulla!” La cavalla le rispose: “Sono andata tra i pesci, ma loro gli hanno detto di me, perché sono suoi amici.” La vecchia disse: “Domani vai tra le volpi.” Il secondo giorno il principe montò in groppa alla cavalla e galoppò per pianure e per colline, e il puledro galoppava dietro. Così fino a mezzanotte. Quando il sonno lo vinse, si addormentò sulla groppa della cavalla. All’alba, quando si svegliò, le sue braccia erano intorno ad un tronco, ma aveva tenuto la cavezza in mano. Quando si accorse di questo, corse di nuovo a cercarla. Mentre la stava cercando, gli tornò in mente quello che la vecchia aveva detto alla cavalla mentre la stava conducendo nella stalla. Poi scartò i peli della volpe dal fazzoletto, li strofinò tra le dita, e la volpe subito saltò fuori dai cespugli davanti a lui. “Che cosa c’è, fratello mio?” Egli rispose: “La cavalla della vecchia è scappata.” La volpe disse: “E’ venuta in mezzo a noi; è diventata una volpe, e il puledro una volpicina. Ma tu frusta il terreno con la cavezza, e grida: “Op op, cavalla della vecchia!!!” Il principe battè in terra con la cavezza e la chiamò, e la cavalla balzò davanti a lui. Poi la prese e le rimise la cavezza, montò, e cavalcando ritornò alla casa della vecchia.
Quando ebbe riportato a casa la cavalla, la vecchia gli diede la sua cena, e mentre conduceva la cavalla nella stalla, le disse: “Ti avevo detto di andare tra le volpi, buona a nulla!” La cavalla rispose: “Io ero in mezzo a loro, ma le volpi sono amiche sue, e gli hanno detto di me.” La vecchia disse: “Domani stattene tra i corvi.” Il terzo giorno il principe montò di nuovo la cavalla, e galoppò per pianure e per colline, e il puledro galoppava dietro. Così fino a mezzanotte. Verso mezzanotte gli venne un gran sonno, e si addormentò, e quando si svegliò, all’alba, non c’era più la cavalla; ma le sue braccia erano intorno ad un tronco, e gli era rimasta la cavezza in mano. Appena ebbe percepito il pericolo, si precipitò di nuovo a cercare la cavalla, e mentre stava cercando, gli tornò in mente quello che la vecchia aveva detto il giorno prima, quando rimproverava la cavalla. Tirò fuori il fazzoletto ed estrasse le piume del corvo, le strofinò tra le dita, e in un lampo il corvo era davanti a lui. “Che cosa c’è, fratello mio?” Il principe gli rispose: “La cavalla della vecchia è fuggita, e non so dove sia.” Il corvo rispose: “Eccola, in mezzo a noi; è diventata un corvo, e il puledro è un giovane corvo. Ma agita la cavezza in aria, e grida: “Op op, cavalla della vecchia!!!” Il principe roteò la cavezza in aria, e gridò: “Op op, cavalla della vecchia!!!” e la cavalla da corvo si ritrasformò in cavalla, e apparve davanti a lui. Il principe le rimise la cavezza montò in sella, e prese il galoppo, e il puledro seguiva dietro, diretti alla casa della vecchia. La vecchia gli diede la sua cena, prese la cavalla e la condusse nella stalla, e le disse: “Tra i corvi, ti avevo detto, buona a nulla, canaglia.” La cavalla le rispose: “Io ero andata in mezzo ai corvi, ma sono suoi amici, e gli hanno detto di me.” Poi, quando la vecchia tornò da lui, il principe disse: “Bene, nonna, ho servito onestamente; ora vi chiedo di darmi quello che abbiamo concordato.” La vecchia rispose: “Figlio mio, ciò che viene concordato deve essere dato. Qui ci sono dodici cavalli: guardali uno per uno e scegli quello che ti piace.” Egli rispose: “Perché dovrei mettermi a scegliere? Dammi quello che si è messo in quell’angolo; mi sembra adatto a me.” Allora la vecchia cercò di dissuaderlo: “Perchè sceglierne uno tanto magro quando ce ne sono così tanti migliori?” Ma il principe era irremovibile e insisteva: “Dammi quello che ho chiesto, perché tale era il nostro accordo.” La vecchia di malavoglia fu costretta a dargli quello che aveva chiesto. Il principe montò, e disse “Addio, nonna!” “Addio, figlio mio!” Quando fu al riparo di un bosco, il principe strigliò e spazzolò il cavallo, che brillava come l’oro. In seguito, quando rimontò in sella e partì a briglia sciolta, il cavallo volava, volava come un uccello, e in un batter d’occhio arrivò al palazzo del drago. Appena atterrato nel cortile, gridò all’imperatrice di prepararsi per il volo. Lei non se lo fece ripetere, perché era sempre pronta, perciò entrambi montarono a cavallo e partirono. Non avevano iniziato il volo da troppo tempo quando il drago ritornò al palazzo, e si guardò intorno. Nessuna traccia dell’imperatrice. Allora disse al suo cavallo: “Dovremmo mangiare e bere, o dobbiamo inseguirli?” “Mangiare o non mangiare, bere o non bere, inseguire o non inseguire,” rispose il cavallo, “ma non lo li prenderemo.” Quando il drago sentì queste parole, montò subito a cavallo, e iniziò l’inseguimento. Quando il principe e l’imperatrice si accorsero che il drago li inseguiva, erano terrorizzati, e incitarono il loro cavallo ad andare più in fretta, ma il cavallo rispose loro: “Non temete; non c’è bisogno di affrettarsi.” Il drago arrivò al gran galoppo, e il suo cavallo chiamò quello che portava il principe e l’imperatrice: “Dio ti benedica, fratello, aspettami! Ho consumato tutto il mio fiato per inseguirti.” L’altro rispose: “Di chi è la colpa, se sei così stupido da portare quello spettro sulla schiena? Dai una sgroppata, e gettalo a terra, e poi seguimi.” Quando il cavallo del drago sentì queste parole, fece una capriola gettando la testa in basso e i suoi quarti posteriori in alto, e mandò il drago a fracassarsi contro una roccia. Il drago finì ridotto a brandelli, e il suo cavallo raggiunse il principe e l’imperatrice. L’imperatrice lo prese per la briglia e montò in sella, poi ripresero a galoppare e arrivarono sani e salvi nei domini dell’imperatrice, e regnarono saggiamente e felicemente finché vissero.

FINE

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 17, 2014

Antracite

cuori

L’amore è il carbone

Ci avvolgeremo così nell’amore
prima che arrivi la neve,
e ritaglieremo il nostro spazio negli angoli
che abbiamo conosciuto in riva al fiume.
Per sentire come sia nostro,
per sentire come l’autunno sia ancora nostro.

Per contemplare le chiusure che abbiamo costruito,
le porte chiuse sugli amici.
Questo segna il nostro cuore
e lo costringe a stare fermo o a partire.
Per sentire come sia nostro,
per sentire come l’autunno sia ancora nostro.

E ci nasconderemo per tutto l’inverno;
Ci potrebbe uccidere, dato che l’estate
è tutto quello che abbiamo conosciuto.
E porteremo questi segni come promemoria,
con i nostri vestiti sporchi, così come ci trovate.
Noi due siamo minatori, ma l’amore non è freddo come i diamanti:
l’amore è il carbone per tenerci al caldo.

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 16, 2014

Una favola – 3

pescerosso

Cammina cammina, al tramonto il principe giunse alla capanna di un eremita, e chiese ospitalità per la notte. Prima di andare a dormire il principe chiese all’eremita: “Nonno, avete sentito parlare di nove pavoni d’oro?”  L’eremita rispose: “Sì, figlio mio; sei stato fortunato a venire da me a chiedere di loro. Non sono lontani da qui; non c’è che una mezza giornata di viaggio per arrivare da loro”. Al mattino, quando il principe si accinse a riprendere il viaggio, l’eremita uscì per accompagnarlo, e gli disse: “Vai a destra, e troverai un grande cancello. Quando avrai superato quel cancello, gira a destra, e poi prosegui a destra dentro la città, e in quella città è il loro palazzo.” Il principe proseguì per la sua strada secondo le parole dell’eremita, e continuò finché giunse a quel cancello; poi svoltò verso destra, e gli apparve la città su una collina. Quando vide la città si rallegrò molto. Quando entrò nella città chiese dov’era il palazzo dei nove pavoni e glielo indicarono. Al cancello un guardiano lo fermò, e gli chiese chi fosse e da dove venisse. Il principe gli raccontò tutto, gli disse chi era e da dove veniva. Subito la sentinella andò ad  annunciare il suo arrivo all’imperatrice. Quando l’imperatrice fu avvertita, corse a perdifiato per incontrare il principe e quando si fu fermata davanti a lui il principe riconobbe la fanciulla che aveva conosciuto sotto l’albero dalle mele d’oro; lei lo prese per mano e lo condusse nel palazzo. I due giovani erano al colmo della felicità per essersi ritrovati, e dopo due giorni si sposarono.
Quando erano trascorsi solo pochi giorni dal loro matrimonio, l’imperatrice dovette partire per ragioni di stato, e il principe rimase solo. Prima di partire, lei gli consegnò le chiavi di dodici sotterranei, e gli disse: “Puoi aprire tutte le cantine, ma attento a non compiere disastri con la dodicesima”. Detto questo andò via. Quando il principe rimase solo nel palazzo, si mise a rimuginare: “Che cosa significa questo, che io posso aprire tutte le cantine, ma non posso aprire la dodicesima?  Cosa ci potrà mai essere?” Iniziò quindi ad aprire i sotterranei uno dopo l’altro. Arrivato al dodicesimo, in un primo momento decise di non aprirlo; ma non riusciva a pensare ad altro e cominciò a dire a se stesso: “Cosa ci può essere mai in questo cantina che mi ha detto di non aprire?” Alla fine aprì anche quella, e trovò che proprio in mezzo c’era una botte legata con cerchi di ferro, e subito sentì una voce che diceva: “Ti prego, fratello, sono assetato; dammi una tazza d’acqua!” Sentendo quella voce, il principe prese una tazza d’acqua e la versò nella botte; e appena l’ebbe versata uno dei cerchi della botte si spezzò. Poi la voce gridò: “Dammi ancora una tazza d’acqua; ho sete!”  Il principe prese ancora una tazza d’acqua e la versò nella botte; e non appena aveva fatto così, un altro cerchio della botte scoppiò. La voce poi gridò: “Ho ancora sete; dammi, fratello, ancora una tazza d’acqua!” Il principe prese un’altra tazza d’acqua e la versò nella botte; ma non appena ebbe finito di versarla, il terzo cerchio della botte finì in mille pezzi, la botte si sfasciò e ne uscì un drago, che volò subito all’inseguimento dell’imperatrice, e quando l’ebbe raggiunta la portò via con sé. Dopo il terribile evento tutti i componenti del seguito tornarono al palazzo e riferirono al loro padrone che un drago aveva rapito l’imperatrice. Allora il principe si mise in viaggio per il mondo per andarla a cercare.
Aveva già viaggiato a lungo, quando giunse a una palude, e in quella palude scorse un pesciolino, che cercava di saltare in acqua, ma non era in grado di farlo. Il pesciolino, vedendo il principe, si rivolse a lui: “Ti prego, fratello, fai una buona azione: ributtami in acqua; un giorno forse potrei ripagarti; prendi qualche scaglia del mio dorso, e quando avrai bisogno di me, strofinale tra le dita.” Sentendo queste parole il principe prese alcune scaglie, gettò il pesce in acqua, mise le scaglie in un fazzoletto, e se ne andò per la sua strada. Era andato  un po’ oltre, quando scorse una volpe presa al laccio. La volpe, vedendolo, gli gridò: “Ti prego, fratello, liberami da questo laccio; un giorno potrei esserti utile; prendi alcuni peli dalla mia pelliccia, e quando avrai bisogno di me, strofinali tra le dita.” Il principe liberò la volpe dal laccio, prese alcuni peli dalla pelliccia, e se ne andò per la sua strada. Procedendo nel suo cammino, giunse a una collina, e lì trovò un corvo preso in trappola, proprio come la volpe di prima. Non appena il corvo lo vide, gli gridò: “Ti prego viandante, sii un fratello per me; fammi uscire da questa trappola; un giorno potrei esserti utile; prendi alcune piume dal mio manto, e quando avrai bisogno di me, strofinale tra le dita.” Il principe prese alcune piume dal corvo, lo liberò dalla trappola, e poi continuò per la sua strada. Mentre era ancora alla ricerca dell’imperatrice, incontrò un uomo, e gli chiese: “Ti prego, fratello, sai dove si trova il palazzo dell’imperatore dragone?”  L’uomo gli mostrò la strada, e gli disse anche a che ora era a casa, perché lui potesse trovarlo. Il principe lo ringraziò e disse: “Addio”. Continuò a camminare, e finalmente arrivò al palazzo dell’imperatore dragone. Al suo arrivo trovò la sua amata, e quando si rividero erano entrambi pieni di gioia. Cominciarono subito a progettare insieme come uscire dal palazzo. Alla fine decisero di sellare i cavalli e di fuggire. Sellati i cavalli, montarono, e furono fuori. Avevano già cavalcato a lungo, quando il drago tornò a casa e si guardava intorno, ma non vedeva l’imperatrice. “Ora che cosa dobbiamo fare?” chiese il drago al suo cavallo. “Vogliamo prima mangiare e bere, o partiamo subito?” Il cavallo gli rispose: “Non preoccuparti; mangiamo e beviamo.” Quando ebbe cenato, il drago montò a cavallo e galoppò all’inseguimento dei due fuggitivi, e in poco tempo li raggiunse, e prese l’imperatrice, ma disse al principe: “Vai liberamente; per questa volta ti lascio andare, perché mi hai dato l’acqua nel sotterraneo; ma non venire una seconda volta, se ti è cara la vita”. Il povero principe rimase come tramortito dal fulmine, poi iniziò lentamente a tornare verso casa; ma siccome non poteva opporsi ai desideri del suo cuore, si fermò e prese di nuovo la strada per tornare al palazzo del drago.

(continua)

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 15, 2014

La morte del cigno

galina

Osservando le foto che ritraggono il corpo statuario e scattante come una molla d’acciaio di un ballerino classico mentre si esercita sotto lo sguardo magnetico di una fragile vecchia signora, sono rimasto impressionato dalla apparente facilità con cui lei lo ha afferrato e lo ha scagliato in aria, tenendovelo sospeso per un tempo interminabile con la sola forza del suo magnetismo.

galinaulianova
Ho scoperto in seguito che si trattava della grande ballerina russa Galina Sergeevna Ulanova, una leggenda del Bolshoi, attiva dagli anni 20 fino al 1960, quando si ritirò dalle scene per dedicarsi all’insegnamento praticamente fino alla morte, avvenuta nel 1998.
Il promettente allievo era Nikolay Tsiskaridze, che è oggi uno degli artisti più affermati.
Nel corso delle interviste, alle ricorrenti domande sui suoi rapporti con la Ulanova,  Tsiskaridze ha raccontato, tra le altre cose, che la maestra gli diceva sempre: “Non agitare le mani quando balli nella parte di un principe. Un uomo di nobile lignaggio ha solo bisogno di accennare col capo perché ogni suo desiderio venga esaudito subito.”
Raccontava anche che spesso, dopo le recite, come sogliono fare gli artisti di teatro, si ritrovavano a casa della maestra per la cena, e quasi sempre il piatto forte erano gli agnolotti in brodo. “Galina era già molto anziana, e noi avremmo voluto aiutarla a cucinare – racconta Nikolay – ma non c’era verso di convincerla a staccarsi dai fornelli. E bisogna ammettere che un brodo buono come quello che faceva lei non lo faceva nessuno.”
(Per la verità, di questa parte dell’intervista non sono molto sicuro. Forse ho mescolato gli appunti, o forse è l’atmosfera del Natale, che si dice ci fa diventare tutti bambini. A livello seconda elementare, a giudicare dagli spazi tra le righe del mio quaderno.)

Non possiamo concludere questo ricordo di Galina Ulanova senza ammirare un saggio della sua immensa bravura.

Fenomenale, nel suo genere, è anche l’interpretazione che ne dà l’étoile Ida Nevaseyneva, al secolo Paul Ghiselin,

che qui ritroviamo in buona compagnia.

compagnia

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 14, 2014

Una favola – 2

dormiente

Dopo aver viaggiato a lungo, il giovane principe giunse ad un lago, in mezzo al quale c’era un ricco palazzo, e nel palazzo una vecchia imperatrice, che aveva una figlia. Il principe, giunto al cospetto dell’imperatrice, le chiese se conoscesse i nove pavoni e se potesse dargli loro notizie; e la vecchia rispose che li conosceva, e che i nove pavoni venivano ogni giorno a fare il bagno nel lago. Dopo avergli detto questo, cominciò a cercare di convincerlo con queste parole: “Non cercare più quei nove pavoni, figlio mio. Ho un bella e giovane principessa, e ricchezze in abbondanza, e tutto potrà essere tuo”. Ma non appena il principe udì dove si potevano incontrare i pavoni, non ascoltò più niente, e subito diede ordine al suo servo di tenere pronti i cavalli per andare al lago l’indomani mattina. La mattina seguente, prima che partissero per il lago, la vecchia imperatrice fece chiamare il servo, lo corruppe con dell’oro, e gli diede un piccolo mantice, dicendogli: “Quando si avvicina l’ora in cui pavoni vengono al lago, avvicinati al tuo padrone e mandagli di nascosto un soffio d’aria sulla nuca; egli si addormenterà immediatamente e non li vedrà”. Il servo infedele acconsentì, prese il mantice, e fece come la vecchia gli aveva detto. Quando furono arrivati sulla riva del lago, calcolò il tempo in cui i pavoni stavano per arrivare, soffiò dietro il collo del suo padrone, e lui subito si addormentò profondamente, in groppa al suo cavallo, come se fosse morto. Si era appena addormentato, quando i pavoni arrivarono; otto di loro si posarono sul lago, e il nono si appollaiò sul cavallo del principe, e cominciò a cercare di svegliarlo: “Svegliati, mio uccellino! Sollevati, agnellino mio! Sorgi, mia colomba!” Ma il principe non sentiva niente, perché dormiva come un morto. Quando i pavoni ebbero finito il bagno, tutti volarono via, e il principe si svegliò e chiese al suo servo: “Che cosa è accaduto? Sono venuti?” Il servo rispose: “Sono venuti.” E gli raccontò come otto di loro si fossero insediati sul lago, e la nona sul suo cavallo, e come avesse cercato invano di svegliarlo. Quando l’infelice principe sentì questo dal suo servo, era sul punto di uccidersi, dal dolore e dalla rabbia. La mattina dopo visitò di nuovo la riva del lago, ma il suo servo infedele calcolò il tempo per soffiargli dietro la nuca, e lui subito si addormentò come se fosse morto. Appena si fu addormentato, i nove pavoni arrivarono; otto planarono sul lago, e la nona si posò sul suo cavallo, e cominciò a cercare di svegliarlo, e diceva: “Svegliati, mio uccellino! Sollevati, agnellino mio! Sorgi, mia colomba!” Ma lui dormiva come se fosse morto, e non sentiva nulla. Quando i pavoni erano sul punto di volare via di nuovo, quella che aveva cercato di svegliare il principe, si voltò e disse al servo: “Quando il tuo padrone si sveglia, digli che domani sarà possibile ancora una volta che lui ci veda; dopo non verremo più.” Dicendo questo spiccò il volo, e gli altri dal lago la seguirono. Erano appena volati via, quando il principe si svegliò, e chiese al suo servitore: “Sono venuti?” Quello gli rispose: “Sono venuti, e otto di loro si stabilirono sul lago, e la nona sul vostro cavallo, e ha cercato di svegliarvi, ma dormivate troppo  profondamente. Mentre partiva, mi ha detto di dirvi che la vedrete di nuovo qui domani, oppure mai piu”. Quando il principe udì questo, avrebbe voluto morire, per la sua infelicità, e non sapeva che cosa fare per il dolore. Il terzo giorno si preparò per andare al lago, montò a cavallo, andò alla riva, e, per non addormentarsi, teneva il suo cavallo continuamente in movimento. Ma il suo servo malvagio, mentre lo seguiva, al momento opportuno, gli soffiò dietro la nuca, e lui subito si chinò in avanti sul suo cavallo e si addormentò. Non appena si fu addormentato, i nove pavoni giunsero volando; otto scesero sulla superficie del lago, e la nona si posò sul suo cavallo, e cercava di svegliarlo: “Svegliati, mio uccellino! Sollevati, agnellino mio! Sorgi, mia colomba!” Ma il principe dormiva, come se fosse morto, e non sentì nulla. Poi, quando i pavoni erano sul punto di volare via di nuovo, quella che si era appollaiata sul suo cavallo si voltò, e disse al servo: “Quando il tuo padrone si sveglia, digli di battere quello di sopra su quello di sotto, solo facendo così mi troverà.” Poi volò via, e gli altri pavoni la seguirono. Quando furono volati via, il principe si svegliò, e chiese al suo servitore: “Sono venuti?” Egli rispose: “Sono stati qui; e quella che si era posata sul vostro cavallo mi ha detto di dirvi di battere quello di sopra su quello di sotto, e che dopo l’avreste ritrovata.” Era un messaggio magico che era comprensibile solo dal mittente e dal destinatario, ma non da chi lo trasmetteva. Quando il principe udì quelle parole, estrasse la spada, e con un solo fendente tagliò la testa del suo servo. Dopo aver fatto questo, riprese da solo il suo viaggio alla ricerca della sua pavonessa.

(continua)

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 13, 2014

Questa spiaggia…

…è un carnaio!

Erano queste le esatte parole che pronunciava la timida, pallida, introversa, amabile amica ogni volta che la accompagnavo al mare, alla spiaggia libera, e mi pregava di scegliere il luogo più appartato, lontano dalla folla, per piantare l’ombrellone. A quel tempo non riuscivo a capire il tipo di sensazioni che provava, ma adesso, finalmente, dopo aver guardato questo video, so esattamente cosa vedeva.

WURST from Carlo Vogele on Vimeo.

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 13, 2014

Pasodoble

pasodoble

Una partita a scacchi si può veramente paragonare a una danza tra due regine, un complesso rituale fatto di passi obbligati, ben conosciuti e già sperimentati decine di volte, a cui si può miracolosamente aggiungere, a volte, la felice invenzione del momento, quella che deciderà l’esito dell’incontro.

In modo particolare quando gli arrocchi sono eterogenei, cioè eseguiti su lati opposti della scacchiera, diventa più evidente la sotterranea o palese attività per arrivare più velocemente a espugnare la fortezza dell’avversario, senza però mai perdere di vista la necessità della difesa accurata della sicurezza del proprio re.

E’ la parte più lacerante di tutta l’attività decisionale: trovare il giusto equilibrio tra le forze che devono provvedere alla difesa e quelle a cui è affidato il compito di scardinare le difese avversarie. Non è sempre utile sovradimensionare la difesa, richiamando alcuni pezzi dalla fase di attacco, per la conseguenza prevedibile che i pezzi avversari, dovendo preoccuparsi meno della propria fase difensiva, potrebbero intensificare l’attacco facendolo diventare inarrestabile.

Nella partita che segue i due giocatori hanno scelto da tempo il loro obiettivo e con metodo cercano di posizionare i propri pezzi in attesa del momento giusto per agire. Il nero ha visto nel pedone h2 il punto debole dello schieramento avversario e sta già esercitando un’enorme pressione su di esso, quando la regina nera, con il suo ultimo passo di danza, assume la posizione dalla quale potrà attaccare più efficacemente. Tutto è pronto: si aspetta solo il gesto drammatico del sacrificio di torre che dovrebbe segnare l’inizio dell’assalto decisivo.

Intanto la regina bianca è rimasta immobile al margine della pista in attesa di eseguire il suo passo drammatico: gli altri pezzi si sono disposti nelle posizioni di partenza, il cavallo nella casa da cui potrà partire per dare scacco al re nero e sacrificarsi in azione, e il pedone è già pronto a vendicare la caduta del cavallo, spostandosi in diagonale in avanti e liberando la colonna per la regina a cui presterà l’assistenza necessaria per l’attacco, dopo lo scacco di scoperta, e per chiudere la restante via di fuga al re nero. Finora la rete, approntata da tempo, non è stata tirata perché un attacco prematuro al re e alla torre avrebbe potuto anche portare al rifiuto del sacrificio del cavallo, con la decisione da parte del nero di cedere solo la torre in cambio, con la perdita della qualità, che è la differenza di valore tra un cavallo e una torre, ma con intatte possibilità di continuare l’attacco.

Con l’ultima mossa della regina nera, invece, il pesce più grosso è entrato nella rete, e non rimane che tirare il filo che la stringerà. L’azione del cavallo bianco mette in moto un meccanismo di mosse obbligate che non può più essere arrestato da parte del nero, che si vede rapidamente assalito e mattato.

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 12, 2014

Una favola – 1

meledoro

L’albero dalle mele d’oro e i nove pavoni

di A.H. Wratislaw

C’era una volta un imperatore che aveva tre figli, e nel suo giardino aveva un albero dalle mele d’oro, che ogni notte fioriva e maturava i suoi frutti; ma da un triste giorno qualcuno cominciò a rubarli, e l’imperatore non riusciva a scoprire chi fosse il ladro.
Una volta, conversando con i suoi figli, disse loro: “Non capisco dove vanno a finire i frutti del nostro albero di mele.” Allora il figlio maggiore gli rispose: “Andrò stanotte per vedere chi li prende.” Quando si fece buio, il figlio maggiore fece come aveva detto: uscì in giardino, e si sdraiò sotto l’albero. Quando le mele cominciarono a maturare nel corso della notte, il sonno lo colse, e si addormentò; e quando si svegliò, all’alba, guardò: ma dove erano finite le mele? Tutte sparite! Avendo visto questo, andò dal padre e gli raccontò tutto, proprio come era successo. Allora il secondo figlio disse al padre: “Andrò io stanotte a sorvegliare, per vedere chi li prende.” Ma anche lui, lo sorvegliò come aveva fatto il primo. Nel momento in cui le mele cominciarono a maturare, si addormentò. Quando si svegliò la mattina: dove erano le mele? Tutte sparite! Fu il turno del terzo e più giovane fratello. Uscì a fare la guardia sotto l’albero di mele, e dopo aver collocato lì un divano, si sdraiò, e si addormentò. Verso mezzanotte, quando le mele cominciarono a maturare, si svegliò e osservò il melo. Aveva appena cominciato a maturare, e illuminava tutto il giardino con la luminosità dei suoi frutti. Proprio in quel momento arrivarono in volo nove pavoni, otto dei quali si stabilirono sul melo, e il nono a terra accanto al suo divano; e, non appena si fu posato, diventò una fanciulla, che abbagliava con la sua bellezza come un sole sfolgorante. I due giovani conversarono insieme mentre gli altri otto pavoni rimasero sull’albero a prendere i frutti; e quando giunse l’alba, lei lo ringraziò per le mele, e lui la pregò di lasciarne almeno una sola. La fanciulla gli diede due mele – una per sé e una da dare a suo padre – poi si trasformò in un pavone, e volò via, seguita dagli altri otto. Al mattino il principe si alzò, e portò una mela al padre, che non stava più in sé dalla gioia, e lo lodò per tutto il tempo. La sera dopo il principe più giovane uscì di nuovo a guardare il melo, e appena fu giunto, si sdraiò come la sera prima, e lo guardò anche quella notte. La mattina portò di nuovo una mela d’oro a suo padre. La cosa andò avanti per alcuni giorni, fino a quando i suoi fratelli cominciarono a invidiarlo, perché non erano riusciti a sorvegliare l’albero, mentre lui lo faceva con successo. Non sapevano come fare per scoprire il modo in cui guardava il melo. Così si rivolsero a una vecchia strega, che promise loro di scoprire come faceva il loro fratello minore a sorvegliare il melo. All’avvicinarsi della sera, quando il principe più giovane stava per andare a guardare il melo, la strega sgattaiolò fuori e andò prima di lui; si sdraiò sotto il divano, e lì rimase nascosta. Il principe venne, si distese senza sapere che la vecchia era sotto il suo divano, e si addormentò come nelle sere precedenti. Verso mezzanotte, quando il principe si era appena svegliato, i nove pavoni arrivarono; otto di loro si stabilirono sull’albero, e l’altra rimase a terra accanto al suo divano, si trasformò in una damigella, e cominciarono a parlare insieme. Mentre i due giovani parlavano tra loro, la vecchia strega furtivamente si sporse, e tagliò una ciocca dei lunghi capelli della fanciulla. Appena sentì questo, la giovane saltò da un lato, si trasformò in un pavone, e volò via, con gli altri otto pavoni dietro di lei. Il principe, riavutosi dalla sorpresa, balzò dal suo divano, e gridò: “Che cosa è questo?” Subito dopo scorse la vecchia sotto il divano, la afferrò e la tirò fuori, e, quando arrivò il mattino, ordinò che fosse legata a quattro cavalli e fatta a pezzi. I pavoni non vennero più al melo, e il principe era molto addolorato per questo motivo, e piangeva, piangeva, giorno e notte. Alla fine decise di andare a cercarli in tutto il mondo, e  andato dal padre, gli disse cosa aveva in mente di fare, e suo padre cercò di consolarlo, e diceva: “Rimani, figlio mio! Ti troverò un’altra damigella nel mio impero, proprio come tu la desideri” Ma invano; egli non volle ascoltare i consigli di suo padre, e fece i preparativi per la partenza; prese con sé solo uno dei suoi servi, e andò nel mondo alla ricerca della sua pavonessa.

(continua)

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 7, 2014

Miss Alva

natalie

La scena rappresenta una massicciata ferroviaria alla periferia di una piccola città del Mississippi, in una di quelle mattinate invernali bianco-lattiginose così peculiari in quella parte del paese.
L’aria è umida e fredda. Aldilà del basso terrapieno dei binari c’è una grande casa di legno di colore giallastro, che mostra tutti i segni di una inarrestabile rovina. Alcune delle finestre superiori sono sbarrate con delle assi, una porzione del tetto è crollata. Il terreno è uniformemente piatto. Sullo sfondo a sinistra c’è un cartello che dice “Gin con Jake” e ci sono alcuni pali telefonici e pochi alberi resi spogli dall’inverno. Il cielo è di un grande candore latteo: di tanto in tanto i corvi emettono il loro verso, facendo un suono come di stoffa strappata.
La ragazza, Willie, cammina in equilibrio precario su una rotaia, e si bilancia con entrambe le braccia tese, stringendo in una mano una banana, e nell’altra una bambola straordinariamente malconcia, con una arruffata capigliatura bionda.
Lei è un’apparizione notevole, sottile come un giovane albero e vestita in modo appariscente e fuori moda. Indossa un lungo abito di velluto blu guarnito con un colletto di pizzo color crema sporco e perline di strass scintillanti. Ai piedi porta malconce pantofole di capretto argentato con grandi fibbie ornamentali. I suoi polsi e le dita sono risplendenti di gioielli falsi. Lei ha applicato del belletto al suo viso infantile, in chiazze ingenue, e le sue labbra si sono trasformate in un assurdo arco di Cupido. Ha circa tredici anni e c’è qualcosa di ineluttabilmente infantile e innocente nel suo aspetto, nonostante il trucco. Ride spesso e selvaggiamente e con una sorta di precoce, tragico abbandono.
Il ragazzo, Tom, un po’ più vecchio, la guarda da sotto il terrapieno. Indossa pantaloni di velluto, camicia blu e un maglione, e tiene in mano un aquilone di carta velina con una coda riccamente ornata di nastri.

Con queste note al testo inizia l’atto unico di Tennessee Williams “This property is condemned” (il titolo si riferisce al cartello affisso sulla casa, che dichiara il pericolo di crolli).
Willie, la ragazza con il nome maschile, perché i suoi genitori si attendevano un maschio, racconta a Tom, un ragazzo incontrato per caso vicino ai binari dello scalo ferroviario, la dolorosa storia del disfacimento della sua famiglia che in passato gestiva una locanda-restaurant, prima che la grande crisi facesse crollare il traffico ferroviario della città.
Nel film di Peckimpah che in originale ha lo stesso titolo (in italiano diventa “Questa ragazza è di tutti”) la storia viene ampliata, e in un lungo flashback si rivive il dramma della bellissima Alva, la sorella maggiore di Willie, che per sopportare le miserie del mondo reale si rifugia spesso in un proprio mondo fantastico, il vagone fuori servizio “Miss Alva”, che il padre aveva decorato per lei, e intanto aspetta l’amore. Un giorno crede di averlo finalmente trovato in un impiegato della compagnia ferroviaria, che per lei rappresenta il sogno della grande città. Ma il destino, che ama spesso accanirsi contro le persone fragili, ha disposto diversamente.

Di tanto in tanto Willie, che da Alva ha ereditato i vestiti, i gioielli e i belletti, interrompe il suo racconto per cantare la canzone preferita dalla sorella tanto ammirata.
Nell’opera teatrale la canzone è “You’re The Only Star In My Blue Heaven”
Tu sei l’unica stella nel mio cielo blu
E stai brillando solo per me
Tu sei l’unica stella nel mio cielo blu
E nei sogni vedo il tuo viso.
Sei tu la luce guida che illumina la notte,
Fino al tuo arrivo il mio cuore era solitario
Tu sei l’unica stella nel mio cielo blu
E stai brillando solo per me

Ma nel film di Peckimpah la giovane narratrice canta una canzone diversa, ugualmente bella: “Wish me a rainbow”.
Augurami un arcobaleno e augurami le stelle
Puoi fare tutto questo per me
Ovunque tu sia.
Augurami sogni per il mio cuscino
E stelle per i miei occhi
E un ballo in maschera
Quando il nostro amore vincerà il primo premio
Augurami rose rosse e palloncini gialli
E carezze vorticose
Su ritmi di danza sfrenati
Voglio tutti questi tesori
Il massimo che tu possa darmi
Quindi augurami un arcobaleno
Che duri finché vivo
Tutti i miei domani
Dipendono dal tuo amore
Perciò augurami un arcobaleno sopra di noi.

 

Pubblicato da: scudieroJons | dicembre 3, 2014

Il Fisco regala

… i vecchi computer alle scuole

pcvecchi

MILANO 03 dicembre 2014 – Non saranno più buoni per le difficili attività di monitoraggio fiscale e i conti sulle tasse degli italiani, ma per avvicinare gli studenti delle scuole all’informatica o supportare le attività delle amministrazioni pubbliche o degli enti di volontariato possono andare più che bene. Così i computer del Fisco andranno in regalo per il nuovo anno e apre la gara nazionale per aggiudicarseli.

Ecco una notizia che mi fa infuriare, anche per il modo trionfalistico con cui viene pubblicata.

E’ in questo modo che il governo mette la scuola al centro dei suoi progetti per i cittadini del futuro? Mettendoli di fronte a macchine recalcitranti come muli? Se non sono buoni per fare i conti sulle imposte da far pagare ai cittadini, figuriamoci come saranno buoni, questi computer, ad eseguire tutti quei lavori che richiedono versatilità, velocità e multimedialità che sono essenziali per farne un utile strumento didattico. Arrivati probabilmente già obsoleti negli uffici statali, a causa delle lungaggini burocratiche occorse per il loro acquisto, se questi computer non vanno più bene per il lavoro per cui sono stati progettati, buttateli! Ma a scuola, mandate solo roba nuova!

Se i soldi sono pochi e non bastano per comprare molti computer, comprate i pezzi necessari, e fateli assemblare dagli studenti dell’ultimo anno di ogni corso di studi.
Un esperto, incaricato dal ministero, potrebbe progettare tre tipi di pc, con caratteristiche differenziate, per la scuola primaria, la media inferiore e le superiori, e scegliere i componenti per l’affidabilità, la loro reciproca compatibilità e per la facilità di assemblaggio.
Acquistando i componenti all’ingrosso si risparmia e se ne possono acquistare molti di più.

pcnuovi

Ogni scatola di materiale dovrebbe essere corredata dalle istruzioni per l’assemblaggio preparate dall’esperto, e dal software occorrente per mettere in funzione i computer. Dopo alcune lezioni di preparazione gli studenti di un’intera classe potrebbero assemblare un primo pc sotto la supervisione dell’insegnante.
Successivamente gli altri pc potrebbero essere assemblati in un’unica giornata dagli stessi studenti, organizzati in piccoli gruppi.
Per i giovani potrebbe essere un buon modo per avvicinarsi all’informatica.

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